Scarnicci

Giulio Scarnicci (Firenze 1913 – ivi 1973) e Tarabusi Renzo (Firenze 1906 – ivi 1968), autori di copioni per riviste goliardiche fiorentine, esordirono in campo nazionale con i testi di Chi vuole esser lieto sia , con Franco Scandurra e Carlo Campanini, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, stagione estiva 1951. L’anno dopo, scrissero Dove vai se il cavallo non ce l’hai? con Elena Giusti, Tognazzi-Vianello. Della rivista faceva parte la canzone “Scalinatella”, che la Giusti interpretava mentre da uno scalone scendevano le soubrettine in costume folk partenopeo. Seguì, per la stessa formazione, Barbanera bel tempo si spera : sfarzo, umorismo, effetti speciali (con un trimotore grande quanto il palcoscenico, che si levava in volo tra vorticar di eliche).

Per Erminio Macario scrissero Tutte donne meno io, audace esperimento di spettacolo al femminile (1953-54), con quaranta ragazze, tra cui Carla Del Poggio, l’annunciatrice tv Fulvia Colombo, la cantante indiana Amru Sani (cantava “Souvenir d’Italie”, musiche di Lelio Luttazzi). Mattatore senza `spalla’, Macario in uno dei suoi allestimenti più curati e sfarzosi. Nella stessa stagione, Passo doppio, con Tognazzi-Vianello, Bramieri, Silvana Blasi e, per la prima volta come `primadonna’, la brava Dorian Gray; lo spettacolo venne anche rappresentato in Francia. Nel 1957, i due autori affrontarono la prosa leggera, scrivendo Caviale e lenticchie per Nino Taranto, al quale destineranno anche Masaniello (1963).

In Campione senza volere, 1955-56, con Hélène Remy, moderna soubrette, dilagava la comicità aggressiva e scattante della coppia Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Qui Tognazzi si esibiva anche in un incontro di catch. Nel 1957-58, con musiche di Luttazzi, fecero Uno scandalo per Lili , con regia di L. Salce e interpretazione di L. Masiero e U. Tognazzi, affiancati da un buon cast: A. Maestri, M. Scaccia, M. Monti, G. Tedeschi. Nella stagione 1960-61, Il rampollo con C. Dapporto e M. Del Frate più attrice che cantante; ancora per Dapporto, nella stagione 1965-66, L’onorevole, intrigo pochadistico con M. Martino e con E. Vazzoler e F. Giacobini comprimari. Intensa la loro attività per riviste radiofoniche e televisive, nel decennio dal 1955 al 1965.

passerella

Secondo la testimonianza di Macario, venne la passerella importata da Parigi, nel 1928, dalla soubrette Isa Bluette, in ditta all’epoca con Nuto Navarrini. Si trattava di una pedana che, scavalcando il `golfo mistico’ dove si trovava l’orchestra, correva parallela alla ribalta, sporgendosi fin quasi a sfiorare la prima fila di poltrone. Serviva a ospitare il comico che, nel sottofinale, illuminato da un `occhio di bue’ (riflettore con cono di luce mobile), raccontava storielle e barzellette, intrattenendo il pubblico per dar tempo ai macchinisti di allestire la scena, solitamente sontuosa, del quadro conclusivo dello spettacolo. Ma la passerella serviva soprattutto per i ringraziamenti finali. Veniva percorsa a passo svelto, sul ritmo di un `galoppo’, da tutta la compagnia, secondo un rigido ordine gerarchico, lo stesso che veniva riportato in locandina in base alla grandezza dei caratteri tipografici con cui venivano riportati i nomi del cast. Apriva la sfilata il balletto; poi toccava, nell’ordine, alle soubrettine, agli attori caratteristi, all’attrazione ospite; quindi, in coppia, al comico e alla soubrette, che si fermavano al centro della passerella, indugiandovi per ringraziare e raccogliere più applausi. Non appena la compagnia si era riallineata in palcoscenico, cominciava, lentamente, a chiudersi il sipario, i cui lembi erano accompagnati da due soubrettine (le `sipariste’) sempre pressoché svestite.

