Gropius

A Weimar Walter Gropius è il fondatore e il direttore (dal 1919 al 1928) del Bauhaus, movimento attraverso il quale si tenta, praticamente e non solo teoricamente, di trovare un punto d’unione fra nuova tecnologia e arte, progettando stoffe, mobili, locomotive, case. Grande architetto razionalista, dopo l’esperienza di Weimar si trasferisce a Berlino e, alla presa del potere di Hitler, abbandona la Germania prima per l’Inghilterra e poi per Boston. G., in prima linea nel progettare un’edilizia abitativa popolare che ponga in primo piano la qualità della vita, ha lasciato una sua impronta importante nell’architettura teatrale anche se i suoi progetti di un Totaltheater non sono mai stati realizzati. In sintonia con la ricerca teatrale di Erwin Piscator, infatti, G. studia un teatro (di cui ci resta il modellino) dotato dei più sofisticati ritrovati tecnici ipotizzando un edificio ricco di praticabili, con diversi palcoscenici, in grado di rappresentare simultaneamente scene diverse. Lo spazio teatrale può trasformarsi in un gigantesco schermo dove proiettare diapositive, spezzoni di film nel quale lo spettatore si sente completamente immerso. Per questo pubblico del futuro G. studia anche speciali poltrone mobili che, grazie a un bottone inserito nei braccioli, possono essere orientate a piacimento. Cade così definitivamente in questo progetto, che situa lo spettatore al centro dell’evento scenico, la separazione fra platea e palcoscenico oltre che la convenzione della cosiddetta quarta parete su cui si regge il teatro naturalista.

Giraudoux

La carriera teatrale di Jean Giraudoux costituisce un tipico esempio della possibilità – o necessità – di suddividere la propria esistenza in due professioni appartenenti a due ambiti totalmente separati. Alto funzionario del ministero degli Esteri, Jean Giraudoux dedica infatti gran parte delle sue energie alla scrittura e, specificamente, al teatro: dalle sue opere pare trasparire una linea direttrice, una tendenza generale riconducibile all’interesse dell’autore per il mito e per il confronto tra quest’ultimo e il vivere contemporaneo. Dal punto di vista stilistico, Jean Giraudoux pare corrispondere perfettamente al precetto di Louis Jouvet, direttore della Comédie des Champs-Elysées per cui «il grande teatro è soprattutto bel linguaggio». L’incontro tra i due (1928) non può dunque che dar vita a una fruttuosa collaborazione: Jean Giraudoux confeziona per Jouvet testi scritti in modo elegante e strutturati secondo le regole della tradizione. Saranno dunque Siegfried (1928), adattamento da un romanzo dello stesso Giraudoux, Amphytrion 38 (1929) e, soprattutto, Intermezzo (1933), opera che Jouvet riteneva rappresentasse perfettamente lo spirito e lo stile dell’autore. Uno stile spesso tacciato di eccessiva `mondanità’ nei temi – come si è detto di ispirazione mitica – e nei toni, ironici e distaccati; in realtà, è sufficiente osservare la produzione del periodo immediatamente a ridosso lo scoppio del secondo conflitto mondiale, le opere di epoca bellica e quelle postume per cogliere non solo l’accresciuta consapevolezza e la maggior capacità di indagine psicologica, ma anche il netto incupirsi del teatro di G. Le opere teatrali realizzate tra il 1935 e il ’39, infatti, sono intrise da un senso di catastrofe imminente, dove l’umanità appare incapace di scongiurare ed esorcizzare il tragico. È il caso di La guerra di Troia non si deve fare (La guerre de Troie n’aura pas lieu , 1935), Electre (1937), Ondine (1939) opere la cui programmaticità di intenti rasenta la struttura `a tesi’. Molto nota, infine, un’opera messa in scena dopo la morte dell’autore, La pazza di Chaillot (La folle de Chaillot, 1945). Messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1945 da Jouvet, La pazza di Chaillot conferma, dietro l’apparente leggerezza, la profondità della dolorosa meditazione di G. sulla decadenza del mondo morale, politico e metafisico suo contemporaneo.

Giacosa

Giuseppe Giacosa iniziò la sua attività di drammaturgo a ventisei anni, quando presentò al pubblico La partita a scacchi , che fu poi recitata, con grande successo, da Adelaide Tessero. Nel 1887 assunse la direzione della scuola di recitazione dell’Accademia dei Filodrammatici. Nel 1888 ebbe il suo primo grande successo con Tristi amori , che può considerarsi il risultato ultimo di una serie di testi che avevano caratterizzato la sua avventura teatrale: Affari di banca (1873); Figli del marchese Arturo (1874); Sorprese notturne (1875); Trionfo d’amore (1875); Teresa (1875); Acquazzoni in montagna (1876); Il marito amante della moglie (1877); Il fratello d’armi (1878); Gli annoiati (1879); Luisa (1880); Il conte rosso (1881); La scuola del matrimonio (1883); La zampa del gatto (1884); L’onorevole Ercole Melladri (1886); Resa a discrezione (1887); La tardi ravveduta (1887); La signora Challant (1894); Diritti dell’anima (1894); Come le foglie (1900); Il più forte (1904). Come librettista ricordiamo: La bohéme , Tosca, Madama Butterfly, scritti per Puccini. Nel panorama teatrale italiano, l’opera di Giacosa segna il passaggio dalla drammaturgia tardoromantica a quella del realismo borghese, che guardava soprattutto a Ibsen, ma con risultati alquanto inferiori. Forse Tristi amori e Come le foglie (certamente i suoi capolavori) ebbero più presente le istanze naturaliste francesi, soprattutto per il triangolo denaro-amore-onore che G. sviluppa ora con l’occhio al teatro intimista, ora con una certa attenzione al `teatro da camera’. Come le foglie è, ancora oggi, una commedia di sicuro successo, specie se affidata a una compagnia di complesso. Il teatro di Giacosa, in tempi recenti, ha interessato studiosi come Roberto Alonge e Anna Barsotti, quest’ultima gli ha dedicato una monografia (1973). L’analisi specifica sulle opere ha certamente aperto delle nuove prospettive evidenziando, sempre più, il rapporto tra natura e società, ovvero tra ‘ideale’ e ‘reale’; tra piccola e grande drammaturgia. L’attenzione, pertanto, si è spostata verso il significato di ‘crisi’ di fine ‘800, e sui modi in cui il drammaturgo è riuscito a portarla sulla scena, non solo assecondando e, nello stesso tempo, stravolgendo certi dogmi morali, ma intervenendo sulla stessa struttura del dramma, limitandone l’azione reale (la vicenda) e rivalutando l’azione scenica. Certamente Tristi amori e, successivamente, Come le foglie, costituiscono un momento di rottura nella storia della drammaturgia italiana.

Giusti

Elena Giusti fu nel panorama della rivista italiana la rappresentante dell’eleganza classica, facendosi confezionare a sue spese dal sarto Schubert modelli raffinati ed esclusivi che potevano arrivare al costo esplosivo di un milione cadauno. Iniziò la carriera, come lei stessa ha confessato, scappando da casa, a Malta, nel 1938, a diciasette anni e a quarantasei chili, battezzata con un nome d’arte esotico, Elena Napir. Fu scritturata per uno show d’arte varia in tournée coloniale in Africa per 130 lire al giorno, facendo un’audizione a Roma in un pessimo inglese e con una gonnellina hawaiiana molto kitsch. Naturalmente la famiglia non era favorevole, il padre tentò in ogni modo di dissuadere la figlia cui aveva fatto studiare il piano e la stenodattilografia. Ma la signorina Elena Giusti aveva deciso ed ebbe anche un suo personale successo: girò sette mesi, fece il canale di Suez in cammello, ebbe flirt molto altolocati. E il dado del varietà era tratto, in un ambiente allora considerato poco conveniente per una ragazza di buona famiglia che nel 1941-42 ebbe il suo debutto italiano a Milano accanto al Trio Lescano e Natalino Otto in Fantasia musicale e a Roma in Maddalena dieci in condotta, parodia di un famoso film. Oltre agli spettacoli di beneficenza dell’epoca, nel 1943-44 la G. figura in locandina a Roma con Che ti sei messo in testa? di Galdieri con Totò che imita Aligi in La figlia di Ionio e la Magnani che inneggia alla libertà polemizzando alla grande con i nazisti in sala. E sempre con Totò sarà nel 1944-45 in Con un palmo di naso accanto alla Merlini e Lucy D’Albert, passando lo stesso anno anche col `bauscia’ Tino Scotti nello show Ridiamoci sopra . Nel 1943-44 è con De Sica e la Merlini in Ma dov’è questo amore? e nel 1944-45 è la soubrette del Cappello sulle 23 di Morbelli, con Spadaro e Viarisio, regia di Mastrocinque. Si trasferisce a Napoli, dove nel 1945-46 recita in Polvere di Broadway, accanto al cremonese U. Tognazzi, che diventerà poi il suo partner fisso per tre stagioni con epicentro al Lirico di Milano.

Ma prima la Giusti lavora per Garinei e Giovannini in Si stava meglio domani (1946-47) accanto alla `maestra’ W. Osiris e a G. Agus e soprattutto impara l’arte da Totò in Ma se ci toccano di Nelli e Mangini, C’era una volta il mondo nel 1947-48 e Bada che ti mangio , sempre obbligata, come tutta la compagnia, a correre alla bersagliera sulla passerella, fino allo sfinimento. Svezzata con l’attività radiofonica («la voce di cristallo dell’Eiar») e al fianco dello chansonnier O. Spadaro, la Giusti lavora con i grandi comici dell’epoca e si afferma definitivamente all’inizio degli anni ’50. Con Macario è la soubrette di Votate per Venere , nel 1950-51, accanto ad altre bellezze in ascesa come F. Lillo, D. Gray e L. Masiero, oltre a Bramieri; con C. Dapporto lavora in Buondì zia Margherita di Galdieri nel 1948-49. È la soubrette classica, al servizio del comico di cui sopporta occhiate maliarde e qualche battuta dozzinale, ma in compenso indossa e cambia a ripetizione vestiti così sfarzosi che mandano in tilt le signore delle prime file. Con Tognazzi, che si vanta di aver scoperto, fa coppia fissa, è la soubrette ufficiale di tre riviste scritte da Scarnicci e Tarabusi: Dove vai se il cavallo non ce l’hai? (1951-52), (in cui la G. canta “Scalinatella” come una turista americana a Napoli), Ciao, fantasma (1952-53) e Barbanera bel tempo si spera (1953-54), in cui appare anche la `spalla’ di Tognazzi, il giovane R. Vianello. Dopo aver abbandonato lo sfortunato show Baratin con T. Scotti nel 1954-55, per cui le chiesero 32 milioni di danni (ma ne pagò soltanto 7), e dopo una tournée come cantante in America, la G. dà l’addio alle scene ancora giovane – scegliendo il ruolo di madre e aprendo poi una ricca boutique a Milano – con Il diplomatico (1959) in cui, già incinta, apparve per l’ultima volta al fianco di Dapporto, alla fine di un’epoca.

