Pizzi

Dopo aver frequentato la facoltà di architettura Pierluigi Pizzi inizia la sua carriera nel 1951 al Teatro Stabile di Genova. Nel 1957 incontra il regista G. De Lullo con il quale instaura una intensa collaborazione destinata a protrarsi negli anni successivi, nell’ambito del teatro di prosa e lirico. Collabora con De Lullo alla Compagnia dei Giovani allestendo numerosi spettacoli tra cui La notte dell’Epifania di Shakespeare (Verona 1961), e nel 1963 il memorabile Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello e Il malato immaginario di Molière al Festival di Spoleto, dove conferma il fertile sodalizio con G. De Lullo e R. Valli. Per il teatro d’opera realizza numerosi spettacoli, tra cui l’ Alceste di Gluck (Maggio musicale fiorentino 1966), I vespri siciliani di Verdi, entrambi per la regia di De Lullo (Teatro alla Scala 1970). Interessante è la collaborazione con L. Ronconi, per il celeberrimo Orlando furioso nel 1969 e in seguito per discussa edizione del Ring wagneriano. Le sue scenografie raffinate ed eleganti costruiscono un discorso visuale tendente al preziosismo; gli oggetti di scena diventano parte essenziale della scenografia, sino a determinarne l’essenza.

Debutta come regista nel 1977 con il Don Giovanni di Mozart (Teatro Regio di Torino). Una segnalazione particolare meritano il suo interesse e la sua passione per la messinscena di opere barocche: un percorso iniziato con l’ Orlando furioso di Vivaldi (Verona, Teatro Filarmonico 1978) e sviluppato con la Semiramide (Aix-en-Provence 1980) e il Tancredi di Rossini (Festival di Pesaro 1982). In questi allestimenti predomina il colore bianco nella scenografia; la plasticità e i costumi, costruiti come forme e volumi (colonne, capitelli), si accostano e si integrano nell’architettura di scena, per la sintesi nel dettaglio e la scelta cromatica. La sua attività di regista scenografo e costumista si sviluppa negli anni ’80 producendo interessanti spettacoli, dove lo stile barocco viene esaltato nelle sue caratteristiche linee decorative, ottenendo impianti scenici di estremo rigore architettonico, a volte usando macchine e trucchi teatrali tipici del teatro sei-settecentesco. Tra le sue produzioni Ippolito e Aricia di Rameau (Festival di Aix-en-Provence 1983), Ariodante e Rinaldo di H&aulm;ndel (Parigi, Teatro Châtelet 1985), Alceste di Gluck (Roma, Teatro dell’Opera 1985), La passione secondo san Giovanni di Bach (Venezia, Teatro la Fenice 1984), Armide di Gluck come apertura di stagione al Teatro alla Scala (1996). Collabora frequentemente con il Rossini Opera Festival a Pesaro; tra le sue messinscene ricordiamo Mosè in Egitto (1983), Comte Ory (1984), Maometto II (1985), Guglielmo Tell (1996). Il suo stile eclettico e personale si integra anche con il melodramma ottocentesco, come Capuleti e Montecchi (1987), I vespri siciliani (1990), entrambe al Teatro alla Scala, Don Carlos (Maggio fiorentino 1989). Inaugura il Teatro dell’Opéra-Bastille di Parigi con Les Troyens di H. Berlioz.

Piccoli

Michel Piccoli deve la sua fama soprattuto al cinema: Dillinger è morto, La grande abbuffata, L’ultima donna di Ferreri; L’amante di Sautet, Bella di giorno di Buñuel, Milou a maggio di Malle e tanti altri. Tra gli spettacoli che ha interpretato a teatro ricordiamo: Celestina di F. Royas (1945); Tobacco road di Kirkland e Caldwell (1947); Androcles and the lion di Shaw (1952); Irene innocente di Betti (1953); Phèdre di Racine (1957, con il T.N.P.); Der Stellvertreter di Hochnuth (1963); Il giardino dei ciliegi di Cechov (1981 con la regia di P. Brook); Combat de nègres et de chiens di Koltès (1983, al Théâtre des Amandiers di Nanterre, con la regia di P. Chéreau); Terre étrangère (1984); Conte d’hiver di Shakespeare (1988); John Gabriel Borkman di Ibsen (1993, per il Théâtre d’Europe). I personaggi a cui ha dato vita nella sua lunga carriera corrispondono al ruolo che P. assegna alla recitazione, che deve dimostrarsi capace di far saltare l’ipocrisia che regola le relazioni sociali. Il suo aspetto gli consente con naturalezza di mostrare il lato oscuro dell’apparente rispettabilità borghese.

Proietti

Dotato di grande estro e versatilità, di rara comunicativa e accattivante simpatia, Luigi Proietti inizia la sua attività nello spettacolo con Giancarlo Cobelli, conosciuto negli anni dell’università. Dopo qualche attività di cabaret (Can can degli italiani, La casa delle fate) lavora con il Teatro dei Centouno di Antonio Calenda e esordisce, nel 1966, con Direzione Memorie, di C. Augias. Negli ultimi anni ’60 lavora allo Stabile dell’Aquila (Coriolano, di Shakespeare; Dio Kurt di Moravia; Operetta di Gombrowicz), e nel 1974 è nella Cena delle beffe di S. Benelli, diretto da Carmelo Bene e in Le tigri di Mompracem di Ugo Gregoretti. Dal 1974 al 1976 riscuote notevole successo con lo spettacolo A me gli occhi (successivamente ripreso), e nel 1980 con La commedia di Gaetanaccio, scritta per lui da L. Magni, cui fanno seguito lavori come Caro Petrolini, Cirano (1980, con gli allievi della sua scuola di recitazione), Per amore e per diletto , I sette re di Roma, Kean. Nel 1966 esordisce come attore televisivo in “I grandi camaleonti” diretto da F. Zardi: particolarmente amato dal grande pubblico, gli impegni televisivi nella fiction, nella prosa e nel varietà sono stati, infatti, innumerevoli ( Missione Wiesenthal , La presidentessa , Figaro , Fatti e fattacci , Fregoli , Io a modo mio , Villa arzilla , Un figlio a metà , Il maresciallo Rocca ). Nel cinema ha lavorato, tra gli altri, con Lumet, Damiani, Monicelli, Lattuada.

Padovani

Luciano Padovani studia danza contemporanea a Venezia con C. Carlson e a Parigi con L. Ekson, P. Goss, R. Barnes. Dopo una collaborazione con le coreografe Susanna Beltrami e Laura Corradi, fonda la compagnia Naturalis Labor e debutta nella coreografia firmando, con Francesca Mosele, Taigà (1988, `migliore coreografia italiana’ al Concorso internazionale di Cagliari) e Poveri angeli, poveri diavoli (1989), cui fanno seguito Ciel de Fer (1991), Hotel Lux (1992), Laudabilis (1994), Tutte le mattine del mondo (1996) e Quando il viaggio fu interrotto (1997), nei quali definisce uno stile influenzato dal teatrodanza e da importanti suggestioni pittoriche.

Padovani

Lea Padovani studia a Roma all’Accademia d’arte drammatica, che lascia però per entrare in rivista e partecipa, nel 1944, a Cantachiaro , con Anna Magnani. Nel ’45, Febbre azzurra , al financo di Macario rivela al pubblico il suo splendido corpo e alla critica una sua verve, una capacità di recitare la commedia che purtroppo i registi trascurano sempre, forse per via della severa bellezza del suo volto. Dopo cinque o sei film di modesta qualità, la P. ha la sua grande occasione in Inghilterra, protagonista di Cristo fra i muratori , per la regia di Edward Dmytryk, che la impone anche a livello internazionale. Da qui una splendida occasione mancata: l’ Otello di Orson Welles (sarà sostituita da Susanne Cloutier). Durante tutta la sua vita e la sua carriera, la P. si è divisa tra cinema, televisione e teatro, ottenendo ovunque riconoscimenti e ammirazione. In teatro va ricordata la sua partecipazione a I parenti terribili di Cocteau (1946-47), la partecipazione alla ultima tournée di Ruggero Ruggeri a Londra e a Parigi con Enrico IV e Tutto per bene nel ’53; La gatta sul tetto che scotta di T. Williams (1957-58), seguita, nel 1959, al New Theatre di Londra, in inglese, The Rose Tattoo . Negli anni ’60 si dedica principalmente alla tv interpretando molti romanzi sceneggiati e anche commedie. Più tardi, delusa da offerte che giudicava ininteressanti si è dedicata soprattutto ai viaggi.

Padovani

Diplomatosi alla scuola di scenografia all’Accademia di Brera, Gian Franco Padovani inizia da subito ad allestire numerosi spettacoli ( Miles gloriosus di Plauto, 1949; Le furberie di Scapino di Molière, 1951; Il berretto a sonagli di Pirandello). Dopo un lungo e proficuo periodo a Trieste ( Le vergini di M. Praga, 1956; L’ispettore generale di Gogol’, 1960; Il furfantello dell’ovest di J.M. Synge, 1962), la chiave di volta è indubbiamente lo Stabile di Genova ed il rapporto con L. Squarzina, che riesce a mettere felicemente a fuoco le sue migliori possibilità ( I due gemelli veneziani di Goldoni, 1963; La coscienza di Zeno di Svevo, 1964; Maria Stuarda di Schiller, 1965). Il suo lavoro scenografico matura attraverso il raggiungimento di una raffinata unicità strutturale: l’impianto scenico, affidato ad una struttura-base fissa, si anima mediante l’uso di luci, proiezioni o ingegnosi cambiamenti a vista, realizzati con scorrevoli e girevoli, che mantengono vivo il flusso dell’azione. Così è per la Madre Courage di Brecht (1969-70), per il Giulio Cesare di Shakespeare e per Questa sera si recita a soggetto di Pirandello (1971-1972). Più di recente, collabora anche con Nanny Loy ( Crimini del cuore di B. Henley, Roma, Teatro Quirino, 1992); con F. Macedonio per il Teatro Cristallo di Trieste ( Emigranti di S. Mrozek, 1991; Omobono e gli incendiari di M. Frisch, 1994) e con A. Zucchi ( Gli amori inquieti di A. Zucchi da Goldoni, Roma, Teatro Quirino, 1996).

Pirandello

Luigi Pirandello nasce il 28 giugno in campagna, località Caos (presso Agrigento). Nel 1880 si trasferisce a Palermo, dove finisce gli studi e dove frequenta la facoltà di lettere, per continuarla poi all’Università di Roma. Nel 1889, pubblica una raccolta di versi: Mal giocondo , a cui seguiranno Pasqua di Gea ed Elegie renane. Nel 1891 si laurea a Bonn con una tesi che tratta, in lingua tedesca, il tema: Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti . Nel 1893, grazie a Capuana, entra in relazione col mondo intellettuale romano, conoscendo Cesareo, Ojetti, Mantica. Comincia a scrivere il primo romanzo: L’esclusa. L’anno successivo sposa Maria Antonietta Portulano, che tra il 1895 e il 1897 metterà al mondo: Stefano, Lietta, Fausto. Nel 1898 scrive il suo primo testo teatrale: L’epilogo , che diventerà La morsa e che affronta un motivo caro a Strindberg, quello dell’omicidio psichico. Pirandello insegna presso l’Istituto superiore di magistero a Roma, ma, nel 1903, la sua famiglia subirà un tracollo economico, per il crollo della miniera di zolfo del padre. Scrive Il fu Mattia Pascal e inizia la collaborazione col “Corriere della sera”. Nel 1915 va in scena, al Teatro Manzoni di Milano, Se non così (scritta nel 1899), con Irma Gramatica protagonista.

