Welles, Orson

Considerato uno degli artisti più versatili e geniali del Novecento, Orson Welles ha da sempre tentato di stupire il suo pubblico.

Orson Welles è stato un attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Considerato uno degli artisti più versatili e geniali del Novecento, ha da sempre tentato di stupire il suo pubblico. Che si trattasse di gettare il panico leggendo via radio La guerra dei mondi di H. G. Wells o di realizzare a soli 25 anni uno dei più grandi film della storia della settima arte, Quarto potere.

Orson Welles in teatro e in radio

Genio eccessivo e precoce, Orson George Welles esordisce in teatro all’età di sedici anni, interpretando la parte del duca di Wurtemburg in Süss l’ebreo, al Gate Theatre di Dublino. Inizia da qui il suo viaggio verso notorietà. Dopo le prime difficoltà incontrate per riuscire a lavorare sulle scene di Londra e Broadway e dopo una serie di viaggi in giro per il mondo, Welles riesce ad entrare nella compagnia di Katherine Cornell. Debutta così a 19 anni a Broadway in un Romeo e Giulietta nel ruolo di Tibaldo.

La sua versione radiofonica di La guerra dei mondi di H.G. Wells nel 1938 crea involontariamente un’ondata di panico nazionale. Il fatto denuncia, agli occhi dei più attenti osservatori della società di massa, le potenzialità manipolatorie dei media sulle reazioni emotive e sui comportamenti collettivi.

Prima di investire nel cinema le sue eccezionali risorse, firma due controversi spettacoli, che fecero scalpore e lo resero famoso poco più che ventenne: un Macbeth `voodoo’ interpretato da attori neri per il Negro People’s Theatre di New York nel 1936. E, l’anno dopo, un Giulio Cesare trapiantato nell’Italia fascista per il Mercury Theatre, da lui fondato con John Houseman.

Orson Welles a Hollywood: Quarto potere e L’orgoglio degli Amberson

Ormai famoso, Welles viene scritturato dalla compagnia cinematografica RKO, con la quale stipula un contratto a dir poco incredibile per un regista esordiente come lui. Welles potrà produrre, dirigere, scrivere e interpretare due film per 225.000 dollari oltre ad una percentuale dei profitti e, soprattutto, in totale libertà.

Orson Welles inizia la produzione di Quarto Potere, considerato uno dei film più belli della storia del cinema, la cui regia innovativa ha influenzato intere generazioni di registi.

Quarto potere di Orson Welles
Quarto potere di Orson Welles

Da allora la sua carriera fu una lotta incessante tra un talento artistico smisurato e le logiche asfissianti dell’industria cinematografica. Nel 194 esce L’orgoglio degli Amberson, disconosciuto dall’autore stesso perché la produzione tagliò quarantatré minuti di pellicola montandone una nuova versione senza la supervisione del regista che, con risentimento, abbandonò Hollywood per andare in Europa.

Il Macbeth e l’addio a Hollywood

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Welles ritorna alla regia con Lo Straniero, prodotto dal produttore indipendente Sam Spiegel e con La Signora di Shangai in cui spicca la splendida interpretazione di Rita Hayworth (all’epoca ancora sua moglie).

Nel 1948 esce Macbeth il primo film della trilogia dedicata a Shakespeare seguito dall’ Otello del 1952 e dal Falstaff del 1966. Ma il Macbeth si rivela l’ennesimo insuccesso commerciale e allontana quasi definitivamente Welles da Hollywood.

Otello di Orson Welles
Otello di Orson Welles

I riconoscimenti arrivano invece dal Vecchio Continente: l’Otello, film girato in tre anni, abbandonato e ripreso più volte per una serie di incredibili disavventure, tra produttori falliti e sequestri dei negativi, vince il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Nel 1958 è la volta di un altro capolavoro, L’Infernale Quinlan, rimontato contro i voleri del regista. Nel 1963 Welles gira Il Processo tratto dal romanzo di Kafka.

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Woody Allen

Anthony Philip Hopkins

Totò

Con la sua recitazione esilarante e la sua comicità a tratti surreale,Totò fu tra gli attori più amati del 900.

Totò, pseudonimo di Antonio De Curtis, è stato un attore, commediografo e sceneggiatore italiano. Tra i più famosi e amati attori italiani del Novecento, con la sua recitazione esilarante e la sua comicità a tratti surreale, ha rappresentato l’incontro tra la grande tradizione della commedia dell’arte, la spontaneità dell’avanspettacolo e l’anima malinconica della città di Napoli.

Totò, lo “scugnizzo” del rione Sanità

Totò, il cui vero nome era Antonio De Curtis, nacque a Napoli nel 1898. Fu cresciuto dalla madre in povertà nel popolare rione Sanità e concluse a fatica gli studi liceali. Si appassionò, invece, agli spettacoli di strada e al teatro dialettale napoletano, e ben presto, grazie al suo innato talento comico, si cimentò in esilaranti imitazioni attingendo al repertorio di artisti già affermati.

Dal 1917 lo troviamo a Roma, al teatro Jovinelli con un repertorio di imitazioni. Già da allora si esibisce in quel personaggio di marionetta disarticolata che diventerà un suo vero e proprio marchio. Tra il 1920 e il 1925 frequenta il palcoscenico dei principali caffè-concerto italiani, sempre con un repertorio di macchiette e parodie. Sembra fosse alla Sala Umberto la prima apparizione di Totò in quella che doveva diventare con gli anni la sua divisa. Bombetta malandata, redingote frusta e nera, pantaloni a righe, ma corti sulle caviglie, a scoprire certe inverosimili calze colorate. Totò aveva inventato delle macchiette che erano a metà tra il comico di avanspettacolo e il clown. Dal repertorio più tradizionale dei clown aveva ricavato infatti quella sua marionetta che pian piano si insinuò, trasformandosi, in molte sue apparizioni.

Dal teatro popolare al cinema d’autore

Nel 1926, accanto a Isa Bluette, è per la prima volta in rivista e lavora con Mario Castellani, che sarà la sua spalla di sempre. La sua popolarità è in ascesa, nel 1931 e nel 1932 partecipa a spettacoli di varietà e, finalmente, nel 1933, diventa capocomico e agisce con la sua formazione nell’avanspettacolo.

Il pubblico di Totò è un pubblico popolare che il comico porta all’entusiasmo e al delirio con doppi sensi, lazzi, trascinanti marce sulla scena, con la golosa ferocia infine della sua volgarità. Il pubblico popolare arriva di slancio a capire la genialità di Totò; per il pubblico borghese, invece, non solo ci vuole più tempo, ma serviranno anche illustri mediazioni. I primi ad accorgersi del potenziale di Totò (per poi sfruttarlo in cinema) furono Carlo Ludovico BragagliaCesare Zavattini.

Film Totò: il successo cinematografico con Totò, Peppino… e la malafemmina

Il successo cinematografico arrivò con I due orfanelli (1947) di Mario Mattoli, dieci anni dopo l’esordio in Fermo con le mani! di Gero Zambuto. Presto Totò dimostrò di saper far esplodere la comicità del suo personaggio, sia in film più leggeri – 47 morto che parla (1950) di Carlo Ludovico Bragaglia, Totò a colori (1952) di Steno e Mario Monicelli, Siamo uomini o caporali? (1955), Totò, Peppino… e la malafemmina (1956) e Tototruffa ’62(1961) di Camillo Mastrocinque; sia in opere più complesse, come Napoli milionaria (1950) di Eduardo De Filippo, Guardie e ladri (1951) di Steno e Monicelli, I soliti ignoti (1958) di Monicelli, sino al poetico Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini.

Totò e Peppino in La Banda degli onesti
Totò e Peppino in La Banda degli onesti

L’avanspettacolo e il teatro di rivista

Ma il suo mondo più vero era il teatro. Lui stesso dichiarava che il pubblico, la sua presenza, gli dava una carica e voleva la sala abbastanza illuminata per vederlo, rispondergli, recitare per lui. Quando tornò a teatro, alla fine del 1940, l’avanspettacolo era già tramontato, sostituito dalla “rivista“. In un’Italia appena entrata in guerra e sotto la ferrea censura del fascismo, Totò debuttò al teatro Quattro Fontane di Roma insieme a Mario Castellani e una mirabile scatenata Anna Magnani in Quando meno te l’aspetti di Michele Galdieri. Totò strinse con Galdieri un sodalizio da cui presero vita Quando meno te l’aspetti, Volumineide, Orlando Curioso, Con un palmo di naso e Che ti sei messo in testa.

Proprio quest’ultima rivista creò problemi al comico napoletano, che dopo le prime rappresentazioni al teatro Valle di Roma, venne dapprima intimorito con una bomba all’entrata dal teatro, poi denunciato dalla polizia, insieme ai fratelli De Filippo. Si segregò in casa fino al 4 giugno, il giorno della liberazione della capitale.

Gli spettacoli del dopoguerra

Il 26 giugno riprese a recitare: tornò al teatro Valle con la Magnani nella nuova rivista Con un palmo di naso, in cui diede libero sfogo alla sua satira impersonando il Duce (sotto i panni di Pinocchio), e Hitler, che dissacrò ulteriormente dopo l’attentato del 20 luglio 1944, rappresentandolo in un atteggiamento ridicolo, con un braccio ingessato e i baffetti che gli facevano il solletico, e mandando l’intera platea in estasi.

Alla stagione 1947-48 risale C’era una volta il mondo: Totò al suo massimo, lo sketch del manichino, la carica dei bersaglieri, lo sketch inimitabile del vagone letto che dagli otto minuti di durata iniziale si dilatò, per la felicità del pubblico, fino a tre quarti d’ora. Nel 1949 Bada che ti mangio alternava a fastosi quadri coreografici lunghe scenette o monologhi di uno straordinario Totò, che stava per lasciare la rivista a favore del cinema. Più di trenta film in sei anni e, infine, un ritorno in palcoscenico, questo davvero l’ultimo, con la straordinaria rivista A prescindere nella quale il grande Totò recuperava il suo passato e rievocava i suoi migliori sketch e personaggi. 

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Alberto Sordi

Luigi Proietti

Vittorio Gassman

Sordi, Alberto

Alberto Sordi fu un perfetto esempio della commedia all’italiana e rappresentante di spicco della romanità.

Alberto Sordi fu uno dei più grandi interpreti della storia del cinema italiano, perfetto esempio della commedia all’italiana e rappresentante di spicco della romanità. Attore estremamente versatile, ha partecipato a circa 160 pellicole. Tra i film più rappresentativi della sua carriera cinematografica ricordiamo Un americano a Roma, I vitelloni, Il marchese del Grillo, La grande guerra, Lo sceicco bianco, Un borghese piccolo piccolo, Il vedovo, Il vigile, Il medico della mutua.

Alberto Sordi biografia: dalla gavetta all’incontro con Fellini

Alberto Sordi nasce il 15 giugno 1920 a Roma. Ultimo figlio di un professore di musica e di una maestra delle scuole elementari, coltiva la sua passione per la recitazione fin dalla tenera età e canta come soprano nel coro di voci bianche della Cappella Sistina. Nel 1936, Sordi incide un disco di fiabe per bambini per la casa discografica Fonit. Il ricavato di questa esperienza lavorativa gli consente di partire per Milano, dove si iscrive all’Accademia dei filodrammatici, da cui fu espulso a causa del suo accento romanesco.
Torna quindi a Roma l’anno successivo, lavorando come comparsa a Cinecittà. Straordinario attore di cinema, emblema dell’italiano medio e mediocre, ricettacolo di vizi e virtù del borghese piccolo piccolo, Alberto Sordi debutta nell’avanspettacolo e varietà, dove incrociò il suo destino con quello di Federico Fellini che lo scelse per i suoi primi film.

Film di Alberto Sordi: il successo degli anni Cinquanta

Dopo Lo sceicco bianco (1952) di Fellini, Alberto Sordi recita in I vitelloni (1953), Un giorno in pretura (1953), Un americano a Roma (1954) e Piccola posta (1955). In questi film assume il ruolo del ragazzo approfittatore, vigliacco, indolente e scansafatiche. E arriva così il grande successo, rendendo il volto di Sordi uno dei più conosciuti dagli spettatori italiani.

Con l’avvento della commedia all’italiana dà vita a una serie di personaggi che, secondo la critica, sono assimilabili all’italiano medio. Queste figure sono tendenzialmente prepotenti coi deboli e servili coi potenti. Da ricordare anche il suo ruolo in Bravissimo (1955) di Luigi Filippo D’Amico, in Venezia, la luna e tu (1958) di Dino Risi e in Il vedovo (1959) sempre di Dino Risi.

I ruoli drammatici e l’approdo alla regia

Negli anni Sessanta si verifica una svolta: Alberto Sordi si cala in ruoli drammatici, oltre che comici. Vanno ricordate le sue interpretazioni in La grande guerra (1959), Tutti a casa (1960), Una vita difficile (1961), Il boom(1963), Il medico della mutua (1968). Nel 1972 si aggiudica l’Orso d’argento al Festival di Berlino per il suo ruolo in Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy.

Alberto Sordi e Monica Vitti in Aiutami amore mio
Alberto Sordi e Monica Vitti in Aiutami amore mio

Nel 1966 Alberto Sordi esordisce come regista con Fumo di Londra e Scusi, lei è favorevole o contrario?. Dirige poi altre sedici pellicole, delle quali in tre è anche co-protagonista insieme a Monica Vitti: Amore mio aiutami (1969), Polvere di stelle (1973) e Io so che tu sai che io so (1982).  Memorabili pure Un italiano in America (1967) e Finché c’è guerra c’è speranza (1974).