Gassman Paola

Figlia d’arte, la madre e stata Nora Ricci, prima moglie di Gassman, Paola Gassman si diploma all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ di Roma nel 1968 e subito dopo debutta con lo Stabile dell’Aquila, recitando in un testo di Osborne tratto da Lope De Vega. Per tre anni lavora con L. Ronconi (1968-70), poi, il sodalizio artistico e umano (divengono marito e moglie) con Ugo Pagliai, che in quegli anni era in ditta con Lilla Brignone. Nel 1981 si forma la compagnia Pagliai-Gassman-De Santis, con cui nello stesso anno allestisce Il gatto in tasca , adattamento del testo di Feydeau di R. Lerici, con la regia di Proietti e l’anno dopo Il bugiardo di Goldoni, per la regia di A. Piccardi. Sempre con il marito recita nella compagnia Teatro e Società in Il piaceredell’onestà (1984) di Pirandello, regia di M. Castri, Giobbe (1985) di Karol Wojtyla, diretto da K. Zanussi e Domino (1987) di Marcel Achard, regia di L. Squarzina. Nell ’87 partecipa all’allestimento de Il mercante di Venezia , diretto da O. Costa e presentato a Taormina Arte. L’anno dopo si forma l’inossidabile compagnia Pagliai-Gassman che produce numerosi spettacoli tra i quali: Scene di matrimonio (1988) di I. Svevo, Sogno di una notte di mezz’estate (1991) di Shakespeare con la regia di Mauro Bolognini e Ifigenia in Aulide (1992) di Euripide, presentati entrambi al festival di Borgio Verezzi. E ancora, Giù dal monte Morgan (1993) di A. Miller, regia di M. Sciaccaluga, Vita col padre (1994) di H. Lindsay e R. Crouse e Federico e la luna (1995), omaggio a García Lorca ideato e interpretato dalla G. e Pagliai. Nel ’98 recita nel testo del padre O Cesare o nessuno, sulla vita e il mito di Edmund Kean, regia dello stesso Vittorio Gassman.

Gassman Vittorio

Genovese di nascita ma romano d’elezione e formazione, Vittorio Gassman ha debuttato ventenne a Milano nella Nemica di Niccodemi con A. Borelli, per affermarsi subito dopo all’Eliseo di Roma, tanto da associare ben presto il suo nome a quelli di Adani-Calindri-Carraro, passando con pari bravura dal genere brillante al drammatico, dal divertimento sofisticato alla commedia borghese. È salito ai vertici della gerarchia di palcoscenico con la compagnia diretta da Visconti, di cui facevano parte Ruggeri, Stoppa, R. Morelli, P. Borboni, V. Gioi. Esuberante Kowalski in Un tram che si chiama desiderio di T. Williams, capace di trascorrere dagli shakespeariani Rosalinda o come vi piace e Troilo e Cressida a un alfieriano Oreste di fin troppa compiaciuta enfasi, è stato poi protagonista con il T. Nazionale diretto da Salvini (assieme a Girotti, Foà, V. Gioi, E. Albertini) dell’ibseniano Peer Gynt , della Commedia degli straccioni di Caro, di Detective Story di Kingsley, del Giocatore di Betti. Con Squarzina ha fondato e codiretto il Teatro d’Arte italiano (1952-53) mettendo in scena un Amleto in versione integrale, il fin allora mai ripreso Tieste di Seneca, I Persiani di Eschilo, Tre quarti di luna di Squarzina. Interprete tragico per antonomasia, in familiarità con i classici greco-latini, è stato particolarmente attratto da Shakespeare, contribuendo a rendere memorabile l’ Otello (1956-57) in cui si scambiava con Randone i ruoli del Moro e di Jago.

La sua esuberanza giovanile lo ha indotto talvolta a concedere un po’ troppo al virtuosismo del grande attore di matrice ottocentesca, moltiplicandosi, ad esempio, nei nove personaggi dei Tromboni di Zardi (quasi coevi alla serie televisiva Il mattatore ) o lasciandosi tentare dal congeniale Kean nel suo O Cesare o nessuno (1975), specchio del genio e sregolatezza degli anni verdi, poi pienamente governato nella più sorvegliata maturità. Fino all’ultimo fedele al teatro di parola, restìo ad avanguardismi di facciata, cresciuto con il culto della `foné’, ha avuto in odio il minimo difetto di pronuncia, un accento sbagliato, un’inflessione dialettale, il suo credo artistico essendo rimasto sostanzialmente fedele a una drammaturgia di scrittura alta, fino a cimentarsi nell’avventura generosa dell’ Adelchi di Manzoni fatto conoscere a mezzo milione di spettatori, dal suo itinerante Teatro Popolare con ‘chapiteau’ circense (1960-63). Tentato dal cinema (ha interpretato oltre cento film, riscuotendo particolare successo sul versante comico-farsesco con film come I soliti ignoti e L’armata Brancaleone), è tornato in palcoscenico a più riprese per riproporre Otello venticinque anni dopo, affrontare Macbeth (con la Guarnieri), inscenare un collage dostoevskijano con gli allievi della Bottega del teatro da lui fondata a Firenze e portare a Los Angeles e ad Avignone i sempre più prediletti assemblaggi di autori vari. Con il figlio Alessandro (1962) avuto da Juliette Maynel, ha ripreso Affabulazione di Pasolini (1986), è stato Achab nel Moby Dick tratto da Melville (1992) e ha affrontato lo scontro generazionale nell’autobiografico Camper (1994), avversato dalle sue ricorrenti crisi depressive. Particolarmente rilevante è stato lo spazio concesso, nei sempre più frequenti recital, a poeti d’ogni età e Paese, soprattutto alle consentanee cantiche dantesche. È stato sposato con le attrici Nora Ricci (da cui nel 1945 ha avuto la figlia Paola, anch’essa attrice), Shelley Winters, Diletta D’Andrea.

Gassman Alessandro

Alessandro Gassman esordisce senza troppo clamore nel 1982 nello spettacolo I misteri di Pietroburgo, con la regia del padre Vittorio. Nel 1984, sempre a fianco del padre, interpreta una rivisitazione di Affabulazione di Pasolini. Poi comincia a sviluppare una ricerca autonoma e, nel 1988, lavora con Ronconi in I dialoghi delle Carmelitane e poi nel Sogno shakesperiano di G. Mauri. Successo e polemiche arrivano con Camper, interpretato di nuovo in coppia col padre, nel ’94. Da ricordare anche Uomini senza donne di Angelo Longoni, nel biennio 1993-1995 e, sempre in coppia con Gianmarco Tognazzi e ancora con Longoni, Testimoni nel 1996.

Grotowski

Jerzy Grotowski è uno dei grandi riformatori del teatro europeo, l’ultimo grande teorico e regista di un teatro concepito come occasione suprema di verità dell’umano. Studiò recitazione e regia alla scuola superiore d’arte teatrale di Cracovia e si perfezionò quindi a Mosca e in Cina. Tornato in patria diresse fra il 1957 e il 1959 alcuni spettacoli (Le sedie di Jonesco, Zio Vanja di Cechov) con cui si fece notare. L’avventura teatrale autonoma di Grotowski  inizia nel 1959, quando gli viene affidato un teatro nella città secondaria di Opole, così piccolo che prendeva il nome dalle tredici file di poltrone che lo costituivano (Teatr 13 Rezdow). Grotowski  mise in piedi un gruppo di collaboratori giovani come lui (fra cui il più importante è il drammaturgo Ludwik Flaszen; dopo qualche anno arriverà a fargli da braccio destro uno studente italiano residente in Norvegia, E. Barba) e iniziò un lavoro molto approfondito e sistematico di sperimentazione linguistica e pedagogica, con l’obiettivo dichiarato di cercare un teatro capace di resistere alla concorrenza del cinema e della televisione. Fra numerosi spettacoli messi in scena negli anni di Opole, si ricordano Orfeo di Cocteau, Caino di Byron, Faust di Marlowe, Mistero buffo di Majakovskij, Sakuntala di Kalidasa, Akropolis di Wyspiansky.

Tutti questi testi subivano un profondo processo di elaborazione drammaturgica, che spesso puntava a rinnovarne il senso attraverso un radicale spostamento di ambientazione e di clima psicologico, e insieme una sperimentazione, allora del tutto inedita, dello spazio scenico. Così Akropolis, testo fondamentale del romanticismo nazionale polacco, invece che nel palazzo reale di Cracovia, si svolgeva in un lager nazista, dove gli spettatori apparivano imprigionati insieme agli attori. Faust, invece, era rappresentato durante una sorta di ultima cena, di nuovo condivisa fra interpreti e spettatori. Il lavoro si concentrava però soprattutto sull’arte dell’attore: i suoi attori giunsero rapidamente alla pratica di un allenamento quotidiano sulla base di esercizi tecnici e creativi, ma soprattutto si sforzarono di superare limiti fisici e psicologici, per arrivare all’autentica `autopenetrazione’: lavoravano sulla voce, sul corpo, imparavano a trasformare le facce in maschere di carne, cercavano soprattutto un’estrema verità della presenza. «Per un anno», raccontava il suo attore più noto Riszard Cieslak, «ho lavorato come se potessi imparare a volare col mio corpo».

Nel frattempo il Grotowski  regista sconvolge tutte le regole: distrugge lo spazio separato dello spettacolo, elimina gli accessori artificiali come luci esterne e musiche registrate, mescola attori e spettatori, fabbrica spettacoli sorprendenti con materiali poverissimi, inventa aspri sarcasmi sui sacri testi della drammaturgia polacca. Da Opole il teatro si trasferisce nel 1965 a una città molto più importante come Wroclaw, ma sempre in uno spazio molto piccolo e sotterraneo, denominato programmaticamente Teatr Laboratorium. Incominciano ad arrivare qui dei visitatori europei, qualche spettacolo come Il principe costante e Apocalypsis cum figuris arriva in Occidente, suscitando enorme interesse. Un suo libro, Per un teatro povero compilato con E. Barba, diventa la bibbia della sperimentazione teatrale di tutto il mondo, dal Sudamerica al Giappone. Nel momento del trionfo internazionale, verso il 1967, G. fa una gesto imprevedibile: abbandona il teatro, almeno il tradizionale `teatro dello spettacolo’. Nel suo progetto di riscatto del teatro come `spazio dell’incontro’ non gli basta più nemmeno l’estremismo delle sue messinscene aspre e perfette. Vuole più verità, non può più accettare il principio della finzione che sta alla base di ogni spettacolo.

Guida gruppi che lavorano per settimane in stanzoni vuoti, senza copione e senza spettatori, cercando `azioni organiche’, oppure li porta in luoghi naturali a prendere coscienza del corpo e del mondo, delle sostanze naturali. Inventa la `drammaturgia dell’incontro’, il ‘parateatro’, che conosce a sua volta verso la fine degli anni ’70 un momento di forte interesse. Ma neanche queste cerimonie segrete e commoventi, che arrivano in Italia a una celebre Biennale di Venezia, gli bastano a lungo. Esse hanno per lui il difetto di limitarsi all’incontro interpersonale, e con ciò di restare alla superficie del nocciolo più importante della natura umana. Grotowski  esplora allora le culture più diverse, alla ricerca delle tradizioni che usano il corpo in movimento come strumento di rivelazione e di esperienza: i neri del vodoo, i messicani, le canzoni degli indiani bauli. Riporta queste esperienze fisiche `della solitudine’ in una serie di seminari che si chiamano `teatro delle sorgenti’, lentamente delinea una teoria del performer come colui che è in grado di canalizzare nel suo corpo ricordi ancestrali ed energie cosmiche, teorizza `l’arte come un veicolo’. Tutta questa esperienza ricchissima, accumulata nel corso degli anni ’80 e ’90, non resta privata, si diffonde attraverso incontri, seminari, scambi, conferenze, che sono organizzati per lo più a Pontedera, dove ha sede il suo laboratorio, grazie al generoso aiuto del Centro di sperimentazione teatrale.