Nel 1916 l’incontro con Nino Martoglio e Angelo Musco sarà determinante per la sua carriera di drammaturgo; nasce la produzione in dialetto siciliano: `A vilanza e Cappiddazzu paga tuttu , scritte in collaborazione con Martoglio, quindi: Lumie di Sicilia, `A patenti, Ccu `i nguanti gialli, Pensaci, Giacominu!, `A birritta cu `i ciancianeddi, Liolà, `A giarra, `A morsa. Tranne i primi due, tutti gli altri testi verranno riscritti in lingua dallo stesso autore. La collaborazione con Musco fu molto sofferta, come si può notare dal carteggio Pirandello-Martoglio, ma fu certamente fondamentale per far capire a Pirandello cosa volesse dire scrivere per un attore. La lezione gli serve quando comincia a scrivere per capocomici come V. Talli o per attori come R. Ruggeri, ai quali si deve la messinscena e l’interpretazione di Così è (se vi pare) , al Teatro Olympia di Milano (1917), e di Il piacere dell’onestà , al Teatro Carignano di Torino (1917). Tra il 1918 e il 1919, troveranno la via del palcoscenico: La patente (versione italiana), Ma non é una cosa seria (1918), Il giuoco delle parti (1918). Sono gli anni della guerra; i figli, entrambi militari, ritorneranno nel 1919, mentre la moglie entra in una casa di salute; in quest’anno va in scena: L’uomo, la bestia e la virtù , con A. Gandusio. Nel 1920, la Compagnia Gemma d’Amora, diretta da Paladini, realizza Come prima, meglio di prima – poi portata al successo dalla Celli-Ferrero-Paoli-, mentre Ruggeri porta al successo Tutto per bene.

L’anno dopo è quello del successo contrastato di Sei personaggi in cerca d’autore , al Teatro Valle di Roma (clamorosa caduta) e al Teatro Manzoni di Milano (clamoroso successo). Nel 1922, Ruggeri interpreta Enrico IV , mentre a Londra, in versione inglese, qualche mese prima erano stati recitati i Sei personaggi . È l’inizio della rapida diffusione all’estero del teatro pirandelliano. Nel 1923, Crémieux traduce i Sei personaggi per la celebre messinscena di Pitoëff. Nel medesimo anno, la direzione del Fulton Theater di New York invita Pirandello per una serie di rappresentazioni del suo repertorio e intitola la stagione: Pirandello’s Theater. Nel 1924, Pirandello avrebbe dovuto essere il regista di Sagra del Signore della nave , scritta per il Teatro del Convegno di Milano. La realizzerà al Teatro d’Arte di Roma, che fonderà, l’anno dopo, insieme al figlio Stefano e ad alcuni scrittori. Della compagnia faranno parte: Marta Abba, Lamberto Picasso, Ruggero Ruggeri; con essa Pirandello porterà in giro, in Europa, il suo teatro. Intanto erano andate in scena: La vita che ti diedi (1923) e Ciascuno a suo modo (1924). Con l’arrivo di M. Abba, tutte le produzioni successive saranno a protagonista femminile: Diana e la Tuda (Zurigo 1926; Milano, 1927), L’amica delle mogli (1927), La nuova colonia (1928), Lazzaro (1929), Questa sera si recita a soggetto (1930), O di uno o di nessuno (1929), Come tu mi vuoi (1930), La favola del figlio cambiato (1934), Trovarsi (1932), Quando si é qualcuno (1933), Non si sa come (1935), I giganti della montagna (1937).

Nel 1934 gli viene conferito il premio Nobel. Il teatro di Pirandello vanta una vastissima bibliografia, che possiamo sintetizzare in tre momenti: quella dei suoi compagni di strada, con Tilgher in testa, e dei giudizi di Simoni, Gramsci, Gobetti, D’Amico; quella di mezzo, con i saggi di Baratto e Salinari; quella che si può far iniziare negli anni ’60, con Storia di Pirandello di De Castris (1962), e che arriva ad Alonge, Puppa, Macchia e al contributo del Centro nazionale di studi pirandelliani, i cui atti sono un punto di riferimento e di continuo aggiornamento. Sempre agli anni ’60 si fa risalire la svolta delle messinscene pirandelliane, a partire dal lavoro svolto da G. De Lullo, M. Castri, G. Strehler, L. Squarzina, M. Missiroli, L. Puggelli, G. Lavia, G. Cobelli: registi che hanno certamente rinnovato il linguaggio scenico, e che hanno dato un contributo notevole anche per coloro che si cimentano con nuove esegesi critiche. Volendo sintetizzare la drammaturgia di Pirandello, si possono distinguere cinque fasi: quella della produzione dialettale, dovuta alla collaborazione con Martoglio e Angelo Musco; quella dell’impianto razionalistico, nata dall’incontro con R. Ruggeri; quella sperimentale del `Teatro nel Teatro’; quella capocomica del `Teatro d’Arte’ e quella dei `miti’. Sono fasi attraversate del medesimo filosofare scettico che s’intreccia con una tensione mitopoietica, attenta a trasferire le miserie del quotidiano in una dimensione laica o visionaria, grazie alla quale, la parola diventa azione parlata, ovvero dinamismo scenico, così come lo diventa il suo umorismo. Al centro, c’è sempre il ritratto lucido, risibile, tragico di un’umanità posta nel suo rapporto con la storia, un’umanità triste, malinconica, delusa che affida la sua difesa a personaggi laici, i famosi raissoniers , che spesso oscillano sotto il peso della propria razionalità. In loro c’è anche l’amarezza dell’autore, spesso incompreso, che vive il suo itinerario drammaturgico tra entusiasmi e insuccessi, tra delusioni e amarezze, tra formule e formulette (il teatro del grottesco, dei fantocci, il pirandellismo) che spesso lo irritavano, senza abbatterlo e che lo mettevano nella condizione di sperimentare forme nuove, ora a contatto dei suoi attori, ora a contatto della scena; una sperimentazione non solo linguistica, ma anche e soprattutto scenica.

Per ben capire questa specie di lavoro, basterebbe leggere le due edizioni dei Sei personaggi in cerca d’autore, quella del 1921 e della del 1925, che sono anche la testimonianza di una sorta di `ribaltone’ della stessa idea di teatro dell’autore, dato che, nella prima edizione, vede ancora il prevalere dello scrittore, nella seconda restituisce forza e vitalità al capocomico che ha capito, durante le prove a contatto con attori e tecnici del periodo, non certo lungo, dell’esperienza legata al `Teatro d’Arte’ o degli Odescalchi, quanto sia necessario misurare la scrittura letteraria con quella scenica. Ma basterebbe leggere anche il fitto epistolario con i figli, con Martoglio, con Ruggeri e soprattutto con la Abba, per capire il travaglio della sua creazione sempre pronta a mettersi in discussione anche e soprattutto sulla scena, fino a considerare morto il teatro, quando la vita (I sei personaggi) vorrà sconfiggere la finzione (gli attori della compagnia che provano Il giuoco delle parti), o quando i Giganti vorranno sconfiggere la Poesi. Con I giganti della montagna , Pirandello ha scritto il suo testamento, il cui messaggio è decisamente universale, perché dinnanzi alla realtà, governata da leggi ignote, dinnanzi al mistero che scaturisce dall’angoscia del vivere, dinnanzi all’uomo contemporaneo che vive un’incombente catastrofe, dinnanzi alla insensibilità, all’ottusità della tecnica, della telematica (i giganti), l’Arte diventa la sola e l’unica barriera per continuare a sopravvivere.

Paone

Remigio Paone è stato, soprattutto e innanzi tutto, un innamorato del teatro, teatro musicale, rivista, varietà, tournée di grandi figure straniere o di jazzisti, teatro di prosa, dal più rassicurante alle imprese più spericolate, gestore di teatri, e anche se non ha scoperto certe star nostrane le ha aiutate a formarsi e a qualificarsi. Esordisce come giornalista, cronista parlamentare de “Il Mondo”, ma la sua passione per il teatro lo spinge a far parte di un gruppo di giovani (Compagnia degli Sciacalli) decisa a combattere il vecchio teatro e a sostenere Pirandello e il Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia. Nel 1929 Sem Benelli lo fa diventare socio e capocomico della Benelliana, e nel 1930 produce il suo primo spettacolo La veglia dei lestofanti che altro non è se non L’opera da tre soldi di Brecht. Continua a occuparsi della Benelliana nel 1931 e nel ’32 e poi, nel ’34 fonda l’UNAD (Unione Nazionale Arte Drammatica) che diventerà l’UNAT, (Unione Nazionale Arte Teatrale), di cui Paone è direttore.

Paone racconta di essere stato perseguitato dal fascismo che peraltro lo ha lasciato alla testa di una agenzia teatrale (l’UNAT) praticamente di stato, per parecchi anni. Nel 1938 però, Paone lascia l’UNAT e diventa esercente, in società con Angelo Rizzoli, del Teatro Nuovo a Milano: oltre al Nuovo ha gestito per dieci anni il Carignano di Torino e poi anche il Manzoni di Milano e il Quattro Fontane di Roma. La sua `ditta’, chiamata Errepì, produce sia riviste sia prosa: nel ’49 una compagnia Ruggeri-Gramatica, nel ’54 quella compagnia De Lullo-Falk-Buazzelli-Guarnieri che evolverà (con Romolo Valli al posto di Buazzelli) nella Compagnia dei Giovani. Paone organizza una memorabile tournée di Ruggeri a Londra nel ’53 e quella altrettanto memorabile di Gino Cervi a Parigi con il Cyrano de Bergerac ; nell’altro senso, fece venire in Italia l’Old Vic di Londra, e da Parigi la compagnia di Louis Jouvet, Edwige Feuillère, la Renaud-Barrault, il TNP di Jean Vilar e la Comédie-Française; e poi l’Opera di Pechino, Katherine Dunham, Joséphine Baker, Maurice Chevalier, Louis Armstrong e Duke Ellington; produsse nel 1950 Carosello Napoletano , per la regia di Ettore Giannini che fu un grande successo in Italia e all’estero.

Quanto alla rivista propriamente detta troviamo il nome di Paone produttore per infiniti spettacoli e numerose compagnie intitolate ai più grossi nomi del varietà: Totò, Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Renato Rascel, Nino Taranto, Billi e Riva ecc. Memorabile, nel 1945 quel Cantachiaro , con Anna Magnani che rivelò in un sol colpo gli autori Garinei e Giovannini e l’attrice Lea Padovani. Ma anche, nel 1949 una raffinata rivista di Biancoli, Falconi e Vergani, Quo vadis? interpretata da attori di prosa come Dina Galli e Enrico Viarisio che ripropose la grande Milly di ritorno dall’estero. Nel senso opposto, (lusso, fasto e Wanda Osiris), Festival del 1954, con Alberto Lionello, Nino Manfredi, Raffaele Pisu, Elio Pandolfi. Paone è presente nella creazione delle primissime commedie musicali italiane: Attanasio Cavallo vanesio (1952) e Alvaro piuttosto corsaro (1953) entrambe con Renato Rascel, entrambe di Garinei e Giovannini.