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Luigi Proietti

Vittorio Gassman

Gassman, Vittorio

Soprannominato il Mattatore, Vittorio Gassman è ritenuto uno dei più grandi interpreti della commedia all’italiana.

Vittorio Gassman è attore, regista e sceneggiatore, protagonista del cinema e del teatro italiano del Novecento. Con Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi, Gassman è ritenuto uno dei più grandi interpreti della commedia all’italiana. Soprannominato il Mattatore (dall’omonimo spettacolo televisivo da lui condotto nel 1959), è ricordato per l’assoluta professionalità (al limite del maniacale), per la versatilità e per il magnetismo.

Vittorio Gassman biografia: dagli esordi ai vertici della gerarchia di palcoscenico

Genovese di nascita ma romano d’elezione e formazione, Vittorio Gassman ha debuttato ventenne a Milano nella Nemica di Niccodemi con Alda Borelli. Si è affermato subito dopo all’Eliseo di Roma, tanto da associare ben presto il suo nome a quelli di Adani-Calindri-Carraro. Passa con pari bravura dal genere brillante al drammatico, dal divertimento sofisticato alla commedia borghese.

Vittorio Gassman è salito ai vertici della gerarchia di palcoscenico con la compagnia diretta da Luchino Visconti. Con lui Ruggero Ruggeri, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Paola Borboni, Vivi Gioi. Esuberante Kowalski in Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams, è capace di trascorrere dagli shakespeariani Rosalinda o Come vi piace e Troilo e Cressida a un alfieriano Oreste. È stato poi protagonista, con il Teatro Nazionale diretto da Salvini, dell’ibseniano Peer Gynt, della Commedia degli straccioni di Caro, di Detective Story di Kingsley, del Giocatore di Betti.

Il Teatro d’Arte Italiano di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina

Con Luigi Squarzina, Gassman ha fondato e co-diretto il Teatro d’Arte italiano (1952-53). Insieme misero in scena un Amleto in versione integrale, il fin allora mai ripreso Tieste di Seneca, I Persiani di Eschilo, Tre quarti di luna di Squarzina. Interprete tragico per antonomasia, in familiarità con i classici greco-latini, è stato particolarmente attratto da Shakespeare, contribuendo a rendere memorabile l’Otello (1956-57) in cui si scambiava con Randone i ruoli del Moro e di Jago.

Una professionalità al limite del maniacale

La sua esuberanza giovanile lo ha indotto talvolta a concedere un po’ troppo al virtuosismo del grande attore di matrice ottocentesca. Lo abbiamo visto moltiplicarsi, ad esempio, nei nove personaggi dei Tromboni di Zardi (quasi coevi alla serie televisiva Il mattatore). O lasciarsi tentare dal congeniale Kean nel suo O Cesare o nessuno (1975), specchio del genio e sregolatezza degli anni verdi, poi pienamente governato nella più sorvegliata maturità.

Fino all’ultimo fedele al teatro di parola, restìo ad avanguardismi di facciata, cresciuto con il culto della foné, ha avuto in odio il minimo difetto di pronuncia, un accento sbagliato, un’inflessione dialettale. Il suo credo artistico è rimasto sostanzialmente fedele a una drammaturgia di scrittura alta. Fino a cimentarsi nell’avventura generosa dell’Adelchi di Manzoni fatto conoscere a mezzo milione di spettatori, dal suo itinerante Teatro Popolare con ‘chapiteau’ circense (1960-63).

Vittorio Gassman film: dal teatro al cinema con I soliti ignoti e L’armata Brancaleone

Tentato dal cinema, Vittorio Gassman ha interpretato oltre cento film, riscuotendo particolare successo sul versante comico-farsesco con film come I soliti ignoti L’armata Brancaleone.

Vittorio Gassman film: I soliti ignoti
Vittorio Gassman film: I soliti ignoti

È tornato in palcoscenico a più riprese per riproporre Otello venticinque anni dopo, affrontare Macbeth (con la Guarnieri), inscenare un collage dostoevskijano con gli allievi della Bottega del teatro da lui fondata a Firenze e portare a Los Angeles e ad Avignone i sempre più prediletti assemblaggi di autori vari.

Con il figlio Alessandro Gassman avuto da Juliette Maynel, ha ripreso Affabulazione di Pasolini (1986);  è stato Achab nel Moby Dick tratto da Melville (1992); ha affrontato lo scontro generazionale nell’autobiografico Camper (1994), avversato dalle sue ricorrenti crisi depressive.

Particolarmente rilevante è stato lo spazio concesso, nei sempre più frequenti recital, a poeti d’ogni età e Paese, soprattutto alle consentanee cantiche dantesche. È stato sposato con le attrici Nora Ricci (da cui nel 1945 ha avuto la figlia Paola, anch’essa attrice), Shelley Winters, Diletta D’Andrea.

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Ruggero Ruggeri

Paolo Stoppa

Rina Morelli

Benigni, Roberto

Roberto Benigni è un attore, regista, scrittore e sceneggiatore italiano.

Roberto Benigni è un attore, regista, scrittore e sceneggiatore italiano. Numerosi i riconoscimenti che l’hanno portato fino alle vette più alte di Hollywood, diventando l’unico interprete maschile italiano a ricevere l’Oscar come miglior attore protagonista. Sin dai suoi esordi, alterna le sue apparizioni su palcoscenici teatrali, set cinematografici e studi televisivi. Così Benigni si è imposto nel panorama dello spettacolo italiano come una figura di riferimento senza eguali, in virtù della sua esuberanza e gioiosa irruenza.

Roberto Benigni biografia: gli esordi tra teatro e televisione

Roberto Remigio Benigni nasce a Castiglion Fiorentino, un piccolo paese della Toscana, il 27 ottobre 1952, dai contadini Luigi Benigni e Isolina Papini. Dopo un’esperienza in seminario e il diploma da ragioniere, comprende che la sua vera passione è una sola: lo spettacolo. La decisione di tentare la carriera di attore avviene nel 1972. A vent’anni, con la sola chitarra per bagaglio, lascia la Toscana e si trasferisce a Roma, insieme agli amici fedeli, Donato Sannini, Carlo Monni e Lucia Poli.

Dopo alcune comparsate in televisione (Le sorelle Materassi) e in ruoli secondari, è Giuseppe Bertolucci a “scoprirlo”. Nel 1975, gli cuce addosso all’Alberichino di Roma, il teatro più off dell’epoca, il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia. Sotto la luce di una nuda lampadina, le mani in tasca, il giovane raccontava la sua grama vita di paese, il sesso, gli amici, il partito, la madre morta, con una smisurata esuberanza gestuale e soprattutto verbale.

Fu il successo immediato e crescente che, dalla saletta del teatro d’avanguardia, portò in tutta Italia il monologo di Benigni. Bertolucci trasformò lo spettacolo in un film, Berlinguer ti voglio bene, divenuto nel tempo un vero e proprio cult. La popolarità più estesa però arrivò con la televisione, grazie a un programma domenicale di Renzo Arbore, L’altra domenica, in cui Roberto Benigni si fingeva critico di cinema.

Film Benigni: l’esordio alla regia, Nicoletta Braschi e Massimo Troisi

Per il suo debutto alla regia bisogna aspettare il 1983, quando dirige e interpreta Tu mi turbi. È durante le riprese di questo film che Roberto Benigni conosce Nicoletta Braschi che diventerà sua moglie nel 1991 e che da quel momento sarà praticamente presente in tutti i film diretti dal marito.

Da quel momento in poi Benigni recita sempre più spesso in film da lui stesso scritti e diretti. Nascono così Non ci resta che piangere, accanto a Massimo Troisi, Il piccolo diavolo, con Walter Matthau, Johnny Stecchino e Il mostro. Tutti film che ottengono un vasto successo tra il pubblico italiano.

Roberto Benigni in Il mostro
Roberto Benigni in Il mostro

Da allora Benigni alterna l’attività cinematografica a quella teatrale. Ed è ancora Giuseppe Bertolucci a filmare con Tuttobenigni un’antologia dal vivo delle esibizioni del comico condotte in varie piazze d’Italia. Un a solo a ruota libera, in cui sferzanti battute si susseguono impietose a colpire personaggi e fatti d’attualità, spaziando dagli aspetti della ritualità cattolica ai vizi e alle ipocrisie della società e del potere politico.

L’Oscar e il successo internazionale con La vita è bella

Nel 1998 firmerà il suo capolavoro, La vita è bella, la storia del cameriere ebreo Guido Orefice che finisce in un campo di concentramento con moglie e figlio e che cerca di mascherare volontariamente la realtà dei fatti al proprio bimbo. È un progetto ambizioso che gli assicurerà il successo internazionale. Grazie a La vita è bella, Roberto Benigni vince l’Oscar come migliore attore, premio che va a ritirare dalle mani di Sophia Loren, camminando sulle poltroncine della sala. Al film, in una notte indimenticabile per il cinema italiano, vanno anche altre due statuette: quella per il miglior film in lingua straniera e quella per la musica di Nicola Piovani.

Roberto Benigni e Nicoletta Braschi in La vita è bella
Roberto Benigni e Nicoletta Braschi in La vita è bella

Pinocchio, il film più costoso del cinema italiano

Nel 2002 porta sullo schermo la storia del burattino Pinocchio di Carlo Collodi, di cui è regista e attore protagonista. La pellicola si rivelerà il film più costoso della storia del cinema italiano (45 milioni di euro). In Italia il film ottenne ottime recensioni da parte della critica aggiudicandosi due David di Donatello,un Nastro d’argento e uno strepitoso successo al botteghino. Nel resto del mondo, e in particolare in Usa, il film fu invece un flop.

Il Dante Alighieri di Roberto Benigni

Benigni si è impegnato anche come lettore, interprete a memoria e commentatore della Divina Commedia di Dante Alighieri, in un tour Tutto Dante, spettacolo che parte da piazza Santa Croce a Firenze nell’estate 2006 per girare molte piazze e teatri italiane per approdare poi su RaiUno in 14 serate di grande successo. Nelle vesti di divulgatore ha, inoltre, recitato il Canto degli Italiani, i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana e i dieci comandamenti biblici ricevendo consensi di pubblico e critica.

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Sergio Bini

Nicola Piovani

Giuliana Lojodice

Allen, Woody

Woody Allen è un regista, attore e sceneggiatore, tra le personalità artistiche più influenti del panorama cinematografico contemporaneo.

Woody Allen è un registaattoresceneggiatore e scrittore di origine ebraica, vincitore di quattro premi Oscar e del Leone d’oro alla carriera. Tra le personalità artistiche più influenti del panorama cinematografico contemporaneo, si è fatto le ossa come autore televisivo, scrivendo sketch che interpretava nei club newyorkesi e commedie per Broadway. Ma non è certo in questo campo che ha espresso al meglio il suo talento. Allen porta sul grande schermo il suo amore per New York, la musica jazz, la letteratura, la psicanalisi, la magia e l’illusione, dando vita a personaggi comicamente sfortunati e pieni di nevrosi.

Woody Allen biografia: le origini tra cabaret e scrittura

Woody Allen nasce col nome di Allan Stewart Königsberg il 1º dicembre 1935 nel quartiere del Bronx (New York), da una famiglia ebrea. Racimola i primi guadagni vendendo i suoi sketch a noti comici televisivi ed esibendosi nei club newyorchesi come stand-up comedian, alternando esibizioni comiche e musicali. All’età di diciassette anni, sceglie lo pseudonimo Woody Allen, in onore del celebre clarinettista jazz Woody Herman, ed è in questi anni che inizia la sua carriera come autore televisivo.

Prima di tentare la strada del cinema, ottiene un grande successo a Broadway con le sue commedie Don’t Drink the WaterPlay It Again, Sam. Accolte con indifferenza dalla critica, vengono gradite dagli spettatori e successivamente tradotte in film (Come ti dirotto il jet e Provaci ancora, Sam). Nel 1964 riceve dal produttore Charles Feldman l’incarico di scrivere la sceneggiatura di Ciao Pussycat, al quale partecipa anche come attore. Dal teatro al cinema il passo è breve. Decide quindi di sedere dalla parte opposta della macchina da presa, girando i film Amore e guerraIo e Annie Manhattan.

Woody Allen migliori film: la consacrazione con Io e Annie e Manhattan

I maggiori successi di Allen arrivano nel decennio che inizia nel 1977, data di uscita di Io e Annie. Il film racconta dell’amore tra due intellettuali che nasce, tentenna, sbanda e si conclude per le strade della Grande Mela. Protagonisti, lo stesso regista e Diane Keaton che, proprio in quel periodo, stava mettendo fine alla loro storia d’amore nella vita reale. Questa malinconica commedia sentimentale è l’opera che definisce appieno il suo stile e il suo più grande successo commerciale. La pellicola si aggiudica quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista a Diane Keaton) e un Golden Globe.