Appare qualche suo saggio sulla nuova teoria del performer, un film che illustra il suo lavoro; e in qualche occasione isolata e molto protetta è possibile a pubblici selezionati vedere le cerimonie (piuttosto che spettacoli) in cui si esprime l’ultima fase del suo lavoro: eventi rituali costituiti di semplici azioni fisiche e di canti fortemente evocativi, che colpiscono con una profonda suggestione emotiva i loro `testimoni’ (non più spettatori). G. è sempre di più il maestro di generazioni di teatranti: un maestro segreto, in apparenza silenzioso, ma essenziale.

Grassi

Figura di spicco nella Milano degli anni ’40, il giovanissimo Paolo Grassi organizza la Ninchi-Tumiati, fonda ‘Palcoscenico’, primo gruppo di teatro sperimentale italiano attivo alla Sala Sammartini di Palazzo Serbelloni: con lui ci sono Franco Parenti, Liana Casartelli, Giuliana Pogliani, Mario Feliciani, Speranza Pistoia, Giuseppe Migneco e Luigi Veronesi e si rappresentano testi di Pirandello, Roberto Rebora, Ernesto Treccani, Beniamino Joppolo, Tullio Pinelli, Cesare Meano, Leopardi (frequentatissimo in quegli anni il suo Federico Ruysch e le sue mummie ) e Yeats, O’ Neill, Synge, Evreinov, Cechov; nell’ultimo spettacolo, dato al Palazzo dell’Arte al Parco, prende parte anche il neolaureato attore all’Accademia dei Filodrammatici, G. Strehler. Nell’immediato dopoguerra è critico drammatico de “l’Avanti!”, dirige la collana teatrale della Rosa e Ballo dove appaiono, fra gli altri, testi di O’ Casey, Wedekind, Strindberg, Toller, Büchner, Majakovskij e con Strehler è attivissimo al Circolo Diogene, che svolge attività di letture, intorno al quale si muove il meglio del teatro italiano che, nel ’46, fa capo a Milano: ci sono Gassman, la Torrieri, Carraro, Ferrieri, Landi, Jacobbi, Ettore Gaipa; Grassi, fresco della regia di Giorno d’ottobre di Kaiser per la compagnia di Adani, presenta La linea di condotta di Brecht, e Strehler legge con Gassman e Carraro Il cancelliere Krehler di Kaiser e presenta l’ Edipo re nella nuova traduzione di Quasimodo.

Intrecciati così i loro destini, Grassi e Strehler fondano nel ’47 il Piccolo Teatro della Città di Milano, primo Stabile italiano: «Noi non crediamo che il teatro sia un’abitudine mondana, un astratto omaggio alla cultura (…) e nemmeno pensiamo al teatro come a un’antologia di opere memorabili del passato o di novità curiose del presente, se non c’è in esse un interesse vivo e presente che ci tocchi (…) Il teatro resta quello che è stato nelle intenzioni profonde dei suoi creatori: il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere. Perché anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale o nella loro responsabilità sociale. Il centro del teatro sono dunque gli spettatori, coro tacito e attento. Chiediamo la vostra solidarietà in questa nostra fatica» (dal programma dell’ Albergo dei poveri di Gor’kij, spettacolo inaugurale, 14 maggio 1947). G. resta alla direzione del Piccolo fino al ’68 con Strehler. Dal 1968 al ’71 ne mantiene alto e vivo il valore, da solo, con una programmazione eclettica che presenta nuove linee registiche e scenografiche, con una ventina di spettacoli, e apre nuovi spazi (decentramento e tendoni): arrivano il giovane Chéreau, la Mnouchkine con Grüber, Bellocchio, Scabia e i suoi `interventi’ in L’isola purpurea di Bulgakov e gli scenografi Arroyo, Allio, Luzzati insieme ai testi di Wedekind, Adamov, Gatti, Neruda, Dorst, ma anche il Brecht di Strehler ( Santa Giovanna dei macelli ), perché «morto Strehler non se ne fa un altro» dichiara consapevolmente. Dal 1972 al ’77 è sovrintendente alla Scala succedendo a Ghiringhelli e poi direttore della Rai. La storia di G. è quella di una grande amicizia – unica nella storia del teatro del ‘900 – che ha saputo salvaguardare e grandemente aiutare con forza e acutezza quel talento di Strehler che ha fatto di Milano il centro di cultura che tutta Europa ci ha invidiato.

Gaber

Giorgio Gaber (Gaberscik) inizia a esercitarsi con la chitarra a quindici anni per curare il braccio sinistro colpito da una paralisi. Studia economia e commercio alla Università Bocconi, pagandosi gli studi con le esibizioni al Santa Tecla di Milano, locale in cui nascono le sue prime canzoni e dove incontra amici e complici come Jannacci. In questo locale viene notato da Mogol che gli procura un’audizione per la Ricordi, a cui farà seguito un primo disco. Nello stesso periodo (fine anni ’50) intraprende la carriera nel gruppo rock’n roll dei Rocky Mountains; in seguito si esibisce in coppia con Maria Monti al Teatro Gerolamo di Milano con lo spettacolo Il Giorgio e la Maria . Dopo queste prime esperienze, negli anni ’60 si afferma con una vena più delicata e nostalgica, recuperando brani del repertorio popolare milanese. Passa poi a una dimensione decisamente più umoristica impegnandosi (dalla fine degli anni ’60) in un repertorio maggiormente attento all’attualità sociale e politica del Paese (forte è l’influenza di J. Brel). Appare in tv come conduttore in Canzoniere minimo (1963), Milano cantata (1964) e Le nostre serate (1965) oltre a numerosi altri spettacoli di varietà.

Nel 1965 sposa O. Colli. A Canzonissima (1969) presenta “Come è bella la città”, una tra le prime canzoni in cui traspare la sua sensibilità sociale. Nel 1970 il Piccolo Teatro di Milano gli offre la possibilità di allestire uno spettacolo: nasce così Il Signor G. (che resterà il suo soprannome), in cui le canzoni sfumano in monologhi dal gusto amaro e ironico, che trasportano lo spettatore in un’atmosfera vagamente surreale, in cui si mescolano sociale e politica, amore e speranza. A partire dagli anni ’70 l’unico riferimento artistico di G. è il teatro; egli si avvale della collaborazione di S. Luporini, pittore di Viareggio e suo grande amico, con il quale firma tutti i suoi spettacoli. G. diventa così cantante-attore-autore, o `cantattore’, con gli spettacoli Dialogo fra un impiegato e un non so (1972), Far finta di essere sani (1973), Anche per oggi non si vola (1974), Libertà obbligatoria (1976), Polli d’allevamento (1978), tutti prodotti con il Piccolo Teatro di Milano. Le sue storie sono quelle di un uomo qualunque, di un uomo del nostro tempo, con le speranze, le delusioni, i drammi e i problemi tipici dell’esistenza quotidiana. Tutti i suoi recital vengono ripresi in incisioni dal vivo. Nel 1980 scrive Io, se fossi Dio , atto d’accusa ispirato ai tragici avvenimenti del rapimento Moro. L’anno seguente, sulla scorta del successo degli americani Blues Brothers, forma con E. Jannacci il duo Ja-Ga Brothers rinnovando l’antica collaborazione degli esordi.

Nel 1981 ripropone in tv i suoi spettacoli teatrali più importanti nella trasmissione Retrospettiva ed è in teatro con lo spettacolo Anni affollati . Negli anni ’80 Gaber si sposta in direzione della prosa con gli spettacoli Il caso di Alessandro e Maria (1982) con M. Melato, sul rapporto uomo-donna, Parlami d’amore Mariù (1986), in cui G. descrive quella strana invenzione che è l’amore e Il grigio (1988), metafora di una spietata analisi introspettiva. Con gli anni ’90 Gaber riprende la forma di teatro musicale che gli è congeniale con Il Teatro Canzone (1991), spettacolo retrospettivo; Il Dio bambino , sull’incapacità dell’uomo di uscire dall’infanzia e di evolversi; E pensare che c’era il pensiero (1994), sull’assenza di senso collettivo e sull’isolamento umano; Gaber 96/97 , in cui sostanzialmente riprende il precedente spettacolo; Un’idiozia conquistata a fatica (1997-98), spettacolo di intervento sul contingente, legato all’isteria dei fanatismi politici e del mercato.

 

Giuranna

Diplomato all’Accademia d’arte drammatica ‘S. D’Amico’ nel 1958, Paolo Giuranna ha debuttato al Teatro stabile di Genova dirigendo Le colonne della società di Ibsen. Ha inaugurato il Teatro stabile dell’Aquila nel 1965. Dal 1959 al 1973 ha messo in scena trenta spettacoli per i Teatri stabili di Roma, Genova, Bologna, L’Aquila e per compagnie come Carraro-Porelli, Tieri-Lojodice, Buazzelli, Attori Associati; in prima rappresentazione nazionale ha proposto testi di Alfieri ( Il divorzio ), A. Miller, A. Adamov, E. Schwarz (Il drago), Buero Vallejo, Vico Faggi (Il processo di Savona ), A. Tolstoj (La potenza delle tenebre), G.B. Shaw (Il dilemma del dottore). Dal 1983 al 1986 ha diretto a Genova per il Teatro stabile la prima recitazione integrale in teatro della Divina Commedia con i più importanti attori italiani. Ha ottenuto il premio Verga per la regia nel 1967. Dal 1973 è stato attore e regista nella compagnia Attori Associati e dal 1980 ha recitato in spettacoli diretti da Costa, Krejca, De Lullo, Sbragia, Albertazzi, Squarzina. Ha svolto un’intensa attività didattica, iniziata per una precoce vocazione nel 1959 e proseguita ininterrottamente presso l’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’. L’incontro con V. Gassman lo porterà a insegnare alla Bottega teatrale di Firenze sino al 1992. Ha insegnato, inoltre, nelle scuole del Teatro stabile di Genova, del Teatro Bellini di Napoli, del Centro sperimentale di cinematografia e dell’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa. Ha diretto per la Raidue testi teatrali: Rumore d’incendio e Il segreto dell’erbe . Il dramma La vocazione del capitano Lang , tradotto in tedesco, è stato rappresentato in Svizzera, Austria e Germania. Con La ferita nascosta ha vinto nel 1986 il premio nazionale per la drammaturgia Luigi Pirandello.

