futurismo

Il futurismo in teatro è scandito, come per la pittura, la letteratura e le altre arti, dalla pubblicazione di una serie di dichiariazioni poetiche di carattere radicale e polemico. All’elaborazione teorica si accompagnana la composizione drammaturgica di un numero abbastanza esiguo di opere, le cosidette ‘sintesi’ futuriste scritte da Marinetti (Simultaneità, 1915), Settimelli, Corra, Chiti, Balla, Cangiullo, Depero e altri, e rappresentate dalla compagnia Berti-Masi in diverse città italiane con reazioni polemiche e violente del pubblico. Costituite su microsituazioni paradossali o grottesche, le `sintesi’ sono fatte di brevi dialoghi e/o di sequenze di pure azioni fisiche per la durata di pochi minuti. Significative sul piano teorico per la trasgressione alle convenzioni rappresentative del naturalismo, le `sintesi’ furono spesso in sé deludenti su quello rappresentativo, mentre risultarono efficaci le appropriazioni spettacolari che ne fece il varietà degli anni Trenta. Fu nel balletto-pantomima di Prampolini e Depero (Balli plastici, 1918) e nella ‘scenotecnica’ luministica di Prampolini che il f. raggiunse in Italia i risultati esteticamente più significativi. In Russia il futurismo teatrale trovò espressione nell’opera di Vladimir Majakovskij, poeta e drammaturgo, e nella sperimentazione cubofuturista di Chlebnikov. L’operazione di dissezione e scarnificazione della messa in scena con la riduzione al minimo delle componenti rappresentative, la provocatoria scelta antillusionistica, l’abolizione del primato della parola spesso ridotta a puro gioco semantico o fonetico, la scelta di una dimensione ludica antinarrativa e antipsicologica costituiscono alcuni fra gli aspetti più fecondi dell’esperienza teatrale del futurismo, a cui farà riferimento in Italia l’avanguardia teatrale degli anni Sessanta (Carmelo Bene, il movimento delle Cantine romane).