Duse

Figlia d’arte, in palcoscenico fin dalla più tenera età nella compagnia di guitti cui si erano associati i genitori, Eleonora Duse tardò a rivelare le eccezionali doti interpretative che le avrebbero fruttato l’appellativo di ‘divina’ per antonomasia. Quindicenne Giulietta shakespeariana a Verona nei giorni in cui moriva la madre, fu scritturata l’anno dopo da L. Pezzana che, di fronte alla sua personcina minuta e agli acerbi mezzi espressivi, le consigliò addirittura di abbandonare ‘l’arte’. Non ebbe miglior fortuna con la Dondini-Drago, ma qualche tempo dopo attrasse la curiosità di G. Emanuel, che la volle al Teatro dei Fiorentini di Napoli accanto a G. Pezzana. Fu delicata Desdemona e tenera Ofelia, ma conseguì il primo successo nella drammatica personificazione di Teresa Raquin di Zola. Rotto il rapporto sentimentale con il giornalista M. Cafiero, si trasferì a Torino, dove le scarse accoglienze di pubblico la indussero a meditare il ritiro dalle scene. Avendo avuto occasione di apprezzare l’eccezionale bravura di S. Bernhardt, decise di sfidarla nella Principessa di Bagdad di Dumas figlio, vincendo la prova temeraria.

Nel 1881 sposò l’attore Tebaldo Marchetti (in arte Checchi), da cui ebbe la figlia Enrichetta. Ma quattro anni dopo, durante una tournée sudamericana, confessò al marito, rimasto da allora in Argentina, il suo amore per il compagno d’arte Flavio Andò, con il quale nel 1887 costituì la Compagnia della città di Roma. Al successo artistico non corrispose quello di coppia e l’inquieta, tormentata, vibratile attrice tentò di placare la tensione attraverso ambiziose letture, l’apprendimento delle lingue straniere, lo studio approfondito di classici e moderni suggeritogli dal poeta e commediografo Arrigo Boito. Ma ‘l’anno di sogno’ fu compromesso dalle sempre più frequenti tournée estere, mentre un profondo mutamento avveniva nel suo animo e nei suoi programmi di lavoro, inducendola a rinnegare il precedente repertorio (Dumas, Sardou, Giacosa) e a rompere sia con il postromanticismo sia con il verismo, per accostarsi al teatro di poesia. La spinta decisiva venne dall’incontro con D’Annunzio, dal suo impegno di scrivere per il teatro, dalla trionfale accoglienza parigina al Sogno di un mattino di primavera . Tra una leggendaria Signora dalle camelie e un’osannata Adriana Lecouvreur, impose La Gioconda, La gloria , La città morta . Ma la parentesi artistica e umana con l’Imaginifico praticamente s’infranse allorché, avendo ella cercato di protrarre l’esordio di La figlia di Iorio (1904), si vide sostituita da E. Gramatica. Da allora si dedicò soprattutto a Ibsen e a un frenetico vagabondaggio per tutta Europa, finché nel 1909, dopo una Locandiera a Vienna, annunciò il ritiro dalle scene. Per una dozzina d’anni (con l’eccezione del film Cenere dal romanzo della Deledda), si ritirò nell’eremo di Asolo, risospinta in palcoscenico soltanto dalle sopravvenute difficoltà finanziarie. Ripropose Ibsen, D’Annunzio, Praga; fu a Londra, Vienna e negli Usa, dove lo spropositato carico di fatiche le fu fatale.

Della Noce

Esordisce nel 1988 con il gruppo La Carovana, partecipando al Festival nazionale del cabaret di Loano, dove vince il Premio Speciale della critica. Nel 1989 partecipa a Drive In e successivamente al Tg delle vacanze e Mondo Gabibbo . Nel 1995 esordisce a Mai dire gol con il personaggio di Zabronsky, l’istruttore `no limits’ e, grazie all’incoraggiamento di Gino e Michele, affianca Francesco Baccini nel suo primo spettacolo teatrale Il suono di Woodstock . Nella stagione 1997-98 è ospite fisso della trasmissione Facciamo cabaret e protagonista, in coppia con E. Bertolino, dello spettacolo The day after `le notizie bomba del giorno dopo’ che, programmato tutti i venerdì da mezzanotte al Ciak di Milano, diventa un incontro classico per i nottambuli milanesi. Fa parte del cast della seconda edizione di Zelig Facciamo cabaret (1998).