Pasolini

Arrivato al successo anche di scandalo con i romanzi, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959) Pier Paolo Pasolini scrive per il teatro soprattutto negli anni ’60, quando acquisisce sofferta coscienza dell’irrilevanza sociale del letterato-umanista, ormai del tutto incapace di incidere sulla realtà. Il mondo infatti va mutando radicalmente volto: la spinta all’omologazione innescata dal boom economico, col conseguente annullamento dell’antica diversità del sottoproletariato e la presunta azione politica organizzata per favorirla, si intreccia con i crescenti segni di malessere di una gioventù ansiosa e desiderosa di cambiare, inevitabilmente in attrito con la generazione dei padri. Pasolini, convinto che a questo livello, «la realtà non può essere detta, ma solo rappresentata», cerca una reazione imboccando sia la strada del cinema sia quella, appunto, del Teatro. La sua drammaturgia – a forte matrice autobiografica – nasce dunque dalla volontà di trovare nuove forme di comunicazione, capaci di individuare inediti e residui spazi di movimento per l’intellettuale in crisi politica e psicologica. La scelta impone però di ripartire da zero, accettando soltanto il puntello del teatro classico.

Nel marzo 1968 su “Nuovi Argomenti” Pasolini firma “Il Manifesto per un nuovo teatro”, col quale ribadisce che il suo sarebbe stato un `Teatro di Parola’, cioè un vero e proprio `rito culturale’ opposto sia al teatro ufficiale (`Teatro della Chiacchiera’), sia a quello d’avanguardia (`Teatro del Gesto e dell’Urlo’). Preceduta dalla stesura di Turcs tal Friul (in lingua friulana) e da Nel ’46, oltre che dall’attività di traduttore-rifacitore (l’Orestiade di Eschilo – su impulso di Gassman che ne curò la regia al teatro greco di Siracusa nel 1960 – e il Miles gloriosus di Plauto riproposto in romanesco, Il Vantone di Plauto, 1963), la produzione teatrale maggiore di Pasolini è costituita dalle sei tragedie, tutte ideate e stese nel corso dell’estate del 1966. Pilade – allestita nel 1969 per la regia di Giovanni Cutrufelli – propone lo scontro tra Oreste, il politico in sintonia con un mondo sempre più industrializzato, e Pilade (cioé Pasolini stesso), l’intellettuale condannato alla solitudine. Orgia – portata sulle scene dall’autore nel 1968 – si incentra sull’opposizione uomo-donna e lancia il tema della diversità. Affabulazione -la `prima’ è stata diretta da Navello nel 1975, Gassman ne ha invece curato un successivo allestimento nel 1977 – affonta invece i rapporti padre e figlio, mentre Porcile (R. Guicciardini ne ha allestito un’interessante versione nel 1989) insiste, tra l’altro, sul tema della continuità del Potere.

Calderón, rappresentata per la prima volta nel 1978, sperimentalmente al Metastasio di Prato, con regia di L. Ronconi, è un continuo gioco di specchi tra sogno e realtà, che si risolve nella consapevolezza di non aver più armi contro il Potere, ormai capace – attraverso la presunta rivoluzione del ’68 – di rinnovare proprio se stesso. Bestia da stile (di cui si ricorda la messinscena curata da Cherif), scritta in dieci anni di lavoro, ritorna all’autobiografismo e alle riflessioni sulla diversità e sulla inutilità di una vita spesa per la poesia. La fortuna del teatro di Pasolini è cresciuta soprattutto dopo la sua morte. Oggi i suoi testi sono riproposti con regolarità e si è giunti anche alla trasposizione di opere narrative (Petrolio, rivisitato per le scene da G. Bertolucci nel 1994 nello spettacolo intitolato Il pratone del Casilino), di lavori cinematografici (Uccellacci e uccellini, a cura di Pasolini Bocelli nel 1984), o di sceneggiature (Il Vangelo secondo Matteo, regia di F. Ambrosini, Milano 1994). Tra i suoi film si ricordano: Accattone (1961), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Edipo re (1967), Medea (1970) con Maria Callas, Il Decameron (1971) e, uscito postumo, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

Piscator

Erwin Piscator nasce in una famiglia borghese, composta per lo più da pastori protestanti o bottegai. Prima delle scoppio della Grande Guerra il giovane Erwin, che è studente universitario, frequenta a Monaco la Scuola di teatro. Ma gli orrori del conflitto di cui è diretto testimone lo inducono a ricercare un’arte più legata ai bisogni della vita. Diventato pacifista, Piscator, che ormai vive a Berlino, è subito coinvolto nella ribellione dadaista alla cultura codificata, alla quale partecipa anche un grande pittore come George Grosz. La sua attenzione punta immediatamente al valore politico, propagandistico, `educativo’ del teatro, dunque ben al di là del ribellismo individualistico espressionista. Così fra il 1920 e il 1921 dirige a Berlino il Teatro Proletario che si pone come fine un’arte popolare in forte contrapposizione con quella borghese. Sovvenzionato dai suoi iscritti, gestito da un collettivo, perseguitato dall’ostilità politica, il teatro deve chiudere i battenti.

L’astro di Piscator comincia ad affermarsi quando entra alla Volksbühne dove dirige alcuni spettacoli che ne visualizzano lo stile a partire dal dramma di A. Paquet Bandiere , sulle lotte degli operai di Chicago per la conquista delle otto ore lavorative. Qui usa, per la prima volta, le proiezioni fisse come commento e riflessione all’azione scenica. Più tardi in A onta di tutto (Trotz alledem!), un testo collettivo e politico-propagandistico, inserirà anche il film costruendo uno spettacolo-montaggio. Lavora drammaturgicamente sui testi prescelti, siano essi romanzi o classici, intervenendovi anche pesantemente, per sperimentarne la contemporaneità. Atteggiamento che gli costerà l’allontanamento dalla Volksbühne. Con l’aiuto di finanziatori privati fonda, nel 1927 in Nollendorfplatz la Piscator-Bühne dove istituisce un collettivo di drammaturgia del quale fanno parte, fra gli altri, Bertolt Brecht e Alfred Döblin. Qui mette in scena alcuni fra gli spettacoli ai quali è legata la sua fama, da Oplà noi viviamo ! di Ernst Toller (1927), celebre anche per la scenografia simultanea, che riproduce sul palcoscenico la facciata scoperchiata di un albergo. La scena multipla si ritroverà anche in Rasputin, dove rappresenta sul palcoscenico adirittura una sfera-mondo, mentre in Schweyk (1928, adattamento di Brecht), cercherà di adattare al teatro i nuovi materiali, le innovazioni tecnologiche che in quegli stessi anni il Bauhaus usa nell’arte, nel design e nell’architettura. Del resto è proprio in sintonia con le nuove tecnologie che progetta con il grande architetto Walter Gropius, un `Teatro totale’ in cui lo spettatore si trovi inserito da protagonista all’interno di una sofisticata, avveniristica macchina teatrale.

L’avvento del nazismo spinge questo regista, allo stesso tempo discusso e osannato, all’esilio prima in Unione Sovietica, dove gira il film La rivolta dei pescatori di Santa Barbara (1934), poi a Parigi e di lì a New York dove apre un Workshop teatrale frequentato da un giovanissimo Marlon Brando, prima dell’Actors’ Studio, da Tennessee Williams, destinato a diventare uno dei massimi drammaturghi americani contemporanei, e da Judith Malina che negli anni ’60 fonderà con Julian Beck il Living Theatre. Coinvolto nel clima di caccia alla streghe fomentato dalla Commissione del generale McCarthy, Piscator ritorna nel 1951 a Berlino Ovest dove lavora, soprattutto da regista ospite, mettendo in scena testi contemporanei come I sequestrati di Altona di Sartre (1960), ma anche Come tu mi vuoi di Pirandello (1957) e ancora una volta I Masnadieri di Schiller (1957). Diventato sovrintendente della Volksbühne firma le regie delle prime rappresentazioni assolute di Il vicario di Hochuth sulla corresponsabilità del papa nelle deportazioni degli ebrei, dell’ Istruttoria di P. Weiss sugli orrori dei campi di streminio e di Sul caso di Julius Robert Oppenheimer sulle responsabilità della scienza, dove ha modo di mettere in luce la sua predilezione per un teatro politico, coscienza critica di una Germania che avrebbe preferito essere senza memoria.

Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo Teatro di Milano è il primo esempio di organismo stabile fondato a Milano da Paolo Grassi e Giorgio Strehler e inaugurato il 14 maggio 1947, sulle note di Mozart eseguite dall’orchestra della Scala diretta dal maestro Perlea. della città di Milano apre per la prima volta il suo sipario su L’albergo dei poveri di Gorkij. In sala, sono presenti tutti coloro che a due anni dalla fine della guerra hanno sostenuto, con il sindaco Antonio Greppi, socialista e commediografo (mai rappresentato al Piccolo), la nascita di quella piccola sala di cinquecento posti, proprio nel luogo in cui le milizie fasciste di Ettore Muti (una lapide sulla facciata lo ricorda) si erano macchiate di delitti atroci contro i partigiani. A tenere le redini di quel teatro ‘stabile’ ci sono due giovani, il ventisettenne Paolo Grassi, con qualche spettacolo come regista all’attivo, carriera abbandonata per quella dell’organizzatore, e il venticinquenne Giorgio Strehler. Accanto a loro, Nina Vinchi.

La storia del Piccolo, al di là di qualsiasi agiografia di maniera, è, dunque, anche la storia di un’amicizia e di un modo comune, generazionale, di vedere le cose. Di qui la scelta condivisa da molti nella Milano uscita dalla Resistenza, la Milano del `Politecnico’, la Milano `laboratorio’ di una società nuova, di un `teatro d’arte per tutti’, con un repertorio internazionale, eppur attento alle proprie radici, come dice il manifesto che ne suggella la fondazione e firmato anche dal cattolico Mario Apollonio e dal comunista Virgilio Tosi. Così, per la prima volta in Italia, prende corpo, sull’esempio del Vieux-Colombier di Copeau l’idea di un teatro aperto, di un «pubblico servizio» necessario – scriverà Grassi in un articolo su “l’Avanti” del 25 aprile del 1946 – come i vigili del fuoco e la metropolitana (Vilar due anni dopo dirà «come il gas e la luce»). Sul programma della prima stagione Gor’kij sta accanto a Calderón de la Barca, il Goldoni di Arlecchino servitore di due padroni affianca il Pirandello dei Giganti della montagna e la drammaturgia contemporanea di Salacrou (Le notti dell’ira) a cui si deve una delle più belle definizioni che siano mai state date di questo teatro: «non ha di piccolo che il nome». La sala di via Rovello sarà per lunghi anni l’unica sede del Piccolo Teatro, ma fin dagli anni ’60 Grassi e Strehler parlano della necessità di uno spazio più grande. È da vedere in questa ottica l’acquisizione del Lirico. a partire dal 1964. Una delibera della giunta di sinistra guidata da Carlo Tognoli stabilisce infine la costruzione di un complesso che Strehler chiama «città del teatro, fabbrica delle arti»: comprende il Teatro Studio realizzato da Marco Zanuso sull’ex Fossati e, infine, dal 1997, dopo molte polemiche e ritardi, la Nuova Sala, che sarà intitolata a Strehler stesso, dopo la morte del maestro. Intanto, a partire dagli anni ’70, il Piccolo ha cercato capillarmente di conquistarsi nuovi pubblici portando il teatro nella cintura periferica, con i Teatri Quartiere.

La forza e la vitalità del Piccolo consiste soprattutto nella continuità della direzione artistica e di quella organizzativa, cariche che dal 1972 fino al 1997 Strehler ha assommato. Precedentemente era stato affiancato da Grassi, o da costui sostituito, quando il regista se ne andò polemicamente per alcuni anni (1968-1972). Nel 1997, per contrasti di natura politica, il regista preferirà dimettersi; ma Jack Lang, subentratogli, lo confermerà alla direzione artistica, carica che manterrà fino alla sua morte. Dal 1998 Sergio Escobar è il nuovo direttore del Piccolo e Luca Ronconi è il delegato artistico. Primo teatro della città di Milano, il Piccolo che oggi ha fra i suoi Enti fondatori il Comune, la Provincia, la Regione e lo Stato, ha progressivamente assunto, di nome anche se non di fatto, la dimensione di un teatro nazionale. Del resto, dal 1991 un decreto ministeriale lo nomina `Teatro d’Europa’.

