Sciaccaluga

Dalla stagione 1975-76 Marco Sciaccaluga è regista stabile al Teatro di Genova, per il quale ha realizzato fra gli altri: Equus di P. Shaffer, Il complice di Dürrenmatt, Le intellettuali di Molière, E lei per conquistar si sottomette di O. Goldsmith, I due gemelli rivali di G. Farquhar, La brocca rotta di Kleist, Il padre di Strindberg, Rosmersholm di Ibsen, L’onesto Jago di C. Augias, Suzanna Andler di M. Duras, il dittico goldoniano La putta onorata e La buona moglie , L’egoista di Bertolazzi, Inverni di C. Repetti (da S. D’Arzo), Arden di Feversham di anonimo elisabettiano, I fisici di Dürrenmatt, Re Cervo di C. Gozzi, Roberto Zucco di Koltès, La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht. Recita in Amleto di Shakespeare e in Io di Labiche, diretti da Benno Besson (stagioni 1994-95 e 1995-96) e ne La dodicesima notte di Shakespeare, diretto da Franco Branciaroli. Ha diretto, sempre per lo Stabile di Genova, Lapin Lapin di C. Serreau (1994-95) e Ivanov di Cechov (1995-96). Dirige e recita Un mese in campagna di Turgenev (1996-97). Ha diretto due spettacoli per il Teatro Stabile di Trieste e numerose produzioni per compagnie private (G. Mauri, C. Giuffrè, G. Bosetti, A. Tieri, M. Bellei). Nella stagione 1990-91 ha diretto al Teatro nazionale di Rotterdam Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Nell’ultima stagione ha firmato la regia di Rumori fuori scena di M. Frayn, il fortunato spettacolo con Zuzzurro e Gaspare.

Crast

Antonio Crast esordì nel 1932 e recitò nelle maggiori compagnie e formazioni stabili, tra l’altro con E. Zacconi, A. Moissi, G. Adami, T. Pavlova, il Piccolo Teatro di Roma. Interpretò diversi ruoli del teatro classico (Alfieri, Calderón, Shakespeare) e moderno (U. Betti, T. Pinelli, D. Fabbri, T.S. Eliot). Si affermò tra il 1949 e il 1953 lavorando con il regista O. Costa (Don Giovanni di Molière, Macbeth di Shakespeare), di cui divenne attore prediletto. In seguito lavorò con il Piccolo Teatro di Milano (Riccardo III e La dodicesima notte di Shakespeare). Dopo una lunga esperienza al Ridotto del teatro Eliseo a Roma con Giusi Raspani Dandolo e Mario Scaccia, si ritirò dalle scene ancora giovane per dedicarsi alla formazione di giovani attori.

Bonagura

Gianni Bonagura frequenta l’Accademia nazionale d’arte drammatica ‘S. D’Amico’ e alla fine degli anni ’40 inizia la propria carriera artistica nell’ambito del teatro di prose. Dapprima interpreta ruoli significativi in opere dei più importanti drammaturghi classici, in seguito affronta la drammaturgia contemporanea, lavorando con registi come Orazio Costa, Guido Salvini, Edmo Fenoglio, Mario Ferrero, Franco Zeffirelli, per il quale interpreta insieme a Anna Maria Guarnieri e Giancarlo Giannini, Black Comedy di P. Shaffer. Conosce il successo nel teatro leggero, ormai in fase di trasformazione da rivista in commedia musicale, e offre la sua prova migliore con: Uscirò dalla tua vita in taxi di Waterhouse e Hall. Nella stagione 1981-82 interpreta Applause accanto a Rossella Falk, e A piedi nudi nel parco ; nel 1984 La donna vendicativa , per la regia di Gabriele Lavia e, in coppia con Johnny Dorelli, Taxi per due ; l’anno successivo è in scena con lo spettacolo L’incidente , per la regia di Luciano Salce. Ha partecipato a numerose commedie, sceneggiati e film. Spesso accanto all’attività di attore accompagna quella di doppiatore cinematografico.

Ganz

Dedicatosi presto agli studi di recitazione, nel 1964 Bruno Ganz si trasferisce a Brema dove entra a far parte di un gruppo di giovani promettenti (tra cui P. Stein) seguito da Kurt Hubner e Peter Zadek. Nel 1965 interpreta Amleto sotto la guida di Hubner. Durante il periodo della contestazione, insieme al gruppo di Brema, rifugge la vita del teatro stabile spostandosi così in diverse città. Si stabilisce a Berlino dove, nel 1970, fonda con P. Stein la compagnia della Schaubühne che adotta un sistema anti-gerarchico nella produzione degli spettacoli. Insieme alla compagnia è interprete di diversi allestimenti: La madre di Gor’kij (1970), Peer Gynt di Ibsen (1971), Il principe di Homburg di Kleist (1972). Nel 1974, all’interno del Progetto sugli antichi. Esercizi per attori ideato da P. Stein e M. Grüber, recita ne Le baccanti di Euripide e, l’anno seguente, in Empedocle di Hölderlin entrambi per la regia di Grüber. Successivamente sospende l’attività teatrale per dedicarsi interamente al cinema. Riappare sulle scene nel 1982, quando Grüber lo invita a tornare nella Schaubühne per interpretare una storica edizione di Amleto. Si dedica quindi, nuovamente, agli impegni teatrali recitando in Parco di Botho Strauss (1984) per la regia di P. Stein e in Prometeo incatenato di Eschilo (1986) sotto la guida di Grüber. Nel 1996 gli viene conferito l’Iffland-Ring. Della sua intensa attività cinematografica ricordiamo i lavori con Rohmer (La marchesa von O. , 1976); con Herzog (Nosferatu, 1979); con G. Bertolucci (Oggetti smarriti, 1980); con Wenders (L’amico americano, 1977; Il cielo sopra Berlino, 1987).

Servillo

Fondatore nel 1977 del Teatro Studio di Caserta con cui ha diretto e interpretato Propaganda (1979), Norma (1982), Guernica (1985), Billy il bugiardo (1989). Nel 1986 Toni Servillo ha iniziato a collaborare con il gruppo Falso Movimento interpretando Ritorno di Mario Martone e mettendo in scena E… su testi di Eduardo De Filippo. Nel 1987 è stato tra i fondatori dei Teatri Uniti, continuando da attore e regista il lavoro sul tessuto poetico della lingua teatrale napoletana attraverso spettacoli quali Partitura (1988) di Enzo Moscato, Ha da passa’ a nuttata (1989), dall’opera di Eduardo De Filippo, Rasoi (1991) di Ezio Moscato, Zingari (1993) di Raffaele Viviani, di cui ha anche curato la regia, sapiente architettura teatrale e poetica.

Affrontando successivamente il testo di Molière nel 1995 ha messo in scena Il misantropo con intelligenza e particolare inventiva. In questo spettacolo Servillo compariva anche in veste di protagonista, un Alceste che prende le distanze dal teatro museificato fuggendo dal `carcere della rappresentazione’, verso la felice imprevedibilità del mondo. Nel 1997 al teatro Sao Joao di Oporto presenta Da Pirandello a Eduardo versione portoghese de L’uomo dal fiore in bocca (nel quale si allontana dalla dittatura psicologica del testo restituendo, contro gli schemi tradizionali, un’ottica surreale e visionaria) presentata insieme a Sik-Sik , l’artefice magico di Eduardo De Filippo. È stato inoltre protagonista in Eliogabalo (1991) diretto da Memé Perlini, nell’opera di Franco Battiato Il cavaliere dell’intelletto (1994) e, con Mariangela Melato, in Tango Barbaro (1995) diretto da Elio De Capitani. Artista versatile e aperto a nuove esperienze, Servillo si è cimentato con successo nel cinema diretto da Mario Martone in Morte di un matematico napoletano (1992), in La salita, episodio de I vesuviani (1997) e in Teatro di guerra (1998). Nel 1998-99 è impegnato nella regia di Le false confidenze di Marivaux.

