Ibsen

Quando noi morti ci destiamo fu scritto da Henrik Ibsen tra il 1899 e il 1900. Dopo un lungo vagabondare (soggiornò per parecchi anni anche in Italia), negli anni Novanta I. ritornò in Norvegia per stabilirsi a Cristiania (l’odierna Oslo), dove scrisse i suoi ultimi drammi: Il costruttore Solness (1892), Il piccolo Eyolf (1894), John Gabriel Borkmann (1896) e Quando noi morti ci destiamo, col sottotitolo `epilogo drammatico’, presago, forse, di quel colpo apoplettico che, nel 1900, gli lederà le attività cerebrali e lo farà vivere ancora per sei lunghi anni alquanto drammatici, immobile, nella sua stanza, dove morirà il 23 maggio 1906. Il Novecento si apre con il suo testamento spirituale, affidato allo scultore, Prof. Rubek che, come un vampiro, ha sottratto la linfa vitale alla modella Irene, per creare un’opera immortale; un testamento che porta in scena il rapporto arte-vita, tanto caro al decadentismo europeo. L’attività di drammaturgo era iniziata nel 1848, quando Ibsen pubblicò il suo primo dramma, Catilina, che traeva ispirazione da Schiller, il tragediografo romantico amato da Strindberg. Nel 1851 è scritturato dal teatro di Bergen, con la qualifica di direttore artistico, dove avverrà la sua vera maturazione di autore drammatico e dove vengono rappresentati La notte di San Giovanni (1853), Il tumulo del guerriero (1854), Donna Inger di Olstraat (1855), Olaf Liljekrans (1856), Il festino a Solhaug (1856), tutti ispirati alle tradizioni popolari norvegesi. Tra il 1858 e il 1864 scrive I guerrieri a Helgoland, La commedia dell’amore, I pretendenti al trono. Durante un soggiorno in Italia, e sotto l’impulso di uno slancio di indignazione per gli avvenimenti politici, scrive Brand, a cui seguirà uno dei suoi capolavori, Peer Gynt (1867), composto durante un soggiorno trascorso in Campania, tra Ischia e Sorrento.

Nel 1869 scrive La lega dei giovani, che rappresenta un primo passo verso le sue nuove teorie. L’ultimo suo dramma in versi, Cesare e Galilei , è del 1873. Nel 1877 scrive Le colonne della società , un dramma d’accusa contro l’ipocrisia sociale e il primo testo in cui si evidenzia il suo nuovo stile e anche la sua grande riforma. Dal 1878 in poi usciranno i suoi capolavori: Casa di bambola (1879), Spettri (1881), Un nemico del popolo (1882); L’anitra selvatica (1884); Rosmersholm (1886); La donna del mare (1888), Hedda Gabler (1890). La sua fortuna in Italia inizia negli anni ’90 dell’Ottocento: la Duse ottiene un personale successo con Casa di bambola (1891), Zacconi fa molto discutere con la sua interpretazione di Spettri (1898), mentre spetterà alla compagnia di A. De Sanctis aprire il Novecento con Quando noi morti ci destiamo. Uno dei primi profili critici dedicati a Ibsen in Italia lo dobbiamo a Bruno Brunelli (1928), ma il primo punto di riferimento rimane lo studio approfondito di Sergio Slataper (1944). Una prima lettura più attenta al palcoscenico è quella di Ruggero Jacobbi (1972), mentre una sequela di divagazioni la troviamo in Vita di Henrik Ibsen di Alberto Savinio.

Oggi tra gli studiosi più accreditati dobbiamo ricordare Paolo Puppa (La figlia di Ibsen , 1982) e Roberto Alonge (Epopea borghese nel teatro di Ibsen , 1983); epopea borghese o postborghese portata in scena soprattutto da Massimo Castri, a cui dobbiamo due realizzazioni straordinarie di Rosmersholm e di Hedda Gabler tra il marzo e l’ottobre del 1980, de Il piccolo Eyolf (1985) e di John Gabriel Borkmann (1988). Ma forse il testo che ha offerto più spunti per un rapporto spazio-scena del teatro di Ibsen è Peer Gynt, di cui si ricordano una bellissima regia di Aldo Trionfo (1973) e quelle più recenti di Patrice Chéreau (1981), di Marco Baliani (1994) e di Luca Ronconi (1995), dopo il grande spettacolo di V. Gassman nel 1952 con E. Albertini, V. Gioi e E. Zareschi. Considerato un caposcuola, insieme a Strindberg, Ibsen ha creato un teatro in piena corrispondenza con gli ideali della classe borghese del suo tempo, ma con tensioni che oscillano tra mondo simbolico e mondo onirico, tra lotta dei sessi e torbidi rapporti familiari, tra vita sociale e vita politica. Non c’è tema in Ibsen che non assurga a dimensioni metafisiche e universali, che lo rendono sempre di straordinaria attualità. Ma ciò che soprattutto conta è l’aver svincolato il dramma dalle sabbie mobili del naturalismo.