Piaf

Figlia di artisti (la madre è una canzonettista e il padre un acrobata), Édith Piaf è solo una ragazzina quando comincia a esibirsi con il padre per le strade di Parigi. Nel 1932, a quindici anni, è scoperta dall’impresario L. Leplée che rimane colpito dalla sua straordinaria potenza vocale e la scrittura per il suo cabaret Gerny’s. Qui la Piaf, presentata come môme (passerotto) in ragione della sua corporatura esile, si esibisce in qualità di cantante con crescente successo. In seguito cambia il suo nome d’arte con quello di Édith in memoria di Édith Cavell, uccisa dai tedeschi. Nel 1936 ottiene con la canzone “L’Étranger” scritta da M. Mannot il più importante ricoscimento discografico francese (Grand prix du disque). Morto Leplée, la Piaf crea insieme al musicista R. Asso alcuni dei suoi pezzi più celebri che costituiscono stabilmente il suo repertorio e la confermano fra le grandi del panorama musicale internazionale: “Le Grand Voyage du pauvre nègre”, “Elle frequentait la rue Pigalle” e “Mon Légionnaire”, fino alle leggendarie “La vie en rose”, “Milord”, “Je ne regrette rien”. Canta – come se «si strappasse l’anima dal petto»(Cocteau) – il mondo dei bistrot , degli artisti di piazza, gli amori appassionati, la solitudine, la poesia, la disperazione.

Artista eccessiva, carismatica, ribelle, intensa, dai mille amori e dalle altrettante leggende: la sua voce aspra e potente diventa la voix-boulevard , emblema di una Francia affascinante e sofferente. Grande scopritrice di talenti, Piaf contribuisce a lanciare, fra gli altri, Aznavour, Montand, Constantine. Il pubblico gremisce i teatri dove si esibisce la `nana nera’, stregato dal suo talento ineguagliabile e dalle sue strepitose canzoni-storie, e negli ultimi anni, quando la P. è ormai intossicata dai barbiturici e fisicamente malandata («se non canto muoio prima» rispondeva sempre a quanti la pregavano di risparmiarsi), quasi si aspetta di vederla crollare in scena e lì morire, come Molière. Da ricordare ancora le sue interpretazioni teatrali e cinematografiche. Nel 1940, Cocteau scrive per lei la pièce Le bel indifférent , e nel 1951 calca nuovamente le scene nella P’tite Lili di Achard. Al cinema, recita in La garçonne (1936), in Montmartre sur Seine (1941) e in altre pellicole dove canta e appare nella parte di se stessa. Nel 1958, P. pubblica le sue memorie dal titolo Au bal de la change . Permane il mistero sul luogo della sua morte. Pare sia avvenuta a Cannes il 10 ottobre del 1963, ma il suo decesso è registrato il giorno successivo nella capitale francese. La leggenda narra che l’ultimo marito di Edith, Théo Sarapo, abbia nottetempo trasportato illegalmente il cadavere perché soltanto lì poteva morire la voce di Parigi.

Popov

Oleg Popov fu probabilmente l’artista russo che ha avuto maggior fortuna all’estero, dove la critica lo ha considerato a lungo il migliore clown del dopo guerra. Fra i pochi ad avere avuto nell’ex Unione Sovietica una carriera fulminea: nel 1950, lo stesso anno in cui si diploma alla Scuola del Circo di Mosca, viene insignito dell’importante titolo di Artista del Popolo dell’URSS. Dapprincipio è allievo di Karandash (v.), poi si afferma come solista creando il personaggio di un ragazzo allegro, attento all’umorismo moderno ma con precisi riferimenti ai protagonisti delle favole popolari russe, come Ivan lo sciocco. Viene definito un clown `solare’. La sua maschera ha un trucco leggero e il classico naso rosso. Il costume, in contrasto con l’allegria che scaturisce dai suoi numeri, è basato su toni bicromatici: giacca nera di velluto, camicia bianca con un fiocco al posto della cravatta, berretto a quadretti bianchi e neri, pantaloni stretti a righe, scarpe a punta. Unica nota di colore vistoso sono i calzini. P. è in possesso di solide tecniche circensi di base, soprattutto di acrobatica, giocoleria e funambolismo, che introduce nei propri inediti numeri comici ai quali riesce a donare buona organicità, anche perché aiutato da veri e propri drammaturghi nella concezione delle nuove creazioni. Queste sono soprattutto veloci intermezzi da porre fra un numero e l’altro dello spettacolo, a volte a tema, al quale partecipa. In seguito diviene regista e allestisce in patria pantomime circensi, come La storia del Pope e del suo servitore Balda ispirata a una favola di Puškin. Numerosissime le tournée all’estero. Nel 1981 gli viene conferito il Clown d’Oro al Festival di Montecarlo. Agli inizi degli anni ’90 si trasferisce in Germania dove gestisce un proprio complesso itinerante ospitante per lo più suoi connazionali. Molte le opere di divulgazione scritte, fra le quali un’autobiografia.

Piovani

Musicista poliedrico che, sperimentando nuove soluzioni musicali, si divide tra teatro, televisione e cinema. Dal 1979 al 1984 Nicola Piovani collabora con la compagnia Pupi e Fresedde per gli spettacoli (tutti per la regia di A. Savelli) Canto della terra sospesa da Ruzante (1979), Affabulazione di P. P. Pasolini (1980), Il convitato di pietra, ovvero Don Giovanni e il suo servo Pulcinella di A. Savelli (1981), Lo sconosciuto chiamato Isabella di M. Morante (1982), L’amore delle tre melarance di V. Cerami (1984). Ha scritto inoltre musiche di scena per Pinocchio di Carlo Collodi (adattamento di T. Conte, 1995), Le cantate del fiore e del buffo e Canti di scena di V. Cerami (1996), Uomo e galantuomo di E. De Filippo, regia di L. De Filippo (1996). È autore delle colonne sonore di moltissimi film di importanti registi, tra cui F. Fellini per Ginger e Fred (1986), L’intervista (1987), La voce della luna (1989), N. Moretti per La messa è finita (1985), Palombella rossa , (1989), Caro Diario (1994); inoltre P. ha musicato Fiorile , dei fratelli Taviani (1993), La teta y la luna , di J.J. Bigas Luna (1994), L’uomo d’acqua dolce , di A. Albanese (1996), La vita è bella di R. Benigni (1997). P. ha anche scritto alcune canzoni per F. De Andrè.

Paoluzi

Gianfranco Paoluzi studia il repertorio classico con Alexander Minz, Georgina Parkinson, Stanley Williams e debutta nei Balletti di Susanna Egri nel 1975. Danza poi con il Cullberg Ballet, il Balletto Nazionale Olandese e il Ballet Rambert, dove nel 1979 è Ariel in The Tempest di Glen Tetley e Arlecchino in Waining Moon di Christopher Bruce. Dal 1981 al 1987 danza a New York con l’Eliot Feld Ballet e la compagnia di Martha Clarke, con la quale collabora alla coreografia di Vienna: Lusthaus (1986). Nel 1987 crea per il Balletto di Toscana Elysios e Musica sull’Acqua, seguiti da La giara (Torino, Teatro Regio 1989), Sport (MaggioDanza 1990), Le Città Invisibili e Maximiliana (Introdans 1993), Das Marienleben (MaggioDanza 1994). Nel 1997 dirige il Ballet Ausburg per il quale ha creato Casanova: icosameron. Coreografo di stile neoclassico è autore di una danza di accurata eleganza formale, in cui il linguaggio della danse d’école è influenzato dalle innovazioni della modern dance e rivisitato con sottile ironia.

Preljocaj

Angelin Preljocaj studia danza classica e successivamente contemporanea con Karine Waehner e con Merce Cunningham a New York. Fra il 1981 e il 1984 danza nelle compagnie di Quentin Rouillier, Viola Farber e Dominique Bagouet. Fonda la propria compagnia nel 1984 e un anno dopo vince il primo premio al Concorso di Bagnolet con il Marché Noir . Nel 1986 si installa con la sua compagnia a Champigny sur Marne e crea Peurs Bleues (1985), Larmes Blanches (1985). È con A nos Heros (1986), dedicato agli eroi sconosciuti e anonimi delle dittature socialiste, che acquista notorietà di coreografo impegnato su temi forti e che sa condensare in pochi gesti grande eloquenza, sensualità, passioni. Seguono nel 1987 Le Petit Napperon Rouge e Hallali Romèe , dedicato a Giovanna d’Arco e al tema della castità. Ribaltamento totale con Liqueurs de Chair (1988), che affronta invece l’argomento degli incontri e scontri sessuali.

Nel 1989 la compagnia diventa Centro coreografico nazionale. Nello stesso anno con Noces (musica di Stravinskij) incomincia quella rivisitazione dei Ballets Russes che lo vede impegnato nel 1993 in un Hommage aux Ballets Russes all’Opéra di Parigi (Parade, Spectre de la Rose e Noces). Amer America del 1990 nasce per la Biennale di Lione e nello stesso anno, per il Lyon Opéra Ballet, Preljocaj crea una sua versione di Romeo e Giulietta , ambientato dalle scene e costumi di Enki Bilal in un mondo futuro dominato da dittatura sessuofoba. Nel 1992 è la volta di La Peau du Monde , meditazione sul rapporto fra l’uomo e la terra. Dopo aver collaborato con il Centre National de la Danse e de l’Image di Châteuvallon edessere stato invitato a creare un balletto per l’Opéra di Parigi, Le Parc , dal 1995 Preljocaj con la sua compagnia si installa ad Aix-en-Provence. Qui ricrea il Romeo e Giulietta per i propri danzatori nel 1996. Nel 1997 coreografa Paysage après la bataille, e per l’Opéra di Parigi Casanova. Nel 1999 è invitato a lavorare per il Balletto della Scala di Milano. Emerso come nome forte dalla generazione della Nouvelle Danse francese degli anni 1980, Preljocaj ha dimostrato sempre più una personalità marcante i cui lavori superano i confini di una tendenza coreografica e definiscono il profilo di un grande creatore.

Page

Si rivelò nel 1951 in un’acclamata ripresa Off-Broadway di Estate e fumo di T. Williams, del quale interpretò anche, ammiratissima, La dolce ala della giovinezza (sulle scene nel 1958 e sullo schermo nel 1962). Fedele discepola di Strasberg, sotto la cui direzione fu Olga in una discussa edizione delle Tre sorelle , aveva trovato nelle eroine di questo autore i veicoli più atti a mettere in luce il proprio talento (usato proficuamente anche da Hollywood). Ma seppe pure affrontare con successo ruoli comici in testi come Black Comedy di P. Shaffer e Assurdamente vostri di A. Ayckbourn.

Pezzoli

Dalla fine degli anni ’80 si dedica alla regia dopo aver seguito le lezioni di D. Fo; si diploma alla Scuola d’arte drammatica `P. Grassi’ di Milano. Collabora con N. Garella e M. Castri, poi con lo Stabile di Parma e La Contemporanea ’83 di S. Fantoni. Dirige L’attesa di Binosi, Come le foglie di Giacosa , Il lungo pranzo di Natale di Wilder e, nel 1996, La scuola delle mogli di Molière. Nella stagione 1997-1998 realizza La Celestina di De Rojas e la novità Il caso Moro di R. Buffagni.