Macedonio

Dopo una breve attività amatoriale, Francesco Macedonio incomincia la sua attività di regista al Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia, nel 1967, con il suo primo allestimento, un testo scritto e interpretato da Vittorio Franceschi, e in seguito dirigendo la Compagnia dei Dodici, e gli attori fissi dello Stabile. Il repertorio di opere scelte da M. alterna classici come Sior Todero Brontolon , I rusteghi e La donna di garbo di Goldoni, Casa di bambola di Ibsen e Vecchio mondo di Arbuzov con Lina Volonghi, ad autori contemporanei come Fulvio Tomizza e Furio Bordon. Celebre la trilogia in dialetto triestino di Carpinteri e Faraguna: Le Maldobrie , Noi delle vecchie provincie , L’Austria era un paese agitato . Ha collaborato inoltre con la compagnia di burattini de `I piccoli’ di Podrecca e con la Cooperativa Nuova Scena di Bologna, creando un sodalizio con l’attore e autore Vittorio Franceschi, di cui mette in scena Cerco l’uomo (1975), L’idealista (1976) e Questo Amleto non si può fare (1977). Nel 1976 fonda a Trieste il teatro popolare `La contrada’.

Guthrie

Nel 1926-27 Tyrone Guthrie è stato regista degli Scottish Nation Players; ha partecipato attivamente al festival di Cambridge con alcuni allestimenti (1929) e nel 1931 ha presentato L’anatomista di Bridie. È stato a più riprese regista dell’Old Vic (1933-34; 1936-37; 1951-52). Eccentrico e geniale, è uno dei pochi registi che ha saputo imporre la propria personalità agli spettacoli, comunicando un forte magnetismo agli attori. Durante la guerra è stato direttore del Sadler’s Wells Opera, oggi English National Opera. Nel 1947 ha inaugurato il festival di Edimburgo con King John di Bale. Fondatore del festival shakespeariano di Stratford nell’Ontario, G. ha dedicato la sua carriera alla messa in scena delle opere di Shakespeare e degli elisabettiani, seguendo tecniche sperimentali e innovative.

Manfredi

Laureato in Giurisprudenza e allievo dell’Accademia d’arte drammatica nella mitica annata dei Panelli, dei Buazzelli e delle Falk, Nino Manfredi prima di ottenere il vasto successo nazional popolare cinematografico e televisivo, e di passare poi alla commedia in prosa, ha avuto un inizio di carriera segnato dal teatro di varietà. Anche se il debutto ufficiale avvenne nel classico, perché fu scritturato addirittura dallo Stabile di Roma, da Gassman, da Costa e da Strehler nella Tempesta e nel Riccardo III scespiriani allestiti al Piccolo Teatro. Furono la Osiris e l’impresario Elio Gigante che gli cambiarono la vita, il carattere e lo stile di attore drammatico che combatteva con la sua natura. Il produttore propose a lui e ad altri giovanotti di bella presenza teatrale (Gianni Bonagura, Paolo Ferrari e Pier Luigi Pelitti, che uscì poi dall’ambiente) di formare un inedito quartetto comico, con facoltà di andare a soggetto secondo l’attualità, in una nuova rivista delle popolari tre sorelle Nava intitolata Tre per tre Nava , stagione 1953-54. Fu un successo diviso per quattro e una svolta per l’attore che venne per la prima volta a contatto con un pubblico che mostrò di gradire la sua comunicativa, la sua caratterizzazione comica, la sua inedita vena ironica, il modo nuovo di stare in scena e di dividere lo sketch con dei coevi compagni di lavoro. Insomma la rivista salvò Manfredi da un destino accademico e serioso che forse non avrebbe lasciato spazio neppure all’attore e al regista della commedia italiana anni ’60.

Il successo personale di Mandredi, come vuole una legge dura del teatro, non fu molto gradito dalle capocomiche romane e l’attore prese così altre strade, fu accanto a Billi e Riva in Gli italiani sono fatti così, spettacolo di varietà tradizionale, scritto da Marchesi, Metz e Verde nella stagione 1956-57, ancora con gli amici Ferrari e Bonagura. In precedenza, nella stagione 1954-55, Manfredi ebbe l’onore di essere scelto come giovane promettente, insieme ad Alberto Lionello, Pisu e Pandolfi, dalla regina delle soubrette, Wanda Osiris che preparava Festival , di Age, Scarpelli, Verde, Vergani (e poi anche Marchesi). Che fu un grande, fastoso, ma non fortunatissimo spettacolo nonostante la supervisione artistica di Luchino Visconti, un neofita della passerella. Il salto di qualità Manfredi lo deve naturalmente al fiuto di Garinei e Giovannini che lo misero nel ricco cast del musical alla greca Un trapezio per Lisistrata, nel 1958-59. Nella buffa e riuscita riduzione del famoso sciopero delle mogli raccontato da Aristofane, Delia Scala è l’agitatrice di animi femminili, e con lei in scena c’erano il Quartetto Cetra, Ave Ninchi, Paolo Panelli, Mario Carotenuto e Manfredi primo attore giovane e comico di bella presenza, marito in gonnellino e in balìa di spartani e ateniesi, visti come i russi e gli americani. L’anno dopo M. diventò un volto tra i più amati dagli italiani nella storica edizione di Canzonissima dove, come barista ciociaro di Ceccano, l’attore coniò lo slogan amatissimo «fusse che fusse la vorta bbona».

Dopodiché Manfredi assume il ruolo che lo consacrerà teatralmente e per tutta la vita, portandolo anche in tournée a Broadway e in Sudamerica, quello di Rugantino nell’omonimo musical scritto con Festa Campanile e Franciosa (e la collaborazione di Luigi Magni), andato trionfalmente in scena al Sistina nel ’62 e ambientato nella Roma papalina del 1830. È la prima volta che il testo assume un’importanza preminente nel musical, che i raccordi narrativi sono rispettati e sintonizzati con la musica e la coreografia, ed è la prima volta – benché anche in Rinaldo in campo morisse il coprotagonista risorgimentale Panelli – che Garinei e Giovannini si permettono un finale non lieto, mandando a morte sotto la ghigliottina l’eroe tipicamente romano, vigliacco e proletario, il bighellone della Storia. Il cast è eccezionale, figurano in scena Lea Massari (sostituita l’anno dopo da Ornella Vanoni), Bice Valori e il memorabile boia mastro Titta di Aldo Fabrizi, che ripeterà il suo ruolo anche nell’edizione con Montesano nel ’78, mentre nella stagione 1998-99 Rugantino (impersonato nella riduzione cinematografica da Celentano con la moglie Claudia Mori) torna in scena per la terza volta a furor di pubblico nel `suo’ Sistina con Valerio Mastrandrea, Sabrina Ferilli, Simona Marchini e Maurizio Mattioli. Per Manfredi musical e riviste finiscono qui, mentre proseguirà negli anni ’90 la sua attività di attore brillante, scrivendosi da solo i testi e occupandosi anche della regia (Gente di facili costumi ). Collaterale alla sua attività teatrale, copiosa e importante è stata la sua attività cinematografica: Anni ruggenti , 1962; Straziami, ma di baci saziami , 1968; Lo chiameremo Andrea, 1972; Brutti, sporchi e cattivi, 1976. Come regista, infine, si è diretto nell’episodio calviniano del soldato in L’amore difficile (1962) e nel notevole Per grazia ricevuta (1971).