Dasté

Figlia di Jean e di Marie-Hélène Dasté, nipote di Copeau, studia arte drammatica all’Old Vic di Londra e quindi recita con la compagnia del padre al Teatro di Saint-Étienne. Assieme al marito Graeme Allwright si dedica al teatro per ragazzi, come autrice e regista. È convinta che i giovani spettatori debbano essere stimolati a partecipare attivamente fin dalla stesura dei testi, arricchendoli con la loro immaginazione ancora non imbrigliata dalle convenzioni. Negli anni ’70 forma la compagnia `Le pomme verte’, con cui allestisce diversi spettacoli per ragazzi: Cycolîne le Triste ; Les musiques magiques ; Les loups (1970); La chasse au Snark (1971, da una fiaba di L. Carroll); Petit jaune, petit bleu (1972); Le rêve du papillon (1976); Visages de sable (1977). Nel 1981 fonda una nuova compagnia, `Folie Méricourt’, con cui mette in scena: Le foulon di Motokyo (1981); Saint-Simon, le voyeux (1982, ne cura la regia con D. Berlioux); Journal d’un homme de trop di Turgenev (1983). Nel 1985 le è affidata la direzione del Théâtre des Quartiers d’Ivry. Dal 1989 organizza, con scadenza biennale, il festival teatrale Rencontres Jacques Copeau a Pernaud Vergelesses, in Borgogna. Tra le sue ultime regie segnaliamo: École des femmes di Molière (1991); L’impromtu de Pernand , scritto dalla D. per un gruppo di attori non-professionisti (1993); Trois fois, trois voeux di J. Jovet, rappresentato in occasione del cinquantenario del festival di Avignone (1996).

Dorazio

Nel 1947 firma il manifesto del movimento artistico `Forma 1′, affermando il primato della ricerca formale sull’impegno ideologico. Inizia a occuparsi di scenografia nel 1949, concependo delle scene-sculture per concerti jazz. Ma è nel 1972 che progetta delle vere scenografie per il balletto Notte trasfigurata (Verkl&aulm;rte Nacht): la scena, interamente vuota e bianca, è animata da proiezioni filmiche di oggetti dalla forte presenza geometrica, che sembrano essere in perfetta simbiosi con l’universo musicale di Schönberg.

De Toma

Diplomato all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’ lavora soprattutto al Piccolo Teatro di Milano dove nella stagione 1959-60 interpreta il ruolo di cameriere nell’ Arlecchino servitore di due padroni diretto da Strehler. Tra il 1961 e il ’62 partecipa a Schweyk nella seconda guerra mondiale, L’eccezione e regola e Vita di Galilei di Brecht. Il suo repertorio ha attraversato anche autori quali Sofocle, Bulgakov, Saponaro, Verga e Fo, mentre il suo stile recitativo si caratterizza per l’incisivo intellettualismo.

Denishawn

Tra gli allievi destinati a un ruolo di primo piano sulla scena americana sono da annoverare M. Graham, D. Humphrey, C. Weidman, J. Cole, e numerosi attori di Hollywood. A lungo sotto la guida musicale di Horst, la compagnia collegata alla scuola si è esibita anche nel nascente cinema. Forte di un vasto repertorio di coreografie dei direttori, D. è stata la culla della danza moderna americana.

Danieli

Figlia d’arte, Isa Danieli debutta giovanissima, a soli quindici anni, nella compagnia di Eduardo, con il quale avrà un rapporto lungo ed estremamente formativo, alternato all’esperienza, faticosa ma non meno utile, dell’avanspettacolo: impara, così, a ballare e a cantare, e soprattutto a tener testa ai pubblici più eterogenei ed esigenti. In tal senso, le servirà molto anche il lavoro con Nino Taranto. Poi di nuovo Eduardo e, nel ’76, La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone e l’interpretazione – davvero da antologia – del celeberrimo ruolo della prima lavandaia. De Simone la vuole con sé anche in Mistero napolitano e Festa di Piedigrotta . Quindi, nel 1980, il premio Idi per Amore e magia nella cucina di mamma , scritto e diretto per lei da Lina Wertmuller. L’anno dopo Benno Besson le fa indossare, nell’ Edipo tiranno , le vesti di Tiresia e Giocasta. Ed è l’esperienza decisiva, quella che impone come attrice non solo napoletana: infatti, di lì a poco parteciperà a L’anima buona di Sezuan e a Puntila e il suo servo Matti , sotto la guida di Strehler e di Glauco Mauri. Proprio questo, d’altronde, è il tratto fondamentale del suo carattere, la voglia di rimettersi sempre in discussione e di tentare sempre nuove strade. Ed è perciò che, pur profondamente radicata nella tradizione, diventerà l’autentica musa della nuova drammaturgia napoletana: portando al successo testi come Regina Madre di Manlio Santanelli, Festa al celeste e nubile santuario di Enzo Moscato e Ferdinando di Annibale Ruccello.