Pankova

Terminati gli studi all’Istituto Coreografico di Leningrado Elena Vladimirovna Pankova entra nel 1981 nella compagnia del Kirov dove affronta il ruoli del repertorio ottocentesco ( La bella addormentata, Don Chisciotte, Corsaro, Giselle) e del Novecento (La fontana di Bachcisaraj) . Viene scelta da Suzanne Farrell come protagonista di Scotch Symphony che porta in tournée con il Kirov, di cui diventa presto una delle ballerine più in vista e dotate. Incomincia `una carriera di stella ospite’ nelle principali compagnie come English National Ballet con il quale interpreta Il lago dei cigni . Danza in Italia nel 1991 in Lo schiaccianoci a Firenze, nel 1996 in La bella addormentata al Carlo Felice di Genova e nel 1998 è protagonista de Il lago dei cigni a Firenze. Per le sue linee perfette, per precisione, lirismo, eleganza e virtuosismo incarna l’ideale di purezza dello stile pietroburghese. È attualmente étoile alla Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera.

Panelli

Proveniente dall’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’, compagno di corso di Manfredi e Buazzelli, Paolo Panelli esordì in rivista, nel 1948, con Col naso lungo e le gambe corte (cioè Pinocchio), un `centone’ di ritagli di precedenti spettacoli di Garinei e Giovannini: nel cast anche Nino Besozzi attore `brillante’ in prosa e al cinema, la coppia Mario Riva e Diana Dei; e a rinforzo Gino Franzi, ex gloria della canzone, fine dicitore, lo `Scettico blues’ (non “blu”!) che gorgheggiava “Balocchi e profumi” e “Mamma”. Nella stagione 1954-1955 fu in Senza rete , rivista `d’avanguardia’ di e con Alberto Bonucci, con un cast ricco di `promesse’: Monica Vitti e Marina Bonfigli, Paolo Ferrari e Bice Valori. Dalla stagione successiva (1955-56) e per tutta la vita, recitò in spettacoli di Garinei e Giovannini, un sodalizio artistico e umano che ha pochi riscontri nel mondo dello spettacolo. Eccolo in Buonanotte Bettina accanto a Walter Chiari e a Delia Scala (1955-56); in L’adorabile Giulio (1957-58) con Dapporto, Delia Scala, Teddy Reno; in Un trapezio per Lisistrata (1958-59), dove, attingendo ad Aristofane, si scherzava sulla guerra fredda tra sovietici e americani, con Panelli nel ruolo di Dimitrione il rosso; nel cast, Delia Scala, il Quartetto Cetra (che si ribellò, ma invano, alle barbe posticce), Nino Manfredi (che ottenne un paio di pantaloni perché non voleva esporre le gambe troppo magre) e Mario Carotenuto.

Durante una replica pomeridiana, Panelli si addormentò in scena, venne svegliato da Manfredi tra le risate del pubblico, come sempre `complice’ di simili fuori-programma. Nella stagione 1960-61, il trio Scala-Manfredi-Panelli si sposta in tv e presenta una memorabile edizione di “Canzonissima”. Nel 1961-62, c’è Rinaldo in campo , straordinario musical di sapore folcloristico con Domenico Modugno, brigante siciliano, Delia Scala, contessina patriottica, l’inedito due Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, l’autorevole Giuseppe Porelli e Panelli nel ruolo di `Chiericuzzo’: moriva in scena e fu il primo `cadavere’ nella storia dello spettacolo leggero. Altri successi targati sempre Garinei e Giovannini: Aggiungi un posto a tavola , dal 1974 in poi, tre stagioni in Italia (con seicentotrenta repliche) e tournée all’estero, con Johnny Dorelli pretino alle prese con il diluvio (idea `recuperata’ dagli autori dopo La Bisarca , del 1950). Seguirà sempre con Dorelli, Accendiamo la lampada , con Gloria Guida starlet del cinema all’esordio come soubrette (fu l’ultimo spettacolo di Bice Valori, moglie di Panelli, scomparsa in quel periodo); e la partecipazione al Rugantino , tra le più importanti commedie musicali di G&G, più volte, e anche recentemente, ripresa. Ma non solo musical: Panelli, sempre con Garinei e Giovannini, ha recitato in commedie brillanti: L’alba, il giorno e la notte di Nicodemi, Niente sesso siamo inglesi con Dorelli; per non parlare delle innumerevoli partecipazioni cinematografiche, di cui ricordiamo per lo meno la memorabile interpretazione del vecchio genitore in Parenti serpenti di Monicelli (1991).

Peymann

Claus Peymann inizia la sua carriera nell’ambito del teatro universitario mettendo in scena Il modello di Antigone di Brecht. A partire dal 1975 collabora con il Theater am Turm di Francoforte curando la regia di opere di Peter Handke (Oltraggi al pubblico , 1966 e Kaspar , 1970), di Martin Walser e Thomas Bernhard. Per qualche mese è membro della Schaubühne diretta da P. Stein a Berlino e, a partire dal 1970, cura regie allo Schauspielhaus di Amburgo (Una festa per Boris, di T. Bernhard 1970 e Gli ipocondriaci, di Botho Strauss, 1973). Diventa il regista favorito per i lavori di Bernhard di cui dirige L’ignorante e il folle al festival di Salisburgo del 1972 con l’interpretazione di Bruno Ganz. Dal 1974 al 1979 dirige il teatro di Stoccarda. Nel 1977 vi mette in scena la prima e la seconda parte del Faust con un’estetica sensuale e barocca e raffinata intelligenza. In seguito a un conflitto con il potere politico a proposito dell’assunzione di Gudrun Ensslin, si trasferisce con la sua compagnia a Bochum, dove collabora con i drammaturghi Hermann Beil e Uwe Jens Jensen e col regista Alfred Kirchner. Ottiene grandi consensi con le rappresentazioni del Torquato Tasso di Goethe, de La battaglia di Arminio di Kleist e di Leonce e Lena di Büchner. Nel 1986 la sua nomina a direttore del Burgtheater di Vienna per opera del ministro socialista della cultura provoca notevoli conflitti con i rappresentanti della politica conservatrice. Tra i suoi allestimenti di maggior successo vanno ricordate le regie del Riccardo III (1987) e di Heldenplatz di T. Bernhard (1988)

Prosperi

Figlio del critico e autore Giorgio, Mario Prosperi è tra i fondatori del Centro universitario teatrale di Roma, con Proietti, Calenda, Gazzolo e De Berardinis. Traduttore, adattatore per il teatro e la televisione, P. inizia l’attività registica con Il tubo e il cubo di A. Frassinetti (1967, Teatro Valle), e, nel 1968 collabora al Teatro Club di G. Guerrieri. L’anno successivo R. Giovanpietro mette in scena il suo Persecuzione e morte di Girolamo Savonarola , presentato alla Biennale di Venezia. Nel 1974 P. inaugura lo spazio de “Il politecnico” di Roma (di cui dirige la sezione teatro) con il suo Il dottor Franz Fanon psichiatra in Algeria . Nel 1979 per l’Istituto nazionale del dramma antico traduce e mette in scena La donna di Samo di Menandro, più volte ripreso in Italia e all’estero. Autore prolifico e interprete appassionato, si ricordano, tra le altre produzioni che lo vedono autore, regista e attore, Il presidente (1980), Nadia e Gaspare (82), La figlia di Augusto (83), Produzione De Cerasis (84), La mamma di Nerone (86), Quo vadis? (87), Eloisa e il suo maestro (94), Le jeu de Saint Nicolas (95). Studioso attento, Prosperi, collabora con “Il tempo” dal 1976 al 1985 e tiene seminari di drammaturgia.

Pambieri

Studente alla Scuola del Piccolo Teatro, Giuseppe Pambieri ha fatto `ditta’ con la moglie L. Tanzi e, dai primi anni ’90, con la figlia Micol. Interpreta Goldoni, ma soprattutto Shakespeare: La bisbetica domata , Molto rumore per nulla (1995) con la regia di A. Syxty che lo dirige anche l’anno seguente come Shylock ne Il mercante di Venezia . Nella stagione 1988-1989, si è confrontato con Pinter (Il guardiano , 1988, con la regia di Guido De Monticelli) e lo storico Mardi 14 rien (dagli atti del processo a Luigi XVI, testo di P. Buzzi Baroni, con la regia di F. Gervasio). Quindi ha recitato N. Simon ( Rumors , regia di G. De Bosio) e L. Lunari (Tre sull’altalena , 1994, regia di Piccardi). Nella stagione 1997-98 ha interpretato L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello. Ha partecipato anche a svariati sceneggiati televisivi, tra cui Le sorelle Materassi, di Palazzeschi, per la regia di M. Ferrero (1972), nel ruolo dell’affascinante nipote di Rina Morelli, Sarah Ferrati e Nora Ricci. La figlia Micol, attrice italiana. Figlia di G. Pambieri e L. Tanzi. Tra le sue interpretazioni, Il diario di Anna Frank (in cui recita con il padre e la madre), Gli occhi della notte e, nel ’95, Romeo e Giulietta in una compagnia di giovani attori diretti da M. Panici. Nella stagione ’97-’98 ha interpretato, al fianco di L. Masiero, Non ti conosco più di A. De Benedetti, con la regia di P. Rossi Gastaldi.

Pugliese

Laureato in giurisprudenza, Sergio Pugliese ricoprì un importante ruolo dirigenziale alla Rai, promuovendo i primi programmi sperimentali. Giovanissimo scrisse, in collaborazione con S. Gotta, una commedia dal titolo Ombra, la moglie bella (1932). Dopo il divertente lavoro Trampoli (1935, interpretato da D. Falconi), si dedicò a un teatro più pensoso e intimista, caratteristiche che lo accompagneranno nella successiva produzione. Tali elementi si ritrovano infatti anche nel Cugino Filippo (1937), Conchiglia (1937) e Vent’anni (1938). Il riferimento naturale di questo stile può essere individuato nel Giacosa di Come le foglie. La sua opera più nota è L’ippocampo (1942), nella quale si racconta con arguzia una vicenda coniugale: la commedia, che riscosse un grande successo, venne rappresentata in molte piazze europee e restò in cartellone un anno a Buenos Aires. Nel 1945 la stessa commedia ebbe una versione cinematografica. Sempre per il grande schermo, firmò la sceneggiatura, tra l’altro, di Gioco pericoloso (1942), L’angelo bianco (1943), Nebbie sul mare (1944-1945), Barriera a settentrione (1951).

