Sordi

Straordinario attore di cinema, emblema dell’italiano medio e mediocre, ricettacolo di vizi e virtù del borghese piccolo piccolo, Alberto Sordi debutta nell’avanspettacolo e varietà, dove incrociò il suo destino con quello di Federico Fellini, che lo scelse per i suoi primi film inseguendolo nelle tournée. Nel 1937 Sordi è sul palco dell’Augustus di Genova, quando lo nota Aldo Fabrizi e dal 1938 al 1942 lavora per due compagnie di rivista, con la Riccioli-Primavera in Ma in campagna è un’altra cosa di Benini e Gori, e la Fineschi-Donati in Tutto l’oro del mondo di Galdieri. Ma bisogna ricordare, nel 1943, anche l’apparizione di Sordi nella compagnia di Fanfulla in Teatro della caricatura, al Teatro della Galleria di Roma, dove, festeggiata da Sordi, passò la sua prima serata coniugale la coppia Fellini-Masina.

Dopo molta gavetta, nel 1943, preparato sugli umori del pubblico visto dall’altezza della passerella, Sordi recita Ritorna Za-bum , diciotto episodi di Galdieri in cui appare al fianco di Scandurra, Ave Ninchi, Benti, Campanini, Pavese, Ada Dondini, Lupi. Nel 1944 lo troviamo ancora in avanspettacolo: in Un mondo di armonie , accanto ai fratelli Bonos e De Vico, imita Stanlio e Ollio (che poi incontrerà di nuovo in sala di doppiaggio); e in Imputati… alziamoci! di Galdieri, anche regista, con Benti, Brazzi, Pavese, Rondinella e Olga Villi. Nel 1947 è ancora in scena, a Milano e Roma, nella rivista E lui dice di Benecoste, diretta da Adolfo Celi, con la Villi, Giorda, la Bagni, Rovere, Cortese, Rosi (il regista), Caprioli, Salce, Panelli, Carlo Mazzarella e Benti: un cast irripetibile. Nello spettacolo, allestito per il pubblico romano e infatti accolto meno bene al Nord, Sordi recitava uno sketch destinato alla celebrità (fu ripreso in Accadde al commissariato di Simonelli, nel 1954), quello di «pensa a te e alla famiglia tua» in cui indossava un gonnellino scozzese.

Nel 1945 passa con Garinei e Giovannini, due giovani talenti della satira, nella rivista Soffia, so’… diretta da Mattoli, creatore di Za-bum. Sono momenti difficili, polemiche in agguato, il pubblico suscettibile, le ferite della guerra ancora aperte. A Genova, durante una scena in cui S. faceva con Viarisio lo sketch del balilla, scoppiarono tumulti in sala e nel secondo anno di repliche, a Milano, ci furono serata assai calde, in cui il giovane S. ha modo di dimostrare il suo sincero temperamento non eroico.

Il destino sulla passerella torna e si conclude nel 1952, quando, trentenne, viene scritturato dalla regina Wanda Osiris in Gran baraonda di Garinei, Giovannini e Kramer, con Enzo Turco, Marisa Mangini, in arte Dorian Gray, i Cetra che cantavano “Un bacio a mezzanotte”, Gianni Agus, Turco, una distribuzione a mezza strada tra la rivista e la prosa. Lo spettacolo si basava sull’idea di mettere il mondo, per ridere, a testa in giù. E per dissacrare fino in fondo, gli autori fecero apparire in scena la `Wandissima’ con grande fasto, ma era Sordi a scendere le scale al suo posto, importunandola di continuo con uno sketch rimasto famoso in cui il comico ripeteva il fastidioso tormentone di «mi permette Wandaosiri?», dandole pacche e manate sulle spalle. Ma fu la sigla di un ammirato affetto: tanto che la Wanda torna in una scena del film che Sordi, mai più tornato al teatro, ha dedicato nel 1973 alla vita raminga ma felice dell’avanspettacolo Polvere di stelle. Il grande attore romano si è spento a Roma il 24 febbraio 2003 dopo una breve malattia. Imponenti le manifestazioni di affetto del suo pubblico.