De Benedetti

Fu uno tra i più importanti esponenti del teatro d’evasione nel periodo fra le due guerre. Cominciò a scrivere molto giovane sia per il teatro sia per il cinema. Il successo gli arrise tra il 1930 e il ’38, quando fornì un vasto repertorio agli interpreti della commedia sentimentale (suoi lavori vennero portati sulle scene, tra gli altri, da Falconi, Tofano, De Sica e Merlini). I titoli più noti di quel periodo sono La resa di Titì (1931), Non ti conosco più (1932), Milizia territoriale (1933), L’uomo che sorride (1935), preludi al testo per il quale viene ricordato: Due dozzine di rose scarlatte , scritto nel 1936 e rappresentato molto anche all’estero. Di origine ebrea, le leggi razziali del regime fascista lo obbligarono al silenzio. Dal 1938 si dedicò al cinema, anche se il suo nome non poté comparire nelle locandine dei film. Tornò al teatro solo dopo la fine della guerra con commedie di stile pirandelliano ( Sbaglio di essere vivo , 1945; L’armadietto cinese , 1947; Gli ultimi cinque minuti , 1951; Buonanotte Patrizia , 1956; Il libertino , 1960; Paola e i leoni , 1971). Notevole fu la sua attività di sceneggiatore per il grande schermo, dove si cimentò con successo nello stile dei `telefoni bianchi’.

Düsseldorfer Schauspielhaus

La storia di questa istituzione comincia nel XIX secolo con Immermann, Grabbe, Dumont e Lindemann, ma è nel nostro secolo che si collocano gli avvenimenti più importanti. Dal 1933 al ’45 è uno dei grandi palcoscenici che ospitano le infauste rappresentazioni-glorificazioni del regime nazista; successivamente la sua evoluzione coincide con quella dei suoi direttori. W. Langhoff è l’uomo della rinascita (1946-47) insieme al leggendario G. Gründgens, che fino al 1955 costituisce un esempio per tutti i direttori e attori. Poi inizia l’era di K.H. Stroux (1955-72), che forgia un’intera generazione di attori e guida il teatro a partire da Wilder, O’Neill, Miller, Giraudoux, e specialmente da Beckett e Ionesco. Dal 1972 al ’76 è la volta di Ulrich Brecht, che per primo pone l’esigenza di una nuova consapevolezza teatrale; Beelitz, in carica fino al 1986, dopo gli iniziali problemi porta la compagnia a una notorietà mondiale. Volker Canaris, direttore artistico dal 1986, persegue l’apertura totale del teatro, invitando alla stretta cooperazione registi dai maggiori Paesi esteri e innescando così una fitta rete di contaminazioni di grande efficacia. Il D.S. fa farte dell’Unione dei Teatri d’Europa.

D’Albert

All’età di tre anni Lucy D’Albert segue la madre (l’attrice Lydia Johnson, il cui vero nome era Lydia Abramovic) nei suoi spostamenti prima in Turchia e in Francia, infine in Italia. Esordisce bambina, parallelamente alla carriera della madre, e dall’età di quindici anni ha un’attività scenica regolare. Nel 1931 è in una rivista a Napoli (La terra gira) con la madre e i tre fratelli De Filippo. Dal 1932 al ’35 è a Napoli, soubrette assoluta degli spettacoli di Michele Galdieri; nel 1936 ancora a Napoli, con Nino Taranto in Son tornate a fiorire le rose , un successo che le frutta il passaggio a compagnie di rivista dal prestigio nazionale, con Spadaro, ancora con Taranto, con Totò. Dal 1945 al ’47 in formazioni sporadiche accanto a Rascel, Tecla Scarano, i fratelli De Vico. A partire dal 1948 è con Dapporto, ancora con Taranto, con Walter Chiari, con Billi e Riva (Caccia al tesoro di Garinei e Giovannini, 1953) e poi, sempre di G. & G., nel 1954, in Giove in doppiopetto con Carlo Dapporto, spettacolo in cui lei, che si sentiva rivoluzionaria rispetto all’immagine della soubrette classica, viene contrapposta alla semplicità trionfante di Delia Scala proprio come l’immagine della soubrette tutta piume e strass. Nel 1955 partecipa alla versione cinematografica di Giove in doppiopetto e nella stagione 1958-59 la troviamo accanto a Macario nello scombinato Chiamate Arturo 777 .