Il rito si ripeteva sette-otto volte per sera e stabiliva anche quantitativamente il successo dello spettacolo. Ma il momento della passerella segnava anche, tra gli spettatori, la rivincita del giovane povero sull’anziano ricco. Perché il giovane povero, che aveva assistito a tutta la rappresentazione nel settore `posti in piedi’, in fondo alla platea, al momento del finale, poteva accorrere fin sotto la passerella, rubando un po’ di visuale all’anziano ricco, assiso nelle prime file di `poltronissime’. Un rito così descritto da Orio Vergani (“Corriere d’Informazione”, 19 febbraio 1947): «I gagliardi giovani avanzano per i corridoi delle poltrone, avanzano con il loro cuore caldo e con i loro occhi ardenti, vengono come una mandria all’abbeverata di quella che dovrebbe essere la fontana della bellezza e della giovinezza. Le attrici, le soubrettine, le girls avanzano a passi cadenzati sul ponte; la cipria, la felicità, il rossetto e anche qualche ombelico graziosamente intagliato, passano a un metro dagli occhi dei più lesti a farsi avanti. Comincia la mezzora degli assetati, si aprono le porte del paradiso degli entusiasti della coscia tornita, del seno velato, dell’occhio bistrato… Otto, dieci, dodici volte la sfilata si ripete…». Occorreva una tecnica collaudata per percorrere la passerella: posizione di tre quarti, con busto e viso rivolti alla platea, gambe `a forbice’ per procedere, in senso orario, su una pedana non più larga di novanta centimetri. E bisognava procedere svelti, senza guardare per terra, per rivolgere sorrisi al pubblico. Numerosi gli episodi legati alla passerella Citiamone almeno due.

Nella rivista L’adorabile Giulio di Garinei e Giovannini con C. Dapporto protagonista, il primattore giovane e canterino era Teddy Reno, che con il suo stile confidenziale cantava “Dillo con le rose”. Un successo, che Teddy Reno, trentuno anni all’epoca, si coccolava, avanzando disinvolto in passerella e ritagliandosi così un `primo piano’ teatrale non previsto dagli autori-registi della rivista. I quali, informati dal direttore di scena Dante Bisio di tale inaudita libertà che Reno, soprattutto in tournée, si prendeva, corsero ai ripari. Dissero a Bisio: “Se lo fa ancora, spegnetegli le luci”. E così fu fatto. Il palcoscenico piombò nel buio totale e Teddy Reno riguadagnò a tentoni il palcoscenico, dopo aver rischiato di `finire in buca’. Chi davvero finì in buca, fu Wanda Osiris, nella rivista La granduchessa e i camerieri , sempre di Garinei e Giovannini. Alle 23;26 del 26 settembre 1955, a Milano, due sere dopo la `prima’, la Wandissima, che indossa un abito di seta a strass, rosso fiamme, con le balze pesanti otto chili, ed è inerpicata su zatteroni di sughero altissimi, – lei che ha un piedino taglia 34 e mezzo – incespica nell’orlo del vestito e precipita nella buca dell’orchestra, rovinando addosso al vibrafono del maestro Cipolla; il martelletto dello strumento la colpì in fronte facendola sanguinare. Spettacolo interrotto, urla e gemiti anche in platea, l’autoambulanza che corre al Policlinico di via Dezza, dove la soubrette viene ricoverata (stanza 136, terzo piano). Notizia a sei colonne in prima pagina sul “Corriere Lombardo”, titolo: «È caduta dalla passerella come una regina dal trono». Il giorno dopo, sempre in prima pagina, il “Corriere d’Informazione” sparava un rassicurante «L’Osiris fuori pericolo».. Furono sempre Garinei e Giovannini ad `ammazzare’ la passerella: al finale di Rinaldo in campo (1961), Modugno, Delia Scala, Panelli, Franchi e Ingrassia, si presentarono alla ribalta tenendosi per mano e ringraziando per gli applausi nello stile di una compagnia di prosa.

Sipario

Fondata nel 1946 a Genova da Ivo Chiesa, Sipario è stata diretta negli anni ’50 e ’60 da Valentino Bompiani, con Franco Quadri come caporedattore, segnando una stagione fondamentale per il rinnovamento del teatro italiano. In seguito la direzione è stata assunta da Tullio Kezich (1970), Giacomo De Santis (1974), Stefano De Matteis e Renata Molinari (1980). Dopo una brevissima sospensione, nel dicembre 1981 la rivista riprendeva le pubblicazioni, ancora diretta da Giacomo De Santis; infine l’attuale direttore è l’attore e regista Mario Mattia Giorgetti, in carica dal 1984. In oltre cinquant’anni di attività la rivista ha ospitato articoli dei più importanti critici e drammaturghi di questo secolo; inoltre ha pubblicato centinaia di testi di commediografi italiani e stranieri. È stata ed è un punto di riferimento per addetti ai lavori e semplici appassionati.