Galdieri

Figlio del poeta Rocco, Michele Galdieri ne ereditò la delicata vena crepuscolare; i suoi copioni furono sempre abilmente intessuti di satira e sentimentalismo. Esordì con successo a Napoli nel 1925 (aveva appena 23 anni) con L’Italia senza sole . Due anni dopo, scrisse La rivista che non piacerà (titolo audace) esaltando la qualità dei fratelli Eduardo, Titina e Peppino De Filippo. A lui si sono affidati i più grandi interpreti: Totò e Anna Magnani, Odoardo Spadaro e Lucy D’Albert, Wanda Osiris e Carlo Dapporto, Renato Rascel e Nino Taranto, Aldo Fabrizi e Paola Borboni. Alcuni titoli: Strade (1932), E se ti dice va… tranquillo vai (1937); Mani in tasca, naso al vento (1940); L’Orlando curioso (1942); Volumineide (1943); Che ti se messo in testa? (1944); Imputati, alziamoci! (1945); Bada che ti mangio (1949); Chi è di scena (1954); La gioia (1963) segna il ritorno alla rivista `pura’, con Dapporto maliardo e gran raccontatore di barzellette in passerella nel sottofinale, che conta su Gianni Agus `spalla’ ideale e sulla soubrette Silvana Blasi reduce dalle Folies Bergère: nello spettacolo, a quadri staccati, (in controtendenza alle coeve commedie musicali ormai di gran successo, firmate Garinei & Giovannini), c’è `Agostino’ che rifà il Peppone di Guareschi, c’è Monsieur Verdoux, c’è l’anticlericale Gioachino Belli che scende dal piedistallo per dire bene, in versi, del Papa buono appena scomparso. La carriera di G. si conclude con I trionfi (1964-65), l’ultima grande rivista tradizionale, ancora con Dapporto insuperabile nel suo `Agostino’ (qui investigatore privato) e con Miranda Martino cantante-soubrette. Rivista curiosamente coetanea di un altro tentativo di restaurazione, Febbre azzurra 1965 di Amendola per Macario, con carico, `spalla’, soubrette e stuolo di girls e boys, quando su altre ribalte s’era già affermato il cabaret di Parenti-Fo-Durano o dei Gobbi, oppure commedie ormai poco musicali come Il giorno della tartaruga , di Magni-Franciosa-Garinei-Giovannini con Rascel e Delia Scala unici interpreti, tre ore di dispute coniugali con un impianto esplicitamente boulevardier.

Successo costante, dunque, quello di G., ma assai rilevante si considera l’apporto di Michele Galdieri alla storia della rivista del tempo di guerra. Gli si riconosce il ruolo di «vero creatore della grande tradizione della rivista italiana, a struttura totalmente `aperta’, a quadri staccati, quindi estranea all’influenza dell’operetta e del musical». Michele Galdieri seppe creare, come lo stesso Michele Galdieri ebbe a teorizzare, «con notevole estro e fantasia uno stile poi imitatissimo», che si reggeva su tre elementi costitutivi fondamentali: la coreografia, il sentimento, la satira. Dei tre elementi, quello della satira fu certamente predominante in tempi di censura assai attenta. «Cave canem Galdieri. Non grida, non si avventa. Ti accarezza, ti illude con parole di miele poi quando meno te lo saresti aspettato, ti ha morso con denti aguzzi. Ha spruzzato profumo e vi ha mescolato vetriolo…». Così scrisse Leopoldo Zurlo, il funzionario responsabile della censura teatrale dal 1931 al 1943. Onore al merito di un autore che seppe far ridere con allusioni satiriche sul regime fascista. In Disse una volta un biglietto da mille (1939-41), la formidabile accoppiata Totò-Anna Magnani (la struggente scenetta della “Fioraia del Pincio”) seppe argutamente sfottere il regime. “In pieno 1942 – come ricorda il figlio di Michele Galdieri, Eugenio – egli poté far risuonare in scena per centinaia di sere, a Roma, da un oscuro vestito da `pazzarello’, il grido: `Popolo, po’, è asciuto pazzo `o patrone!”‘. Altro aspetto importante della personalità artistica di Michele Galdieri, quello del talent-scout. Wanda Osiris ricordava: «Era un umorista finissimo, era regista, scriveva i testi, si occupava di tutto. Lavorare nella sua compagnia sarebbe stato un buon lancio per me. Mi misi subito a studiare come lui mi consigliava: impostai la voce con un maestro di canto, e andai a lezione di ballo da Gisa Geert». Nella rivista E se ti dice va, tanquillo vai (1937), la Osiris era la vedette, o come si diceva in gergo, `la primadonna di spolvero’, ossia non attrice né comica, ma personaggio che fa scena. E per l’occasione, la Osiris si dipinse tutta di marrone, in tempi in cui la tintarella integrale era desueta e i raggi Uva ignoti. Tra tutte le scene ideate, Michele Galdieri preferiva, a ragione, quella interpretata da Anna Magnani in “Chi è di scena?” (1954). Un’entrata a effetto: durante un quadro raffinato, tutto vezzi e moine da Commedia dell’Arte risciacquata nell’Arcadia, c’era l’ulro lancinante di una sirena e Nannarella che irrompeva di corsa scapigliata e urlante, una pirandelliana Figliastra dei Sei personaggi che «stanca dell’immobilità impostale dall’autore scese nella vita diventando donna da marciapiede». In 75 copioni, Galdieri seppe tracciare i lineamenti di un genere teatrale, la rivista, che ha divertito le platee più composite in quaranta stagioni irripetibili.

Guitry

Lucien Guitry esordisce molto giovane, sostenuto dal padre che affitta per lui una sala nel quartiere parigino di Saint-Denis. Entra a far parte della compagnia del Gymnase e quindi parte per una tournée con la Bernhardt in Inghilterra ( Ernani di Hugo e La signora dalle camelie di Dumas), poi passa al teatro Michajlovskij di San Pietroburgo. All’inizio del nuovo secolo la sua fama è all’apice: nel 1902 assume la direzione del teatro Renaissance di Parigi (ospita tra gli altri i lavori di Bernstein e Bataille), dove resta fino al 1910. Riprende allora le tournée internazionali (Sudamerica, Italia, Spagna). Dal 1919 inizia una proficua collaborazione col figlio Sacha che scrive appositamente per lui alcune pièce, per esaltarne le doti d’attore ( Pasteur ; Mon père avait raison ; Béranger ; Jacqueline ; Le lion et la poule ). Memorabili restano le sue interpretazioni di Molière: Tartufo (1923) e La scuola delle mogli (1924).

Girotti

Massimo Girotti intraprende la carriera di attore cinematografico nel 1939 con Dora Nelson di Soldati ma ottiene i primi importanti riconoscimenti con l’interpretazione di Gino in Ossessione di Visconti (1943) che lo consacrerà come uno dei volti più noti del neorealismo. Nel 1945 esordisce sul palcoscenico recitando per Blasetti in Il tempo e la famiglia Conway di J. B. Priestley e ne La foresta pietrificata di R. Sherwood (1946). Successivamente prende parte ad alcuni spettacoli diretti da Visconti: nel 1946 è Razumihin in Delitto e castigo di Baty da Dostoevskij accanto a Benassi, Stoppa, De Lullo e Zeffirelli e nel 1949 è Aiace in Troilo e Cressida nella celebre messinscena ai Giardini di Boboli. Pur continuando l’attività cinematografica, nel 1950 entra nella compagnia Nazionale diretta da Salvini con la quale recita negli Straccioni di A. Caro per la regia di Salvini, in Peer Gynt di Ibsen diretto da Gassman e, l’anno seguente, in Yo, el Rey di B. Cicognani ancora con la regia di Salvini e in Detective story di S. Kingsley allestito da Squarzina. Dopo aver interpretato Ippolito di Euripide a Siracusa per la regia di Costa, lavora ancora con Visconti in Contessina Giulia di Strindberg (1957), formando una compagnia con Brignone e Ninchi e ne Il giardino dei ciliegi di Cechov con la compagnia del Teatro stabile della città di Roma diretta da V. Pandolfi. Della sua carriera cinematografica sono da ricordare Cronaca di un amore di Antonioni (1950), Senso di Visconti (1954), Teorema di Pasolini (1968) e Passione d’amore di Scola (1981).

Ghini

Figlio di un partigiano di Parma deportato a Mauthausen, è politicamente impegnato sin da ragazzo (è stato consigliere comunale per il Pds a Roma) ma anche attore specializzato in ruoli brillanti e ironici fuori di macchietta (32 film, tra i quali l’intrigante Zitti e mosca di A. Benvenuti, in cui interpreta un riconoscibile parlamentare della Sinistra), spesso insieme all’ex-moglie N. Brilli. Nel 1995 ha interpretato il remake del il musical Alleluja brava gente accanto a S. Ferilli.

Giuffré

Formatosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica, Carlo Giuffé debutta nel 1949 con Eduardo De Filippo, restando con lui per due stagioni. Da allora la sua carriera sembra svolgersi su due binari divergenti: da un lato i ruoli di attore giovane dal fisico avvenente e dai fascini convenzionali, dall’altro una felice tendenza al comico e al grottesco. Dopo varie esperienze (fra le principali Chi è di scena? di Galdieri con Anna Magnani, Romagnola di Squarzina con Virna Lisi e La fantesca di Della Porta con Marcello Moretti), arriva nel 1963 la svolta decisiva: entra a far parte della mitica Compagnia dei Giovani (De Lullo-Falk-Valli-Albani), con la quale rimane per ben otto stagioni riuscendo, finalmente, a risolvere l’antinomia fra le sue due personalità d’attore, l’amoroso e il comico. Fu, fra l’altro, il Primo Attore nei Sei personaggi in cerca d’autore , Albino nella Bugiarda di Fabbri, Solionij in Tre sorelle , Guido Venanzi nel Giuoco delle parti , Michele in Metti una sera a cena di Patroni Griffi e, nel 1970, il duca d’Orange nell’ Egmont di Goethe diretto da Luchino Visconti, l’ultimo grande spettacolo prodotto dai Giovani. Poi i successi in serie colti con la propria compagnia, accanto al fratello Aldo, e da solo con Il piacere dell’onestà , Pane altrui , Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi . E infine l’approdo al grande repertorio eduardiano, spesso anche come regista: Le voci di dentro , Napoli milionaria! , Non ti pago e Natale in casa Cupiello.

Grossi

Pasquale Grossi frequenta la facoltà di architettura di Roma svolgendo contemporaneamente il suo apprendistato come assistente di Mischa Scandella e in seguito di Pierluigi Sammaritani. Ha debuttato al Festival dei due mondi a Spoleto ideando scene e costumi per Prima la musica poi le parole di Salieri con la regia di G. Menotti (1975) con il quale collabora assiduamente negli anni a seguire, creando la messinscena per Pellèas et Melisande di Debussy (Genova, Teatro Margherita 1981-82). Tranne alcune collaborazioni nel teatro di prosa con De Bosio (L’avaro di Molière) la sua attività si svolge soprattutto nel teatro lirico che gli è congeniale per la varietà degli interessi e delle possibilità espressive date dalla presenza della musica. Particolarmente importanti sono le collaborazioni con i registi: Ronconi per I vespri siciliani di Verdi; Puecher per La pietra del paragone di Rossini e Scene dal Faust di Goethe di R. Schumann (Teatro La Fenice Venezia 1984), Orlando di Handel (Teatro La Fenice 1985) e A. Fassini per cui disegna tra l’altro scene e costumi per L’Ormindo di F. Cavalli e Orfeo ed Euridice di Gluck. Interessanti sono le sue produzioni per il teatro di musica contemporanea come il Riccardo III di F. Testi con la regia di V. Puecher (Teatro alla Scala di Milano 1987), Cailles en sarcophage di S. Sciarrino per la regia di G. Marini (Venezia Teatro Malibran 1979) e Juana la loca e Goya entrambi di G. Menotti regia del medesimo. Le sue progettazioni sono caratterizzate da una interpretazione non realista dell’opera, ci suggeriscono la vicenda attraverso citazioni stilistiche simboliche.