Di Giacomo

Sorretto da un gusto verista incline al sentimentalismo, sensibile alla bellezza della tragedia strappalacrime, Di G. ha incarnato la quintessenza della `napoletanità’ nei romanzi, nelle novelle, nelle poesie, nelle canzonette, negli stessi studi storici sul Settecento. Non da meno sono le sue opere per il teatro, che peraltro seppero costantemente andare incontro alla domanda locale di tinte forti e passioni al calor bianco. Il primo testo è Malavita (1889), a cui fanno seguito ‘O mese mariano (1897), il fortunatissimo Assunta Spina (1909) – divenuto ben presto uno dei cavalli di battaglia di molte attrici veriste – e ‘O voto (riproposta dialettale di Malavita ), scritto con la collaborazione di G. Cognetti, di cui si ricorda l’allestimento – curato da V. Puecher con P. Maggio e canzoni originali di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò – avvenuto al Teatro San Ferdinando di Napoli nel 1980. Sostenuti più dalle note di colore e dal richiamo folkloristico che da una reale forza di analisi del tessuto sociale, i drammi di Di G. rimangono espressione di una moda circoscritta alla temperatura mentale del suo tempo e hanno avuto sporadiche riprese nel corso del secolo.

Di Cicco

Dopo aver studiato danza moderna e contemporanea in Italia, Francia e Germania, nel 1983 entra nella compagnia Arbalete per cui firma dal 1987 le coreografie Danzare l’ordine (1990); Operai (1993) e Demoni meridiani (1996). Come interprete danza per molti coreografi italiani (S. Beltrami, V. Sieni, P. Decina), creando il ruolo principale in Petruška di R. Castello (Teatro Regio, Torino 1993).

dramaturg

Ma gli può essere affidata anche la responsabilità delle pubbliche relazioni, cioè la stesura dei programmi di sala e del materiale pubblicitario in genere, l’organizzazione delle conferenze stampa e degli incontri culturali che accompagnano gli spettacoli. Quando i teatri stabili sono anche teatri di repertorio, è naturalmente una figura necessaria, e non per caso il primo d. nella storia del teatro, Lessing, svolse questa attività, dal 1767 al 1769, presso l’innovativo Teatro nazionale di Amburgo, raccogliendo poi col titolo Drammaturgia d’Amburgo le pagine scritte durante lo svolgimento di queste mansioni.

Degroat

Nel 1967 è a New York dove collabora con Bob Wilson ( Deafman Glance , A Letter for Queen Victoria , Einstein on the Beach ). Nel 1967 fonda il gruppo Red Notes. Negli anni ’80 si trasferisce in Francia, prendendo poi sede all’Opéra-Théâtre de Massy. Tra i suoi lavori: Nouvelle Lune , Portraits des danseurs , La Route de Louvié Juzon , Melon Royal , Tangos! , Giungla , allestito anche alla Scala nel 1985. È autore di personali remake di grandi balletti ( Lago dei cigni , Bayadère , Schiaccianoci ), trattati in maniera libera e antinarrativa, servendosi spregiudicatamente del vocabolario classico e delle modalità compositive postmoderne.

Dunham

Laureata in antropologia, studia le danze di vari gruppi etnici in Brasile, ai Caraibi e ad Haiti. La sua attività di coreografa, a partire da queste ricerche, si rivolge alla danza come rito e alla danza nera come materia d’arte. Di qui creazioni come L’Ag’ya (1938), conflitto d’amore che sfocia in un duello ritmico scandito da percussioni, Rite of Passage (1941), sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta e Caribbean Rhapsody (1948), sulle radici africane della cultura haitiana nell’incontro con la cultura francese. Lavora a Broadway ( Cabin in the Sky , 1940) e a Hollywood per il cinema ( Carnival of Rhythm , 1942). Fonda e dirige una propria scuola a New York (1945-1955), focalizzando l’attenzione sulla isolation , cioè il movimento separato delle varie parti del corpo, tipico della danza afro. Ricopre incarichi prestigiosi, come consulente del Governo del Senegal e come direttrice del Performing Arts Training Center dell’Università dell’Illinois. È autrice del libro Las Danzas de Haiti (prefazione di Claude Lévi-Strauss, 1990).