Woody Allen e Diane Keaton in Io e Annie
Woody Allen e Diane Keaton in Io e Annie


La produzione di Allen entra in una fase nuova: i toni passano dal comico all’umoristico, l’ironia pervade ogni dialogo; fanno la loro comparsa problemi di coppia, nevrosi, psicanalisi, temi esistenziali, riflessioni filosofiche. E, soprattutto, Diane Keaton. Insomma, i tòpoi alleniani per eccellenza. Appartiene a questa fase anche Manhattan, suo capolavoro assoluto. Considerata la sua opera magna, è una grandissima manifestazione d’amore verso New York, la sua città natale, in un misto di romanticismo, nostalgia e sogno. Come protagonista l’immancabile vita sentimentale di un protagonista divorziato e in cerca del senso della vita, in un percorso pieno di monologhi, riflessioni e sottile umorismo.

Woody Allen e Mariel Hemingway in Manhattan
Woody Allen e Mariel Hemingway in Manhattan

L’inarrestabile vena creativa degli anni Ottanta

Gli anni Ottanta vengono inaugurati da Stardust Memories, film dalla forte componente autobiografica, ispirato al cinema europeo e in particolare a Federico Fellini e Ingmar Bergman. L’anno successivo Allen scrive e dirige Zelig, finto reportage su un uomo camaleontico che trasforma anima e corpo secondo chi si ritrova vicino. Sono gli anni d’oro, in cui Allen crea alcune delle sue opere migliori: Broadway Danny Rose, La rosa purpurea del Cairo, Hannah e le sue sorelle e, soprattutto, Crimini e misfatti, vetta assoluta all’interno del suo percorso drammatico.

Da Midnight in Paris all’ultimo film di Woody Allen: la crisi, i boicottaggi e la ribalta

Gli anni Duemila coincidono con una fase di crisi. Il ritorno alla ribalta, quando tutti ormai lo consideravano un regista sulla via del tramonto, avviene grazie a due film: Match Point, con Jonathan Rhys-Meyers e Scarlett Johansson, e Midnight in Paris. La trasferta francese è un successo al botteghino e permette all’autore di conquistare un Golden Globe per la miglior sceneggiatura originale e il suo quarto Oscar. 

Nel 2019 esce Un giorno di pioggia a New York realizzato con grandi difficoltà a causa delle pesanti controversie che il regista ha subito per delle accuse di abuso sessuale risalenti al 1992. L’anno successivo, Woody Allen porta al cinema il suo ultimo film, Rifkin’s Festival. Nel film il regista si sofferma su uno dei suoi temi più caratteristici: il rispecchiarsi della vita nell’arte e dell’arte nella vita. Non è difficile, infatti, intravedere dietro Mort Rifkin, ex professore e fanatico di cinema sposato, il Woody Allen ottantacinquenne, emarginato dalla critica cinematografica e travolto dalle vicende giudiziarie.

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Sbragia

Figlio dell’attore Giancarlo e della principessa Ruspoli, nel 1972 Mattia Sbragia esordisce recitando Majakowskij. In seguito interpreta diversi ruoli in televisione: ne La figlia di Iorio di D’Annunzio, in Vita di Gramsci e in Delitto e castigo . Successivamente farà al cinema Ritratto di borghesia in nero di T. Cervi (1978) e Il caso Moro di Ferrara (1986). Fra i testi per il teatro di cui è autore si ricordano Ore rubate e Ultimi calori . Nel 1988 inizia a collaborare con Piccolo Teatro di Milano per il quale recita in Libero di R. Sarti e in Siamo momentaneamente assenti di L. Squarzina (1992) e, più di recente, in L’anima buona di Sezuan di Brecht (1995-96) e ne L’isola degli schiavi di Marivaux (1995-96).

Giuranna

Diplomato all’Accademia d’arte drammatica ‘S. D’Amico’ nel 1958, Paolo Giuranna ha debuttato al Teatro stabile di Genova dirigendo Le colonne della società di Ibsen. Ha inaugurato il Teatro stabile dell’Aquila nel 1965. Dal 1959 al 1973 ha messo in scena trenta spettacoli per i Teatri stabili di Roma, Genova, Bologna, L’Aquila e per compagnie come Carraro-Porelli, Tieri-Lojodice, Buazzelli, Attori Associati; in prima rappresentazione nazionale ha proposto testi di Alfieri ( Il divorzio ), A. Miller, A. Adamov, E. Schwarz (Il drago), Buero Vallejo, Vico Faggi (Il processo di Savona ), A. Tolstoj (La potenza delle tenebre), G.B. Shaw (Il dilemma del dottore). Dal 1983 al 1986 ha diretto a Genova per il Teatro stabile la prima recitazione integrale in teatro della Divina Commedia con i più importanti attori italiani. Ha ottenuto il premio Verga per la regia nel 1967. Dal 1973 è stato attore e regista nella compagnia Attori Associati e dal 1980 ha recitato in spettacoli diretti da Costa, Krejca, De Lullo, Sbragia, Albertazzi, Squarzina. Ha svolto un’intensa attività didattica, iniziata per una precoce vocazione nel 1959 e proseguita ininterrottamente presso l’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’. L’incontro con V. Gassman lo porterà a insegnare alla Bottega teatrale di Firenze sino al 1992. Ha insegnato, inoltre, nelle scuole del Teatro stabile di Genova, del Teatro Bellini di Napoli, del Centro sperimentale di cinematografia e dell’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa. Ha diretto per la Raidue testi teatrali: Rumore d’incendio e Il segreto dell’erbe . Il dramma La vocazione del capitano Lang , tradotto in tedesco, è stato rappresentato in Svizzera, Austria e Germania. Con La ferita nascosta ha vinto nel 1986 il premio nazionale per la drammaturgia Luigi Pirandello.

Franco

Pippo Franco inizia la carriera a metà degli anni ’60 come musicista, animatore di complessi beat dai nomi zoologici, I gatti e successivamente I pinguini. È autore e interprete di canzoni che propone nei locali di cabaret di Roma e Milano. Il suo disco Vedendo una foto di Bob Dylan (1968) ottiene anche un buon risultato di vendite. Nel 1967 si mette in luce nel cast di Viola, violino e viola d’amore di Garinei e Giovannini. Esordisce intanto anche sullo schermo televisivo in spettacoli di varietà come Diamoci del tu (1967) e Roma quattro (1967). Nel 1969 entra stabilmente nella compagnia del Bagaglino di Castellacci e Pingitore dove recita e canta al fianco di Pippo Caruso, Enrico Montesano, Oreste Lionello, Gianfranco D’Angelo e Gabriella Ferri. Prosegue la carriera televisiva con La cocca rapita (1969) e molti altri varietà; ma è con Dove sta Zazà (1973) in coppia con Gabriella Ferri che raggiunge una vasta popolarità. Il successo dei due si ripete con Mazzabubù (1975) e viene immediatamente sfruttato dal cinema in Remo e Romolo-Storia di due figli e di una lupa (1976) e Nerone (1976). Al cinema partecipa a numerosissime commedie (tutte B-movie) come Scherzi da prete (1978), L’imbranato (1979), Il casinista (1980), Attenti a quei P2 (1982), Il tifoso, l’arbitro e il calciatore (1982), Sfrattato cerca casa equo canone (1983), Gole ruggenti (1992), quasi sempre con lo stesso staff di sceneggiatori, attori e registi con cui è attivo al Bagaglino; ma è anche nel cast di brillanti film d’autore come Che cosa è successo tra tuo padre e mia madre? (1972) di Billy Wilder. Nel 1989 insieme a Oreste Lionello e Leo Gullotta rispolvera gli ingredienti del vecchio avanspettacolo (caricatura dei difetti fisici dei politici più noti, scenette derisorie di vita coniugale, battute di scherno di spirito goliardico) per portare la cosiddetta satira politica in televisione nello spettacolo Biberon, programma che cambia titolo in tutte le successive stagioni pur rimanendo perfettamente identico, anche quando dal 1995 passa dalle reti Rai a quelle Fininvest. Ha all’attivo numerose incisioni discografiche sia di canzoni di cabaret come “I personaggi di Pippo Franco” (1968), “Cara Kiri” (1971), “Vietato ai minori” (1981), sia di canzoni per bambini come “Nasone Disco Show” (1981), sia di canzoni dialettali come “C’era una volta Roma” (1979), interpretato in coppia con la exmoglie Laura Troschel.

Bini

Sergio Bini si è affermato col nome d’arte di ‘Bustric il mago’. È stato allievo a Parigi della Scuola di circo di A. Fratellini e P. Etex, ha fatto apprendistato con E. Decroux e si è laureato in lettere al Dams di Bologna. Dal ’75 al ’90 ha girato l’Italia e l’Europa – ma anche America e Africa – con un bagaglio di scena consistente in valigia, cappello e giacchetta, vivendo a bordo di un furgone come gli attori girovaghi di un tempo. I suoi primi spettacoli di clownerie, recitazione e illusionismo nascono in collaborazione con il Centro di ricerche teatrali di Pontedera. Dopo un esilarante Napoleone (1994), il 1995 segna il suo debutto sui palcoscenici `tradizionali’ al fianco di A. Galiena in La vita è un canyon (regia di A.R. Shammah), in cui non rinuncia a improvvisare magie. Nel ’96 interpreta Atterraggio di fortuna , nel ’97 è nel film di Benigni La vita è bella e nel ’98 è in tournée con Variété , concerto-spettacolo di M. Kagel.

Sturno

Autodidatta, Roberto Sturno ha coperto vari ruoli tecnici prima di intraprendere la professione di attore. Ha lavorato con registi quali B. Besson, F. Enriquez, A. Fersen, L. Ronconi, A. Trionfo, E. Marcucci, M. Bolognini, G. De Monticelli e F. Però. Nel 1981 fonda con Glauco Mauri la compagnia omonima, con cui prosegue l’attività ricoprendo ruoli sempre più impegnativi (il `fool’ nel Re Lear , Mefistofele-Faust nel Faust , Puck nel Sogno di una notte di mezza estate , Sganarello nel Don Giovanni , alcuni tipici personaggi beckettiani), in un vasto repertorio che comprende anche Sofocle, Cechov, Brecht, Müller, Mamet. Nella stagione 1991-92 è stato protagonista del Riccardo II di Shakespeare, per la regia di Mauri, con il Teatro Stabile di Trieste. Nell’ambito di questa collaborazione è il protagonista di Anatol di Schnitzler (1992-93, regia di N. Garella) e interpreta il Principe Myskin ne L’idiota di Dostoevskij, per la regia di Mauri. Interpreta quindi Edipo e Polinice nello spettacolo Edipo (1994) e Calibano ne La tempesta di Shakespeare (1997), sempre con la regia di Mauri. Nel 1998 interpreta Osvald in Spettri di Ibsen, con la compagnia del Teatro Eliseo di Roma. Nella stagione 1998-99 affronta il ruolo di Berenger in Il rinoceronte di Ionesco (regia di Mauri).

Bianco

Federico Bianco partecipa nel 1990 a festival quali la Zanzara d’oro e il premio Charlot. È stato inoltre leader del gruppo di rock demenziale Jimmy Joe and the Pepper Brothers. Esordisce nel 1991 con lo spettacolo Intimorite i moderati , seguito da L’arte di perseguitarsi (1992), Doppio da burla (1995) e Avrei bisogno di una controfigura (1996), monologhi che raccontano storie ordinarie di un ragazzo qualunque.

Morra

Nella stagione 1981-82 Gigio Morra è con la compagnia Granteatro in L’uomo la bestia e la virtù di Pirandello con la regia di C. Cecchi. In seguito, comincia a collaborare con il regista e drammaturgo A. Savelli, recitando al Festival internazionale di teatro di Sitges (Spagna) nello spettacolo Il convitato di pietra, ovvero Don Giovanni e il suo servo Pulcinella , testo dello stesso Savelli. Sempre con Savelli: L’amore delle tre melarance di V. Cerami (1985), in cui interpreta il ruolo di Pasquariello; Lumie di Sicilia-Cecé due atti unici di Pirandello (1989), dove M. fornisce un’esemplare doppia interpretazione e Figaro, o le disavventure di un barbiere napoletano (1989), riscrittura `napoletana’ dell’opera di Beaumarchais. L’anno dopo recita in Anfitrione , insieme a M. Rigillo, P. Pitagora e con la regia di L. De Fusco. Più di recente, ha lavorato in Teatro Excelsior di V. Cerami (1993), con M. Ranieri e la regia di M. Scaparro. Al cinema ricordiamo la sua partecipazione in Sogni d’oro di Nanni Moretti (1981), in cui ricopriva il ruolo del becero regista rivale di Michele Apicella.

Vilar

Jean Vilar nasce da una famiglia di commercianti. A ventun anni si iscrive all’Atelier di C. Dullin e successivamente, negli anni ’40, crea `La compagnie des sept’. Queste esperienze lo porteranno a fondare, nel 1947, il Festival di Avignone (che dirigerà fino alla morte) e a guidare, dal 1951 al 1963, il Teatro di Chaillot diventato Teatro Nazional Popolare (teatro che, sull’esempio del Piccolo, vuole essere considerato non uno svago, ma qualcosa di necessario «come il gas e la luce»). Queste due attività, accanto al suo lavoro di attore e di regista, cambieranno radicalmente la vita teatrale francese.