Fo

Dario Fo frequenta l’Accademia di belle arti di Brera a Milano e si iscrive alla facoltà di architettura del politecnico senza laurearsi mai (ma nel corso della carriera sono molte le lauree Honoris causa ). Studia per diventare pittore. Nel ’52 conosce Franco Parenti che lo introduce alla Rai dove per diciotto settimane scrive e recita per la radio la trasmissione satirica Poer nano, i cui testi vengono presentati nello stesso anno al Teatro Odeon di Milano. Nel ’53 sempre con Parenti e Giustino Durano firma e interpreta Il dito nell’occhio che rompe il cliché della rivista tradizionale, cui seguirà l’anno dopo Sani da legare. Il passaggio al teatro e al mondo dello spettacolo è ormai ufficiale; scrive con altri e interpreta il film Lo svitato di C. Lizzani e firma varie sceneggiature. Nel ’57 mette in scena per Franca Rame Ladri manichini e donne nude e l’anno dopo Comica finale. Dal ’59 si mette in compagnia stabile con la Rame e altri. L’attività si svolge ancora nel cosiddetto teatro borghese nonostante lo spirito provocatorio, farsesco e di impegno civile dei suoi testi. Sono di questo periodo: Gli arcangeli non giocano a flipper (1959), Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri (1960), Chi ruba un piede è fortunato in amore (1961), Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), Settimo ruba un po’ meno (1964), La colpa è sempre del diavolo (1965), La signora è da buttare (1967).

In questo decennio risulta fondamentale la partecipazione nel 1963 a Canzonissima, la più popolare trasmissione tv dell’Italia anni ’60, dove con Franca Rame mette in ridicolo i luoghi comuni del qualunquismo imperante e le magagne del sistema politico, denunciando le morti bianche. Per non piegarsi all’intervento della censura, abbandoneranno la trasmissione e per oltre un ventennio saranno esclusi dalla Rai. Prosegue invece l’attività teatrale e di autore, firmando i testi di canzoni di alcuni cantautori dell’epoca a cominciare da Enzo Jannacci per cui scriverà “Prete Liprando e il giudizio di Dio” e “L’Armando”. È del ’66 la prima raccolta di Ci ragiono e canto sulla musica popolare italiana, cui seguiranno nel ’69 Ci ragiono e canto n.2 e nel ’73 Ci ragiono e canto n.3 . Nel ’68, sulla spinta degli avvenimenti politici italiani ed europei fonda un collettivo teatrale indipendente: l’associazione Nuova Scena, che girerà l’Italia soprattutto in circuiti alternativi, al di fuori del teatro ufficiale (Case del popolo e capannoni come quello di via Colletta a Milano). Va in scena con Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi (1968), L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone (1969), Legami pure, tanto io spacco tutto lo stesso (1969) e soprattutto con il monologo che lancia a livello mondiale il suo leggendario grammelot (una lingua che mescola dialetti antichi padani al linguaggio moderno): Mistero buffo (1969). Sempre nel ’69 fonda con la Rame il collettivo teatrale La Comune con cui mette in scena nel ’70 Vorrei morire anche stasera se dovessi sapere che non è servito a niente e Morte accidentale di un anarchico, cui seguiranno Morte e resurrezione di un pupazzo (1971), Tutti uniti! Tutti insieme! Ma scusa quello non è il padrone? (1971), Fedayn (1971), Ordine per Dio.ooo.ooo.ooo (1972), Pum pum, chi è? La Polizia (1972), Guerra di popolo in Cile (1973) per cui viene arrestato durante una tournée a Sassari. Nel ’74 La Comune occupa a Milano la Palazzina Liberty che raccoglierà 80mila abbonati in poco tempo e che fino agli inizi degli anni ’80 resterà uno dei luoghi centrali del teatro politico e della cultura di controinformazione. Qui va in scena Non si paga, non si paga (1974), Il fanfani rapito (1975), La marijuana della mamma è sempre più bella (1976), Storia di una tigre (1979), Clacson, trombette e pennacchi (1981).

Inizia in questi anni una frenetica attività di tournée all’estero e nel ’79 viene chiamato alla Scala di Milano dove dirige L’histoire du soldat di Stravinskij. Nell’82 scrive e mette in scena L’opera dello sghignazzo cui seguirà Il fabulazzo osceno e Patapunfete, un testo per i due clown Colombaioni. Sempre alternando l’attività di attore e regista tra Italia e estero (nell’87 viene chiamato a dirigere per l’Opera di Amsterdam Il Barbiere di Siviglia di Rossini e nel ’90 due testi di Molière alla Comédie-Française: Il medico per forza e Il medico volante), continua a scrivere e a mettere in scena nuove commedie: Quasi per caso una donna: Elisabetta (1984), Dio li fa e poi li accoppa (1985), Arlecchino (1985), presentato alla Biennale di Venezia, Parti femminili (1986), Il ratto della Francesca (1986), Il papa e la strega (1989), Zitti, stiamo precipitando (1990), il monologo Johan Padan a la descoverta de le Americhe (1991), Settimo ruba un po’ meno n.2 (1993), Dario Fo incontra Ruzante (1993), Mamma i sanculotti! (1994), La Bibbia dei villani (1996), Il diavolo con le zinne (1997), Marino libero!. Marino innocente! (1998). Nel ’97 vince il premio Nobel per la letteratura e nella motivazione viene sottolineato, oltre alla multiforme attività di scrittore, anche il suo impegno civile di attore capace di dar voce ai più deboli.

Cantarelli

Dario Cantarelli inizia la sua attività teatrale nel 1973 con il Granteatro di Carlo Cecchi, partecipando a spettacoli quali Woyzeck di Büchner, A morte dint”o lietto ‘e Don Felice di A. Petito, La cimice di Majakovskij. Lavora con il Gruppo della Rocca dal 1974 al ’79 ( 23 svenimenti di Cechov, Il mandato di Erdman e Pulcinella capitano del popolo di Compagnone e Lazzarino, regia di E. Marcucci). Tornato al Granteatro, realizza con Cecchi Don Giovanni (1980) e Il Borghese gentiluomo di Molière, L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello (1980-81) e Il ritorno a casa di Pinter (1981).

Diretto da E. Job, interpreta a Spoleto Trionfo e caduta dell’ultimo Faust di Ceronetti. Lavora con Glauco Mauri in Il signor Puntila e il suo servo Matti di Brecht (1981) e all’Ater per alcuni allestimenti di Marcucci. Per sette anni collabora con la compagnia di V. Moriconi, interpretando Filumena Marturano di E. De Filippo, Pompeo in Antonio e Cleopatra di Shakespeare (regia di G. Cobelli), mentre in Oblomov è Zacar diretto da F. Bordon. La sua recitazione si segnala per la pronunciata fisicità, e i suoi personaggi si distinguono per una marcata caratterizzazione di segno grottesco. Con Marcello Bartoli e Egisto Marcucci fonda la compagnia `I fratellini’ (Le sedie di Ionesco, 1996; Una burla riuscita di Svevo, 1997). Nel cinema collabora con molti registi italiani: M. Bellocchio ( Marcia trionfale ), N. Moretti (Sogni d’oro, Bianca, La messa è finita), i Taviani (La notte di San Lorenzo), Luchetti (Il portaborse e Domani accadrà ) e Pupi Avati (Il testimone dello sposo).

Wague

Professore al Conservatorio, dal 1893 Georges Wague ottiene una certa fama interpretando il ruolo di Pierrot. Nel primo decennio del Novecento si dedica al mimodramma, riscuotendo un buon successo sui palcoscenici dei music-hall e avendo come partner interpreti importanti fra le quali Colette (La Chair, 1907), Caroline Otéro (La nuit de Noël), Polaire (Zubiri). Figura significativa nell’ambito del mimo, Wague è fra gli autori del passaggio dalla pantomima ottocentesca, ancora legata a stereotipi e all’esagerazione delle espressioni corporee e facciali, al mimo moderno, caratterizzato da semplicità, gestualità sintetica, modalità espressive non convenzionali.