Pagliaro

Walter Pagliaro studia all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ dove si diploma in regia nel 1975 e svolge un periodo di apprendistato al Piccolo Teatro di Milano come assistente di Strehler. Nel 1978 affronta la sua prima regia portando sulle scene del Piccolo il Beckett di Aspettando Godot. Mostrando fin dal primo spettacolo un’attenta analisi del testo Pagliaro costruisce qui una grande metafora dell’esistenza umana rappresentata nelle sue fasi dall’evoluzione dei due protagonisti. L’anno seguente presenta L’illusion comique di Corneille sempre per il Piccolo, quindi, dopo essersi confrontato con la sua prima regia lirica nei Capuleti e Montecchi di Bellini al Teatro Comunale di Modena (1980), lavora per lo Stabile di Genova dove si occupa dell’allestimento di due testi di Kleist ( Il principe di Homburg, 1982 e Anfitrione , 1983). Nel 1984 è a Siracusa con Filottete di Sofocle e in seguito torna al Piccolo di Milano dove mette in scena Mon Faust di Valery (1987) e Stella di Goethe (1988) partecipando al `Progetto Faust’ di Strehler. Dal 1991 al 1995 lavora al Petruzzelli di Bari dove è impegnato insieme a Pierfranco Moliterni nei due progetti de Lo strumento scordato (1991) e Nell’intima dimora (1992). In questi lavori strutturati in due trilogie Pagliaro propone un’indagine sui rapporti fra l’attore e la scrittura giungendo ad esplorare i luoghi fisici del teatro stesso ne Lo strumento scordato (dove i tre racconti sono ambientati rispettivamente nel foyer, nel palcoscenico e nel sottopalco) e a rivelare il gioco delle relazioni fra attore, personaggio e testo in Nell’intima dimora. Si dedica successivamente agli allestimenti di Signorina Else di Schnitzler (1993) che porta in tournée per tre anni con l’interpretazione della Esdra, Sogno (ma forse no) di Pirandello, Doublages di Wenzel (1995). Nel 1995 crea insieme a Paola Mannoni, Roberto Herlitzka e Micaela Esdra l’Associazione culturale `Gianni Santuccio’ per la quale realizza tra gli altri: Antigone (1997) ed Elettra (1998) di Sofocle, Vestire gli ignudi di Pirandello (1998-99).

Pontedera,

Il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Gruppo di Pontedera, fondato nel settembre del 1974 da Dario Marconcini e da Roberto Bacci, ha assunto nell’arco d’un ventennio vari nomi: Piccolo teatro di Pontedera, Compagnia Laboratorio, P. Teatro, Teatro Era, Istituto di ricerca e produzione teatrale della Toscana. È in fase di creazione, con la Fondazione Sipario Toscana, il Teatro nazionale d’Arte della Toscana. Pontedera è una `capitale nascosta’ del teatro, geograficamente marginale eppure centrale nella ricerca di un modello e di un linguaggio nuovi. È nato quasi dal nulla, per iniziativa di alcuni attori filodrammatici, quali erano Marconcini e Bacci, e di alcuni volenterosi privati. Un teatro fatto in casa, ma con larghe ambizioni; dapprima isolato all’interno della stessa città, ma intraprendente per i legami con voci teatrali lontane, prima fra tutte quella dell’Odin Teatret di Eugenio Barba, poi quella, sempre più robusta e radicata, del Workcenter di Jerzy Grotowski. Dal primitivo gruppo di dilettanti testardi, che uscì allo scoperto con un Macbeth di Shakespeare, diretto nel ’75 da Bacci, da quel minuscolo sodalizio di gente che si sentiva dominata dall’ombra del Living Theatre, si sono sviluppati tre successivi gruppi o compagnie, all’interno di una struttura più immaginativa che organizzativa che, col tempo, ha saputo diventare un punto di riferimento internazionale, in un clima che Georges Banu ha paragonato a quello delle accademie cinquecentesche. Oltre a una quantità quasi incalcolabile di seminari e di incontri con i protagonisti internazionali della ricerca (Barba, Brook, il Bread & Puppet ecc.), Il Centro di Pontedera svolge un’intensa attività organizzativa e distributiva. Lancia progetti di ricerca a largo respiro, per esempio quello che si svolge dall’ottobre 1980 al giugno 1982 intitolato “L’eresia del teatro: Stanislavskij”, coordinato da Paolo Pierazzini e Dario Marconcini, cui partecipano come insegnanti Marisa Fabbri, Jerzy Stuhr e Ryszard Cieslak. Dal 1978 al 1987 dirige il festival di Santarcangelo e, successivamente, le rassegne Volterrateatro e Passaggio a Pontedera. Con gli anni ’80 passa anche alla fase produttiva, allestendo, fra l’altro, Zeitnot di Bacci (1983), Le serve di Genet con drammaturgia di Paolo Billi e regia di Marconcini (1985), A. da Agatha con la regia di Thierry Salmon (1986, ripresa nel 1994), Laggiù soffia da Melville, regia di Bacci (1986), Hamletmachine di Müller con la regia di Tiezzi (1987), Edipo Iperboreo di Raul Ruiz (1988), Mattutino: diario di un curato di campagna da Bernanos, regia di Marconcini (1991).

Pensa

Tra le opere teatrali di Carlo Maria Pensa si ricordano: Il fratello (1955), La figlia 1957), I falsi (1959), Riconoscenti posero e Gli altri uccidono (entrambe hanno vinto il Premio Riccione), Gli innocenti (1966), LSD, Lei scusi divorzierebbe ? (1970), Miladieci (rappresentata diverse volte e vincitrice del premio nazionale Vallecorsi), La piscina nel cortile con cui si aggiudica il premio Flaiano. Si è occupato di regia teatrale: sue sono l’allestimento e la riduzione del Successore di C. Bertolazzi, Una famiglia di Cilapponi di C. Dossi, Trilogia di Ludro F.A.Bon. Importante il suo contributo nell’ambito della letteratura drammatica milanese, alla quale ha contribuito con cinque commedie dialettali fra le quali Dammatrà ripreso recentemente al Franco Parenti nell’interpretazione di Piero Mazzarella. Ha diretto la sezione prosa della Rai.

Prévert

Autore di grande successo, legato soprattutto alle canzoni e alle raccolte di poesia, Jacques Prévert inaugura la sua intensa attività pubblica proprio con il teatro, in un clima di militanza politica appassionata, nel quale l’espressione artistica diventa un momento di impegno e di lotta. Nel 1932, con l’amico Tchimoukov, regista e attore, diventa la personalità guida del “Gruppo ottobre” (1927), che per l’accento dissacrante e iconoclasta si propone come esperienza significativa dell’avanguardia di ispirazione dadaista e surrealista. Il suo primo testo ad approdare sulle scene è Viva la stampa (Vive la presse, 1932), una satira farsesca sulla propaganda nazionalista e antipopolare della stampa di regime. Della prima metà degli anni ’30 sono anche: La battaglia di Fontenoy (La bataille de Fontenoy), efferata e sanguinaria pochade antimilitarista; L’avvento di Hitler (L’avènement d’Hitler), feroce denuncia contro la presa del potere del dittatore nazista; Disoccupato (Chômeur) e L’ambulante (Le camelot), due scenari di mimo e danza. Del 1935, anno dello scioglimento del Gruppo, è Il quadro delle meraviglie (Le tableau de merveilles), tratto dagli intermezzi di Cervantes. Da allora, spesso in collaborazione con Kosma, comincia a comporre le sue celebri canzoni, tra cui “Pesca alla balena” e “Storia del cavallo”, che avranno interpreti d’eccezione in Greco, Piaf e Montand. P. diventerà famoso anche grazie al cinema, soprattutto come scrittore dei dialoghi dei migliori films di Carné: Quai des brumes (1938), Le jour se lève (1939), Les visiteurs du soir (1942), Les enfants du paradis (1943-1944). Nel dopoguerra si dedicherà prevalentemente alla letteratura, pubblicando diverse raccolte di poesie che confermano la sincerità e l’autenticità del suo impegno umano e letterario.

Pomodoro

Nei progetti scenografici l’artista si avvale della sua esperienza di scultore astrattista, intendendo lo spazio in modo instabile, tramite forme astratte e monumentali sculture di luce. Nel 1953 partecipa a un concorso di scenografia promosso da A.G. Bragaglia, progettando insieme a Giorgio Perfetti scene e costumi per l’ Oreste di Alfieri. L’anno seguente ottiene un altro premio per le scene di Santa Giovanna dei macelli di Brecht. Nel 1982 riceve dal direttore artistico del Teatro dell’Opera di Roma, l’incarico di realizzare scene e costumi per la Semiramide di Rossini, in occasione del centenario del Teatro. Al Teatro Massimo di Palermo realizza, fra il 1983 e il 1985, le scene e i costumi per le versioni di Emilio Isgrò, in dialetto siciliano, di Agamennuni , I Cuefuri e Villa Eumenidi di Eschilo. Dal 1986 inizia la collaborazione con il regista Chérif col quale lavorerà per: La tragedia di Didone di Marlowe al Teatro dei Ruderi di Gibellina; La Chute de Cleopatre di Ahmad Shawqui a Gibellina (1989); I paraventi di Jean Genet al Teatro Testoni di Bologna (1990); Nella solitudine dei campi di cotone di Bernard-Marie Koltès (1992) e Più grandiose dimore di E. O’Neill al Teatro dei Satiri a Roma (1993). Fra le altre esperienze in ambito teatrale: l’ Edipo re (da una versione di I. Stravinskij e J. Cocteau da Sofocle), rappresentato nel 1988 all’Accademia musicale Chigiana di Siena; l’ Oreste di V. Alfieri (1993); Stabat mater (Roma 1994), La passione secondo Giovanni (Asti 1994) e Vespro della Beata vergine di A. Tarantino, sempre per la regia di Chérif (Benevento 1995).

Picone

Studia alla Scuola del San Carlo e all’Accademia nazionale di danza di Roma. Il suo debutto risale al 1989 come giovane Nijinski in Nijinski, memorie di giovinezza con Carla Fracci (San Carlo); nel 1992 è con il Ballet de Nancy e nel 1993 con l’English National Ballet, dove si mette in evidenza per la sua aristocratica presenza e purezza tecnica, in ruoli da danseur noble e in balletti classici del Novecento ( Etudes di Harald Lander). Nel 1997 è ingaggiato come primo ballerino all’American Ballet Theatre.

Pericoli

Dopo gli studi classici Tullio Pericoli frequenta la facoltà di giurisprudenza a Roma e a Urbino e inizia a collaborare con disegni e illustrazioni a diversi giornali. Si trasferisce a Milano nel 1961 dove per dieci anni lavora nel quotidiano “il Giorno”. Del 1972 sono le sue prime mostre di pittura e nello stesso anno comincia una fruttuosa collaborazione con la rivista Linus. Con E. Pirella pubblica strisce di critica politica; nel 1974 il “Corriere della Sera” gli pubblica regolarmente i suoi disegni. I suoi acquerelli vengono esposti nella galleria milanese Studio Marconi, e si susseguiranno mostre di pittura e di disegni nelle più importanti gallerie nazionali e internazionali.

Nel 1981 partecipa alla Triennale di Milano e a una mostra sulla scenografia della televisione italiana. Nel 1984 ha inizio la sua collaborazione con “la Repubblica” dove disegna ritratti di scrittori. Segnaliamo nel vasto panorama della sua attività di pittore e illustratore, la commissione avuta da L. Garzanti di dipingere un salone all’interno della casa editrice. Cura insieme a P. Cerri, una serie di sigle animate nell’ambito di un programma di rinnovamento televisivo dell’immagine di Raitre. Ricordiamo nel 1991 l’importante mostra retrospettiva di Pericoli nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano dove vengono esposte opere legate all’editoria, alla stampa quotidiana e periodica, ai libri illustrati e a opere non legate alla committenza. In teatro debutta come regista scenografo e costumista nel sorprendente Elisir d’amore di Donizetti a Zurigo nel 1996, poi ripreso alla Scala di Milano nel 1998.