Democratico, popolare Vilar si adopera per strappare il teatro al suo ambito borghese cambiando orari, prezzi e trasformando sempre di più Chaillot da una sala a una casa abitata da artisti, aperta a una società che cambia. Di qui l’idea, che ritroviamo anche fra i punti cardine della fondazione del Piccolo, di un teatro d’arte accessibile a tutti e, dunque, attento a un pubblico popolare che è favorito dalla politica dei prezzi e degli abbonamenti. Del resto, la definizione `teatro popolare’ ritorna continuamente negli scritti di Vilar, ispirati a un’altissima moralità, come la sua vita.

Tutto questo si definisce nella scelta di un repertorio concentrato soprattutto sui grandi classici da Corneille (Cid, 1949 e 1951) a Molière (memorabili le sue interpretazioni dei personaggi di Don Giovanni e di Arpagone nell’ Avaro, 1952), da Shakespeare (Riccardo II, 1953; Macbeth, 1954) a, Kleist (Il principe di Homburg, 1951), fino a Hugo (Ruy Blas, 1954), avendo spesso come compagno d’avventura e come interprete ideale quel grandissimo attore che è G. Philipe. Soprattutto, rinnova l’approccio a un classico scomodo come Marivaux (esemplare in questo senso Il trionfo dell’amore , 1955), togliendolo per sempre alle sue finte levigatezze e recuperandolo nella sua chiave `nera’.

Ma Vilar non è stato solamente regista e interprete di classici. Ha infatti firmato e interpretato opere della drammaturgia moderna (Strindberg, ma anche Cechov e Pirandello) e contemporanea (Brecht, per esempio, di cui mette in scena Madre Coraggio , 1951 e La resistibile ascesa di Arturo Ui , 1960) nei quali lo spettatore potesse vedere rispecchiati i suoi problemi. Qualcuno ha definito questa esigenza, questa tensione che ha permeato tutta la sua vita di teatrante, un’illusione. Se così è stato si è però trattato di un’illusione che ha dato linfa al teatro. Eppure anche un artista di così alta moralità non passa immune attraverso l’uragano del maggio ’68 quando gli studenti contestano il Festival di Avignone, come del resto tutte le istituzioni, culturali e no, di Francia. Amareggiato e deluso, non rinuncia però a battersi, fino all’ultimo, per le sue idee.

Proietti

Dotato di grande estro e versatilità, di rara comunicativa e accattivante simpatia, Luigi Proietti inizia la sua attività nello spettacolo con Giancarlo Cobelli, conosciuto negli anni dell’università. Dopo qualche attività di cabaret (Can can degli italiani, La casa delle fate) lavora con il Teatro dei Centouno di Antonio Calenda e esordisce, nel 1966, con Direzione Memorie, di C. Augias. Negli ultimi anni ’60 lavora allo Stabile dell’Aquila (Coriolano, di Shakespeare; Dio Kurt di Moravia; Operetta di Gombrowicz), e nel 1974 è nella Cena delle beffe di S. Benelli, diretto da Carmelo Bene e in Le tigri di Mompracem di Ugo Gregoretti. Dal 1974 al 1976 riscuote notevole successo con lo spettacolo A me gli occhi (successivamente ripreso), e nel 1980 con La commedia di Gaetanaccio, scritta per lui da L. Magni, cui fanno seguito lavori come Caro Petrolini, Cirano (1980, con gli allievi della sua scuola di recitazione), Per amore e per diletto , I sette re di Roma, Kean. Nel 1966 esordisce come attore televisivo in “I grandi camaleonti” diretto da F. Zardi: particolarmente amato dal grande pubblico, gli impegni televisivi nella fiction, nella prosa e nel varietà sono stati, infatti, innumerevoli ( Missione Wiesenthal , La presidentessa , Figaro , Fatti e fattacci , Fregoli , Io a modo mio , Villa arzilla , Un figlio a metà , Il maresciallo Rocca ). Nel cinema ha lavorato, tra gli altri, con Lumet, Damiani, Monicelli, Lattuada.

Santospago

Studente di lettere, negli anni 1972-75 Stefano Santospago è uno dei soci fondatori (con Mario Prosperi, Giancarlo Sammartano, Amedeo Fago e altri) del primo Centro polivalente di Roma “Il Politecnico”, dove nella sezione teatrale ha le prime esperienze attoriali in spettacoli tratti da Beckett, Brecht, Ghelderode, Ginsberg. Debutta quindi allo Stabile di Genova diretto da A. Calenda in Lear di E. Bond e A piacer vostro di Shakespeare (1975-77); tra il 1977-78 è protagonista dello sceneggiato televisivo “Tre operai” diretto da F. Maselli, al quale ne seguono numerosi altri per le regie di Maiello, D’Anza, Missiroli, fino al recente giallo per la tv “Morte di una ragazza per bene”, con la regia di L. Perelli (1998).

Attore poliedrico, non riconducibile a un unico genere, ha dimostrato di essere in grado di passare con disinvoltura e padronanza dalla commedia musicale al testo classico. Da A piedi nudi nel parco di N. Simon (1982), A che servono gli uomini di Garinei e Giovannini (1987) a La locandiera di Goldoni, da Vinzenz di R. Musil, Herodias di R. Famigliari (Roma, Teatro del Vascello, regie di G. Nanni, 1989-90) a Shakespeare. È quindi Primo Ufficiale in Ulisse e la balena bianca di e con V. Gassman (1992) e, per le regie di M. Missiroli, Marcolfo in Nostra Dea di M. Bontempelli (1991), protagonista di La fastidiosa di F. Brusati (con A. Proclemer e G. Albertazzi, 1993) e Brocken Glass di A. Miller (con V. Moriconi e R. Herlitzka, 1994-95), di Nata ieri di G. Kanin, regia di G. Patroni Griffi (1997). Nel 1997-98, S. ha dato prova di grande maturità espressiva nell’articolata e applaudita interpretazione del protagonista maschile di Orgia di Pasolini, per la regia di M. Castri.

Guitry

Lucien Guitry esordisce molto giovane, sostenuto dal padre che affitta per lui una sala nel quartiere parigino di Saint-Denis. Entra a far parte della compagnia del Gymnase e quindi parte per una tournée con la Bernhardt in Inghilterra ( Ernani di Hugo e La signora dalle camelie di Dumas), poi passa al teatro Michajlovskij di San Pietroburgo. All’inizio del nuovo secolo la sua fama è all’apice: nel 1902 assume la direzione del teatro Renaissance di Parigi (ospita tra gli altri i lavori di Bernstein e Bataille), dove resta fino al 1910. Riprende allora le tournée internazionali (Sudamerica, Italia, Spagna). Dal 1919 inizia una proficua collaborazione col figlio Sacha che scrive appositamente per lui alcune pièce, per esaltarne le doti d’attore ( Pasteur ; Mon père avait raison ; Béranger ; Jacqueline ; Le lion et la poule ). Memorabili restano le sue interpretazioni di Molière: Tartufo (1923) e La scuola delle mogli (1924).

Hopkins

Anthony Philip Hopkins ha iniziato la sua carriera alla Royal Academy of Dramatic Art (Rada), passando successivamente al National Theatre sotto la direzione di L. Olivier. Attore di forte talento, spesso paragonato a R. Burton (pure del Galles), ha interpretato numerosissimi ruoli, da re Claudio nell’ Amleto (1969) a Andrej nelle Tre sorelle (1969), ad Astrov in uno Zio Vanja (1970) per la televisione, da Edmund Kean in una serie tv (1978) a Otello per la Bbc (1981). È stato premiato per la parte di B. Hauptmann in Il caso del rapimento Lindbergh (The Lindbergh Kidnapping Case, 1976) e di Hitler in Bunker (The Bunker, 1981), entrambi per la televisione, e ha ricevuto l’Oscar come miglior attore protagonista per Il silenzio degli innocenti 1991).

Girotti

Massimo Girotti intraprende la carriera di attore cinematografico nel 1939 con Dora Nelson di Soldati ma ottiene i primi importanti riconoscimenti con l’interpretazione di Gino in Ossessione di Visconti (1943) che lo consacrerà come uno dei volti più noti del neorealismo. Nel 1945 esordisce sul palcoscenico recitando per Blasetti in Il tempo e la famiglia Conway di J. B. Priestley e ne La foresta pietrificata di R. Sherwood (1946). Successivamente prende parte ad alcuni spettacoli diretti da Visconti: nel 1946 è Razumihin in Delitto e castigo di Baty da Dostoevskij accanto a Benassi, Stoppa, De Lullo e Zeffirelli e nel 1949 è Aiace in Troilo e Cressida nella celebre messinscena ai Giardini di Boboli. Pur continuando l’attività cinematografica, nel 1950 entra nella compagnia Nazionale diretta da Salvini con la quale recita negli Straccioni di A. Caro per la regia di Salvini, in Peer Gynt di Ibsen diretto da Gassman e, l’anno seguente, in Yo, el Rey di B. Cicognani ancora con la regia di Salvini e in Detective story di S. Kingsley allestito da Squarzina. Dopo aver interpretato Ippolito di Euripide a Siracusa per la regia di Costa, lavora ancora con Visconti in Contessina Giulia di Strindberg (1957), formando una compagnia con Brignone e Ninchi e ne Il giardino dei ciliegi di Cechov con la compagnia del Teatro stabile della città di Roma diretta da V. Pandolfi. Della sua carriera cinematografica sono da ricordare Cronaca di un amore di Antonioni (1950), Senso di Visconti (1954), Teorema di Pasolini (1968) e Passione d’amore di Scola (1981).

Troisi

Dopo aver preso parte a diversi allestimenti per i teatri stabili dell’Aquila e di Palermo (L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello con F.Parenti), Lino Troisi è protagonista in Processo a Giordano Bruno di Moretti con A. Pierfederici quindi approda al Piccolo Teatro di Milano dove lavora per circa dieci anni. La sua prima partecipazione agli spettacoli del teatro di Strehler è con il discusso allestimento di Grüber Nostalgia di Jung (1983-84); segue La medesima strada , diretto dallo stesso regista su un insolito testo costituito da frammenti di Sofocle, Eraclito, Parmenide, Empedocle (1988); L’affare di E. Bertazzoni e A. Magliani, regia di H. Brockhaus (1989); Le baruffe chiozzotte di Goldoni, regia di Strehler (1992); I giganti della montagna di Pirandello, regia di Strehler (1994) e Splendid’s di Genet, regia di Grüber (1995).

Giuffré

Formatosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica, Carlo Giuffé debutta nel 1949 con Eduardo De Filippo, restando con lui per due stagioni. Da allora la sua carriera sembra svolgersi su due binari divergenti: da un lato i ruoli di attore giovane dal fisico avvenente e dai fascini convenzionali, dall’altro una felice tendenza al comico e al grottesco. Dopo varie esperienze (fra le principali Chi è di scena? di Galdieri con Anna Magnani, Romagnola di Squarzina con Virna Lisi e La fantesca di Della Porta con Marcello Moretti), arriva nel 1963 la svolta decisiva: entra a far parte della mitica Compagnia dei Giovani (De Lullo-Falk-Valli-Albani), con la quale rimane per ben otto stagioni riuscendo, finalmente, a risolvere l’antinomia fra le sue due personalità d’attore, l’amoroso e il comico. Fu, fra l’altro, il Primo Attore nei Sei personaggi in cerca d’autore , Albino nella Bugiarda di Fabbri, Solionij in Tre sorelle , Guido Venanzi nel Giuoco delle parti , Michele in Metti una sera a cena di Patroni Griffi e, nel 1970, il duca d’Orange nell’ Egmont di Goethe diretto da Luchino Visconti, l’ultimo grande spettacolo prodotto dai Giovani. Poi i successi in serie colti con la propria compagnia, accanto al fratello Aldo, e da solo con Il piacere dell’onestà , Pane altrui , Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi . E infine l’approdo al grande repertorio eduardiano, spesso anche come regista: Le voci di dentro , Napoli milionaria! , Non ti pago e Natale in casa Cupiello.

Warrilow

A 36 anni David Warrilow decide di abbandonare la casa editrice francese per cui lavora per dedicarsi al teatro. Nel 1970 lascia Parigi per New York, dove fonda – assieme a Philip Glass, Lee Breuer, Jo Anne Akalaitis e Ruth Maleczech – il gruppo dei Mabou Mines. Rimane con loro fino al 1978, interpretando diversi spettacoli: Play di Beckett (1970); The red horse animation ; Music for voices ; The lost ones ; Dressed like an egg ; Southern exposure. W. è considerato l’interprete beckettiano per eccellenza «lo Stradivari della lingua di Beckett»; il drammaturgo irlandese scrive apposta per lui Un pezzo da monologo (A piece of monologue presentato con il titolo Solo , al Teatro Festival di Parma nel 1988), che l’attore porta in scena per la prima volta nel 1979.

Di Beckett interpreta anche: Ohio impromtu (1981, con la regia di Alan Schneider). Catastrophe; What Where; That time; L’ultimo nastro di Krapp (Milano, Teatro Arsenale, 1990); Aspettando Godot (1991, regia di J. Jouanneau, Parigi, Théâtre Amandiers-Nanterre; nello stesso anno è presentato a Milano, Crt-Piccolo Teatro). Nel corso degli anni ’80 recita in: Come vi piace di Shakespeare (regia di Liviu Ciulei); Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais; Il conte di Montecristo da Dumas, rielaborato dal regista Peter Sellars; The Golden Windows , regia di Robert Wilson (Brooklin Academy of Music, 1985); Minetti di T. Bernhard (Festival d’Automne, Parigi 1988); I fratelli Tanner, dal romanzo di Robert Walser, regia di J. Launay (1990). Al cinema ricordiamo la sua partecipazione a Radio Days di Woody Allen (1987).