Manfrè

Walter Manfrè ha iniziato la sua carriera artistica frequentando la scuola di recitazione del Teatro stabile di Catania. Da attore ha lavorato sotto la guida di registi quali Orazio Costa, Aldo Trionfo, Franco Enriquez, Andrzej Waida, Carlo Lizzani e altri, interpretando testi di autori classici e contemporanei fino al 1985 quando ha smesso di calcare le scene per dedicarsi solo alla regia. Nel 1978, parallelamente alla sua attività di attore, iniziava a svolgere quella di regista, vincendo il premio Teatrofestival quale miglior regista giovane per la messa in scena di Fando e Lis di Arrabal. Da allora la realizzazione dei suoi spettacoli si divide in messe in scena sul terreno della tradizione con letture sempre originali e operazioni sul terreno della ricerca. In quest’ultimo settore ha realizzato alcune operazioni che presentano eventi su testi di autori italiani contemporanei: Visita ai parenti di Nicolaj, Ritratto di donne in bianco di Valeria Moretti, La cena di Manfridi (spettacolo in cui gli spettatori sono seduti attorno a un tavolo e gli attori sono sopra assieme alle pietanze), La confessione di autori vari (in cui ogni spettatore prende posto su un inginocchiatoio davanti a un attore che racconta i suoi peccati). Ha diretto in testi di autori classici e contemporanei molti prestigiosi attori italiani: Il giuoco delle parti di Pirandello con Nando Gazzolo, Spettri di Ibsen con Ileana Ghione e Carlo Simoni, Io e Pirandello con Paola Borboni, Il sogno con Pupella Maggio, Desiderio sotto gli olmi di O’Neill con Raf Vallone, Fratelli di Samonà con Warner Bentivegna, Il profeta di Gibran con Paola Pitagora, Chi ha paura del lupo cattivo? con Roberto Trifirò (1996).

Pagni

All’età di diciassette anni Eros Pagni viene ammesso all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ dove si diploma nel 1959. Lo stesso anno debutta al Teatro Stabile di Genova con Il revisore di Gogol per la regia di V. Puecher. Dal suo esordio in poi, la sua carriera si svolgerà quasi esclusivamente allo Stabile genovese, tanto che la sua figura diverrà un po’ il simbolo di questo teatro. Negli anni ’60 e inizio anni ’70 lavora soprattutto con L. Squarzina, recitando in molti spettacoli, tra i quali Ciascuno a suo modo di Pirandello (1961-62), I due gemelli veneziani di Goldoni (1962-63), Troilo e Cressida di Shakespeare (1964-65), La pulce nell’orecchio di Feydeau (1966-67), Madre Coraggio di Brecht (1969-70), Tartufo di Molière e Bulgacov (1970-71), Giulio Cesare di Shakespeare (1971-72), Il cerchio di gesso del Caucaso di Brecht (1973-74) nel quale interpreta il ruolo del giudice Azdak, cui dichiara di essere rimasto molto legato. Si considera un attore poliedrico, capace di prestarsi a ogni travestimento, grazie anche alla flessibilità del suo carattere. Per questo motivo, preferisce impersonare figure diverse, mettendo sempre in discussione le sue doti interpretative. Nel 1975 recita in Equus di Shaffer, per la regia di M. Sciaccaluga; la stagione seguente è diretto da L. Ronconi nell’ Anitra selvatica di Ibsen; quindi nel 1979-80 lavora con Marcucci in Turcaret di Lésage. Sempre impegnatissimo sulle scene, negli anni ’80 è applaudito interprete di una serie di spettacoli: nella stagione 1980-81 è attore solista in Delirio alla Fregoli scritto e diretto da Crivelli, nel 1982 recita sotto la guida di W. Pagliaro ne La brocca rotta di Kleist , nel 1984 interpreta per la regia di O. Costa Rosales di Luzi, quindi, nel 1989 è interprete, insieme a Raf Vallone del Tito Andronico di Shakespeare con l’adattamento e la regia di Peter Stein. Nel 1993 dà vita, insieme ad altri artisti, a un collage di commedie di Achille Campanile intitolato L’inventore del cavallo allestito da G. Di Leva, nel 1995 interpreta Amleto di Shakespeare per la regia di B. Besson e nel 1998 è sulle scene – applauditissimo – con La dame de Chez Maxim’s di Feydeau diretto da A. Arias. Ha lavorato in altri spettacoli al di fuori del Teatro di Genova, quali La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht al Centro Teatrale Bresciano per la regia di Sepe, l’ Orestiade di Eschilo a Gibellina, Il bugiardo di Goldoni per la regia di M. Parodi. Ha lavorato per il cinema (Topo Galileo, Americano rosso, L’ultimo concerto ) e per la televisione fino al recente Ferri investigazioni.

Falchi

Dopo il diploma alla scuola del Piccolo Teatro, Donatello Falchi debutta ne La congiura di Prosperi diretto da L. Squarzina. È con Strehler in Vita di Galilei (1963). Ha una parentesi con Peppino De Filippo, che dà l’avvio alla sua carriera di attore comico e brillante, anche interprete di maschere legate alla Commedia dell’Arte. Nel 1968 partecipa ad alcuni spettacoli della Cooperativa Teatro Insieme, con De Daninos, De Toma, Ceriani, tra cui I tre moschettieri nell’adattamento di Planchon. Nel 1974 approda allo Stabile di Genova, fino al 1983. Di questo periodo sono particolarmente degne di nota il ruolo del capocomico ne La donna serpente di Gozzi diretto da E. Marcucci e Pantalone ne Il bugiardo di Goldoni. In seguito lavorerà anche con Missiroli, Cobelli, Ronconi (Al pappagallo verde di A. Schnitzler), sempre in ruoli brillanti. Nel 1998 ha successo con la parte del servo gobbo nel Frankenstein musical con Tullio Solenghi.

D’Ambrosi

Milanese, dopo aver giocato nel Milan, Dario D’Ambrosi si avvicina al teatro e nel 1979 crea il ‘Gruppo teatrale D. D’Ambrosi’, primo passo verso la creazione del Teatro Patologico, di cui è fondatore. Un genere di teatro che gli è suggerito da anni di studio e lavoro con i malati di mente, con i quali ha convissuto, facendosi ricoverare all’interno dell’Ospedale psichiatrico `P. Pini’ di Milano. I suoi spettacoli raccontano con un linguaggio espressivo, ribaltando sovente i canoni fissi dell’interpretazione, dove la parola viene spesso sostituita e messa da parte da un gesto forte teatrale e dalla pantomima. I principali argomenti dei suoi lavori sono temi psicologici e storie di emarginazione, spesso tratte dalla cronaca, e ruotano attorno al confine tra la realtà e la follia. Ha avuto, prima di quello italiano, un grande successo in America, dove è approdato nel 1980, al Café La Mama di New York, storico santuario dell’Off-Broadway di Ellen Stewart con la quale ha prodotto il suo secondo spettacolo I giorni di Antonio , la storia vera di un malato di mente ricoverato in un ospedale lombardo ai primi del ‘900. Divide la sua attività tra il teatro e il centro di Psichiatria sociale di Roma. Organizza dal 1989 il Festival mondiale del Teatro Patologico e a New York il Festival del teatro d’avanguardia italiano. Fra i suoi lavori sono da ricordare soprattutto L’altra Italia , Cose da Pazzi (1987), No grazie me ne torno (1991), Un regno per il mio cavallo , tratto da Riccardo III di Shakespeare (1995), La trota , Sogni di maschio , Principe della follia (1997).

Sartor

Nel 1983 Fabio Sartor interpreta Padre Ubu di Jarry con F. Branciaroli, regia di M. Navone. Nel ’92 è diretto da Strehler nelle Baruffe Chiozzotte. Nel 1995, dopo Splendid’s di Gruber, ha curato e allestito il recital Jean Genet: la solitudine e la rivolta ; allestisce Atelier di Giacometti nel carcere di San Vittore e al circolo gay Querelle a Milano. Ha recitato ne La vita, il sogno da C. de la Barca con la regia di A. R. Shammah.