 

 

 

 

 

Agus

Considerato ‘spalla ideale’ da tutti i comici con cui ebbe occasione di lavorare, spesso fu accanto a Wanda Osiris che ne lodava il tratto signorile, Gianni Agus forse si raccomanda alla memoria collettiva per l’interpretazione televisiva del sadico capufficio di Fracchia-Villaggio in bilico su una poltrona-cuscinone. Ma nel corso della sua lunga carriera Agus seppe fornire ragguardevoli prove nel teatro `leggero’, dalla rivista al varietà alla commedia musicale, attraversando i vari generi e adattandovisi con talento. In Si stava meglio domani , rivista sontuosa del primo dopoguerra (1946-47) con Wanda Osiris che cantava “Ti parlerò d’amor”, Agus, in duetto con la soubrette, affrontava audaci non sense a doppio senso come «Voglio fare come fanno al Mississippi/dove ognuno va diritto ai propri scopi». Nella stagione 1948-49 fu accanto alla Osiris in Grand Hotel di Garinei e Giovannini, con la Wandissima che scende le scale più lunghe della sua carriera intonando “Sentimental”; nella stagione successiva (1949-50) in Sogni di una notte di questa estate con Rascel e la Osiris, Agus duetta, applauditissimo, con Dolores Palumbo. Nella stagione 1950-51, sempre per Garinei e Giovannini, è in Il diavolo custode, con Wanda Osiris, senza scale, nel ruolo di Elena di Troia. Nel cast, Enrico Viarisio, Raffaele Pisu e, per la prima volta dall’Inghilterra, il balletto delle Bluebell. In quello spettacolo, Agus era Renzo in una parodia dei Promessi sposi . Nella stagione 1951-52, sempre con la Osiris, è in Galanteria di Michele Galdieri. Nella stagione seguente, 1952-53, ancora una rivista di Galdieri La gioia con Carlo Dapporto. Nel 1961 s’era distinto in un bel ruolo del film Il federale di Luciano Salce, con Ugo Tognazzi alla sua prima impegnativa prova cinematografica.

Nel dopoguerra, la gente fatica a mettere insieme i soldi per pranzo e cena e allora le riviste in teatro dovevano essere sontuose, doviziose, kolossal, per offrire tre ore di evasione. Nella stagione 1947-48, Garinei e Giovannini realizzarono Domani è sempre domenica, un allestimento da quarantacinque milioni, con la Osiris che usciva come Venere da una conchiglia di madreperla, con Enrico Viarisio, Enzo Turco e Agus che arrivavano in palcoscenico su un’auto Volpe e due Vespe fiammanti. Nel 1954-55, A. partecipò alla commedia musicale di Garinei e Giovannini Giove in doppiopetto, con Dapporto, la rivelazione Delia Scala e la soubrettina Franca Gandolfi applaudita nel quadro “Quanto è buono il bacio con le pere”, soubrette e `seconda donna’, Lucy D’Albert, in coppia con la Scala. Lo spettacolo venne replicato per due stagioni consecutive, un primato. In Gran baldoria, stagione 1952-53, con la Osiris, il Quartetto Cetra, Enzo Garinei, Agus era impegnato in uno sketch intitolato “ra il sì e il no c’è il ma”: accolto freddamente dal pubblico, venne `tagliato’ dopo il debutto. Dopo i successi in teatro, Agus passò stabilmente in televisione, partecipando a molte trasmissioni di successo; nel 1967 accanto a Peppino De Filippo `Pappagone’ nella Canzonissima definita Scala reale; e toccò a lui presentare il Festival di Sanremo nel 1958, l’anno di Domenico Modugno e di “Volare”. Concluse la sua carriera da dove era partito, dalla prosa, memore degli esordi nella compagnia di Elsa Merlini e, per cinque anni, di Ruggero Ruggeri. Da ricordare il ruolo di Tiger Brown in L’opera da tre soldi di Brecht al Piccolo Teatro, regista Giorgio Strehler, nella riedizione, del 1973, con Domenico Modugno e Lamberto Laudisi in Così è (se vi pare) di Pirandello diretto da G. Sepe (1983). Aveva conosciuto e sposato, nel 1952, la soubrette austriaca Lilo Weibel, avendone un figlio, Davide, nel 1959.