De Mille

A nove anni, insieme a suo padre William, raggiunge a Hollywood il celeberrimo zio Cecil B. De Mille. Compie gli studi alla University of South California, laureandosi in letteratura inglese; nel frattempo studia danza con Kosloff, Margaret Craske e Marie Rambert. Torna a New York e debutta come danzatrice solista nel 1927. Nel 1928 è a Broadway in The Grand Street Follies e, nel 1929, a Hoboken (New Jersey) crea le sue prime coreografie per il revival del leggendario musical The Black Crook : andato in scena nel settembre del 1866, è considerato il primo musical di Broadway mai prodotto. Nel 1932 incontra in Inghilterra Antony Tudor e, insieme, fondano una compagnia di balletto. Nel 1934 lo zio Cecil B. De Mille le affida la coreografia di alcune danze per il film Cleopatra , con Claudette Colbert, ma poi le impedisce di apparire come danzatrice. Bisogna aspettare il 1943 per assistere al meritato trionfo della De M. con le straordinarie coreografie per Oklahoma! : particolarmente ripreso risulterà il balletto che corrisponde al sogno americano. Ma non tutti hanno il genio della De M.; spesso la sua influenza si trasformerà in sterile moda. Sempre nel 1943 firma le coreografie per One Touch of Venus con Mary Martin. Dopo Bloomer Girl (1944) arriva un altro capolavoro, Carousel (1945), sempre di Rodgers e Hammerstein. Oklahoma! si replicò per circa cinque anni e per un lungo periodo fu allestito assieme a Carousel in due teatri l’uno di fronte all’altro. Altre sue celebri coreografie sono inserite in Brigadoon (1947), Gli uomini preferiscono le bionde (Gentlemen Prefer Blondes, 1949) e in un’altra decina di musical, fino al 1969. Poi la sua attività si limitò al balletto classico fino al 1987. Nel frattempo aveva scritto tre libri autobiografici e tredici volumi sulla danza negli Usa. La sua ultima opera, del 1991, è una biografia di Martha Graham.

Dürrenmatt

Figlio di un pastore protestante, D. è mosso dalla convinzione che la realtà sia ormai priva di sbocchi. Dal microcosmo – la natia, soffocante e grottesca Svizzera, messa alla berlina in La visita della vecchia signora (Der Besuch der alten Dame, 1956) – al macrocosmo, cioè l’umanità nel suo complesso, pervasa dalla limitante logica del profitto, il passo è breve. Tutti i lavori, soprattutto teatrali, di D. vogliono essere una denuncia dell’isolamento dell’uomo d’oggi e del rischio-distruzione che lo minaccia sempre più da vicino. Sono questi i temi che troviamo alla base della cosiddetta `commedia nera’, contrassegnata dal prevalere del grottesco e incline a cogliere proprio il lato umoristico delle contraddizioni dei nostri giorni, spesso scatenate dall’azione a tutto campo del caso più capriccioso. Romolo il grande (Romulus der Grosse, 1950); Il matrimonio del signor Mississippi (Die Ehe des Herrn Mississippi, 1952); Un angelo scende a Babilonia (Ein Engel kommt nach Babylon, 1954); La visita della vecchia signora (Der Besuch der alten Dame, 1956); I fisici (Die Physiker, 1962); La meteora (Der Meteor, 1966); Rapporto di un pianeta (Bericht eines Planeten, 1970); La scadenza (Die Frist, 1977) costituiscono le sue opere più importanti, a cui si affiancano i radiodrammi L’avaria (Die Panne), Una sera di tardo autunno (Abendstunde im Spatherbst); Il processo per l’ombra dell’asino (Der Prozess um des Esels Schatten). Frequenti sono stati gli allestimenti italiani delle sue opere. Tra i più recenti e significativi ricordiamo l’edizione de I fisici di M. Sciaccaluga (Genova 1989) e di L. Giacobbi (Roma 1994); la messinscena di Romolo il grande di G. Pampiglione (Gaeta 1983), quelle de La visita della vecchia signora di Strehler (Milano 1959) e P. Micol (Torino 1982) e di Sera d’autunno di B. Frigerio (Milano 1997).