Vannucchi

Lasciata la Sicilia, a sedici anni Luigi Vannucchi si iscrive all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ e, non ancora diplomato, nel 1951, interpreta la parte di Cristo in Donna del Paradiso, spettacolo curato da Silvio D’Amico e messo in scena da Orazio Costa (suoi insegnanti teatrali). Terminata l’Accademia (1952), entra immediatamente nella compagnia del Teatro d’Arte diretta da V. Gassman e L. Squarzina, debuttando nel 1952 nella parte di Laerte accanto a Gassman (Amleto), che fu per V. un modello ma anche un freno alla sua personale ricerca artistica. Nel 1953 recita in Tre quarti di luna (scritto e diretto da Squarzina).

Nel 1954 passa alla compagnia del Teatro Nuovo diretta da G. De Bosio, con la quale interpreta Corte marziale per l’ammutinamento del Caine di H. Wouk (regia di Squarzina) e da protagonista Buio a mezzogiorno di S. Kingsley e Sacro esperimento di F. Hochw&aulm;lder (regie di De Bosio). Nel 1955, al seguito della compagnia Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi prende parte a una grande edizione di Re Lear. In seguito affronta lavori impegnativi di Ibsen, Pirandello, Betti, Hayes e, nel 1957, viene scritturato dal Piccolo Teatro di Milano per la parte di Saint-Just in I giacobini di F. Zardi (regia di Strehler) dove rivela le sue caratteristiche di attore elegante, dotato di una notevole sicurezza scenica.

Nel 1961 ottiene un personale successo, a Ferrara, come Aligi nella Figlia di Iorio di D’Annunzio (regia di Ferrero), successo riconfermato nel 1972 a Gardone, con la Compagnia degli Associati. In questa formazione, dopo essere continuamente passato da un teatro all’altro, Vannucchi sembra trovare, a cavallo degli anni ’70, un periodo di tranquillità (ricordiamo la lunghissima serie di repliche del Vizio assurdo, ricostruzione drammaturgica di Lajolo e Fabbri della vita di Pavese, in cui Vannucchi espresse un’intima adesione con lo scrittore piemontese). Tra i successi teatrali degli anni ’60: Il diavolo e il buon Dio di Sartre, regia di Squarzina (1963); Ciascuno a suo modo di Pirandello, sempre con Squarzina (1963); Riunione di famiglia di Eliot, regia di Ferrero (1964); Troilo e Cressida di Shakespeare, regia di Squarzina (1964); Zio Vanja di Cechov, regia di Fenoglio (1965).

Lavorò anche per il cinema (in Anno uno di Rossellini interpreta con finezza la figura di De Gasperi) e soprattutto per la televisione, dove appare in più di trenta sceneggiati di successo. Si toglie la vita subito dopo aver portato sul piccolo schermo Il vizio assurdo , lavoro che rimane uno dei più sentiti della sua carriera.

Coltorti

Dopo il diploma all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ Ennio Coltorti ha debuttato nelle cantine dell’avanguardia romana, orientandosi quindi verso allestimenti di testi leggeri e brillanti, che gli hanno fatto vincere dieci volte il biglietto d’oro Agis per i migliori incassi. Dal 1981 al ’97 ha messo in scena Twist di C. Exton (con M. Columbro e L. Masiero), A piedi nudi nel parco di N. Simon (con S. Castellitto e M. Mazzantini), Per amore e per diletto di Petrolini, Cyrano con G. Proietti, Love letters con P. Ferrari e V. Valeri, Barnum con O. Piccolo. Il suo interesse per gli autori dell’ultima generazione si concretizza in numerosi allestimenti, tra i quali spiccano La stazione di U. Marino (da cui il film di S. Rubini), Corpo d’altri di G. Manfridi, E allora balliamo di R. Lerici. Ha ideato e dirige da dodici anni la rassegna `Attori in cerca d’autore’, che ha fatto conoscere al grande pubblico autori come Claudio Bigagli, Umberto Marino, Paolo Virzì, Stefano Reali e attori come Fabrizio Bentivoglio e Sergio Castellitto.

Panelli

Proveniente dall’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’, compagno di corso di Manfredi e Buazzelli, Paolo Panelli esordì in rivista, nel 1948, con Col naso lungo e le gambe corte (cioè Pinocchio), un `centone’ di ritagli di precedenti spettacoli di Garinei e Giovannini: nel cast anche Nino Besozzi attore `brillante’ in prosa e al cinema, la coppia Mario Riva e Diana Dei; e a rinforzo Gino Franzi, ex gloria della canzone, fine dicitore, lo `Scettico blues’ (non “blu”!) che gorgheggiava “Balocchi e profumi” e “Mamma”. Nella stagione 1954-1955 fu in Senza rete , rivista `d’avanguardia’ di e con Alberto Bonucci, con un cast ricco di `promesse’: Monica Vitti e Marina Bonfigli, Paolo Ferrari e Bice Valori. Dalla stagione successiva (1955-56) e per tutta la vita, recitò in spettacoli di Garinei e Giovannini, un sodalizio artistico e umano che ha pochi riscontri nel mondo dello spettacolo. Eccolo in Buonanotte Bettina accanto a Walter Chiari e a Delia Scala (1955-56); in L’adorabile Giulio (1957-58) con Dapporto, Delia Scala, Teddy Reno; in Un trapezio per Lisistrata (1958-59), dove, attingendo ad Aristofane, si scherzava sulla guerra fredda tra sovietici e americani, con Panelli nel ruolo di Dimitrione il rosso; nel cast, Delia Scala, il Quartetto Cetra (che si ribellò, ma invano, alle barbe posticce), Nino Manfredi (che ottenne un paio di pantaloni perché non voleva esporre le gambe troppo magre) e Mario Carotenuto.

Durante una replica pomeridiana, Panelli si addormentò in scena, venne svegliato da Manfredi tra le risate del pubblico, come sempre `complice’ di simili fuori-programma. Nella stagione 1960-61, il trio Scala-Manfredi-Panelli si sposta in tv e presenta una memorabile edizione di “Canzonissima”. Nel 1961-62, c’è Rinaldo in campo , straordinario musical di sapore folcloristico con Domenico Modugno, brigante siciliano, Delia Scala, contessina patriottica, l’inedito due Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, l’autorevole Giuseppe Porelli e Panelli nel ruolo di `Chiericuzzo’: moriva in scena e fu il primo `cadavere’ nella storia dello spettacolo leggero. Altri successi targati sempre Garinei e Giovannini: Aggiungi un posto a tavola , dal 1974 in poi, tre stagioni in Italia (con seicentotrenta repliche) e tournée all’estero, con Johnny Dorelli pretino alle prese con il diluvio (idea `recuperata’ dagli autori dopo La Bisarca , del 1950). Seguirà sempre con Dorelli, Accendiamo la lampada , con Gloria Guida starlet del cinema all’esordio come soubrette (fu l’ultimo spettacolo di Bice Valori, moglie di Panelli, scomparsa in quel periodo); e la partecipazione al Rugantino , tra le più importanti commedie musicali di G&G, più volte, e anche recentemente, ripresa. Ma non solo musical: Panelli, sempre con Garinei e Giovannini, ha recitato in commedie brillanti: L’alba, il giorno e la notte di Nicodemi, Niente sesso siamo inglesi con Dorelli; per non parlare delle innumerevoli partecipazioni cinematografiche, di cui ricordiamo per lo meno la memorabile interpretazione del vecchio genitore in Parenti serpenti di Monicelli (1991).

Zacconi

Figlio d’arte, con cinque fratelli datisi anch’essi al teatro, Ermete Zacconi fu sul palcoscenico fin dalla prima infanzia. Primo attor giovane nella compagnia di A. Papadopoli a soli ventun’anni, fu scritturato nel 1884 dall’allora famosissimo G. Emanuel, da cui apprese il rigore dell’impegno costante, la ricerca puntigliosa dell’approfondimento. La sua consacrazione avvenne nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando entrò nella compagnia di V. Marini interpretando testi di Ibsen, Tolstoj, Turgenev, Dumas figlio e La morte civile di P. Giacometti, rimasta per sempre suo cavallo di battaglia.

Nel suo repertorio, fedele a Maeterlinck, Giacosa, Praga, Rovetta, Bracco, entrò più tardi quel Cardinal Lambertini di Testoni (1905), da molti ritenuta una delle sue interpretazioni più riuscite, insieme al Lorenzaccio demussetiano e agli Spettri ibseniani. Nell’accostamento di testi di così disparato valore artistico è già implicita la dimensione naturalistica della sua concezione teatrale che la critica più avvertita da tempo aveva rilevato. Intanto, Z., nel 1899, si univa alla Duse per allestire le dannunziane La Gioconda, La gloria, La città morta , Più che l’amore. Agli inizi del secolo affrontò Shakespeare (Amleto, Macbeth, Otello, Re Lear, La bisbetica domata), il Saul dell’Alfieri, Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais, Le gelosie di Lindoro di Goldoni, Kean di Dumas padre, Il padre di Strindberg. Considerato il massimo esponente della stagione del `grande attore’ – che proclamava «il teatro sono io» – ignorando l’avvento della mediazione registica, dominò i primi trent’anni del secolo, osannato anche all’estero con le trionfali tournèe a Parigi e in Sudamerica.

A distanza di vent’anni, tornò con la Duse (La donna del mare di Ibsen e La porta chiusa di Praga) per poi allestire opere, complessivamente inferiori alla sua statura di mattatore, firmate, tra gli altri, da G. Forzano, L. D’Ambra. A fine carriera trovò consensi unanimi impersonando Socrate ne I Dialoghi di Platone e nel Processo e morte di Socrate che interpretò anche al cinema (1940), prima del definitivo addio alle scene. Per il grande schermo partecipò, fin dall’epoca del muto, a una ventina di film, tratti in gran parte dai suoi successi teatrali. Dalla seconda moglie, l’attrice Ines Cristina, ebbe la figlia Ernes (1912), anch’essa attrice.

Salce

Luciano Salce si diploma in regia nel 1947 all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’, ma inizia la sua carriera come attore, diretto in teatro da importanti registi come O. Costa, L. Visconti, A. Fersen, G. Strehler. Debutta nella regia teatrale con testi di Dumas padre, Bontempelli, Molière, Labiche e altri autori di teatro comico e leggero, che interpreta con una vena fortemente satirica, sottolineandone i risvolti nell’attualità. Partecipa con Franca Valeri e Vittorio Caprioli all’esperienza dei Carnets de notes, e collabora alla sceneggiatura di numerose commedie. Considerato uno dei migliori rappresentanti della commedia all’italiana, deve la sua fama alla regia cinematografica; tra i suoi film di maggior successo ricordiamo Il federale , che fu il trampolino di lancio per Ugo Tognazzi (1961), La voglia matta (1962), Le ore dell’amore (1963), Ti ho sposato per allegria (1967, dalla commedia di N. Ginzburg), Fantozzi (1975). È stato anche un ottimo regista televisivo, attività a cui si è dedicato soprattutto negli anni ’60 (Le canzoni di tutti).

Melnati

Figlio di attori, Umberto Melnati calcò le scene già da bambino con la compagnia Boetti-Valvassura. Dal 1921, con Falconi-Di Lorenzo, poi Falconi-Borboni, ottenne parti sempre più impegnative, dando prova del grande talento comico che doveva esprimersi appieno con la compagnia De Sica-Rissone e Za Bum n.8 e n.10 (tra le sue interpretazioni: Elsa la cavaliera , Lucciole della città , Lo so che non è così ). Fu interprete cinematografico di commedie basate su equivoci sentimentali ( Due cuori felici , 1932; La segretaria per tutti , 1933; Rose scarlatte , 1940) e nel Signor Max di Camerini (1937) impersonò l’uomo di mondo futile, contrapposto a De Sica, giornalaio semplice ma pieno di risorse. Nel dopoguerra lavorò spesso a spettacoli di rivista. Non mancano, infine, sue interpretazioni più impegnative: nel 1938 partecipò a Come vi garba di Shakespeare, diretto da Copeau e nel 1946 a Il borghese gentiluomo di Molière.