Giarola

Antonio Giarola ha il merito di aver diffuso per primo in Italia la mentalità europea del circo di regia. Dopo una formazione al Dams, nel 1984 crea con lo spettacolo Clown’s Circus il primo esempio italiano di regia e drammaturgia applicate al circo tradizionale, come già avveniva da oltre un decennio in tutta Europa. Tale esperienza, seppur limitata al nord dell’Italia per un solo anno, suscita l’interesse della famiglia di Darix Togni che chiede all’artista veronese un nuovo approccio artistico, valorizzando considerevolmente il tipo di lavoro e fissando le basi per la creazione del celebre successo europeo Florilegio. Nel 1988 Giarola è co-fondatore dell’Accademia del circo. Nel 1991 e fino al 1994 crea a Verona il festival internazionale del circo città di Verona, la prima rassegna italiana a far confluire nel nostro Paese specialisti e artisti dai cinque continenti, con un concreto riconoscimento internazionale. Nel 1994 crea con Ambra Orfei lo spettacolo Antico circo Orfei – Omaggio a Federico.

Gil

Trasferitosi ancora ragazzo dalla natia Spagna nella Confederazione Elvetica, ha studiato a Losanna con S. Suter. Diciassettenne, è stato scritturato dai Ballets de Marseille, ove per lui R. Petit realizzò Les amours de Franz . Danzatore sicuro ed elegante, la sua carriera si è sviluppata in varie compagnie. È stato tra le file dell’American ballet e più volte si è esibito alla Scala. Ha ballato anche con Béjart, segnalandosi soprattutto per l’interpretazione del Sacre du printemps . Dal 1990 è étoile del Ballet de Monte-Carlo.

Ginzburg

Al teatro Natalia Levi Ginzburg arriva con ritardo rispetto alla narrativa, frenata – per sua ammissione – dalla paura della fisicità del pubblico e dal basso livello della nostra drammaturgia. Proprio in sintonia con la sua produzione maggiore, due sono state le linee dominanti dell’approccio: da un lato l’adozione di un linguaggio parlato che non fosse né dialettale, né letterario; dall’altro l’esplorazione – a livello tematico – del microcosmo familiare, spesso malamente avvelenato da spaccature insanabili. Le prime tre commedie – Ti ho sposato per allegria (scritta per Adriana Asti e rappresentata nel 1966), L’inserzione (portata sulle scene per la prima volta a Londra, Old Vic, nel 1968 e poi riproposta al San Babila di Milano nel 1969), Fragola e panna (allestita nel 1973) – prospettano uno schema tipico nell’opera della G., quello cioè dell’infelice e sottomessa donna di provincia umiliata dall’adulterio. Il fitto intrecciarsi dei dialoghi sostituisce già sin d’ora qualsiasi azione, costituzionalmente aliena ai suoi personaggi. La segretaria (1967) e La porta sbagliata (scritta nel 1968, trasmessa in televisione nel 1972 e rappresentata l’anno successivo a Lucca, Teatro del Giglio) allargano l’obiettivo su tutti i componenti della famiglia, moltiplicando i piani dell’analisi accrescendo la coralità. Entrambe le commedie sono attraversate da un profondo pessimismo e dalla convinzione che la solitudine sia il comune destino degli uomini d’oggi. Questo nucleo tematico, reso evidente attraverso i casi di sofferta infedeltà coniugale, sostanzia anche le opere successive più significative, da Paese di mare (1968, trasmessa in televisione nel 1972), all’ Intervista (portata sulle scene del Piccolo di Milano nel 1989 da Carlo Battistoni con l’interpretazione di Giulia Lazzarini e Alessandro Haber), agli atti unici Dialogo (scritto appositamente per la televisione nel 1970, trasmesso nel 1971) e La parrucca (rappresentata nel 1973 al Teatro Rendano di Cosenza).

Gregory

Allieva di Carmelita Maracci, Michel Panaieff e Rosselat, entra a far parte del San Francisco Ballet (1961) e poi dell’American Ballet Theatre, dove diventa prima ballerina (1965) e danza ruoli da protagonista in The Eternal Idol di Michael Smuin (1970) e Bach Partita di Twyla Tharp (1984). Crea ruoli in At Midnight di Eliot Feld (1967), Brahms Quintet di Dennis Nahat (1970), The River – di Ailey (1971) e interpreta balletti di repertorio come Raymonda di Nureyev (1975), La Sylphide , Coppélia , La Bayadère . Temperamento brillante e versatile, è ballerina di stile autenticamente classico.

Garella

La formazione di Nanni Garella avviene, tra il 1978 e il 1981, all’Accademia di arte drammatica Antoniana di Bologna e al Centro teatrale bresciano presso il quale opera come regista dal 1982 al 1988 affinando la sua ricerca su riletture della tragedia classica alternate a testi di alcuni autori contemporanei quali Svevo, Strindberg, Osborne. Regie recenti sono: A piacer vostro di Shakespeare (compagnia del Teatro Filodrammatici), Anatol di Schnitzler (Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia, compagnia Glauco Mauri), Intrigo e amore di Schiller e Medea di Grillparzer (Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia), Esuli di Joyce (Centro teatrale bresciano). Dal 1992 inizia la sua collaborazione come regista con Nuova Scena – Teatro stabile di Bologna realizzando: Jack lo sventratore di Vittorio Franceschi, Gl’innamorati di Goldoni e Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello (1993), Ista laus pro nativitate et passione Domini dai laudari anonimi del Trecento perugino e da Jacopone da Todi, Arlecchino servitore di due padroni (1995-96), Lo spettro blu – cabaret traduzione e adattamento di G. Di Leva (1996), Woyzeck di Büchner (1997), Woyzeck-laboratorio su testi di Büchner, Il campiello di Goldoni (1998). Il suo lavoro si caratterizza anche per un’intensa attività di insegnante presso la Scuola civica di arte drammatica ‘P. Grassi’, l’Officina teatrale del Centro teatrale bresciano, la Bottega teatrale di Gassman, l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, la Scuola di teatro di Bologna. Si è occupato anche di regia lirica: La bohème (Aslico 1991) e Il campiello di Wolf-Ferrari (Bologna 1998).

Goncarova

Natalija Sergeevna Goncarova fu protagonista del movimento avanguardistico del Raggismo. Si dedicò in seguito alla scenografia, lavorando soprattutto per Diaghilev e poi per il Gran Ballet du Marquis de Cuevas. Le sue scene, di solito bidimensionali, furono caratterizzate da colori accesi ed elementi folcloristici, come ne Il gallo d’oro del 1914, opera-balletto di Rimskij-Korsakov, o in L’uccello di fuoco del 1925, balletto di Diaghilev. In altri casi le sue scene sono caratterizzate da toni più raffinatamente pacati e fiabeschi, come in Cenerentola del 1938, balletto di De Basil, o da linee poderose, asciutte e sobrie, come in Les Noces del 1923 su musica di Stravinskij.

Garland

Judy Garland è stata non solo una delle grandi glorie del cinema americano, non solo un’eccellente attrice, non solo una grandissima interprete di musical, ma anche, probabilmente, la più grande cantante bianca degli Usa. Una vita infelice quanto leggendaria: disastri sentimentali alternati a successi straordinari (e sempre meritati); alti e bassi finanziari per cui, alla sua morte, era indebitata per quattro milioni di dollari; una dipendenza, che le avevano creato, da pillole di calmanti e di rimontanti che finì per distruggerla; e una fantastica carriera in spettacolo che cominciò quando aveva pochissimi anni sulle tavole di un palcoscenico, parte di un numero (The Gumm Family) che poi diventò The Gumm Sisters, limitandosi alle tre figlie: Frances era la minore ma la più promettente. Nel 1934 le tre ragazze, ora The Garland Sisters , sono al Grauman’s Chinese Theatre a Hollywood con gran successo e la piccola Frances fa un’audizione per Louis B. Mayer, che la mette sotto contratto e le cambia il nome in Judy. Comincia una carriera cinematografica che verrà interrotta dalla Mgm con licenziamento il 17 giugno 1950. Judy Garland riemergerà dalla depressione qualche anno dopo; nel 1954 torna al pubblico osannante con un film, il suo migliore in campo musical, È nata una stella (A Star is Born) e un concerto al Palace Theatre di New York che si replica, battendo tutti i record, per diciannove settimane. Ancora una volta la sua infelice vita privata prende il sopravvento e per un lungo periodo la cantante alterna crolli nervosi, tentativi di esibirsi nei night club, tentativi di suicidio e progetti che non si realizzano. Nel 1961, due note positive: viene presentato il film Vincitori e vinti (Judgement at Nuremberg) dove G. ha un lacerante, magnifico ‘cameo’ per il quale viene candidata all’Oscar e poi, il 23 aprile, alla Carnegie Hall di New York tiene quello che i critici unanimi ritengono il suo migliore concerto (taluni si spingono a definirlo il miglior concerto in assoluto di una cantante pop): il disco che ne testimonia è a sua volta un successo ed è premiato con Grammy Awards. Televisione: Judy Garland ha interpretato alcuni ‘special’ di gran successo lungo gli anni (1955, ’57, ’62 e ’63), sicché il 29 settembre del 1963 la Cbs manda in onda il primo numero di un The Judy Garland Show . Nonostante una Judy Garland al suo meglio, lo show non decolla e va avanti sempre più stancamente fino al 29 marzo 1964; però i dischi che contengono qualche segmento di questo show ci fanno ascoltare una G. al massimo della sua forma. Dopo ci sono viaggi, tournée sempre più difficili, mariti sposati e divorziati a gran velocità, persino un grave insuccesso in un club londinese. È la fine. La cantante, sempre più dipendente dalle sue pillole, una notte supera la dose e l’indomani viene trovata morta nel bagno dal marito del momento, certo Mickey Deans.

Grossman

Politicamente impegnato, nel 1948 viene espulso dall’università e interdetto dalla pubblicazione di libri. Dal 1949 al ’50 gli è affidata la sezione drammatica del Teatro di Stato di Brno. Negli anni ’60 si trasferisce stabilmente al Divadlo Na Zábradlí (T. alla Balaustra), dove crea intorno a sé un attivo circolo culturale. Il suo repertorio annovera il drammaturgo Vaclav Havel – col quale stabilisce una stretta collaborazione – Jarry, Ionesco, Beckett e Kafka, di cui cura un adattamento scenico del Processo (1966). L’invasione sovietica del 1968 lo costringe a lavorare in provincia per alcuni anni. Torna a Praga nel 1983 con un repertorio di autori moderni e classici (Cechov, Sofocle, Molière, Webster, Goldflam). Il teatro di G. appare solidamente strutturato intorno al rigore analitico dei gesti degli attori. Collocandosi nella tendenza espressionista che caratterizza l’avanguardia céca tra le due guerre, G. non trascura un interesse per le tematiche del teatro dell’assurdo e per un ricorso alle suggestioni dell’immaginario.