Nichetti

Maurizio Nichetti fa le sue prime esperienze come mimo e attore nella scuola Quellidogrok, poi, dal 1971 collabora con Bruno Bozzetto per alcuni film tra cui Allegro ma non troppo (1977) e scrivendo per lui tre lungometraggi d’animazione che hanno come protagonista il signor Rossi. Quando nel 1979 esce il suo primo film Ratataplan , la critica e il pubblico salutano in lui l’arrivo di un nuovo autore comico, come quelli che `c’erano una volta’. E infatti, mescolando con ironia, leggerezza e gusto del non sense Chaplin, Keaton, Tatì all’osservazione della realtà quotidiana di una Milano rampante, N. riesce a realizzare un piccolo film d’autore in cui ritornano le sue prime esperienze teatrali. Nei successivi Ho fatto splasch (1980), Domani si balla (1982), Il bi e il ba (1985), ma soprattutto Ladri di saponette (1989) e Volere volare (1991), le due sue opere più riuscite, i temi e lo stile si precisano attraverso una contaminazione anche dei temi e dei linguaggi (l’uso invertito e divertente del cartoon, l’ironia acida della televisione). La leggerezza dell’attore è stata valorizzata anche da altri autori: Citti in Sogni e bisogni (1985), Monicelli in Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984).

Marais

Jean Marais fu allievo di Dullin prima di entrare in contatto con Jean Cocteau e il suo ambiente. Nel 1937 ottenne infatti una parte che avrebbe dovuto essere quella di Edipo, nelle intenzioni di Cocteau, ma che fu invece solo quella secondaria del coro nella Machine infernale dello stesso Cocteau. Da questo momento, i due artisti condivisero il percorso artistico ed esistenziale: M. sarà Galaad ne I cavalieri della Tavola Rotonda e in seguito sarà il protagonista de I parenti terribili , pièce scritta da Cocteau espressamente per lui (1938). Pur continuando a recitare in importanti produzioni teatrali più `convenzionali’, Marais legherà la sua carriera all’attività drammaturgica e poi cinematografica di Cocteau: interpreta infatti La macchina da scrivere (1941) e Renaud et Armide (1946), nello stesso anno sarà Stanislas in L’aquila a due teste. In questa stessa fase interpreterà anche lavori di Anouilh e di Sartre, ottenendo un grande successo. Tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50 sarà il protagonista della stagione cinematografica cocteauiana da La bella e la bestia (1946) a L’aquila a due teste (1948), a Orphée del 1950, dove la sua bellezza perfetta assume caratteri quasi pittorici grazie alla fotografia curatissima ed estetizzante voluta dallo stesso Cocteau. Con Visconti sarà l’inquilino nelle Notti bianche (1957). Recentemente (1990, ripresa nel 1993), l’attore ha rievocato il suo intenso rapporto con Cocteau nella pièce Cocteau-Marais , insieme a Jean Tardieu.

Carotenuto

Figlio d’arte – il padre Nello è un ufficiale del dazio diventato attore anche di film muti – Mario Carotenuto trascorre un’infanzia turbolenta al fianco del fratello Memmo, che sarà a sua volta attore. Debutta sul palco a otto anni al Teatro Costanzi di Roma, prima che il suo carattere ribelle lo releghi per tre anni in riformatorio. Sulla strada trascorre la giovinezza arrangiandosi come salumiere, cravattaio o attacchino, e la strada è la sua prima accademia artistica. Al termine della guerra, durante la quale conosce la prigionia, approfitta di una scrittura radiofonica a Firenze per iniziare la carriera d’attore. È protagonista al microfono di trasmissioni come Zig zag e Il rosso e il nero , e interprete di rivista al fianco delle Peter Sisters in Ice Follies , di Rosalia Maggio in Cavalcata a piedi (1952), prima di diventare capocomico in proprio con Occhio per occhio, lente per lente (1953). Nel 1951 è nel cast di Marakatumba, ma non è una rumba , primo titolo di una filmografia che arriva a più di cento pellicole (tra il 1958 e il ’62 sono oltre trenta), moltissime di serie B, in cui caratterizza, con la sua presenza bonaria, personaggi burberi, cornuti o derisi. Ma anche autori importanti lo vogliono nei propri film per parti più complesse e drammatiche: con Lattuada gira La spiaggia (1953), con Risi Poveri ma belli (1956), con Damiani Girolimoni (1972), con Comencini Lo scopone scientifico (1972) che gli vale il Nastro d’argento. Inaugura la sua epoca d’oro in teatro con il ruolo di Peachum nell’ Opera da tre soldi (1956) diretta da Strehler, cui fa seguire la commedia musicale Un paio d’ali (1957) di Garinei-Giovannini-Kramer, che lo scritturano ancora per Un trapezio per Lisistrata (1958). Nel 1963 offre la sua prova teatrale più completa, dando vita ad Alfred Doolittle, padre scorbutico e sempre sbronzo di My fair lady. Strehler lo chiama di nuovo al Piccolo nel 1966 per affidargli il ruolo di Cromo in I giganti della montagna , poi è Bolognini a dirigerlo come autoritario patriarca Max in Ritorno a casa di Pinter (1974); ma il teatro comico lo risucchia con Neil Simon (Promesse promesse, I ragazzi irresistibili), Feydeau (Un gatto in tasca) e i classici riadattati da Roberto Lerici nei tardi anni ’80 (L’avaro, Il burbero benefico, Falstaff). Sul teleschermo è presentatore del varietà Un, due, tre (1954), ma soprattutto protagonista drammatico – spesso è ‘il cattivo’ – in sceneggiati come La fine dell’avventura (1969), I demoni e Il sospetto (1972). È sulla scena per l’ultima volta con Il medico per forza.

Parenti

Franco Parenti si diploma all’Accademia dei Filodrammatici nel 1940; insieme a lui c’è Giorgio Strehler. Debutta nello stesso anno nella compagnia Merlini-Cialente. Nel 1941 fonda con Paolo Grassi il gruppo d’avanguardia Palcoscenico, che ha come fine la ricerca di una drammaturgia italiana. Nel 1946 è in compagnia con Randone-Maltagliati e nel 1947 nella compagnia di rivista Navarrini-Rol. Quindi al Piccolo Teatro nell’anno della sua fondazione. È Moscone ne Il mago dei prodigi di Caldéron; Brighella nell’ Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni; Milordino ne I Giganti della montagna di Pirandello. Nell’estate del 1948 vuol provare l’esperienza dell’avanspettacolo e della rivista. Così lo troviamo in compagnia con Giorgio De Rege, con Macario e con Pina Renzi, che scopre in Parenti un attore di sicuro avvenire. Proprio con Parenti, Renzi scrive i primi sketch e collabora alla direzione artistica della compagnia. Nel 1950-1951, salvo una breve parentesi con W. Chiari, comincia il suo lavoro alla Rai, dove rende popolarissimo il personaggio di Anacleto, che drammaturgicamente era nato come tranviere e radiofonicamente diventa gasista. Nel 1951, insieme a Dario Fo, lo vediamo impegnato nello spettacolo di Spiller e Carosso Sette giorni a Milano ; nel 1952 partecipa ai primi spettacoli televisivi con Mario Landi e Daniele Danza, con i quali collabora anche alla stesura dei testi. Scrive con D. Fo e G. Durano Il dito nell’occhio (1953, regia di Parenti, scene e costumi di Fo, direzione mimica di Lecoq) e Sani da legare (1954, composizioni mimiche di Lecoq, musiche di Fiorenzo Carpi). Il successo è strepitoso. Nel 1955 Parenti crea il `teatro cronaca’, allestendo: Italia sabato sera di A. Contarello e Il diluvio di Betti. Nel 1956 mette in scena Le sedie e La cantatrice calva di Ionesco curandone la regia, e, non molto tempo dopo, Un uomo al giorno di U. Pirro.