Bluebell

Le Bluebell nacquero da un’idea di Margaret Kelly e del marito, il musicista francese Marcel Leibovici, che nel 1948 iniziarono a ‘reclutare’, proprio con un’ottica paramilitare, ragazze che corrispondessero alle misure ideali della ballerina: altezza m. 1,75, misure fisiche di 95-63-95, almeno un metro di gambe da sventolare con grazia sulla passerella. All’inizio venivano selezionate solo ragazze inglesi, ma in seguito furono ammesse anche altre nazionalità, l’importante era la sintonia e l’immagine fisica quasi `clonata’. Furono formati dieci gruppi delle Bluebell, da otto a dodici per gruppo, in tournée nelle varie nazioni, in show di vario stile (da noi era la rivista), simbolo di un successo legato alla professionalità, alla disciplina, alla correttezza dei rapporti. Si dice infatti che le Bluebell facessero una vita privata ritirata e controllata, andando tutte insieme a cena e poi in albergo dopo lo spettacolo, quasi come collegiali cui era vietato frequentare i colleghi di lavoro o ammiratori casuali (il che non impedì ad alcune di celebrare fortunati matrimoni, d’amore o di interesse, in Italia). Da noi i primi a importare Le Bluebell furono Garinei e Giovannini che, con Paone, le scritturarono nel ’50 per la rivista Il diavolo custode con la Osiris. Da allora, per un buon decennio, il corpo di danza inglese fu l’attrazione di ogni spettacolo di classe, aveva il nome in ditta e in locandina, ribaltando l’immagine della procace soubrettina all’italiana, fiero invece della propria personalità, e contraddicendo le misure delle nostrane maggiorate. Ma Le Bluebell portavano, con discrezione, anche un po’ di erotismo britannico, in quanto nei costumi la sgambatura era quasi verticale, anticipando il tanga di oggi. Ma nulla nell’atteggiamento era però volgare: le Bluebell, come in una fantasia caleidoscopica di Busby Berkeley, dovevano soprattutto muoversi all’unisono, offrire il senso di un rigore professionale unico, essere al servizio, dalla ‘chorus line’, di una étoile. Il nome de le Bluebell pare venga dal colore degli occhi dell’irlandese fondatrice lady Margaret, di colore azzurro cupo, come quello dei fiori che gli inglesi chiamano bluebell e noi campanule. La loro fortuna si esaurì nel tempo, sui nostri palcoscenici, anche se fiorirono le imitazioni, anche di classe, come i Charley Ballett, però a due sessi.

Scala

Coltivando la sua vocazione per lo spettacolo, Delia Scala si iscrisse a otto anni alla scuola di danza della Scala di Milano, dove si era trasferita con la famiglia. Il primo tempo della sua carriera, col volto di ragazzina acqua e sapone che contrastava con il prototipo della maggiorata di allora, appartiene al cinema. Partecipò a moltissimi film d’epoca, da Anni difficili del 1947, di L. Zampa, che ebbe il merito di scoprirla, a I teddy boys della canzone del 1960: in mezzo ci sono titoli come Napoli milionaria, Come scopersi l’America con Macario, Bellezze in bicicletta con la Pampanini, con un esempio drammatico in Roma ore undici e un giallo in Grisb. Ma naturalmente la sua affermazione appartiene al teatro, quando, apparendo una sera del settembre del 1954 al Lirico di Milano, in Giove in doppiopetto e trionfando subito accanto a Dapporto, rivoluzionò l’immagine classica della soubrette dal fastoso guardaroba e dal rimmel in camerino.