Fantoni

Figlio d’arte, pur non avendo una formazione accademica, Sergio Fantoni inizia a lavorare nel mondo dello spettacolo facendo l’imitatore per la radio, la comparsa al cinema e l’attore in ruoli di secondari al Piccolo Teatro di Roma e nella compagnia del Teatro d’Arte italiano di Gassman e Squarzina. Nel 1953 ottiene il suo primo ruolo impegnativo interpretando Giasone nella Medea di Euripide diretta da Visconti. Tra il 1955 e il 1956 lavora al Piccolo Teatro di Milano (La trilogia della villeggiatura di Goldoni, I giacobini di Zardi, entrambi per la regia di Strehler, Processo a Gesù di D. Fabbri diretto da O. Costa); quindi nel 1958 interpreta, ancora per la regia di Visconti, Uno sguardo dal ponte di A. Miller e, l’anno seguente, Figli d’arte di D. Fabbri. Dopo essersi dedicato per qualche anno al cinema e alla televisione, torna al teatro nel 1966 con I lunatici di T. Middleton e W. Rowley e Per Lucrezia di J. Giraudoux con la regia di L. Ronconi. L’anno seguente fonda la Compagnia degli Associati insieme a G. Sbragia, L. Vannucchi e V. Fortunato, proponendo un lavoro di rilettura critica dei testi classici (Ur-Faust di Goethe, Strano interludio di O’Neill, Edipo re di Sofocle, Caligola di Camus). Nel 1975 è impegnato nella sua prima regia con Lorenzaccio di A. de Musset di cui è anche interprete; sempre nello stesso anno, la sua compagnia si unisce all’Ater e realizza alcuni spettacoli con M. Placido, L. Fo, P. Mannoni (Il commedione di Giuseppe Gioacchino Belli di D. Fabbri, La potenza delle tenebre di Tolstoij, L’uomo difficile di H. von Hofmannsthal). Negli anni ’80, dopo lo scioglimento della compagnia, è sulle scene con Le tre sorelle di Cechov per la regia di De Lullo e Minna von Barnhelm di Lessing diretto da Strehler. Fonda La Contemporanea ’83, compagnia con la quale si dedica alla lettura di testi contemporanei di autori italiani (Annibale Ruccello, Manlio Santanelli) e stranieri (H. Pinter, T. Stoppard). Nel 1988 ottiene il premio Armando Curcio per il teatro con Orfani di Lyle Kessler. Nel 1992 interpreta I giganti della montagna di Pirandello per la regia di W. Le Moli e I soldi degli altri di J. Sterner diretto da P. Maccarinelli; quindi, nel ’94 recita in Come le foglie di Giacosa per la regia di C. Pezzoli. Torna alla regia nel ’96, dirigendo e interpretando Dal matrimonio al divorzio di Feydeau. Nel 1998 è al Teatro Due di Parma con Il caso Moro di Roberto Buffagni per la regia di C. Pezzoli. Notevole anche la sua attività cinematografica che lo ha visto impegnato con Visconti (Senso), Rossellini, Maselli, Montaldo, e che lo ha portato per tre anni a Hollywood. Da ricordare le sue interpretazioni televisive in Ottocento per la regia di A.G. Majano (1961) e in Delitto di stato con la regia di G. De Bosio.

Alberti

Diplomato alla Scuola d’arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano (1981), ha collezionato molte esperienze teatrali, lavorando con la Cooperativa teatrale di Franco Parenti e nella stagione 1983-84 con il teatro di Porta Romana. È nella stagione 1985-86 che l’attore approderà al successo con Comedians di Griffiths, lo spettacolo del Teatro dell’Elfo che ha lanciato anche Paolo Rossi, Claudio Bisio e Silvio Orlando. Nel 1986-87 recita in Eldorado e in Café Procope (1989) sempre con il teatro dell’Elfo e con la regia di Salvatores. Con la compagnia Rossi-Vasini-Riondino invece interpreta Una commedia da due lire (1990-91), mentre, nel 1993 partecipa all’allestimento de La signora Papillon , un testo scritto e diretto da Stefano Benni. Tra le numerose apparizioni cinematografiche: Mediterraneo di Salvatores (Oscar 1992) e Gli insospettabili – per la regia di Enzo Monteleone.

Albertazzi

Giorgio Albertazzi debutta a Firenze fra partite di pallone e primi amori ne Il candeliere di De Musset al Teatro della Meridiana con Bianca Toccafondi, regista F. Enriquez; interpreta Fessenio nella Calandria di Bibbiena, ed è Soranzo in Peccato che sia una sgualdrina di Ford, diretto da L. Lucignani, sempre a Firenze, dove L. Visconti – che prepara Troilo e Cressida di Shakespeare a Boboli – lo vede e lo scrittura per il ruolo di Alessandro, paggio di Cressida (Rina Morelli), in una famosa edizione (1949) che allineava, oltre Gassman, De Lullo, Stoppa, Ricci, Tofano, Elena Zareschi e Memo Benassi. È sempre Visconti a procurargli la scrittura nella compagnia del Teatro Nazionale diretta da G. Salvini (1950-52), dove recita in Detective story di Kingsley, La signora non è da bruciare di Fry, Peer Gynt di Ibsen ed è il protagonista del Faustino di Dino Terra.

Il successo arriva con Il seduttore di Fabbri nella tournée americana della Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi-Buazzelli. Con la compagnia, dalla quale si stacca per dar vita nel ’56 alla ditta Proclemer-Albertazzi, interpreta anche il Matto nel Re Lear e il regista ne La ragazza di campagna di Odets. Fra i tanti successi della ventennale ditta, dove ha modo di imporre la sua recitazione moderna e graffiante, ispirata e medianica creando con la Proclemer una delle coppie più seguite dal pubblico e dalla critica: una memorabile Figlia di Iorio di D’Annunzio e L’uovo di Marceau (1957), Requiem per una monaca di Faulkner-Camus e Spettri di Ibsen (1958), I sequestrati di Altona di Sartre (1960), Amleto , diretto prima da Franck Hauser poi da Zeffirelli (1963), Dopo la caduta di Miller (1967), La fastidiosa (1965) e Pietà di novembre di Brusati (1967); dirige Come tu mi vuoi (1967) di Pirandello e il suo discusso Pilato sempre (1971); per una stagione la compagnia si era associata allo Stabile di Genova (Maria Stuarda di Schiller, con la Brignone nel ruolo di Elisabetta) dove, staccatosi dalla Proclemer, sarà protagonista del Fu Mattia Pascal da Pirandello ridotto da Kezich (1974); da qui derivano le grandi interpretazioni fra vita e teatro quali Riccardo III , Re Nicolò di Wedekind, Enrico IV di Pirandello (1982, regia di Calenda), Le memorie di Adriano dal romanzo della Yourcenar, regia di Scaparro (ripreso per più stagioni), La lezione di Ionesco, a Spoleto, regia di Marcucci, e l’ultimo Giacomo Casanova comédien filosofo, libertino, viaggiatore, avventuriero di voce, fantasie, divertimenti e angosce diretto da Scaparro all’Olimpico di Vicenza (1997). Fra i pionieri della tv, seduce il primo pubblico televisivo con Delitto e castigo, Romeo e Giulietta, I capricci di Marianna di De Musset, Come le foglie di Giacosa, Liliom di Molnár e l’indimenticabile Idiota da Dostoevskij, diretto da G. Vaccari. Lettore di fascino e di carisma, spazia dalla novella (Palazzeschi, Mann, Cecov, Maupassant, Pirandello) all’ Inferno di Dante. In cinema da un giovanile Lorenzaccio di Poggioli passa a L’anno scorso a Marienbad di Resnais e al suo Gradiva.

Colizzi

Pino Colizzi inizia la carriera, diciassettenne, a Bari in una compagnia di operette. Poi studia all’Accademia d’arte drammatica di Roma, dove si diploma. Subito dopo viene scritturato dalla compagnia di Visconti per piccoli ruoli in Uno sguardo dal ponte di A. Miller e Figli d’arte di D. Fabbri. Nel 1984 interpreta Così è (se vi pare) diretto da Zeffirelli, con il quale era stato anche in Romeo e Giulietta e La lupa di Verga; è del 1996, con la regia di E. Coltorti, La dodicesima notte (Malvolio) a fianco di Renzo Montagnani. Grandissimo doppiatore, ha il suo momento di gloria quando doppia Robert Powell dando voce italiana al Gesù di Zeffirelli. In televisione, dopo essere stato il protagonista dello sceneggiato Tom Jones , è stato Vronskij in Anna Karenina e poi interprete di primo piano in L’assedio, Così è (se vi pare), Dei miei bollenti spiriti e La piovra .

Sportelli

Figlio d’arte, Franco Sportelli si formò nell’ambiente della sceneggiata e del cabaret, e a Napoli recitò per un lungo periodo nella Scarpettiana di Eduardo De Filippo. Nel 1960, dopo alcuni anni di inattività, venne riscoperto da Giorgio Strehler sotto la cui direzione recitò in Schweyk nella seconda guerra mondiale di Brecht (1961), interpretando Baloun, personaggio attanagliato da fame atavica, al quale Sportelli dona la verve propria del partenopeo Pulcinella. Nel 1963 partecipa a I burosauri di S. Ambrogi, nella parte di un travet sottomesso e umiliato e, dopo aver lavorato con G. Patroni Griffi nella sua riduzione del testo di Viviani Napoli notte e giorno , interpreta in maniera esemplare la patetica figura dell’attore di sceneggiate napoletane in Ma cos’è questa crisi (1965). A questo spettacolo resta maggiormente legato il suo ricordo, per la capacità di svolgere con ironia e grande senso della misura un ruolo che era molto legato alla sua storia personale. Oltre alla partecipazione televisiva in Il cappello del prete, sono da segnalare le sue interpretazioni nei film I giorni contati di Elio Petri (1962) e Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy (1962).

Olivier

Laurence Olivier affrontò i primi ruoli shakespeariani (fra gli altri la Caterina di una Bisbetica domata presentata anche a Stratford) quando andava ancora a scuola, e iniziò la carriera professionale nel 1924, affascinando il pubblico in drammi e commedie di consumo (soprattutto in Vite private di Coward). Ma nel 1935 tornò a Shakespeare, l’autore cui rimase legato per tutta la carriera, con un memorabile Romeo e Giulietta in cui si alternava con J. Gielgud nei ruoli di Romeo e Mercuzio. Nel frattempo aveva già iniziato una fortunata carriera cinematografica, in patria e a Hollywood, che proseguì per tutta la vita, con frequenti ritorni alle scene. Dal 1937 al 1938 recitò per la prima volta all’Old Vic, affrontando personaggi come Amleto (che portò anche a Elsinore), Enrico V, Macbeth, Iago e Coriolano; nel 1940 riprese Romeo e Giulietta accanto alla seconda moglie, Vivien Leigh; dal 1944 al 1946 tornò all’Old Vic come condirettore, insieme a R. Richardson e al regista J. Burrell, in stagioni che passarono alla storia come il punto più alto della recitazione inglese del ventesimo secolo, e aggiunse al suo repertorio Riccardo III , Re Lear , Hotspur di Enrico IV , nonché Edipo e l’Astrov di Zio Vanja che avrebbe ripreso anche in seguito; nel 1951 interpretò, ancora con la Leigh, Antonio e Cleopatra e il Cesare e Cleopatra di Shaw; nel 1955 apparve a Stratford come Malvolio, Macbeth e Titus Andronicus. Nel frattempo aveva diretto, oltre ai suoi tre famosi film shakespeariani, spettacoli nei teatri di Londra e New York.

Poi nel 1958 la svolta, che sorprese i suoi fans e ravvivò il suo declinante interesse per il teatro: decise infatti di interpretare al Royal Court, allora il teatro più giovane di Londra, The Entertainer di J. Osborne, rivelando doti inattese di attore comico e di istrione da sale di varietà; affrontò poi Ionesco, facendosi dirigere da O. Welles ne Il Rinoceronte (1960). Nel 1963 fu nominato direttore dell’appena costituito National Theatre e, nel decennio in cui conservò questa carica, aggiunse alla sua impressionante galleria di interpretazioni memorabili Otello, Shylock e i protagonisti di Danza di morte di Strindberg e di Lungo viaggio verso la notte di O’Neill. Tornato alla libera professione, intepretò con la regia di Zeffirelli Sabato, domenica e lunedì di Eduardo accanto alla terza moglie J. Plowright, che diresse qualche anno dopo in Filumena Marturano . Sir dal 1947, Lord dal 1970, fu riconosciuto anche ufficialmente come il massimo attore del suo tempo, specie in quei ruoli shakespeariani che richiedevano presenza fisica, vigore, e capacità di misurarsi con i propri demoni. Pubblicò un volume di memorie e un libro d’appunti sulla recitazione.

Benassi

Abbandonati gli studi di violoncello, Domenico Benassi debuttò giovanissimo nella compagnia di Gualtiero Tumiati, per poi essere scritturato dalla Carini-Gentilli. Decisivo fu il suo incontro con Eleonora Duse, con la quale fu Osvaldo negli Spettri di Ibsen e Leonardo ne La città morta di D’Annunzio durante la fatale tournée americana del 1924. Attor giovane con Irma e Emma Gramatica, fu poi accanto a Rina Morelli, Laura Carli, Diana Torrieri, Evi Maltagliati, Elena Zareschi in testi che svariavano da Dumas a Pirandello, da Forzano a O’Neill, da Gozzi a Sartre. Attore estroso e poliedrico, con qualcosa del keaniano genio e sregolatezza, era capace di una replica annoiata all’indomani di un’interpretazione sublime; di cimentarsi con i classici senza precludersi al nuovo; di simulare improvvisazione dietro una preparazione meticolosa, spinta fino a esasperazioni maniacali. Alla costante ricerca di sempre più affinati mezzi espressivi abbinò il contraddittorio risvolto di qualche concessione compiaciuta alla risonanza mattatoriale, soprattutto quando non dovette misurarsi con registi del rigore di Copeau, Simoni, Salvini, Visconti, Costa. Nella sua quasi cinquantennale vicenda di palcoscenico – accompagnata da qualche esperienza cinematografica – si confrontò con centinaia di autori, prediligendo Molière, D’Annunzio, Cechov, Pirandello, O’Neill, ma conseguì forse i massimi traguardi sul versante shakespeariano, dove fu un anticonformistico Amleto, un indimenticabile Shylock nel Mercante di Venezia con la regia di Max Reinhardt e un forse insuperato Malvolio ne La dodicesima notte. Il destino dispose che la sua avventura umana e artistica si concludesse nella congeniale personificazione del maligno Don Marzio nella goldoniana Bottega del caffè .