L’attività registica continua con I pallinisti di S. Sollima e M. Ciorcolini (1957), e La tavola dei poveri di R. Viviani, nella stagione 1959-1960, con il Piccolo Teatro di Genova. Come interprete lo troviamo ancora al Piccolo Teatro di Milano con I vincitori di Bettini e Albini (1956-1957), al Teatro Stabile di Genova con Misura per misura di Shakespeare, Serata di gala di F. Zardi (1957-1958), La commedia degli equivoci (1958), J.B. di A. MacLeish (1958). Ottiene il premio S. Genesio a San Miniato. Seguono: La romagnola di Squarzina, Il benessere di Brusati-Mauri (1958-1959), Il misantropo di Menandro (1959), Il revisore (1959-1960). Dal Teatro Stabile di Genova passa al Teatro Stabile di Torino nelle stagioni dal 1959 al 1962, dove inizia una collaborazione intensissima con G. De Bosio: partecipa a tutti i suoi spettacoli e ad altri dei quali cura personalmente la regia. Come interprete lo troviamo in La moscheta del Ruzante (1960); La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht (1961), che fu un grandissimo successo personale; La cameriera brillante di Goldoni (1961); Don Giovanni involontario di Brancati (1961); La Celestina di F. de Rojas (1962). Collabora alla regia con De Bosio in: L’ufficiale reclutatore di G. Farquhar (1962), mentre è regista e interprete di: Il grande coltello di Odets (1961); J.B . di MacLeish (1962); Il berretto a sonagli e La giara di Pirandello. Nel 1963 lo troviamo direttore del Teatro Stabile di Palermo. In cartellone ci sono: Pirandello, Brancati, Molière. Lo spettacolo inaugurale è il Don Giovanni di Molière nell’adattamento di Brecht; la regia è di B. Besson. Durante una rappresentazione a Cesena del Don Giovanni , gli arriva la notizia del grave incendio che ha distrutto il teatro di cui era direttore. L’anno successivo è con Eduardo De Filippo, che scrive per lui: Dolore sotto chiave (1964). La collaborazione continua con Uomo e galantuomo, Il cilindro (1965) e con L’arte della commedia (1965). Nel 1966 è richiamato da De Bosio allo Stabile di Torino per partecipare al Festival di Venezia, con il dramma di A. Moravia Il mondo è quello che è (1966). Nel 1966 è impegnato allo Stabile di Bologna, dove è regista e interprete di Il bagno di V. Majakovskij, e ancora di La mosca e La commessa di L. Diemoz.

Nel settembre dello stesso anno interpreta Ruzante all’Olimpico di Vicenza. Dal 1969 al 1972 ritorna al Piccolo Teatro di Milano con La Betia ; è con S. Randone nel Timone di Atene di Shakespeare. Nel marzo del 1970 apre la stagione con La Moscheta , a cui seguirono W Bresci (marzo 1971) e Ogni anno punto e da capo (ottobre 1971), con cui ritorna a una felice collaborazione con E. De Flippo. Nel 1972 porta in giro nei vari quartieri milanesi Il bagno. Quest’ultima stagione sembra anticipare quella del Salone Pier Lombardo e della Cooperativa Teatro Franco Parenti, che avviene proprio verso la fine del 1972. Il 16 gennaio 1973 va in scena Ambleto di Giovanni Testori, regia di A.R. Shammah, uno spettacolo e un evento che a Milano commosse e entusiasmò. Da quella prima, il Pier Lombardo apparve come una reale alternativa al predominio del Piccolo. Seguirono: George Dandin di Molière, regia di Parenti; A Milano con Carlo Porta ; Gran can can di Ettore Capriolo e Franco Parenti, regia di Parenti; Macbetto Edipus e I promessi sposi alla prova di Testori, regia di A.R. Shammah; Orestea di Eschilo nella traduzione di E. Severino; 1986-87: Dibbuk di Shalom An-ski, uno spettacolo di Bruce Myers; nella stagione 1987-88: Filippo di Alfieri, regia di Testori; Cantico di mezzogiorno di Parenti Claudel, regia di A.R. Shammah; ultimo spettacolo (1989): Timone d’Atene di Shakespeare, regia di A.R. Shammah.

Grechi

Lorenzo Grechi frequenta nel 1952 l’Accademia dei filodrammatici di Milano. Dopo un periodo trascorso presso il Piccolo Teatro di Milano, nel 1971 fonda, con Riccardo Pradella, Davide Calonghi e Miriam Crotti, la Compagnia stabile del Teatro Filodrammatici, che propone un repertorio basato sulla drammaturgia italiana contemporanea. La sua ecletticità lo porta a esprimersi con successo anche nella regia. Tra le prove d’attore ricordiamo Corruzione al Palazzo di Giustizia di Betti (1975), Tre quarti di luna di Squarzina (1976), Matrimonio per concorso di Goldoni (1977), La mazurca blu di Fontana (1978). Come regista, e a volte anche interprete: Ma non è una cosa seria di Pirandello (1975), Giuditta di Terron (1977), Una strana quiete di Mainardi (1979), Il senatore Fox di Lunari. Attore di buon spessore drammatico, è purtroppo prematuramente scomparso.

Viarisio

Proveniente dall’esperienza del teatro filodrammatico, Enrico Viarisio debuttò nel 1917 con la compagnia Carini-Gentilli-Baghetti. Recitò poi con Talli, la Melato, Betrone, Almirante, Gandusio, la Galli. A esaltare le sue doti mimiche fu il repertorio comico-pochadistico. Ebbe successo anche al cinema, al tempo dei `telefoni bianchi’. Fu interprete di riviste, al fianco di Wanda Osiris (Domani è sempre domenica, 1946-47; Si stava meglio domani, 1947-48; Il diavolo custode, 1950-51) e di Isa Barzizza (Valentina, 1955).

Salvi

Architetto, come molti suoi conterranei, Francesco Salvi preferisce tentare la strada del cabaret piuttosto che avere la certezza di un lavoro `normale’. Debutta come cabarettista all’inizio degli anni ’80 al Derby Club di Milano, e nello stesso periodo prende parte a spettacoli teatrali tra cui In alto mare di Mrozek per la regia di Arturo Corso; in seguito interpreterà anche Uccelli da Aristofane con la Banda Osiris e la regia di Gabriele Vacis. Il passaggio in tv è con ;Studio 5, anche se la popolarità arriva grazie a Drive-in (1986-1988). Da allora è attivo in televisione in molti spettacoli. Al suo attivo anche un film ( Vogliamoci troppo bene ) e una serie di incursione nel mondo della canzone: sua la fulminante “C’è da spostare una macchina”. La sua comicità surreale e sopra le righe ne ha fatto uno dei comici più singolari degli anni Ottanta.

Trieste

Autore di alcune opere teatrali, Leopoldo Trieste si afferma in palcoscenico e soprattutto al cinema come caratterista di talento. Il suo esordio come commediografo è più che brillante. Dopo una laurea in lettere e il premio Corsi, scrive Una notte ai Quattro di picche e poi Nascere un uomo . Nel 1941 si iscrive al Centro sperimentale di cinematografia e intanto vede la luce Ulisse Moser , scritto per il teatro. Seguono Il lago , Racconto d’amore e Trio a solo . Con Frontiera cambia decisamente genere e debutta al Quirino di Roma nel primo dopoguerra. I temi sono quelli del conflitto, e incontrano il favore di un pubblico sceltissimo che comprende D’Amico, Pandolfi, Costa, Fiocco, Bontempelli e Piovene. Bontempelli parla allora della «nascita di un giovane poeta drammatico». Trieste scrive poi Cronaca, la prima opera sull’olocausto. Con N.N. debutta al Teatro delle Arti di Roma e al Piccolo di Milano, a soli ventotto anni. Ma presto i suoi soggetti teatrali vengono adottati dal grande schermo che si appropria definitivamente del suo talento.