Pandolfi

Esperto della commedia dell’arte, sulla quale scrisse l’importante opera La commedia dell’arte (1956), autore di una storia del teatro intitolata Il teatro drammatico dalle origini ai nostri giorni (1959, dove mette in relazione l’evoluzione del teatro con quella della società) e di antologie sul teatro del dopoguerra e sul teatro espressionista tedesco. Fu critico drammatico per quotidiani e riviste specializzate. Si diplomò in regia all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ nel 1943 e debuttò l’anno seguente con uno spettacolo di Gorkji: Egor Bulyciov e gli altri. Nel 1945 diresse Il corsiero bianco di P.V. Carroll, compagnia Borboni-Randone; nel 1946 La luna è tramontata da J. Steinbeck (compagnia Ruggeri) e nel 1947 La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca. Nello stesso anno lavorò con L. Squarzina e L. Salce per La fiera delle maschere , adattamenti di canovacci della commedia dell’arte, rappresentata a Praga e a Venezia. Dal 1951 al 1956 collaborò con V. Pratolini e C. Bernari per la messa in scena di novelle del Boccaccio e del Bandello (per cui si avvalse della collaborazione di C.E. Gadda). Per quanto riguarda il cinema, prestò la sua consulenza di studioso della commedia dell’arte per La carrozza d’oro di J. Renoir (1952) e, nel 1962, con David Maria Turoldo firmò Gli ultimi .

Peroni

Contemporaneamente a una importante esperienza cabarettistica nei locali milanesi, negli anni ’70 comincia a recitare in teatro, partecipando al Macbetto di Testori e continuando l’apprendistato con Il gigante nano di Wedekind e Il misantropo di Molière con la regia di F. Parenti. Durante il decennio successivo è interprete di due drammi di G. Sansone, Il bosco di notte e La locanda di Norma Maccanna per la regia di A.R. Shammah, e di Rumours di N. Simon (regia di G. De Bosio). Nel Baal di Brecht interpreta ben quattro personaggi. Attore comico completo in fuga dalla caratterizzazione, nel 1994-95 è in Centocinquanta la gallina canta di A. Campanile.

Palladino

Inizia nel 1984 al Derby Club di Milano con lo spettacolo Il Professore ; trova dimora allo Zelig a partire dal 1986 portando lo spettacolo Il professore due , cui seguono Evado e vengo (1992), Sesso e grattini (1994-95), Frigo Club (1997) e, in ultimo, Gli irriducibili , sempre allo Zelig nel 1998. A teatro ha partecipato a alcuni dei più felici spettacoli dell’Elfo ( Comedians e Eldorado , diretti da Salvatores) e a alcune produzioni con la compagnia di Paolo Rossi ( Le visioni di Mortimer e L’opera da due lire dirette da Giampiero Solari). Sul piccolo schermo lo vediamo in Zanzibar , sit-com per la regia di Marco Mattolini.

Prati

Si diploma all’Accademia d’arte drammatica a Roma e debutta, diretto da O. Costa, nel 1969. Poco dopo inizia a lavorare con L. Ronconi, recitando nei suoi spettacoli più noti: Il candelaio (1978) , Orlando Furioso (1970), XX ( 1971 ) , Utopia ( 1975 ) , Calderón (1978), La Torre (1978), L’uccellino azzurro ( 1979 ) , La serva amorosa (1989), in cui disegna un inedito personaggio di Arlecchino, che lo rende famoso anche all’estero. È stato diretto da Chéreau, Cobelli, Branciaroli, dai fratelli Lievi. Ha anche una attività cinematografica di forte rilievo: Tre passi nel delirio di Fellini, Una stagione all’inferno di Risi, La Certosa di Parma di Bolognini. È stato ucciso misteriosamente sulla spiaggia di Mazara del Vallo.

Perlini

Figlio di girovaghi proprietari di giostre, immagini e oggetti dell’infanzia provinciale ricorreranno spesso negli allestimenti che vedono Amelio Perlini tra i protagonisti dell’avanguardia teatrale romana degli anni ’70. Studia all’Accademia di belle arti a Roma, è illustratore e disegnatore prima di collaborare come scenografo con il Teatro dei Folli di Nino de Tollis (1969-70). Lavora con il regista Giancarlo Nanni alla Fede, come costumista e attore (Imperatore della Cina, A come Alice, Risveglio di primavera ). Nel 1973, dal sodalizio artistico con il pittore e scenografo Antonello Aglioti e il musicista Alain Curran nasce il Teatro La Maschera e avviene il debutto alla regia con Pirandello chi? al Beat 72 di Roma. Seguono Tarzan e Candore giallo (con suono di mare) (1974), nel 1975 Otello perché? (in romagnolo, con Desdemona ottantenne e Jago bambino) e Paesaggio n.5 (che inferocisce gli spettatori per la dissacrante rappresentazione di nozze piccolo borghesi).

Onirici, frenetici e a frammenti come cartoni animati, visuali piuttosto che fisici dentro un paesaggio teatrale in continua metamorfosi, gli spettacoli di P. provocano e irritano, oscillando tra surrealismo personale e sensibilità nevrotica di volta in volta ancorata a un immaginario popolare decontestualizzato. Così nel 1976: Locus solus da R.Roussel , La partenza dell’argonauta da A.Savinio, Tradimenti-azioni e Tradimenti n.2 (entrambi di Aglioti e P.); nel 1978: Risveglio di primavera da F. Wedekind; nel 1979: La cavalcata sul lago di Costanza di P. Handke (per il Teatro La Piramide). Degli anni ’80 è la messa in scena di alcuni classici: Gli uccelli di Aristofane (con Nuova scena di Napoli e la musica degli Area, 1980), Il mercante di Venezia di Shakespeare con Paolo Stoppa e John Gabriel Borkman di Ibsen, entrambi del 1981. Nel 1981 si cimenta anche con un’opera verista, Cavalleria rusticana di Mascagni, per la televisione. Nello stesso anno, a Lille, allestisce Eliogabalo di Artaud. Nel 1982 e nel 1984 inscena due testi suoi: Intorno a Garibaldi , all’aperto sul Lungotevere da Ponte Sisto a Ponte Sublicio, e Cartoline italiane , al Teatro La Piramide.

Nello stesso teatro, sempre nel 1984, allestisce Molly Bloom, il monologo dall’ Ulysse di J. Joyce. Le sue sperimentazioni-provocazioni continuano: in piazza della Rocca, a Todi, Storia di un Soldato, di Ramuz-Strawinski (1984); al Fabbricone di Prato, Picasso , su testi di Moravia, Bataille, Picabia e Picasso (1984); per il Teatrorizzonti, alla stazione ferroviaria di Urbino, L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello (1987); in piazza Grande a Arezzo, All’uscita di Pirandello (1987); al Teatro La Piramide di Roma, Storie di ordinaria follia da un testo di C. Bukowski (1988) e al festival di Spoleto, Skadalon, viva Fausto Coppi di R. Kaliski (1989); Ifigenia in Aulide, di Euripide, all’Olimpico di Vicenza (1990); Apparenze d’apparenze, al teatro Colosseo a Roma (1991); Medea di Seneca, a Paestum (1992); La lupa di Verga a Agrigento (1992); Onore? di R. Gellert a Roma (1994). Va ricordata infine la sua attività cinematografica, interessante anche se scarsa: Cartoline italiane , nel 1987, da un suo testo; e Ferdinando, uomo d’onore , nel 1990, dalla commedia di A. Ruccello, film di cui si ammira piuttosto l’interpretazione sua e della Di Benedetto che non il risultato registico.

Poggi

Attiva anche su grande e piccolo schermo, in ragione della sua avvenenza inizia la carriera recitando in ruoli brillanti al fianco di W. Chiari ( Hai mai provato nell’acqua calda? ) e G. Bramieri ( Felici e contenti ). Nel 1994, al Festival di Spoleto, diretta da J. Crowther ha interpretato L’ultimo yankee di A. Miller, del quale aveva precedentemente interpretato Una specie di storia d’amore . Tra le altre interpretazioni, L’albergo del libero scambio di Feydeau (1996, regia di M. Missiroli) e, nel 1997, Il martello del diavolo di R. Binosi in cui ha il ruolo di una donna omosessuale.

Platel

Allieva, ma solo all’ultimo corso, dell’Opéra di Parigi, nel 1976 è stata scritturata dallo stesso teatro di cui diventerà anche una delle vedette. Prima ballerina nel 1976 (anno in cui vinse la Medaglia d’argento a Varna), viene promossa étoile nel 1981 al termine della sua prima, esemplare Giselle . Dotata di grande forza espressiva, ha per lungo tempo rappresentato il prototipo della ballerina del Ventesimo secolo essendo a un tempo versata sia per il repertorio classico che per quello moderno. Fra l’altro, è stata l’intensa e luminosa interprete di lavori di Béjart ( Life ), di Neumeier ( Magnificat ), di Robbins ( In the Night ), di Kylián ( Sinfonietta ). Di Nureyev invece ha realizzato Manfred (1980) e successivamente, 1992, la sua versione di Bayadère .

Paré

Entrato come ballerino all’Opéra di Parigi, nel 1978 viene premiato come miglior interprete al concorso di Bagnolet. Ben presto P. viene ad appartenere a quella schiera di giovani che nei primi anni ’80 intorno a Jacques Cartier hanno costituito il Groupe de recherche choréographique de l’Opéra de Paris. È in questo cantiere che firma le sue prime e interessanti coreografie: Probabile paysage (1981), Les rives de l’autre (1982), La dame a la licorne (1983) e ancora La couleur du secret (1984). Per Marie Claude Pietragalla firma un originale `solo’ Croisée (1990). Lasciato l’Opéra continua le sue esperienze sotto l’influenza fra gli altri di François Verret, di Daniel Larrieu, di Degroat e di Raffinot. Artista squisito, sensibile, molto elegante continua la sua carriera coreografica con opere come Le faune dévoilé (1993), Sur le chemin de ronde (1994), Tu es lié (1995).

Plessi

Nella progettazione delle sue installazioni si è servito in particolare di un elemento, l’acqua, e di uno strumento tecnico, il video. L’immagine video, come l’acqua, è mobile e può essere ingannevole, come in Liquid movie (produzione del CRT di Milano, presentato alla Biennale di Venezia nel 1981), dove una superficie riflette un solo lato del corpo della ballerina Margaret Fischer, dando l’illusione a chi guarda di vederlo per intero. O in uno dei 12 filmati che costituiscono Underwater (1982), dove come ironico omaggio al cinema americano degli anni ’50 l’artista propone una serie di istantanee delle dive immerse in vasche piene di schiuma.

Piazza

Studia nei centri di Martha Graham e Alvin Ailey a New York e si perfeziona con Peter Goos e Carolyn Carlson. A metà degli anni ’80 danza con il Momix Dance Theatre e la Lindsay Kemp Company e debutta nella coreografia, creando Tempus fugit (1987) e con Evgheni Polyakov Traviata, une adventure dans le mal (1988). In seguito allestisce A Selene ( MaggioDanza 1989), Baby doll (Danzatori Scalzi 1991), Batmos (Balletto di Sardegna 1993).Vincitore del Prix Volinine, con il suo gruppo, creato nel 1993, presenta delicati lavori di teatrodanza come Claustrum Beatitudinis (1993), Kaffe-kantate (1994) e Charlie danza Charlot (1995).

Podini

Paolo Podini si forma alla Scuola di ballo della Scala, perfezionandosi per tre anni alla Scuola del Bol’šoj di Mosca. Rientrato alla Scala viene nominato primo ballerino nel 1975 e qui interpreta molti ruoli classici con particolare predilezione per quelli di mezzo carattere, nonchè coreografie di autori moderni, tra le quali si ricordano L’uccello di fuoco di M. Béjart (1974) e L’angelo azzurro di R. Petit (1986). Ritiratosi dalle scene nel 1995 insegna alla Scuola di ballo della Scala.