Verde

Il successo di Dino Verde comincia alla radio, nei primi anni ’50. Firmò una serie di varietà in onda di domenica intorno all’ora di pranzo, tutti, anno dopo anno, con titolo al superlativo assoluto: “Scanzonatissimo”, “Urgentissimo” e via. Interpreti, gli attori della Compagnia stabile di prosa della Rai di Roma, con A. Steni, E. Pandolfi, R. Turi (gran voce anche come doppiatore: era lui il Padreterno che annunciava il diluvio in Aggiungi un posto a tavola con J. Dorelli); una serie svelta di scenette e couplets , ma soprattutto di parodie di canzoni celebri (genere, quest’ultimo, di cui Verde fu ed è specialista insuperabile).

Famoso il motivetto finale, che divenne anche un intercalare popolare: «Però, la vita è bella» anche se «nelle caramelle con il buco, c’è troppo buco e troppo poca caramella». Dalla radio al palcoscenico, ma sempre, o quasi, come coautore. Ha firmato copioni con Rovi-Puntoni (Pericolo rosa per Macario , 1952-53), con Nelli-Mangini (B come Babele, 1953-54, e Il terrone corre sul filo per N. Taranto, 1954-55), con Marchesi-Metz  (Gli italiani son fatti così per Billi e Riva, 1956-57), con Age e Scarpelli (Festival, 1954, per W. Osiris; al copione misero mano anche O. Vergani e M. Marchesi, la consulenza artistica fu di L. Visconti. Un insuccesso che determinò il ritiro dell’impresario R. Paone). Nella stagione 1963-64 trasferì Scanzonatissimo dalla radio alla ribalta; stessi interpreti (Steni-Pandolfi con G. Cajafa e R. Como) e, nella versione della stagione successiva, A. Noschese con le sue imitazioni. Nella stagione 1965-66 scrive una rivista-commedia, Hanno rapito il presidente , dove alieni gangster sequestrano il presidente del consiglio e ricattano il governo. Con A. Nazzari e R. Como. Verranno, molti anni dopo, il Fanfani rapito di Fo e – la cronaca batte la fantasia – il sequestro Moro.

Nel 1966-67 scrive con B. Broccoli Yo Yo Yé Yé con C. Dapporto e A. Fabrizi e si conferma definitivamente «grande araldo degli scontenti del governo». Satira bollata unanimemente come qualunquista, che da destra sparava contro il centro-sinistra e i suoi protagonisti con una serie di attacchi ad personam assai applauditi da un pubblico conservatore. Verde si è sempre difeso dalle stroncature dei critici dicendo che preferiva essere un autore qualunquista piuttosto che un giornalista qualunque. Scanzonatissimo divenne anche film. Verde ha collaborato anche con Garinei e Giovannini per “Canzonissima” in tv con il trio N. Manfredi, P. Panelli e D. Scala; ha scritto con il figlio Gustavo il copione di Arcobaleno (1993) per L. Banfi e, da qualche anno, è tornato a un’antica passione: recitare di persona i suoi sketch e le sue parodie in un teatrino off di Roma. Ha ottenuto successo anche come paroliere di canzoni, vincendo il festival di Sanremo nel 1959 con “Piove” di D. Modugno e l’anno successivo con “Romantica” di R. Rascel.

soubrettina

Il diminutivo soubrettina stava a indicare la posizione nel cast: meno rilevante di quella della soubrette, primadonna assoluta con nome in `luminosa’, più importante di quello delle ballerine di fila. Svolgeva precisi compiti nella rappresentazione. Recitava in piccoli ruoli (l’infermiera nello studio dentistico, la fidanzatina che il comico abbandonava per la `fatalona’ soubrette, la camerierina piccante nel saloon). E un ruolo obbligato a fine recita: le soubrettine erano `sipariste’, specializzate cioè nell’accompagnare i due lembi del sipario nel suo chiudersi e dischiudersi durante i ringraziamenti e le sfilate in passerella. Le più note, in questa bisogna, furono Magda Gonnella e Wilma Baschetti, le `bimbe atomiche’. Le soubrettine erano di solito due: furono addirittura quattro in La granduchessa e i camerieri di Garinei e Giovannini, 1955-56, con Wanda Osiris e Billi e Riva: Franca Gandolfi (avrebbe sposato Domenico Modugno), Ondina di San Giusto, Franchina Cerchiai e Primarosa Battistella.