Scofield

Paul David Scofield viene scoperto negli anni ’40 dall’impresario del Birmingham Repertory Theatre, Sir Barry Jackson, insieme a talenti come Richardson, Ashcroft, Olivier e Brook. Sempre seguendo Jackson, S. approda nel 1946 a Stratford-Upon-Avon e al Shakespeare Memorial Theatre dove si cimenta con sempre maggiore abilità nei vari ruoli shakespeariani di cui diverrà in breve interprete esemplare. Indimenticabile il suo Lear sotto la direzione di Peter Brook (1962) per la Royal Shakespeare Company, il Macbeth nel 1967 e più tardi nel 1974 il suo ritratto di Prospero ne La tempesta. Attore estremamente versatile, Scofield non si limita all’ambito shakespeariano, bensì rivolge da subito il suo talento anche al teatro moderno, assumendo con disinvoltura le parti di autori come Fry, Anouilh, Rattingan, Osborne, Hampton, e Bolt per cui nel 1960 interpreta con strepitoso successo Sir Thomas More in Un uomo per tutte le stagioni di R. Bolt. Nel 1989 Scofield impersona il Capitano Shotover ne La Casa del Crepacuore (The Heartbreak House) di G. B. Shaw nell’allestimento di Trevor Nunn e recita in Esclusivo di Jeffrey Archer.

Ciulei

Laureatosi in architettura, Liviu Ciulei dirige dal 1963 il teatro Lucia Sturdza Bulandra di Bucarest (fino al 1972; dal 1990 è direttore onorario): entratovi nel 1948 come attore, si è affermato come regista innovatore della scena romena, ancora troppo legata a canoni veristici. Durante gli anni ’70 inizia a lavorare all’estero: in Germania, Italia, Canada, Australia e Usa dove, dal 1981 al 1985, è direttore artistico del Guthrie Theatre di Minneapolis. In Germania dirige e interpreta La morte di Danton di Büchner e mette in scena, fra l’altro, Come vi piace, Macbeth, Riccardo III, Il gabbiano; in Italia ha diretto Leonce e Lena di Büchner (1970). Tra i suoi allestimenti più recenti si ricordano La tempesta (1981), Peer Gynt (1983) e Sogno di una notte di mezza estate (1985) al Guthrie Theatre e una versione di Amleto (1986) al Public Theatre di New York.

McKellen

Ian Murray McKellen debutta sulla scena londinese nel 1964 nella tragicommedia Il profumo dei fiori (A Scent of Flowers) di James Saunders, interpretazione che gli frutta una stagione al National Theatre e numerose parti da protagonista negli anni immediatamente successivi. Si guadagna una certa notorietà e reputazione di attore intelligente e sensibile recitando per la Prospect Theatre Company alla fine degli anni ’60 in Riccardo II di Shakespeare, e Edoardo II di Marlowe. Nel 1974 si unisce alla Royal Shakespeare Company (Rsc) ottenendo particolare successo al fianco di Judi Dench in Macbeth , ne Le tre sorelle di Cechov, e in La dodicesima notte (The Twelfth Night). Nel 1980 è a New York per la produzione di Amadeus di Peter Shaffer nel ruolo di Salieri, mentre dal 1984 si unisce al gruppo del National Theatre e interpreta Coriolano (Coriolanus) nell’eccezionale produzione di Peter Hall. Negli anni ’90 raccoglie una serie di successi sotto la direzione di Richard Eyre interpretando Riccardo III , Kent in Re Lear , recitando in Napoli milionaria (1991) di Eduardo De Filippo in una versione di Peter Tinniswood e ancora nel ruolo principale dello Zio Vanja (1992) di Cechov.

Lupo

Lupo Alberto ebbe i suoi esordi tatrali nel 1946 al Centro sperimentale `L. Pirandello’ di Genova, allora importante vivaio di attori e registi, dove rimase fino al 1952. Notato da Giorgio Strehler, fu scritturato al Piccolo Teatro, dove, per una breve ma intensa stagione, dal 1952 al 1953, partecipò a Elisabetta d’Inghilterra di Bruckner, a Elettra di Sofocle, a Il revisore di Gogol, a L’ingranaggio di Sartre, a Sacrilegio massimo di Stefano Landi Pirandello, a Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Nel 1953-54 è con Gino Cervi (Cyrano di Bergerac regia di Rouleau); nella stagione 1954-55 è uno dei protagonisti di Corte marziale per l’ammutinamento dei Caine , regia di Luigi Squarzina. E, nel 1955, Anton Giulio Majano lo vuole in televisione per il ruolo del giovane professore di Piccole donne : è l’inizio di uno strepitoso successo, soprattutto tra il pubblico femminile, affascinato dalla sua voce profonda e suadente. Interpretò una ventina di teleromanzi (tra i più noti: Capitan Fracassa , Padri e figli , Il vicario di Wakefield , Le due orfanelle , Una tragedia americana , I Giacobini ), fino al popolarissimo sceneggiato La cittadella (1964), grazie al quale, nella parte del dottor Manson, divenne uno dei simboli della tv romantica. Si propose anche nelle vesti di garbato presentatore in spettacoli leggeri, come Teatro 10 (1971), dove interpretò con Mina la famosissima “Parole parole”.

Durano

Così lunare e saettante, con sopracciglia che solo lui riesce ad accomodare in forma d’accento circonflesso, la mimica svolazzante, la dizione che picchietta le sillabe senza mai cedere al birignao. Giustino Durano rappresenta una presenza costante e significativa, quasi mai protagonista assoluto, ma sempre in ruoli di `carattere’ disegnati con acuta intelligenza e sensibile partecipazione. Esordisce nel 1944 in uno spettacolo d’arte varia per le Forze Armate a Bari; accanto all’artigliere D., Cesare Polacco, Gino Latilla, Nino Lembo (sarebbe diventato una gloria dell’avanspettacolo; ritiratosi dalle scene, fu e fornitore di gioielli falsi per film e commedie…). Regista, il maggiore Anton Giulio Majano. Primo spettacolo, Follie di Broadway con Lucio Ardenzi (cantante, non ancora impresario), Rosalia Maggio e un cantante che interpretava “Ciriciribin” e voleva essere annunciato prima con il cognome e poi con il nome, chiamandosi Littorio Sciarpa. Seguono spettacoli `d’arte varia’ (1947) a Bari, accanto a Peppino De Filippo e Nico Pepe, in avanspettacolo al Puccini di Milano (nel 1951) con Febo Conti e i cantanti Luciano Bonfiglioli e Corrado Lojacono. L’anno successivo, sarà in Cocoricò di Falconi-Frattini-Spiller, accanto a Dario Fo (nel cast anche Alberto Rabagliati, Franco Sportelli, la soubrette Vickie Henderson). Il sodalizio con Fo, e poi con Franco Parenti, avrebbe dato nelle due stagioni successive (1953-55) risultati `storici’, con Il dito nell’occhio e Sani da legare , due riviste da camera rappresentate al Piccolo Teatro di Milano e poi, in tournée, che (con il coevo Carnet de notes dei Gobbi, Caprioli-Bonucci-Salce e poi al posto di Salce, Franca Valeri) rivoluzionarono il teatro `leggero’ e comico, affidandosi a un copione ricco di geniale inventiva.

Nel 1956 Durano gioca la carta del solista, con due spettacoli: Il carattere cubitale e, alle Maschere di Milano, regista Carlo Silva, Cartastraccia ; in compagnia, Franca Gandolfi. Archiviato il cabaret teatrale (con un’appendice nel 1958 al Nuovo Romano di Torino, con Sssssssst!: canzoni demenziali come “Aveva un taxi nero – che andava col metano – e con la riga verde allo chassis”, avventure surreali di Pedro Cadrega, e altre trovate in anticipo sui tempi), D. passa nella rivista tradizionale, accanto a Wanda Osiris, in trio con Bramieri e Vianello in Okay fortuna di Puntoni-Terzoli; nella stessa formazione la stagione successiva in I fuoriserie . Nel 1958 è con Macario e Marisa Del Frate in Chiamate Arturo 777 , poi torna al capocomicato con Le parabole a spirale , Senza sipario , un recital alla Ribalta di Bologna, nelle stagioni 1958-59. E con Incondizionatamente condizionato (1973-74). Dal 1960 (con una pausa di riflessione che va dal 1974 al 1987) passa al teatro di prosa, con registi importanti. Segue Giorgio Strehler nella formazione del gruppo Teatro e Azione a Prato (dove tuttora D. risiede) partecipando a Il mostro lusitano di Weiss e Nel fondo di Gor’kij. Affronta ruoli importanti in Shakespeare, Pirandello (un memorabile Sampognetta in Questa sera si recita a soggetto accanto ad Alida Valli, 1995), Goldoni, Molière, Copi. Canta e recita al Piccolo Teatro di Milano in Ma cos’è questa crisi? con Milva e Franco Sportelli (1965). Affronta ruoli di rilievo in molte operette: La vedova allegra di Lehár con Edda Vincenzi a Palermo (1970); Il paese dei campanelli di Lombardo e Ranzato con Paola Borboni (Palermo 1972); Madama di Tebe di Lombardo con Ave Ninchi e Carlo Campanini, (Palermo 1973).

Nel tempo libero da impegni teatrali, radiofonici e televisivi (fu pioniere con Dario Fo nel 1953, negli studi di Torino, di trasmissioni per ragazzi), in particolare dal 1946 al ’66, si è esibito come cantante-fantasista «al night, in locali notturni, al dancing, in pasticceria, al caffè-concerto, in birreria, in Casinò, in grand hotel», come ricorda egli stesso. All’hotel Continental di Milano, 1949, con Maria Caniglia e Carlo Tagliabue; all’Odeon giardino d’inverno, Milano 1950, canta con il Duo Capinere e presenta il quartetto jazz di Duke Ellington; al Lirico di Milano in La sei giorni della canzone con Rabagliati, Lojacono, Narciso Parigi, Jenny Luna, Oscar Carboni; alla Bussola di Viareggio, con l’orchestra di Bruno Martino, affianca Mina, Alighiero Noschese e le spogliarelliste Rita Renoir e Dodo d’Hamburg. Nel suo curriculum, anche una stagione sotto il chapiteau, con il Circo Togni (1953), nella pantomima Pierrot lunaire . Nel 1951, a Modena, il baritono D. si esibisce in arie verdiane e, da solo, interpreta il duetto tra Rigoletto e Sparafucile. Nell’estate 1998 è stato il vecchio Anselmo nel Barbiere di Siviglia di Rossini all’Opera di Roma. Per la sua interpretazione nel film La vita è bella di Benigni gli è stato assegnato il Nastro d’argento 1998. Il 19 febbraio 1985 viene pubblicata la notizia della improvvisa dipartita del noto attore; il giornale radio ne traccia un affettuoso ritratto, interrotto dalla viva voce dell’interessato che precisa trattarsi della scomparsa di un cugino omonimo e cita la battuta di un altro vivo dato per morto, Mark Twain: «La notizia della mia morte è certamente prematura».

De Filippo

Luca De Filippo a otto anni è Peppiniello in Miseria e nobiltà di E. Scarpetta diretto dal padre Eduardo. Debutta a vent’anni ne Il figlio di Pulcinella di Eduardo, con la regia di G. Magliulo. Da questo momento la sua attività è senza soste. Con le regie del padre è interprete di Il contratto, Sabato, domenica e lunedì, Filumena Marturano, Non ti pago, Il sindaco del rione Sanità, Napoli milionaria, De pretore Vincenzo, Le bugie con le gambe lunghe, Uomo e galantuomo, Natale in casa Cupiello, Gli esami non finiscono mai, Le voci di dentro, Sik-sik l’artefice magico, Gennariello, Dolore sotto chiave, Quei figuri di tanti anni fa. Dopo tanto teatro eduardiano, si accosta a Pirandello (Il berretto a sonagli ), a G. Rocca (Scorzetta di limone), a V. Scarpetta (O’ tuono ‘e marzo ) e a E. Scarpetta (Cani e gatti, Lu curaggiu de nu pompiere napulitano, Na santarella). Nel 1967 inizia una notevole attività con cinema e televisione: I giovani tigri, Il negozio di piazza Navona, Petrosmella, Le scene di Napoli, Naso di cane, Il ricatto. Nel 1992, per la televisione, è interprete di Uscita di emergenza di Santanelli. Nel 1981 fonda la compagnia di teatro Luca De Filippo, con cui realizza buona parte del repertorio di Eduardo, di Vincenzo ed Eduardo Scarpetta, oltre che di P. Altavilla (‘A fortuna e Pulcinella ). Nel 1986-87 è interprete di Don Giovanni di Molière; successivamente avverte il bisogno di cimentarsi con altri autori: nel 1991-92 è regista e interprete di La casa al mare di Cerami, nel ’92 di Tuttosà e Chebestia di C. Serrau (regia di Besson), nel 1993-94 di L’esibizionista (regia di L. Wertmüller), nel ’97 di L’amante di Pinter (insieme ad Anna Galiena, regia di A.R. Shammah); nel ’98 del Tartufo di Molière (regia di A. Pugliese). Ha diretto, nel 1990, U. Orsini in Il piacere dell’onestà di Pirandello.