Pierfederici

Dopo il diploma all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ di Roma Antonio Pierfederici è scritturato da R. Ruggeri, con il quale interpreta il marchesino di Nolli in Enrico IV (1944), ma si impone con Visconti nei Parenti terribili di Corteau (1945) accanto a Lola Braccini, Andreina Pagnani, Rina Morelli e Gino Cervi al teatro Eliseo di Roma; poi è il Figlio nei Sei personaggi con Luigi Almirante. Il suo fisico da primattore, unito a un’intelligenza lucida e inquieta, incide una galleria di personaggi che vanno dal dannunziano Simonetto de La fiaccola sotto il maggio (più volte affrontato: da ricordare almeno l’edizione al Vittoriale accanto a Lilla Brignone) a Clarence nel Riccardo III , interpretato da Renzo Ricci al Piccolo Teatro con la regia di Strehler, al Poverello del dramma omonimo di Copeau (San Miniato, regia O. Costa 1950), all’ Amleto di R. Bacchelli diretto da E. Ferrieri (1956). Al Piccolo di Milano in due stagioni, negli anni Cinquanta, è protagonista de I giusti di A. Camus, degli Innamorati di Goldoni, e passa dal Florindo dell’ Arlecchino a Desmoulins ne La morte di Danton di Büchner. Con Vittorio Caprioli (Pozza) nel 1954, a Roma, è Lucky nella prima italiana di Aspettando Godot di S. Beckett, con un’interpretazione maiuscola che gli vale il premio San Genesio quale miglior attore dell’anno. Dal 1965 al ’67 è con la Proclemer-Albertazzi in Dopo la caduta di Miller e Come tu mi vuoi di Pirandello. L’anno dopo è primo attore a fianco di Randone e Neda Naldi ( La fastidiosa di Brusati; Enrico IV e Il piacere dell’onestà di Pirandello). Fra le ultime notevoli interpretazioni, il Serparo nella Fiaccola dannunziana (regista G. Cobelli, 1984), Le smanie della villeggiatura di Goldoni e Oreste di Euripide, entrambi diretti da M. Castri.

Khan

François Khan segue studi scientifici all’università di Nantes, ma ben presto si volge al teatro. A Parigi tra il 1971 e il ’75 fa parte del gruppo Théâtre de l’Expérience, insieme al quale realizza la creazione collettiva Le golem; di questi anni è anche l’incontro con Jerzy Grotowski, con cui collabora al Teatr Laboratorium. Dal 1982 al 1985 si trasferisce a Volterra, e quindi al Centro per la sperimentazione e la ricerca teatrale di Pontedera, dove insieme a Roberto Bacci mette in scena Laggiù soffia (1986), E.R.A. (1988), In carne e ossa (1990), Fratelli dei cani (1992) e Il cielo per terra (1993). Tra le sue opere firmate in veste di drammaturgo e regista ricordiamo Quentin (1987), K. L’ultima ora di Franz Kafka (1989), 25 uomini (1991, da Plinio Marcos), Quel che si chiama amore (1992, da Beckett), Stagione morta (1993) e una sua versione dell’ Alice di Lewis Carrol (1994). Nel frattempo svolge un’intensa attività internazionale, dirigendo seminari per giovani attori in Brasile, Russia e Israele. Nel 1990, dopo un seminario con gli allievi della scuola `P. Grassi’, nasce Esercizi: aspettando Godot . In Brasile realizza invece il progetto Piccolo principe , dall’opera di Saint-Exupéry. Nel 1998 allestisce con Silvio Castiglioni Il sogno e la vita, una fantasia sul signor Hoffmann , prodotto dal Centro Teatrale Bresciano.

Chazalettes

Giulio Chazalettes compie gli studi musicali con la madre, una pianista tedesca. Si trasferisce in seguito a Milano dove viene ammesso alla scuola del Piccolo Teatro. Ben presto entra in compagnia nel Sacrilegio massimo di Stefano Landi e sostituisce De Lullo ammalato in La folle di Chaîllot . Approda poi come attore e aiuto regista al teatro di Dresda, ma non dimentica la musica e torna in Italia per diplomarsi al Conservatorio di Firenze. Inizia quindi la carriera di regista di opere liriche. Nel 1976 la consacrazione alla Scala con il Werther di Massenet, diretto da Georges Prêtre. Nel 1979 cura la regia di Mazepa di Cajkovskij, poi Le tre melarance a Chicago.

Tiezzi

Nel 1977 Federico Tiezzi si laurea a Firenze in storia dell’arte. Con Sandro Lombardi e Marion D’Amburgo, fonda Il Carrozzone (noto successivamente come Magazzini criminali e poi, semplicemente, I  Magazzini) che debutta nel 1972 con Morte di Francesco . L’anno dopo, al primo Festival Nuove Tendenze, a Salerno, dirige La donna stanca incontra il sole con cui il gruppo è salutato come esponente di punta dell’avanguardia italiana. Alla poetica `concettuale’ della seconda metà degli anni ’70 vanno rincondotti Presagi del vampiro, Vedute di Porto Said, Studi per ambiente e Punto di rottura, spettacoli-manifesto del lavoro sul linguaggio drammaturgico che darà la notorietà al gruppo in tutta Europa.

Al 1981, dopo l’allestimento di Ins Null (allo stadio olimpico di Monaco, con Hanna Schygulla), risale l’incontro con Fassbinder che filmerà Ebdòmero (spettacolo del ’79, tratto dal romanzo di Giorgio De Chirico) e Crollo nervoso (1980), due degli allestimenti che, insieme a Sulla strada (libera rilettura di Kerouac, Biennale Teatro, 1982) segnano la definitiva consacrazione del gruppo a livello internazionale. Con Genet a Tangeri , Ritratto dell’attore da giovane e Vita immaginaria di Paolo Uccello, tutti allestiti tra il 1984 e il 1985, Tiezzi mette a punto la teoria e la pratica del teatro di poesia che connoterà la produzione artistica del gruppo dalla seconda metà degli anni ’80 in poi. Alla parabola del `teatro di poesia’ appartengono la prima mondiale del Come è di Beckett (premio Ubu per la miglior regia nel 1987) su drammaturgia di Franco Quadri, l’Artaud realizzato lo stesso anno a Kassel, l’Hamletmachine e Medeamaterial di Heiner Müller del 1988.

Nel 1989, torna a Beckett e firma l‘Aspettando Godot prodotto dallo Stabile di Palermo. Intanto dirige un laboratorio di formazione per attori al Metastasio di Prato, lavorando sulla Divina commedia . Tra il 1989 e il 1991, mette in scena le tre cantiche affidandone la rielaborazione drammaturgica a Edoardo Sanguineti (Commedia dell’Inferno), Mario Luzi (Il Purgatorio – La notte lava la mente ) e Giovanni Giudici (Il Paradiso – perché mi vinse il lume d’esta stella ). Nel ’90 riallestisce Hamletmachine per il Teatro Taganka di Mosca e il Tokyo Theatre Festival. Premio Ubu per la miglior regia con Edipus di Giovanni Testori (autore rivisitato in seguito anche con Cleopatràs , con Sandro Lombardi), nel ’91 firma la regia di Adelchi del Manzoni e, su drammaturgia di Nico Garrone, della verghiana Nedda per il Teatro di Roma, prima di allestire il beckettiano Finale di partita per il Centro teatrale bresciano.

Da sempre affascinato anche dal teatro musicale, lavora con Brian Eno, Jon Hassel, Giancarlo Cardini e Salvatore Sciarrino. Nel ’91 esordisce nella lirica con la Norma (al Petruzzelli di Bari), cui fa seguito il Barbiere di Siviglia (1993, per i teatri di Messina e Treviso, ripreso nel 1995 alla Fenice di Venezia). Del 1995 è la regia di Carmen (Comunale di Bologna) e Felicità turbate, testo di Luzi con musiche di Giacomo Manzoni. Prima del più recente Scene d’ Amleto e del Dido and Aeneas di Purcell ha realizzato Madama Butterfly di Puccini per il Vittorio Emanuele di Messina.