Pinelli

Ha esercitato fino al 1942 la professione di avvocato, che abbandonò per dedicarsi al cinema, ambito nel quale va ricordata soprattutto la sua collaborazione con F. Fellini ( La strada , 1954; Le notti di Cabiria , 1957; La dolce vita , 1960). Per la creatività della sua scrittura P. è stato accomunato a Rosso di San Secondo e M. Bontempelli. Nei suoi testi per il teatro ha affrontato in particolar modo temi di carattere etico-religioso, sperimentando nuove forme di linguaggio. I protagonisti delle sue opere sono legati da tratti epici, in cui si fondono sentimenti misteriosi di amore e morte. Alcuni titoli: La pulce d’oro (1935), I padri etruschi (1941), Lotta con l’angelo (1943), Il ciarlatano meraviglioso (1967), La sacra rappresentazione di Santa Marina (1969).

Palmer

Nota anche come Palma o Daniela Palmer studiò con Ida Carloni Talli e con Emilia Varini, esordendo nel 1932 in Scena vuota di D. Niccodemi. Nello stesso anno formò una propria compagnia sotto la direzione di E. Berti e in seguito di P. Sharoff e T. Pavlova. La sua recitazione dapprima spontanea, supportata da un’ottima dizione, maturò raggiungendo un carattere di estrema modernità con punte di sofferta intensità. Tra le sue interpretazioni La famiglia dell’antiquario e Il campiello di Goldoni, La fiaccola sotto il moggio di D’Annunzio, Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Nel 1934-1935 lavorò anche per il cinema in Marcia nuziale e La luce del mondo . Morì suicida.

Papp

Papirofsky; New York 1921 – ivi 1991), regista e impresario statunitense. Fondò nel 1954 il New York Shakespeare Festival, attivo prima in una chiesa presbiteriana, poi nel Central Park, infine in un teatro, il Delacorte, appositamente costruito nel 1962 all’interno dello stesso parco. L’intento era di offrire gratuitamente ai cittadini rappresentazioni di opere di alto contenuto poetico, scegliendo anche titoli di modesto richiamo. Nel 1967 affiancò a questa iniziativa un New York Public Theatre, con finanziamenti municipali, nelle cui cinque sale furono ospitati testi e spettacoli di rilievo, spesso di carattere sperimentale, fra i quali il musical Hair .

Pani

Corrado Pani debutta ai microfoni di Radio Vaticana interpretando il ruolo di Gesù bambino. Esordisce nel cinema, nel 1953, in una parte secondaria di Viale della speranza di D. Risi. Deve a L. Squarzina il primo ruolo teatrale di rilievo, in Thè e simpatia di M. Anderson (1955) con Villi, Tieri e Garrani È del 1958 un incontro fondamentale con L. Visconti che lo vorrà in teatro nella parte di Rodolfo in Uno sguardo dal ponte di A. Miller e, nello stesso anno, in Veglia la mia casa, Angelo di K. Frings dal romanzo di T. Wolfe; e successivamente nel cinema con una parte in Rocco e i suoi fratelli (1960) . Nel 1963 un ancora poco noto Ronconi lo dirige ne La buona moglie di Goldoni, con altri giovani: la Occhini, la Gravina e Volonté. Con Le baruffe chiozzotte di Goldoni (1964-1965) prima e Il gioco dei potenti da Shakespeare (1964-1965) dopo, sarà un attore di Strehler. Contemporaneamente prende parte a vari e fortunatissimi sceneggiati televisivi (“L’isola del tesoro”, “Il caso Maurizius”, “Il mulino del Po”, “Ore disperate”, “Vita col padre”). Ottiene un grande successo nella parte di amante indigeno nel filmetto Bora Bora (1965) che gli permette però di tornare al teatro, con una più larga notorietà: dal 1966 al 1974 lavora allo Stabile di Torino, interpretando, tra l’altro, Come vi piace e Il mercante di Venezia di Shakespeare, Il gabbiano di Cechov e Peer Gynt di Ibsen, per la regia di A.Trionfo, con cui aveva preso parte anche a Puntila e il suo servo Matti di Brecht, a Genova, nel 1970. Negli anni successivi seguono Venezia salvata o la congiura tradita di T. Otway con la regia di G. De Bosio (Venezia 1982) , Il Vangelo secondo Borges regia di F. Enriquez e Giulio Cesare di Shakespeare diretto da Zanussi. Poi è accanto a Ottavia Piccolo ne L’avventuriero e la cantante di Hofmannsthal. Ultimamente ha interpretato Chi ha paura di Virginia Wolf ? di Albee, con Marina Malfatti; al Teatro Argentina di Roma, Re Lear (1995) di Shakespeare dove si distingueva per la sua interpretazione del Matto; e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1996) dal romanzo di C. E. Gadda e I fratelli Karamazov , con la regia di Ronconi.

Park

Dopo gli studi alla scuola Elmhurst e alla Royal Ballet School, Dame Merle Park entra nel Sadler’s Wells Ballet (1954) e diventa solista (1958), poi prima ballerina (1962). Di eccezionale versatilità e notevole virtuosismo, interpreta tutti i classici del repertorio e crea numerosi ruoli, fra i quali Shadowplay (Tudor, 1967), Jazz Calendar (1968) e Walk to the Paradise Garden (1972) di Ashton, l’edizione londinese de Lo schiaccianoci (1968) di Nureyev (col quale si è esibita spesso), Elite Syncopations (1974), Mayerling (1978), La Fin du jour (1979) e Isadora di MacMillan (1981, ruolo da protagonista). Dal 1983 al 1988 ha diretto la Royal Ballet School, dove ha introdotto elementi della scuola Vaganova, contestati da chi temeva di perdere il più lirico stile inglese.

Proclemer

Dall’esordio, nel marzo 1942, in Minnie, la candida di Bontempelli al romano Teatro dell’Università, fino ai conseguimenti della piena maturità espressiva, Anna Proclemer ha caratterizzato con la sua forte personalità mezzo secolo di teatro italiano. Formatasi all’animosa Scuola del teatro delle Arti diretto da A.G. Bragaglia, con il quale interpretò una decina di personaggi in una sola stagione, fu Nina ne Il gabbiano di Cechov al neonato Piccolo Teatro di Milano con la regia di Strehler (1948) per affermarsi definitivamente l’anno seguente nella Mirra di Alfieri al Piccolo Teatro di Roma. In possesso di una prepotente forza drammatica, capace peraltro di piegarsi a improvvise dolcezze, a indugi sarcastici e a risvolti autoironici, si è cimentata in Giraudoux, L. Squarzina, A. Miller per poi essere struggente Ofelia accanto a Gassman-Amleto e per la prima volta recitare accanto a G. Albertazzi nella Beatrice Cenci di Moravia con la compagnia Ricci-Magni (1955). Fu così che nella stagione successiva nacque una delle `ditte’ più prestigiose del secondo dopoguerra, avendo in cartellone opere di D’Annunzio, Ibsen, Faulkner e Camus, ma anche Lavinia fra i dannati di Terron, Pietà di novembre di Brusati, Gli amanti di Rondi , La governante di Brancati, il marito da poco scomparso. Passionale Maria Stuarda schilleriana, dannunziana Gioconda sulle orme della Duse, shakespeariano Regina-madre nell’ Amleto di Zeffirelli, ha impersonato La signorina Margherita di Athayde, Le balcon di Genet, Antonio e Cleopatra con Albertazzi, La lupa di Verga, per affrontare negli anni ’80 La miliardaria di Shaw, Piccole volpi della Hellman, Lungo viaggio verso la notte di O’Neill, Come prima, meglio di prima di Pirandello. Come non aveva disdegnato di cimentarsi nei divertenti Quattro giochi in una stanza di Barillet-Gredy, così negli anni ’90 è passata da Caro bugiardo di Kilty a Danza di morte di Strindberg, da La fastidiosa di Brusati all’ Ecuba di Euripide, confermando la sua poliedricità di interprete connaturalmente drammatica ma capace di risvolti brillanti. Se poco significative sono state le sue rare apparizioni cinematografiche, hanno invece lasciato il segno talune interpretazioni nella stagione pionieristica della tv (“L’idiota”, “Anna dei miracoli” “La parigina”, “George Sand”).

Plissetskaya

Nipote di Asaf e Sulamith Messerer, sorella del ballerino, coreografo e insegnante, Azari Plisetsky. Si è formata alla Scuola del Bolscioi di Mosca. Si diplomò nel 1943; prima ballerina nel 1945. In seguito interpretava tutte le prime parti dei balletti del repertorio a cominciare dai due personaggi di Il lago dei cigni , in seguito era Kitri ( Don Chisciotte ), Raymonda (personaggio del titolo del balletto di Glazunov-Petipa), Zarevna ( Il cavallino gobbo ). Aggiungasi la celeberrima La morte del cigno della quale seppe dare una sorprendente interpretazione per il gioco disarticolato delle braccia. Del resto, la tecnica della P. è sempre stata particolarmente brillante con un forte impatto sul pubblico anche sotto il profilo espressivo. Ciò le ha permesso di essere oltre che coreografa (in unione a N. Ryzhenko e V. Smirnov-Golovanov) eccellente interprete-protagonista del balletto Anna Karenina (musica del marito Rodion Scedrin, 1972) rappresentato anche alla Scala con il Bol’šoj nell’autunno 1973. Prima interprete anche del personaggio della Regina della Montagna di Rame in Il fiore di pietra di Prokofisv-Lavrovsky (1954) e di Egina in Spartacus di Khaciaturian-Moiseyev (1958). La P. era pure interprete di Carmen (versione di Alberto Alonso, 1967) e, inoltre, in La Rose malade di Roland Petit (1973), in Leda di Béjart (1979), nel Gabbiano (da Cechov, musica di Scedrin, 1980). Ha avuto anche varie occasioni di mostrarsi in qualità di attrice, per esempio nella versione russa filmata del Gabbiano , protagonista (1974). Così ha interpretato una versione danzata de La Folle de Chaillot (Parigi, Espace Cardin, 1992, coreografia di Gigi Gheorghe Caciuleanu). Numerosi gli incarichi direttivi: all’Opera di Roma, al Balletto del Teatro Lirico Nacional di Madrid (1987-89). Altrettanto numerosi i riconoscimenti internazionali.

Però

Diplomato all’Istituto d’arte drammatica di Trieste nel 1974 e laureato in lettere moderne all’Università degli studi di Trieste nel 1975, Franco Però ha lavorato come attore e aiuto-regista con A. Trionfo, F. Enriquez, G. Wilson e G. Lavia (del quale è stato assistente dal 1980 al 1983). Tra le sue principali regie di prosa: American Buffalo di D. Mamet (1984), Vero West di S. Shepard (1984-85), Piccoli equivoci di C. Bigagli (1986), Singoli di E. Siciliano e Purché tutto resti in famiglia di A. Ayckbourn (1989), I serpenti della pioggia di P.O. Enquist (1989-90), Spirito allegro di N. Coward e Un saluto, un addio di A. Fugard (1990), Senza voce tra le voci racchiuse con me, collage di testi beckettiani (1990-91, affrontati anche nel 1995, Da un’opera abbandonata e nel 1947, Niente è più buffo dell’immortalità ), Partage de midi di P. Claudel (1991-92), Chi ha paura di Virginia Woolf? di E. Albee (1992), La madre confidente (1995) e La disputa di Marivaux (1997), Winckelmann , di cui è anche l’autore e L’agnello del povero di S. Zweig (1997), Lo straniero di A. Camus riduzione di J. Azenkott (1999). Ha curato anche la regia di opere liriche (La Bohème di Puccini, 1989-90; Il corsaro di Verdi, 1998), mises en espace e letture.