passerella

Secondo la testimonianza di Macario, venne la passerella importata da Parigi, nel 1928, dalla soubrette Isa Bluette, in ditta all’epoca con Nuto Navarrini. Si trattava di una pedana che, scavalcando il `golfo mistico’ dove si trovava l’orchestra, correva parallela alla ribalta, sporgendosi fin quasi a sfiorare la prima fila di poltrone. Serviva a ospitare il comico che, nel sottofinale, illuminato da un `occhio di bue’ (riflettore con cono di luce mobile), raccontava storielle e barzellette, intrattenendo il pubblico per dar tempo ai macchinisti di allestire la scena, solitamente sontuosa, del quadro conclusivo dello spettacolo. Ma la passerella serviva soprattutto per i ringraziamenti finali. Veniva percorsa a passo svelto, sul ritmo di un `galoppo’, da tutta la compagnia, secondo un rigido ordine gerarchico, lo stesso che veniva riportato in locandina in base alla grandezza dei caratteri tipografici con cui venivano riportati i nomi del cast. Apriva la sfilata il balletto; poi toccava, nell’ordine, alle soubrettine, agli attori caratteristi, all’attrazione ospite; quindi, in coppia, al comico e alla soubrette, che si fermavano al centro della passerella, indugiandovi per ringraziare e raccogliere più applausi. Non appena la compagnia si era riallineata in palcoscenico, cominciava, lentamente, a chiudersi il sipario, i cui lembi erano accompagnati da due soubrettine (le `sipariste’) sempre pressoché svestite.

Il rito si ripeteva sette-otto volte per sera e stabiliva anche quantitativamente il successo dello spettacolo. Ma il momento della passerella segnava anche, tra gli spettatori, la rivincita del giovane povero sull’anziano ricco. Perché il giovane povero, che aveva assistito a tutta la rappresentazione nel settore `posti in piedi’, in fondo alla platea, al momento del finale, poteva accorrere fin sotto la passerella, rubando un po’ di visuale all’anziano ricco, assiso nelle prime file di `poltronissime’. Un rito così descritto da Orio Vergani (“Corriere d’Informazione”, 19 febbraio 1947): «I gagliardi giovani avanzano per i corridoi delle poltrone, avanzano con il loro cuore caldo e con i loro occhi ardenti, vengono come una mandria all’abbeverata di quella che dovrebbe essere la fontana della bellezza e della giovinezza. Le attrici, le soubrettine, le girls avanzano a passi cadenzati sul ponte; la cipria, la felicità, il rossetto e anche qualche ombelico graziosamente intagliato, passano a un metro dagli occhi dei più lesti a farsi avanti. Comincia la mezzora degli assetati, si aprono le porte del paradiso degli entusiasti della coscia tornita, del seno velato, dell’occhio bistrato… Otto, dieci, dodici volte la sfilata si ripete…». Occorreva una tecnica collaudata per percorrere la passerella: posizione di tre quarti, con busto e viso rivolti alla platea, gambe `a forbice’ per procedere, in senso orario, su una pedana non più larga di novanta centimetri. E bisognava procedere svelti, senza guardare per terra, per rivolgere sorrisi al pubblico. Numerosi gli episodi legati alla passerella Citiamone almeno due.

Nella rivista L’adorabile Giulio di Garinei e Giovannini con C. Dapporto protagonista, il primattore giovane e canterino era Teddy Reno, che con il suo stile confidenziale cantava “Dillo con le rose”. Un successo, che Teddy Reno, trentuno anni all’epoca, si coccolava, avanzando disinvolto in passerella e ritagliandosi così un `primo piano’ teatrale non previsto dagli autori-registi della rivista. I quali, informati dal direttore di scena Dante Bisio di tale inaudita libertà che Reno, soprattutto in tournée, si prendeva, corsero ai ripari. Dissero a Bisio: “Se lo fa ancora, spegnetegli le luci”. E così fu fatto. Il palcoscenico piombò nel buio totale e Teddy Reno riguadagnò a tentoni il palcoscenico, dopo aver rischiato di `finire in buca’. Chi davvero finì in buca, fu Wanda Osiris, nella rivista La granduchessa e i camerieri , sempre di Garinei e Giovannini. Alle 23;26 del 26 settembre 1955, a Milano, due sere dopo la `prima’, la Wandissima, che indossa un abito di seta a strass, rosso fiamme, con le balze pesanti otto chili, ed è inerpicata su zatteroni di sughero altissimi, – lei che ha un piedino taglia 34 e mezzo – incespica nell’orlo del vestito e precipita nella buca dell’orchestra, rovinando addosso al vibrafono del maestro Cipolla; il martelletto dello strumento la colpì in fronte facendola sanguinare. Spettacolo interrotto, urla e gemiti anche in platea, l’autoambulanza che corre al Policlinico di via Dezza, dove la soubrette viene ricoverata (stanza 136, terzo piano). Notizia a sei colonne in prima pagina sul “Corriere Lombardo”, titolo: «È caduta dalla passerella come una regina dal trono». Il giorno dopo, sempre in prima pagina, il “Corriere d’Informazione” sparava un rassicurante «L’Osiris fuori pericolo».. Furono sempre Garinei e Giovannini ad `ammazzare’ la passerella: al finale di Rinaldo in campo (1961), Modugno, Delia Scala, Panelli, Franchi e Ingrassia, si presentarono alla ribalta tenendosi per mano e ringraziando per gli applausi nello stile di una compagnia di prosa.