Furono Garinei e Giovannini a lanciarla dopo un’accanita gara sulla paga con Paone, in quel fortunato spettacolo ispirato a Plauto, il primo che vantava una vera trama, pur ancora in mix con la rivista (vedi il personaggio di Agostino, presente nel secondo tempo) e si replicò per due anni. Nello spettacolo la ragazzina era una giovane sposina (“Ho il cuore in Paradiso”) sedotta niente meno che da Giove. La Scala, show girl e non più soubrette, alle doti di attrice, aggiungeva la preparazione atletica come ballerina, che le permetteva exploit acrobatici come nel “Mambo dei grappoli” (sempre in Giove in doppiopetto), in cui saltava su un tamburo-tinozza elastico decorato con grappoli d’uva per decine di volte consecutive, provocando l’entusiasmo del pubblico. La maliziosa, moderna, la simpatica Scala avrà una carriera breve, per sua volontà (non sopportava più, dopo un attacco di appendicite, la fatica e la disciplina delle tournée), ma intensa e redditizia. Pochi titoli dunque, tutti di casa Garinei e Giovannini, che sono rimasti nella storia della rivista e del musical.

Si va da Buonanotte Bettina (1956) con Walter Chiari con cui formò un’indovinata coppia giovane per satireggiare i best seller scandalistici alla Sagan al musical liberty L’adorabile Giulio (1957), con l’edipico ‘padre’ teatrale Dapporto, nel consolidato ruolo dell’attore viveur, e Teddy Reno (che, non a caso, le dedicava l’orecchiabile refrain di Kramer Simpatica). Nel 1958 in Un trapezio per Lisistrata, uno degli spettacoli più riusciti e originali della `ditta’, coreografato da Donald Saddler, vestito da Coltellacci, l’attrice fa la volitiva, combattiva, moglie che sciopera e fa scioperare contro i mariti, saltellando sulla popolare colonna sonora di Kramer, che comprende Donna e Raggio di sole, che resteranno best seller del Quartetto Cetra.

Dopo una storica edizione di “Canzonissima” nel 1960 a fianco di Panelli e Manfredi, la Scala affronta nel 1964 un musical coniugale da camera, con soli due protagonisti che cambiano identità e parentela, intorno al balletto che interviene solo se evocato: lei e Rascel, impegnati in una schermaglia di marito e moglie a zig zag nel tempo. Ma prima la coraggiosa Scala – che ha avuto, nel corso del tempo, tempestose, tragiche, sfortunate, vicissitudini sentimentali e anche di salute – era stata nel 1960 la star di uno show monografico a lei dedicato, Delia Scala Show , allestito, per uno di quei fortunati casi del teatro, con la complicità del trio comico Ucci-Garinei-Sposito. Seguì lo storico kolossal Rinaldo in campo, con le camice rosse garibaldine, celebrazione risorgimentale ad alto tasso spettacolare, un musical scritto come una commedia drammatica, il primo con un personaggio che muore in scena.

E per la prima volta è assente la passerella, con gran delusione dei fans che, per il finale, occupavano per tradizione, festosamente, i corridoi del teatro arrivando alle prime file dai posti in piedi del fondo. L’ultimo spettacolo della soubrette fu, nel 1964, un musical di fama e gradimento internazionale, My Fair Lady, allestito dalla produzione di Lars Schmidt con Remigio Paone e tratto dalla commedia di Shaw Pigmalione. In contemporanea con il trionfo del film di Cukor interpretato da Audrey Hepburn e Rex Harrison, il My Fair Lady italiano non ha nulla da invidiare alle celebrate edizioni straniere: fu uno spettacolo elegante, di grande stile, amatissimo, provvisto di una colonna sonora che tutti canticchiano; e in cui Delia Scala dimostrava come e quanto aveva raffinato le sue doti, accanto a un gruppo di magistrali attori di prosa come Gianrico Tedeschi (Higgins), Mario Carotenuto, la doppiatrice del birignao suadente Tina Lattanzi. Oltre alla sua esemplare carriera teatrale (da cui si ritirò a soli trentacinque anni), l’attrice vanta un curriculum televisivo intenso, che comprende una rivista a schema coniugale con Nino Taranto (“Lui e lei” nel 1956 di Marchesi e Metz), “Signore e signora” con Buzzanca, il serial di “Casa Cecilia” seguito da un altro impegno di tipo familiare sulle reti Fininvest, “Io e la mamma” con Scotti e altre partecipazioni che l’hanno sempre confermata come uno dei volti più cari al pubblico.