Gala

Cordobese, debutta in teatro nel 1963 con I verdi campi dell’Eden (Los verdes campos del Edén), seguito da altri testi che si iscrivono in un realismo poetico e lacerato allo stesso tempo. Dal 1973, anno in cui ottiene un gran successo commerciale con Anelli per una dama (Anillos para una dama), tende ad avvicinare il suo teatro ai gusti del pubblico. G. è oggi forse il drammaturgo più noto in Spagna, benché la sua popolarità sia dovuta anche ai romanzi scritti negli anni ’80 e ’90, alla rubrica redatta per molti anni per un importante settimanale e alle sue numerose apparizioni in trasmissioni televisive. Nel 1988 firma un musical popolare, Carmen, Carmen , che rimane in cartellone a Madrid per varie stagioni.

Goslar

Dopo gli inizi come danzatrice con Gret Palucca e M. Wigman, si è dedicata al mimo, lavorando con Valeska Gert. Lasciata la Germania nel 1933, dal 1937 si è stabilita negli Usa dove la sua figura di mimo `clownesca’, fantasiosa e sorridente ha riscosso un immediato e duraturo successo. Nel 1943 ha fondato a Hollywood una scuola di movimento corporeo per attori, frequentata tra gli altri da G. Champion e M. Monroe; con il suo Pantomime Circus ha proposto per molti anni spettacoli di mimo segnati dalla sua inconfondibile vena ironica ( Clowns and other fools , 1966; Grandma always danced 1970).

ghiaccio,

La struttura dello spettacolo sul ghiaccio è quella della rivista, con grandi coreografie rese più spettacolari dalle innumerevoli combinazioni rese possibili dal pattinaggio sul ghiaccio. Lo sfarzo è quello tipico degli spettacoli parigini o di Las Vegas. In Europa lo spettacolo sul ghiaccio più conosciuto è Holiday on Ice, creato in America nel 1945 e diffusosi in tutto il mondo anche grazie ad attente strategie di marketing. Importato in Italia prima dalla Ivaldi, poi, dagli anni ’80, dall’organizzazione di Walter Nones già distintasi in precedenza per la creazione del Circo sul Ghiaccio. I responsabili della rivista (di recente è stata acquistata dalla potente casa di produzione televisiva olandese Endemoll) hanno, negli anni, scritturato i maggiori campioni internazionali di pattinaggio e affidato la composizione dello spettacolo anche a famosi creativi come Jérôme Savary. Altra compagnia che ha riscosso grosso successo è la Disney on Ice, prima impegnata nell’utilizzo dei più conosciuti personaggi di casa (Topolino, Paperino, ecc.), poi nello sfruttamento della grande pubblicità riservata agli ultimi lungometraggi (La Bella e la Bestia, Aladino, ecc). Nelle nazioni dove il pattinaggio è sport nazionale spettacoli simili nascono e muoiono a ritmo frequente, con la formazione di compagnie costituite da locali campioni della disciplina.

Guerra

Formatosi all’Istituto superiore delle arti del Teatro Colón, Maximiliano Guerra debutta nel 1983 con il Balletto argentino de la Plata per entrare due anni dopo nel Corpo di ballo del Teatro Colón, dove riveste i primi ruoli solistici. Vincitore del Gran premio al concorso di danza di Mosca nel 1988, nello stesso anno è chiamato a far parte come primo ballerino del London Festival Ballet e qui interpreta i maggiori ruoli del repertorio ottocentesco (Il lago dei cigni, Don Chisciotte), del ‘900  (Onegin di John Cranko, Etudes di Harald Lander) e crea parti in balletti di Christopher Bruce (Symphony in Three Movements, 1989); sempre in quegli anni è invitato a interpretare, primo artista non sovietico, Spartacus di Jurij Grigorovic con il Balletto di Novosibirsk. Nominato étoile del balletto della Deutsche Oper di Berlino nel 1991, amplia il suo vasto repertorio interpretando lavori di Béjart (L’uccello di fuoco), Hans Van Manen (Twilight), Kenneth MacMillan (Different Drummer), John Neumeier (Ondine); in seguito si dedica alla carriera di artista ospite delle maggiori compagnie del mondo, tra le quali quella del Teatro alla Scala (dove debutta tra l’altro in una creazione di William Forsythe, 1998) e del Teatro Colón. Insuperabile nel repertorio accademico virtuosistico (Diana e Atteone), si distingue anche per il notevole rigore interpretativo e stilistico.

Gambarotta

L’interesse per il teatro e il cabaret – parallelo a quello per la narrativa – lo ha portato ad assumere sia i panni di attore che quelli di autore. In quest’ultimo caso si è espresso con opere in italiano e in dialetto piemontese, tutte volte a percorrere ironicamente i segreti della `torinesità’. Storie di città , andato in scena per la regia di Esther Mollo al Teatro Erba di Torino nel febbraio del 1996, è sicuramente uno dei suoi lavori più significativi. Per la televisione, grazie alla quale è diventato famoso partecipando a Fantastico con Celentano, G. ha firmato, tra l’altro, Un derby fiabesco , trasmesso nel 1972.

Giani Luporini

Dopo aver studiato violino, Gaetano Giani Luporini si iscrive al Conservatorio di Firenze dove si diploma in Composizione. Ha al suo attivo musica da camera, sinfonica e corale. Nel 1968 ottiene la cattedra di Armonia e Contrappunto al Conservatorio di Firenze; si dedica quindi all’attività didattica, scrivendo saggi e tenendo conferenze sull’evoluzione della scrittura e del linguaggio musicale. Parallelamente a quella di compositore, ha svolto anche un’intensa attività pittorica, con mostre personali e collettive in Italia e all’esteto. Fra le sue opere di maggior rilievo ricordiamo: I misteri corali (1968), Spazi notturni (1969), Dieci epigrammi (1972), Degli angeli su testi di R. Alberti (1973), Aure poema per voci soliste (1976), il balletto Galgenlieder (1978), e l’opera il Sosia (1980), tratto da Dostoievskij, su testo di C. Orselli. Ha collaborato in teatro soprattutto con Carmelo Bene per gli spettacoli Majakowskij e Pinocchio (1981), Hölderlin-Leopardi (1983) e Adelchi (1984).

Garay

Versatile e dall’imponente presenza scenica G. ha saputo alternare ruoli drammatici a quelli più decisamente ironici. Attore di netta presenza è stato diretto da F. Enriquez ( La bisbetica domata ) e G. Strehler ( Santa Giovanna dei macelli , 1970). Nel 1981 è al Piccolo Eliseo di Roma dove recita in Line , testo di successo nei teatrini off-off Broadway, in compagnia di Pier Francesco Poggi e le Sorelle Bandiera. Nel 1984, insieme alla compagnia di A. Lionello, lavora in Monsieur Ornifle di J. Anouilh con la regia di L. Squarzina, e due anni dopo traduce e interpreta da protagonista La nonna dell’argentino Roberto Cossa, allestito con grande successo dalla compagnia Attori e Tecnici. In seguito, veste ancora i panni femminili in Giardino d’autunno di Diana Raznovich (1989), testo di cui cura anche la traduzione, e nel 1990 prende parte all’adattamento di G. Patroni Griffi di Black Comedy di P. Shaffer, con la regia di A. Terlizzi. Più di recente ha recitato in Lulù di Wedekind (1991) per la regia di M. Missiroli, in Una bottiglia piena di ricordi di K. Waterhouse (1992) con J. Dorelli, in Romeo e Giulietta di Shakespeare (1995) per la regia di G. Patroni Griffi e in Schweyk nella seconda guerra mondiale di Brecht (1996). Tra le sue partecipazioni cinematografiche ricordiamo Il caso Mattei di F. Rosi (1972), Allegro, non troppo di B. Bozzetto (1976) e Le due vite di Mattia Pascal di M. Monicelli (1985).

Grant

Studia in patria, poi a Londra (Royal Academy of Dancing, Sadler’s Wells School). Entra nel Sadler’s Wells Ballet (poi Royal Ballet) nel 1946 e ne diviene solista nel 1949, specializzandosi in ruoli di carattere; è primo ballerino dal 1950 al 1976. Direttore artistico del National Ballet of Canada dal 1976 al 1983, lavora anche con il London Festival Ballet / English National Ballet. Crea molti ruoli per Massine, Petit, Cranko e Ninette De Valois, ma soprattutto per Ashton. Fra le interpretazioni più memorabili di G., il Buffone in Cinderella , Bottom in The Dream e Alain nella Fille mal gardée .

Goering

Segnato sin da giovanissimo dal suicidio del padre e dalla follia della madre, Reinhard Goering studia medicina a Jena, Berlino e Monaco. Lavora come medico militare nel 1914 e contrae la tubercolosi. Avvicinatosi all’espressionismo, nel 1917 scrive Battaglia navale (Seeschlacht) che viene messa in scena a Dresda nel 1918 provocando uno scandalo. L’opera viene ripresa a Berlino e lodata come uno dei lavori teatrali più belli che la guerra abbia ispirato. I sette marinai che attendono la morte su una nave da guerra, prigionieri dei loro sogni e delle loro angosce, sono il simbolo del pacifismo di un’intera generazione. Un’altra sua celebre opera, La spedizione al polo Sud del capitano Scott (Die Südpolexpedition des Kapitan Scott), messa in scena per la prima volta da Jessner nel 1930, si rivela come una delle opere più ricche e strane del repertorio espressionista; per entrambi questi lavori gli viene conferito il premio Kleist. Rifugiatosi in Svizzera, affetto da disturbi mentali, G. si disinteressa del destino delle sue opere e non assiste mai alle loro rappresesentazioni. Viaggia in Francia e in Finlandia prima di stabilirsi a Berlino. Affetto da un cancro, Reinhard Goering si avvelena nel 1936.

Gufi,

Gruppo formato da Roberto Brivio (Milano 1938), Gianni Magni (Milano 1942 – ivi 1992), Lino Patruno (Crotone 1935), Nanni Svampa (Milano 1938). I Gufi è qundi un quartetto di teatro-cabaret in attività per soli cinque anni, dal 1964 al ’69, con un fuggevole ritorno nel 1980; eppure, a distanza di trent’anni dal suo scioglimento (per dissapori interni, non per crisi artistica) viene sempre citato e ricordato. Non a caso, ancora oggi, la locuzione `ex Gufo’ accompagna il nome di Brivio, Patruno e Svampa (Magni è scomparso prematuramente) nel riferire della loro attività, in scena o, più raramente, in tv. In quattro, ciascuno con un personaggio ben definito, frutto delle esperienze precedenti la costituzione del complesso. Roberto Brivio, detto il `cantamacabro’ per aver scritto e interpretato canzoni intinte in umor nero, ambientate in camposanto, tra lapidi e loculi, da “Cipressi e bitume” a “Scheletri, amati scheletri”, da “Il cimitero è meraviglioso” a “Vampira tango”. Gianni Magni, il `cantamimo’: gesti precisi e saettanti, un sorriso superdentato (che accentuava una già straordinaria rassomiglianza a Dario Fo), fu il responsabile dei movimenti coreografici del quartetto. Lino Patruno, il ‘cantamusico’, interprete talentuoso di musica jazz stile New Orleans al banjo e alla chitarra, già leader della Riverside Jazz Band milanese. Nanni Svampa, il `cantastorie’, laureato in economia alla Bocconi, ricercatore di motivi popolari lombardi e interprete di un’importante raccolta storica di canzoni milanesi edita negli anni ’70 dalla Durium (“Milanese”, accanto a “Napoletana” di Roberto Murolo e “Romana” di Sergio Centi); traduttore, in lingua e in dialetto meneghino, e interprete, delle canzoni di Georges Brassens.