Prima caratteristica della soubrettina era il corpo statuario, «con più curve del tracciato delle Mille Miglia». Corpo che andava esibito senza veli o quasi: un reggiseno spesso formato da due stelline argentate e uno slip uguale a un «triangolino luccicante, posto molto più in giù dell’ombelico e molto più su delle anche». Non si chiamava ancora tanga, ma era proprio quello. Baby Scruggs, creola, nella rivista Il terrone corre sul filo con Nino Taranto e Tina De Mola, aveva sui capezzoli due fiocchetti che faceva roteare vorticosamente. Gilda Marino, soubrettina di Caccia al tesoro di Garinei e Giovannini (rivista mutuata da famosa trasmissione radiofonica) al Teatro Mercadante di Napoli, la sera del 19 gennaio 1954, venne multata in scena dal capitano dei carabinieri. Luogo per `atti osceni in luogo pubblico’: durante un balletto, era saltato il bottoncino del reggipetto (forse non casualmente, trattandosi di incidente a ripetizione…). La s. aveva concluso il numero a seno scoperto, tra applausi scroscianti.

Analogo `imprevisto’ accadde una sera a Flora Lillo, nella rivista Buon dì zia Margherita , 1950. La s. venne convocata in commissariato. Nella rivista Il cielo si coprì di stelle di Rubens, 1945-46, con Antonio Gandusio e Lilla Brignone, il recensore sentenziò: «Si salvano solo tre cose: la comicità nuova di Walter Chiari e le cosce di Marisa Maresca, opulente come un teatro esaurito». Lilly St. Cyr al posto dello slip indossò, in un `burlesque’, una cintura di castità, e si immaginino le battute sulla chiave. In qualche caso, siamo in clima `È nata una stella’: nella rivista Un juke-box per Dracula, con il trio Sandra Mondaini, Gino Bramieri e Raimondo Vianello, il rinforzo `cinematografico’ di Carlo Ninchi e i balletti di Paul Steffen interpretati da Evelyn Greaves, stagione 1959-60. La prima ballerina si ammala e viene sostituita da Marisa Ancelli, soubrettina che conserverà il ruolo di soubrette e prima ballerina in Hobbyamente, 1965-66, con Bramieri e M. Del Frate, e soprattutto in molti show televisivi (“Vengo anch’io…”), là dove però le proibiscono di indossare costumi succinti, perché `troppo avvenente’. In teatro, i confini del pudore erano più ampi. Il costume della soubrettina si definiva `puntino’. E tale doveva essere.

Villaggio

Giovanissimo Paolo Villaggio entra a far parte della Rivista goliardica Baistrocchi (dedicata a uno studente genovese morto in guerra) poi comincia a frequentare i locali debuttando al Teatrino di piazza Marsala a Genova dove mette appunto il suo primo personaggio di successo: il tostissimo Franz (1965). Per mantenersi fa l’impiegato all’Italsider (dove ‘sul campo’ elabora quella che diventerà la maschera del ragionier Fantozzi) e parallelamente continua la sua carriera cabarettistica. Fino alla fine degli anni ’60 sarà uno degli ospitifissi del Derby Club di Milano, Il grande successo gli viene dalla radio (Il sabato del Villaggio), dalla tv (Quelli della domenica, 1968; Senza rete, 1971) e dal cinema con la famigerata serie di Fantozzi. Questi successi sono preceduti da esperienze variegate e curiose come il lavoro di intrattenitore sulle navi da crociera con F. De André e S. Berlusconi, allora pianista. In cerca di lavori più gratificanti e remunerativi si era anche trasferito a Roma dove aveva recitato in Sette per otto, uno spettacolo di cabaret. Poi, come si è detto, radio, cinema e tv fino al clamoroso e felice ritorno alle scene con L’avaro di Moliére, con la regia di L. Puggelli da un’idea di Strehler. Ovviamente il suo Arpagone più che al repertorio classico della tradizione attinge alla sua maschera cinematografica.