Pambieri

Studente alla Scuola del Piccolo Teatro, Giuseppe Pambieri ha fatto `ditta’ con la moglie L. Tanzi e, dai primi anni ’90, con la figlia Micol. Interpreta Goldoni, ma soprattutto Shakespeare: La bisbetica domata , Molto rumore per nulla (1995) con la regia di A. Syxty che lo dirige anche l’anno seguente come Shylock ne Il mercante di Venezia . Nella stagione 1988-1989, si è confrontato con Pinter (Il guardiano , 1988, con la regia di Guido De Monticelli) e lo storico Mardi 14 rien (dagli atti del processo a Luigi XVI, testo di P. Buzzi Baroni, con la regia di F. Gervasio). Quindi ha recitato N. Simon ( Rumors , regia di G. De Bosio) e L. Lunari (Tre sull’altalena , 1994, regia di Piccardi). Nella stagione 1997-98 ha interpretato L’uomo, la bestia e la virtù di Pirandello. Ha partecipato anche a svariati sceneggiati televisivi, tra cui Le sorelle Materassi, di Palazzeschi, per la regia di M. Ferrero (1972), nel ruolo dell’affascinante nipote di Rina Morelli, Sarah Ferrati e Nora Ricci. La figlia Micol, attrice italiana. Figlia di G. Pambieri e L. Tanzi. Tra le sue interpretazioni, Il diario di Anna Frank (in cui recita con il padre e la madre), Gli occhi della notte e, nel ’95, Romeo e Giulietta in una compagnia di giovani attori diretti da M. Panici. Nella stagione ’97-’98 ha interpretato, al fianco di L. Masiero, Non ti conosco più di A. De Benedetti, con la regia di P. Rossi Gastaldi.

Mascia

Dopo una breve esperienza nella compagnia di Eduardo De Filippo (Il sindaco del rione sanità, Gli esami non finiscono mai ), Nello Mascia fonda la Coop. Teatrale Gli Ipocriti che dirige e di cui è l’animatore principale per circa venticinque anni. In questa struttura profonde ogni energia e ad essa dedica gran parte della sua attività di attore, regista e direttore artistico. Si pone all’attenzione della critica e del pubblico nel 1980 interpretando il personaggio del sagrestano Pacebbene in Uscita di emergenza di Santanelli, in coppia prima con Bruno Cirino, poi di Sergio Fantoni. Nel 1983-84 è al Piccolo Teatro dove interpreta Trinculo nell’allestimento strehleriano de La tempesta di Shakespeare che inaugura il Teatro d’Europa all’Odéon di Parigi. Dal 1986 si dedica alla divulgazione e alla valorizzazione dell’opera di Raffaele Viviani di cui presenta quattro spettacoli: L’ultimo scugnizzo , regia di Ugo Gregoretti; Fatto di cronaca , regia di Maurizio Scaparro; Guappo di cartone , regia di Armando Pugliese; La musica dei ciechi , regia di Antonio Calenda. Si ricorda anche il suo esilarante Don Marzio ne La bottega del caffè di Goldoni al Teatro di Roma con la regia di Mario Missiroli nel 1993. In televisione nel 1979 è l’operaio Marco nello sceneggiato in quattro puntate Tre operai dal romanzo di Carlo Bernari per la regia di Francesco Maselli. Nel 1983 è protagonista del Carmagnola , libero adattamento di Ugo Gregoretti dalla tragedia di Alessandro Manzoni. Nel 1997 è il crudele Ferdinando in I conti di Montecristo , singolare versione di Ugo Gregoretti dal romanzo di Dumas. Nel cinema nel 1998 è tra i protagonisti de La cena di Ettore Scola.

Lunt

Alfred Lunt sposò nel 1922 l’attrice inglese Lynn Fontanne (1887-1983) che fu sua compagna di vita e di scena per quasi quarant’anni (si separarono solo nel 1928 per interpretare due novità di O’Neill, lui Marco Millions e lei Strano interludio ). Insieme trionfarono per alcuni decenni sui palcoscenici di Broadway e di Londra in commedie scritte su misura per loro da eccellenti artigiani come N. Coward, S.N. Behrman e R. Sherwood, ma anche in opere più impegnative come La bisbetica domata di Shakespeare, Anfitrione 38 di Giraudoux e La visita della vecchia signora di Dürrenmatt, nel 1958, con la regia di P. Brook, ultimo loro successo. Erano apprezzati per il perfetto senso del ritmo, la straordinaria compatibilità e la capacità di essere irresistibilmente scintillanti nella commedia e sottilmente inquietanti nel dramma, anche se avevano affrontato solo di rado opere e personaggi degni del loro talento.

Vasilicò

Appartenente a quella che Franco Quadri ha definito la ‘seconda generazione’ della neoavanguardia, Giuliano Vasilicò compie la sua formazione culturale e artistica in Svezia, dove ha i primi contatti con il nuovo teatro americano e dove partecipa ai primi happening . L’esperienza svedese ha fine nel 1968, anno in cui decide di stabilirsi a Roma, qui conosce Giancarlo Nanni con il quale lavora per un breve periodo al Teatro La Fede e insieme al quale sperimenta una capacità gestuale che nel tempo andrà formalizzandosi in una espressione teatrale esteticamente rigorosa. Da una realtà-laboratorio fonda la compagnia Beat ’72 , in una delle `cantine’ romane.

Nel 1969 dà alle scene il suo testo Missione psicopolitica, seguito da L’occupazione (1970). Gli scarsi riscontri della critica lo spingono ad accostarsi ai classici: dapprima la sua scelta cade su Amleto (1971), così dal regista giustificata: “se sono costretto a mettere in scena un testo non mio, voglio almeno il più bello scritto dagli altri”, in seguito, sul romanzo filosofico del marchese De Sade da cui trae Le 120 giornate di Sodoma (1972). Il primo spettacolo celebra il concetto genetiano di identità tra delitto e teatro, una situazione in cui si genera un’intensificazione emotiva continua, che scopre nella ripetizione del gesto una puntuale esplicitazione stilistica. Quando la ripetizione si fa ossessiva e diventa momento portante dell’azione trova emblematici punti di contatto con il mondo e il pensiero di Sade: ecco dunque nascere il secondo spettacolo.

Nei due allestimenti successivi, L’uomo di Babilonia (1974), da Musil, e Proust (1976), spettacolo che evoca i rapporti tra lo scrittore e la sua opera, prende forma il suo gusto per le sfide impossibili e la sua consacrazione al romanzo gli permette di varare l’ambizioso progetto di realizzare traduzioni ideali dalla pagina alla scena, in una scrittura scenica definita da composizioni di immagini e di luci, su una struttura drammaturgica che si avvale di poche citazioni tratte dall’opera letteraria originale. La sua predilezione per Musil si manifesta attraverso il tentativo di dare all’autore austriaco un’identità scenica. Si susseguono, quindi, spettacoli come L’uomo senza qualità a teatro (1984), Il compimento dell’amore (1990, ripreso poi nel 1992 e nel 1997), Delitto a teatro (1992), work in progress inserito nel “Progetto Musil”. Tra di questi si annoverano gli allestimenti, Oscar Wilde. Ritratto di Dorian Gray (1986) e Il mago di Oz di Lyman Frank Baum (1987), con i quali V. affronta nuove esperienze. Negli ultimi anni si dedica alla ripresa delle sue opere più riuscite.

Randone

Dopo l’esordio a vent’anni con A. Ninchi, a dispetto del padre viceprefetto che lo sognava avvocato, Salvo Randone si formò in un lungo tirocinio con le compagnie di Zacconi, Melato, Ruggeri (da allora riconosciuto come il suo grande maestro), Chiantoni, Ruffini, Tumiati. Nel 1940 Simoni lo volle nel ruolo di Carlo Magno nell’ Adelchi di Manzoni al Maggio fiorentino e l’anno dopo Salvini in quello di Daniele nei Masnadieri di Schiller al Festival della Biennale di Venezia, accanto a Benassi, Ricci, Baseggio, Adani. Perfezionatosi al romano Teatro delle Arti di A.G. Bragaglia, passando da un personaggio comico della Cintia di Della Porta a uno drammatico nel Lutto si addice a Elettra di O’Neill, fu Lazzaro nella Figlia di Iorio con Ricci-Ferrati, per affermarsi definitivamente nel fervore dell’immediato dopoguerra quando, con le regie di Costa, Strehler, Giannini, Visconti, Enriquez, fu memorabile interprete di classici, convinto assertore del teatro di Betti, buon frequentatore di Shakespeare, attratto da Goethe, Ibsen, Verga, Gorkij, Giacosa, ma anche capace di dare credito ai fermenti del nuovo, inscenando testi dei contemporanei Fabbri, Landi, Lodovici, Pinelli, Malaparte. Se in Oreste, Edipo, Creonte, Filottete, Tiresia seppe esaltare l’afflato dei grandi tragici ereditato dalla nativa Magna Grecia, con altrettanta valenza affrontò il naturalismo lirico di Ibsen, l’empito lirico di Eliot, la sublime lezione di Goethe, il clownesco, cupo sberleffo di Pane altrui di Turgenev. Giunto al vertice della gerarchia di palcoscenico, rifiutò il cliché del mostro sacro, compiaciuto semmai dell’autodefinizione di `insocievole’.

Alternatosi con Gassman nei ruoli di Otello e Jago (1956), ebbe al suo fianco la Borboni, per qualche anno sua compagna anche nella vita, la Magni, la Carli, la Maltagliati, la Ferrati, la Zareschi, la Brignone, la Volonghi ma, soprattutto, Neda Naldi, sposata nel 1970. La sua sicilianità ritrosa, la sua umbratile malinconia, le sue inquietudini e nevrosi contribuirono a farne l’attore pirandelliano per antonomasia, ventenne Paolino, quarantenne Baldovino, settantenne Toti e Martino Lori, ma soprattutto ineguagliabile Enrico IV . Nel cinema ha girato, tra gli altri, con Pietri, Pietrangeli, Rosi, Visconti. Molte le sue apparizioni televisive.

Varetto

Gianfranco Varetto studia a Parigi con Lecoq, la Balaschowa e R. Simon, poi lavora con Grotowski. Attore dalla metà degli anni ’60 e regista dal 1974, fonda a Roma, nel 1982, il Trianon con L. de Berardinis. Dopo aver messo in scena testi di Achternbusch ( L’ultimo ospite ), negli anni ’90 affronta Finale di partita di Beckett (regia di F. Tiezzi) e Caterina di Heilbronn di Kleist (regia di C. Lievi). Ha interpretato e diretto Corsia degli incurabili di P. Valduga, con il ruolo di un malato terminale dal volto coperto di bende.

Cara

Uscito dalla scuola del Piccolo Teatro, Ruggero Cara contribuisce alla fondazione del Teatro del sole (1971). Emerge al fianco di Walter Chiari in Six heures au plus tardes (1988). Interpreta un simpatico Capitan Uncino nel Peter Pan di A.R. Shammah, e poi testi più impegnativi come Relazione all’accademia di Kafka (1991). Nel 1994 interpreta Lei , per la regia di Marco Guzzardi, con Flavio Bonacci e Marina Massironi. Consolida la collaborazione con Angela Finocchiaro curando la regia di La stanza dei fiori di china e il testo di Benni La misteriosa scomparsa di W . Con l’Arena del Sole è Brighella nell’ Arlecchino di Goldoni e recita nel Woyzeck (1997-98); nella stessa stagione è regista nonché attore protagonista in I cani di Gerusalemme di Malerba e Carpi, con Ivano Marescotti.

Lombardo Radice

Giovanni Lombardo Radice è direttore artistico della Cooperativa per Attori e del Teatro della Cometa di Roma. Dopo aver lavorato, tra gli altri, con registi come Aldo Trionfo e Giancarlo Cobelli, in veste di regista ha messo in scena opere di Shakespeare, Marivaux, Lorca, Strindberg, Scarpetta, per poi concentrarsi, soprattutto negli anni Novanta, sulla drammaturgia contemporanea inglese e americana, presentando in Italia autori come Ayckbourn, Gurney, Griffin, Kevenson, Durang, Keatley.

Skelton

Red Skelton nizia la carriera sulle tavole del vaudeville, in veste di comico che sa anche suonare il piano e cantare. Nel primo film a Hollywood, Vacanze d’amore (1938), compare con il nome di Richard S.; dal 1941 è sotto contratto con la Metro Goldwyn Mayer: interpreta altri quattordici musical, il primo dei quali è la trasposizione cinematografica dello spettacolo di Gershwin Lady, Be Good . La sua tipica risata e il volto caratterizzato dall’ampio sorriso lo rendono una figura molto amata dal pubblico, di solito nel ruolo di ragazzo cresciuto che continua a prendere cantonate e a cacciarsi nei guai ( Mademoiselle Du Barry , 1943; Bellezze al bagno , 1944; Ziegfeld Follies , 1946). Nel 1943 Minnelli realizza sulla esatta misura delle sue doti Il signore in marsina , ma il capolavoro giunge con il ruolo del mito musicale americano Harry Ruby nel film biografico Tre piccole parole (1950). È al fianco di Esther Williams in due dei più riusciti musical acquatici, La figlia di Nettuno (1949) e La duchessa dell’Idaho (1950). A partire dagli anni ’40 è presente in numerose serie radiofoniche e televisive.