I Gufi debuttarono in marzo-aprile 1964 nel locale Captain Kidd di Milano, poi, per due anni, ebbero impegni costanti in locali di Milano (Derby, Lanternin), Torino (Los Amigos), Viareggio (La Bussola), Firenze (Cabaret 75). Nel gennaio 1966 l’esordio in teatro, al Fiammetta di Roma, con Il teatrino dei Gufi e nel febbraio 1966 cinque puntate del varietà tv Studio uno e due puntate di Aria condizionata . La tournée di Il teatrino dei Gufi procede da febbraio a maggio nei teatri e d’estate sulle spiagge. Lo spettacolo si replicherà per tutta la stagione successiva con grande successo. Una serie ininterrotta di rappresentazioni, con i quattro che, alla maniera dei Frères Jacques, indossano calzamaglia e bombetta nera, alternano canzoncine e scenette, fondono in un ritmo senza pause le loro esperienze e le loro capacità espressive. Dall’ottobre 1967 al maggio ’68, portano nei teatri della penisola un cabaret scritto con Luigi Lunari, dal titolo Non so, non ho visto, se c’ero dormivo ; nella stagione successiva, si rinnova la collaborazione con Lunari per Non spingete, scappiamo anche noi . I giudizi sono positivi: «Nelle mani dei G. il cabaret ha saputo divenire teatro, nel senso che le successioni di canzoni, il loro collegamento, le entrate e le uscite in palcoscenico, le luci, l’impianto allusivo degli elementi di costume e di trucco, il ritmo dello spettacolo, tutto, sotto la spinta di un’acuta e accorta regia, si compone in organico spettacolo teatrale, in una resa espressiva sostenuta senza smagliature e cedimenti di tono sino alla fine» (“Il Resto del Carlino”). Dopo Non spingete… , il quartetto, per la defezione di Gianni Magni (che tenta una via da solista, con scarsa fortuna), si frantuma. Roberto Brivio torna a cantare in cabaret i suoi macabri, ma anche sapide parodie strappalacrime in un inventato dialetto meridionale (“La ballata di li mammi”, “La ballata di li casalinghi”) o amene rivisitazioni storiche (“Va longobardo”). Passerà poi, con Grazia Maria Raimondi, a proporre spettacoli di operetta e a interpretare, per le feste carnevalesche del comune di Milano, il personaggio di Meneghino, con la Raimondi nel ruolo di Cecca. Nanni Svampa e Lino Patruno, con Franca Mazzola, nell’ottobre 1969 presentano al Piccolo Teatro di Milano e poi in Lombardia un’antologia di canzoni lombarde dal titolo “La mia morosa cara”. Seguirà, con la stessa formazione Svampa-Patruno-Mazzola, lo spettacolo Patampa , in tournée, con canzoni vecchie e nuove.

In repertorio, il motivo “Povero Cristo” di Svampa-Patruno, dai forti toni anticlericali: «Povero Cristo povero Gesù – tu non avevi detto – ascolta tu sei Pietro – e come mio discepolo – tu fonderai la Banca – Cattolica del Veneto»; e ancora non s’era parlato dello scandalo Ior e di monsignor Marcinkus. Altro spettacolo di intensa forza satirica, nel 1974, fu Pellegrin che vai a Roma , testi di Svampa e Michele L. Straniero per la regia di Fulvio Tolusso, con Svampa-Patruno in ditta e una compagnia con Rita De Simone, Maria Grazia Bon, Remo Varisco, Raffaele Fallica, Augusto Bonardi e, nel ruolo di venditore-guardia svizzera-poliziotto-paramilitare, il pianista Gaetano Liguori, oggi tra le più rappresentative figure del jazz italiano. Nel 1980-81, su sollecitazione amichevole del settimanale “Telepiù”, ci fu una ricomposizione del quartetto, per una serie di trasmissioni televisive realizzate negli studi di Antenna 3 Lombardia, antenna privata all’epoca diretta da Enzo Tortora, che in diretta presentava varietà di successo, da Ric e Gian show a La bustarella con Ettore Andenna, da Il pomofiore con Lucio Flauto e Il bingo con Renzo Villa a cabaret con coppie di comici esordienti: Zuzzurro e Gaspare, Massimo Boldi e Teo Teocoli, per la regia di Beppe Recchia. La rentrée dei G. ebbe successo, e procurò scritture anche in Rai. Poi le strade dei quattro interpreti si divisero ancora, e per sempre. Brivio interpreta operette, Patruno suona jazz e cura colonne sonore, Svampa ripropone Brassens e il folclore lombardo.

Gray

Venne scelta da Garinei e Giovannini per Gran Baraonda , sontuosa rivista (1952-53) con la Osiris che gorgheggia “M’hai rapito il cuore sussurrandomi: chérie chérie chérie chérie”; altre canzoni di successo (musica di Kramer), “In un vecchio palco della Scala” e “Un bacio a mezzanotte”, con il Quartetto Cetra. Comico A. Sordi, in un famoso sketch (poco apprezzato dal pubblico) in cui prendeva garbatamente in giro la Wandissima, e lei spiritosamente d’accordo nella smitizzazione del personaggio. Per la scelta bizzarra di un `nome d’arte’ maschile, protagonista del famoso romanzo di Wilde, la soubrette venne presa in giro da tutti i colleghi, che via via le suggerivano altri pseudonimi: Ettore Fieramosca, Giovanni dalle bande Nere, Capitan Fracassa e via celiando. Sempre con la Osiris, D.G. fu in Made in Italy di Garinei e Giovannini; in quell’occasione la G. fece arrabbiare la Osiris presentandosi in scena con un abito di Schubert più ricco e sontuoso di quello, anch’esso firmato Schubert, destinato alla Wandissima. Dotata di un caratterino tutto pepe, D.G. escogitava mille trucchi per farsi notare. E ci riusciva: un critico, abbagliato da una travolgente passerella, lodò «le magnifiche caviglie di D.G., scoperte fino all’inguine». Aveva partecipato (1950-51) a Votate per Venere con Macario, E. Giusti, Bramieri; divenne primadonna nella stagione 1954-55 con Passo doppio di Scarnicci e Tarabusi; nel cast, Bramieri, Vianello e Tognazzi. Indossava una «formidabile serie di elegantissime toilettes: la sera della prima – notò il critico Mario Casalbore – D.G. entrava al finale con una crinolina di proporzioni enormi, al punto che buona parte degli attori, per mancanza di spazio, doveva uscire di scena!». Nelle repliche, la crinolina venne ridotta a più miti dimensioni. «Fu il mio ultimo spettacolo teatrale: il cinema mi apriva le braccia» dichiarò. Fu sullo schermo in Mani in alto! con Rascel, in Totò, Peppino e la malafemmena , in Le notti di Cabiria di Fellini e Il grido di Antoniani.

Gherardi

Esordì nel 1918 all'”Avvenire d’Italia”, passando nel 1922 al “Resto del Carlino”. Con lo pseudonimo di M.G. Gysterton, portò sulle scene nel 1923 la commedia Vertigine che gli valse il suo primo successo. Nel 1922 fondò a Bologna, con Lorenzo Ruggi, il Teatro Sperimentale che presentava novità di autori italiani sia noti che debuttanti. Dal 1935 si trasferì a Roma consacrandosi definitivamente al teatro, sia come autore che come regista, con qualche incursione in ambito cinematografico soprattutto come scenarista e dialoghista. Tra le numerose commedie che scrisse, pregevoli per costruzione, ma carenti d’originalità, va ricordata la dialettale Spanezz , ancora rappresentata.

Ghione

Dopo l’Accademia ha debuttato come attrice giovane con S. Tofano. Inizia la carriera sostenendo sempre ruoli di protagonista sia in teatro che in televisione con attori come: L. Brignone, G. Santuccio, R. Ricci, R. Morelli, P. Stoppa, S. Randone, P. Borboni, diretta da registi quali O. Costa, F. Enriquez, E. Fenoglio, S. Bolchi, R. Guicciardini, M. Ferrero. Si ricordano in televisione le sue interpretazioni di Madame Curie , I Buddenbrook , Estate e fumo , La donna del mare, I corvi. In teatro le principali prestazioni sono: La dodicesima notte e Pene d’amor perdute , di Shakespeare, Elettra di Sofocle, Antigone e Filippo di Alfieri, Casa di bambola e La donna del mare di Ibsen, L’importanza di chiamarsi Ernesto di Wilde, Così è se vi pare di Pirandello, Il gabbiano di Cechov, Candida e La professione della signora Warren di Shaw, Letto matrimoniale di Hartog, Il lutto si addice ad Elettra di O’Neill. Dal 1980, a Roma, ha dato vita e dirige unitamente al marito Christopher Axworthy, il Teatro Ghione, creando anche una compagnia stabile.

Gatti di vicolo Miracoli

Gatti di vicolo Miracoli è gruppo di cabaret formato da Gianandrea Gazzola, Umberto Smaila, Jerry Calà, Mini Salerno e Spray Mallory. I cinque si incontrano sui banchi del liceo a Verona. Lavoreranno insieme dal 1971, anno in cui debuttano al Derby club di Milano rinnovando la verve del cabaret musicale dei Gufi. Fino al 1975 presentano una serie di spettacoli con sketch satirici alleggeriti da brani musicali, regista di queste cabarettate è Arturo Corso (stretto collaboratore del teatro di Dario Fo). Dal 1976 del gruppo non fanno più parte Gianandrea Gazzola e la Mallory e rientra Franco Oppini (che aveva già fatto una fugace apparizione agli esordi del gruppo) con il quale la formazione rimane stabile fino al 1981 quando abbandona il gruppo Jerry Calà. Oltre a presentare recital hanno anche girato con la tournée teatrale dello spettacolo Slogan rock opera . Ma è soprattutto la tv a renderli celebri con Non stop di Enzo Trapani (1977). Sempre insieme interpretano due film diretti da C. Vanzina: Arrivano i gatti , del ’79, e Una vacanza bestiale , del 1980. Dopo queste esperienze il gruppo si scioglie e ognuno procede per la propria strada.