Villaggio

Giovanissimo Paolo Villaggio entra a far parte della Rivista goliardica Baistrocchi (dedicata a uno studente genovese morto in guerra) poi comincia a frequentare i locali debuttando al Teatrino di piazza Marsala a Genova dove mette appunto il suo primo personaggio di successo: il tostissimo Franz (1965). Per mantenersi fa l’impiegato all’Italsider (dove ‘sul campo’ elabora quella che diventerà la maschera del ragionier Fantozzi) e parallelamente continua la sua carriera cabarettistica. Fino alla fine degli anni ’60 sarà uno degli ospitifissi del Derby Club di Milano, Il grande successo gli viene dalla radio (Il sabato del Villaggio), dalla tv (Quelli della domenica, 1968; Senza rete, 1971) e dal cinema con la famigerata serie di Fantozzi. Questi successi sono preceduti da esperienze variegate e curiose come il lavoro di intrattenitore sulle navi da crociera con F. De André e S. Berlusconi, allora pianista. In cerca di lavori più gratificanti e remunerativi si era anche trasferito a Roma dove aveva recitato in Sette per otto, uno spettacolo di cabaret. Poi, come si è detto, radio, cinema e tv fino al clamoroso e felice ritorno alle scene con L’avaro di Moliére, con la regia di L. Puggelli da un’idea di Strehler. Ovviamente il suo Arpagone più che al repertorio classico della tradizione attinge alla sua maschera cinematografica.

Sharoff

Pietro Sharoff si laureò in legge e lavorò prima con Mejerchol’d e poi con Stanislavskij, di cui divenne stretto collaboratore (aiuto regista e segretario). Nel 1923 fondò e diresse il Gruppo di Praga, compagnia di punta in Europa con cui allestì lavori di Ostrovskij, Gogol’, Gor’kij, Tolstoj, Cechov. Lasciò la Russia nel 1927, lavorando prima in Germania, dove fu insegnante all’Accademia, e poi in Italia, chiamato dalla Pavlova per dirigere L’uragano di Ostrovskij (1929), con il quale ottenne un grande successo. A Roma diede vita alla compagnia dell’Eliseo (con Pagnani, Cervi, Morelli, Stoppa e C. Ninchi), con cui mise in scena testi di Shakespeare (da ricordare la sua versione di La dodicesima notte) e Cechov. Nel dopoguerra si dedicò ad alcune regie liriche e tornò a lavorare all’estero, pur continuando a dare il suo contributo in alcune compagnie italiane. Fu considerato il più fedele interprete di Cechov, del quale allestì tutta l’opera, insieme a quelle di Gogol’ e Turgenev. Diresse inoltre lavori di Ibsen, García Lorca, Dostoevskij e, a Roma, una scuola di recitazione.

Magistro

Miko Magistro termina gli studi presso la facoltà di Scienze Naturali dell’Università di Catania. Nel 1970, viene ammesso all’Accademia di recitazione del Teatro Stabile di Catania. A partire dal ’73 entra a far parte della compagnia dello stesso Teatro a fianco di Turi Ferro, Umberto Spadaro, Ave Ninchi. Affronta da protagonista o coprotagonista testi di notevole impegno sociale e culturale della drammaturgia italiana e straniera come: La morte di Danton di Buchner, Vita dei campi di Verga, L’eredità dello zio canonico di Russo Giusti, L’altalena di Martoglio, Cavalleria rusticana di Verga, L’ultima violenza di Fava, Pipino il breve di Barbera- Cucchiara, ed ancora una nutrita antologia pirandelliana Liolà , La patente , La sagra del Signore della Nave , L’uomo la Bestia e la Virtù , La nuova Colonia non senza incursioni negli autori stranieri: Il giardino dei ciliegi di Cechov ed in quelli contemporanei Le menzogne della notte di G. Bufalino.

Loris

Dopo gli studi alla Scuola d’arte drammatica ‘P. Grassi’ di Milano, Lorenzo Loris lavora con Carlo Cecchi in Il ritorno a casa (1981), La serra (1987), Amleto (1989), La dodicesima notte (1993). Con Ronconi interpreta Venezia salva di Otway nel ’94. Dall’85 collabora con il teatro Out Off di Milano dove come regista, autore e interprete firma Tempo d’arrivo (1985), Dialoghi con il silenzio (1988), Segreti nella battaglia (1989). Con la regia di Antonio Syxty recita in Lontani dal paradiso e Tartarughe dal becco d’ascia e come regista e interprete in La signorina Giulia di Strindberg, Il ceffo sulle scale di Orton (1993). Sue le regie di Una bellissima domenica a Crevecoeur di Williams (1995) e Intrattendendo Sloane di Orton (1996), Autunno e inverno di L. Norén (1997), La dolce ala della giovinezza di Williams (1998).

Bonacelli

Interprete autorevole e dotato di grande duttilità ha svolto un’intensa carriera dividendo i suoi impegni principalmente tra il cinema, il teatro e, più raramente, la tv. Appena diplomato all’Accademia d’arte drammatica di Roma, Paolo Bonacelli debutta in Questa sera si recita a soggetto , regista V. Gassman (1962); è poi allo stabile di Genova (1963) in Il diavolo e il buon Dio di Sartre, diretto da L. Squarzina e in coppia con Carlotta Barilli fonda la compagnia del Porcospino, a Roma, dove presenta testi di Moravia ( Il mondo è quello che è , al festival di Venezia), Il matrimonio di V. Gombrovicz e Commedia ripugnante di una madre di Witkiewicz Nel 1982 recita in Amadeus di Peter Shaffer per la regia di Giorgio Pressburger e l’anno dopo è al Teatro stabile di Torino in La casa dell’ingegnere di Siro Ferrone (regia di Beppe Novello). Sotto la direzione di M. Missiroli affronta un classico della prosa come Il malato immaginario (1985) e nel 1986 torna a collaborare con Ferrone e Navello in una delle sue prove migliori: Sogno di Oblomov , da Goncarov. Ricordiamo anche la sua partecipazione all’adattamento di Guido De Monticelli di Il ratto di Proserpina (1986) di Rosso di San Secondo, allestito ai Ruderi di Gibellina e Le miserie d’ monsù Travet (1987) di V. Bersezio per la regia di U. Gregoretti allo Stabile di Torino. Nel 1988 recita in Niente da dichiarare? per la regia di Gigi Dall’Aglio a cui seguono Tradimenti di H. Pinter (1989), Il giuoco delle parti (1991), Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal per la regia di G. Pressburger (1992). Più recentemente ha offerto una strepitosa interpretazione in Terra di nessuno di Pinter (1994), seguita da La Mandragola (1996) per la regia di M. Missiroli. Al cinema tra le sue numerose partecipazioni può essere ricordata l’esilarante prova offerta in Johnny Stecchino (1991) di R. Benigni.

Tamberlani

Figlio d’arte, dopo aver recitato con il padre, Carlo Tamberlani nel primo dopoguerra lavora con diversi gruppi prima di entrare nella compagnia di Starace-Sainati, di cui assumerà la direzione con il fratello Nando. Attraverso altre esperienze arriva nel 1933-34 a lavorare con la Palmer e a interpretare: Ippolito di Euripide (Vicenza 1934), Agamennone di Eschilo e Ifigenia in Aulide di Euripide (1934). Nel 1935 è con Cele Abba in Coriolano e in Giulio Cesare di Shakespeare. Nel 1936 intraprende una ventennale carriera di insegnante di recitazione all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’. Nel frattempo lo si ricorda nell’ Edipo a Colono di Sofocle (1946), in Rosalinda (Come vi piace) di Shakespeare (regia di Visconti, 1948) e in Corruzione a Palazzo di Giustizia di Betti (1949). Dopo aver diretto in Spagna il Teatro Stabile di Barcellona (1950-52), torna sulle scene in allestimenti come Racconto d’inverno di Shakespeare (1954), L’albergo dei poveri di Gor’kij (1954), Il gran teatro del mondo di Calderón (1955), Coriolano di Shakespeare (1946). In Sicilia, a cavallo degli anni ’60, sarà interprete di Le baccanti di Euripide (Teatro greco di Tindari, 1959), Tutto per bene di Pirandello e Una luna per i bastardi di O’Neill (Palermo 1961). Lo si ricorda anche come interprete di numerosi film anche se di scarso rilievo artistico.