Genova

Nato nel 1951 il Teatro di Genova è unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti teatri pubblici d’Italia. Diretto dal 1955 da Ivo Chiesa ha la sua sede istituzionale al Teatro della Corte, ultimato nel 1991, ma dispone anche di una seconda sala, il Teatro Duse. La sua produzione è vastissima e le stagioni in sede sono accompagnate anche da lunghe tournée in Italia e nel mondo. La sua compagnia è stata più volte fra le protagoniste dei festival di Parigi, Zurigo, Edimburgo, Avignone; all’Holland Festival, alla World Theatre Season di Londra, oltre che nei teatri di Leningrado, Mosca e New York. La compagnia è formata da un nucleo di attori che lavorano insieme da molti anni e da guest artists scelti fra i più importanti della scena nazionale. Tra i registi da ricordare Squarzina (codirettore con Chiesa dal 1963 al 1976) e oggi M. Sciaccaluga (regista stabile da diciassette anni); inoltre hanno lavorato a Genova: Costa, De Bosio, Marcucci, Pagliaro, Petri, Ronconi, Zeffirelli, De Monticelli. Una profonda vocazione europea inoltre ha richiamato nomi come Arias, Gaskill, Hands, e particolarmente importante la presenza formativa di Otomar Krejca, Peter Stein e Benn Besson. Il teatro infine gestisce e organizza anche attività didattiche oltre ad aver fondato il Museo-biblioteca dell’attore.

Galli

Allieva della Scala, nel 1910 danzò in Pietro Micca di Manzotti. Partita in seguito per gli Usa, fu prima ballerina a Chicago e al Metropolitan di New York. Qui sposò l’impresario del teatro Gatti Casazza e, ritiratasi dalle scene, si dedicò all’insegnamento nel grande teatro newyorchese.

Guare

Rivelò le proprie qualità (senso teatrale, vivacità satirica, ricchezza del linguaggio) con l’atto unico Muzeeka (1968) e debuttò a Broadway con La casa delle foglie blu (The House of Blue Leaves, 1970), da lui stesso definita un incrocio fra Strindberg e Feydeau. `Commedie nere’, accusate a volte di eccessivo cerebralismo, sono anche le successive Ricco e famoso (Rich and Famous, 1974); Gardenia (1982); Sei livelli di separazione (Six Degrees of Separation, 1990); e Quattro babbuini che adorano il sole (Four Baboons Adoring the Sun,1992). Nel 1971 scrisse il libretto di un musical rock tratto dai Due gentiluomini di Verona di Shakespeare.

Guillem

Formatasi in quell’autentica fucina di talenti che è la scuola dell’Opéra di Parigi, Sylvie Guillem ha saputo imporsi come una delle più grandi ballerine del nostro tempo. Nel 1983 vince la medaglia d’oro al Concorso internazionale di Varna, mentre l’anno successivo entra nel Corpo di Ballo dell’Opéra. Tre anni dopo, giovanissima, è nominata prima ballerina ma, quasi contemporaneamente (il 29 dicembre dello stesso anno) viene promossa étoile da R. Nureyev e M. Bogianckino subito dopo la sua prima, trionfale esibizione nel Lago dei cigni. Un’interpretazione che ha conquistato per la perfezione tecnica e per la straordinaria sensibilità, nonché per la facilità con cui ha saputo addentrarsi anche nei passaggi più ardui: morbida e modernissima quale `cigno bianco’, altera e di una perfidia quasi esemplare nel `cigno nero’. La sua bellissima figura l’aiuta a essere con naturalezza una danzatrice carismatica e duttilissima, impressionante per la bravura tecnica ma sempre capace di lasciar filtrare una superba intensità emotiva in ogni passo.

Ha interpretato e interpreta un repertorio vastissimo: il suo curriculum contempla Don Chisciotte, Raymonda, La Bayadère, Romeo e Giulietta, Notre Dame de Paris, Histoire de Manon, ma anche Agon e Concerto barocco. È stata la stupefacente protagonista di Suite en blanc di Lifar, Les quatre derniers Lieder di Van Dantzig, In memory of… di Robbins, Cendrillon di Nureyev, Magnificat di Neumeier. Le sue eccezionali qualità tecniche hanno influenzato W. Forsythe che l’ha voluta protagonista di alcuni suoi lavori come Firstext (1985) e In the Middle, Somewhat Elevated da lei creato all’Opéra nel 1987. Con Béjart ha poi avuto – e continua tuttora ad avere – un rapporto privilegiato che è sfociato in memorabili interpretazioni quali Sonate a trois , Bolero, Episode, e Sissi l’imperatrice anarchica, incisivo ritratto della celebre sovrana moglie di Francesco Giuseppe. Nel 1989, lasciata l’Opéra di Parigi, ha intrapreso una carriera internazionale. È `principal guest star’ al Royal Ballet di Londra e viene accolta nei maggiori teatri del mondo. Ha ricevuto numerosi e importantissimi premi ed è stata nominata in Francia `Commandeur des Arts et des Lettres’.

Gambarutti,

Il capostipite  della famiglia Gambarutti, Pietro (1874 ca. – 1920 ca.) si avvia al mestiere sposando, nel 1899, Cesira Burzio, appartenente a una famiglia di marionettisti. I tre figli maschi proseguono il mestiere del padre, sia come marionettisti (Giovanni Ernesto, 1901; Ugo, 1913) sia come burattinai (Giuseppe, 1909). È Gianfranco (`Franco’), figlio di Giovanni Ernesto, che prosegue con più impegno la tradizione della famiglia, operando trasformazioni del repertorio anche radicali, in senso moderno, con la realizzazione di fiabe di Andersen e dei Grimm. È tra i primi a lavorare in televisione, ancora nel periodo sperimentale, in collaborazione con i fratelli Cagnoli. Per un periodo, negli anni ’70, opera con Gianni e Cosetta Colla e nel 1981 forma una nuova compagnia con il figlio Massimo, `Le marionette di Franco Gambarutti’.

Gobetti

Influenzato dalla personalità di Antonio Gramsci, Piero Gobetti per due anni collabora al quotidiano comunista “l’Ordine nuovo” avendo la funzione di critico letterario e teatrale; successivamente pubblica nel 1923 una raccolta dei suoi articoli intitolata la Frusta teatrale . G. fu tra i primi sostenitori di Pirandello schierandosi contro le improvvisazioni con il suo articolo “Pirandello e il buffone Angelo Musco” (1918) in “Energie Nuove” provocò, temporaneamente, il ritiro dei copioni da parte dell’autore nei confronti dell’attore siciliano.

Ghéon

Vangeon; Bray-sur-Marne 1875 – Parigi 1944), autore francese. Debutta nel 1911 con Le pain , a cui segue nel 1913 L’eau de vie , messa in scena da Copeau. In seguito alla sua conversione al cattolicesimo, il teatro di G. si orienta verso temi sacri, subendo l’influenza dell’antico teatro religioso e dell’agiografia cristiana, come dimostrano i temi dei suoi spettacoli: Le pauvre sous l’escalier (1920); Le trois miracles de Sainte Cécile (1922); Le martyr de Saint Valérien (1922); Le triomphe de Saint Tomas d’Aquin (1924); Le comédien et la Grâce (1925); Les aventures de Gilles (1932).

García Màrquez

Figura notissima della narrativa contemporanea (ricordiamo almeno Cent’anni di solitudine , 1967; Cronaca di una morte annunciata , 1981), tra i protagonisti del boom del romanzo latinoamericano degli anni ’60, premio Nobel per la letteratura nel 1982. Di professione giornalista, Gabriel García Màrquez ha soggiornato in Italia – dove ha frequentato il Centro sperimentale di cinematografia di Roma – in Messico, in Spagna, a Cuba – dove dirige corsi di cinematografia. In Colombia ha recentemente fondato una scuola di giornalismo. Lontano dal mondo del teatro, è autore di un unico testo drammatico, Diatriba di un uomo seduto (Diatriba de un hombre sentado), un monologo in cui una moglie in procinto di abbandonare il marito rivive le umiliazioni e le delusioni che l’hanno spinta a prendere quella decisione.

Gandolfi

Graziosa e dotata di una voce leggera ma intonata Franca Gandolfi è una delle figure femminili più caratteristiche del nostro teatro di rivista. Nel 1954 è scritturata da Garinei e Giovannini che la mettono accanto a Dapporto nella prima versione di Giove in doppiopetto dove ottiene un successo personale interpretando il numero “Quant’è buono il bacio con le pere”. Nella trasposizione cinematografica dello spettacolo (1954) ripete il proprio ruolo teatrale. Quando nella stagione successiva Garinei e Giovannini riallestiscono il lavoro non le riconfermano la parte perché la vogliono nel cast della loro nuova produzione, La granduchessa e i camerieri (1955), a fare le controscene di W. Osiris. È poi in compagnia con Totò in A prescindere… (1955) e durante una replica palermitana di questa rivista assiste e cura sulla scena il grande comico al suo primo grave episodio di cecità totale. Successivamente è la primadonna della rivista Cartastraccia (1957). Dopo il matrimonio con D. Modugno si ritira dall’attività artistica.

Gandusio

Accostatosi alle scene filodrammatiche durante gli studi universitari a Roma, Antonio Gandusio fu notato dalla grande A. Ristori, riuscendo a farsi scritturare (1899) come attore brillante dal De Sanctis. Malgrado i successivi impegni con una mezza dozzina di compagnie, si laureò in legge a Genova, salendo più tardi nella scala dei valori interpretativi grazie alle esperienze con Novelli, Reiter-Carini, I. Gramatica-Andò. La mimica inconfondibile, la voce cavernosa, le sopracciglia cespugliose, la scioltezza dei movimenti, contribuirono a renderlo un ideale Arlecchino servitore di due padroni , tre generazioni prima della edizione strehleriana. Unitosi nel 1912 a L. Borelli, tre anni dopo ignorò il richiamo alle armi da parte di Vienna, avendo a suo tempo servito come ufficiale nell’esercito austriaco, come tutti gli istriani dell’epoca. Proprio nel fatidico 1915 entrò a far parte della Melato-Betrone diretta da Talli, specializzandosi nella nuova drammaturgia italiana che aveva per alfieri Chiarelli, Antonelli, Cantini. In particolare il trionfo in La maschera e il volto lo indusse a rivolgere minor attenzione al teatro di puro divertimento, preferendogli i campioni del grottesco e delle `avventure colorate’ allora in auge. Ebbe al suo fianco D. Galli, L. Carli, K. Palmer, C. Gheraldi, mentre nel secondo dopoguerra fu tra gli interpreti di Euridice di Anouilh, di Gente magnifica di Saroyan, dell’ Avaro di Molière con le regie di Visconti, Ferrero, Salce. Artista di grande sensibilità e di carattere schivo, bibliomane raffinato, la morte improvvisa lo colse alla vigilia di registrare per la Rai il terzo atto del suo cavallo di battaglia, Il deputato di Bombignac . Prese parte a una trentina di film di scarso valore artistico.

Giocovita,

Teatro Giocovita è una compagnia storica e centro di teatro-ragazzi riconosciuto dal Dipartimento dello spettacolo, diretto da Fabrizio Montecchi. Nata nel 1971 a Piacenza, si è specializzata sin dalla fine degli anni ’70 nel teatro d’ombre, divenendo ben presto la realtà più importante in Italia. Con la compagnia, tra gli altri, hanno collaborato molti registi (Conte, Marcucci, Dall’Aglio) e scenografi e pittori (Baj, Calì, Luzzati). Molti gli spettacoli da ricordare: Odissea (1983), Pescetopococcodrillo (1985), Il corpo sottile (1988), L’uccello di fuoco (1994).