De Marchi

Laureato in lettere, Michele De Marchi nel 1973 debutta all’Odéon di Parigi con La pierre philosophale . Negli anni successivi interpreta: Il parlamento e Bilboa (anche regia; Biennale di Venezia, 1976); Fool , rielaborazioni di testi shakespeariani di Luca Fontana (Genova 1979); Bas-Tong, ovvero la notte delle sirene (per cui scrive le musiche e il libretto). Nel corso degli anni ha lavorato allo Stabile di Genova (Il cerchio di gesso del Caucaso di Brecht, regia di Squarzina), con Carlo Cecchi (Il borghese gentiluomo e Don Giovanni di Molière), con la regista A.R. Shammah (La vita è un canyon di A. Bianchi Rizzi e Ondine di Giraudoux, 1994) e allo Stabile di Parma (Enrico IV e Molto rumore per nulla, 1994, di Shakespeare); è stato voce recitante di Doktor Faustus di G. Manzoni alla Scala (regia di B. Wilson, 1989). Inoltre ha composto la musica di scena di diversi spettacoli, tra cui Zio Vanja di Cechov (regia di P. Stein), premiato al Festival di Edimburgo nel 1996.

direttore di pista

Anche chiamato Monsieur Loyal, dal nome di una celebre dinastia francese. Molti validi artisti delle più svariate discipline assumono in età avanzata tale delicato incarico. Al d.d.p. spettano varie incombenze: dal ricevere gli artisti al loro arrivo aiutandoli a risolvere ogni problema relativo all’installaggio delle strutture, sino al far sì che ogni rappresentazione scorri alla perfezione senza ritardi o problemi di alcun tipo. Spesso ha anche funzioni di rudimentale regista dello spettacolo intervenendo nella scalettatura dello stesso. Diventa una figura di riferimento della clownerie quando si sostituisce al clown bianco nel ruolo di contrapposizione dell’augusto. La figura è di rado presente negli spettacoli di `nuovo circo’.

Dairakuda Kan

Fondata da Akaji Maro (Nara 1945) nel 1972, la compagnia si compone di venti danzatori e danzatrici ed è fra le esponenti di maggior rilievo della danza butoh. Con questo genere di danza Akaji Maro intraprese il tentativo di rinnovare profondamente la tradizione giapponese, proponendo un’alternativa tanto agli stilemi del nô e del kabuki (che fornivano un’immagine stereotipata del Giappone), quanto alla danza di importazione europea. Le sue coreografie accentuano l’importanza dell’immagine sul movimento, proponendo accostamenti insoliti e stupefacenti (per esempio l’uso di animali sulla scena assieme ai danzatori), che hanno come scopo quello di risvegliare l’immaginazione dello spettatore, «mettendo a nudo l’anima attraverso il corpo». In Europa D. debutta nel 1982 al festival di Avignone con lo spettacolo Le cheval tacheté de mer . Nella vasta produzione del gruppo vanno, citati a titolo d’esempio, lo spettacolo d’esordio Dance Apricot Machine (1972) e Light (1979), serie di dodici variazioni sul tema della luce.

Dort

È uno degli animatori della rivista “Théâtre populaire”, che contribuisce, negli anni ’50, a introdurre in Francia il teatro di Brecht. Al drammaturgo tedesco è dedicato un suo famoso saggio del 1960: Lecture de Brecht . Il periodo che va dal 1954 – quando è pubblicato il primo articolo su Madre Coraggio – al 1963 – quando la rivista chiude – è quello dell’affermazione di Brecht in Francia e D. è sicuramente uno degli artefici di tale successo. L’azione fondamentale di diffusione di una nuova concezione del teatro si scontra talvolta con una critica forse troppo rigida delle nuove forme sperimentali (come dimostrano le obiezioni mosse all’allestimento di D. del Circolo di gesso del Caucaso nel 1956 o la polemica che contrappone nel 1962 la rivista e il regista Planchon). Ciò nonostante D. resta un’autorità indiscutibile tra i critici francesi e i suoi saggi Théâtre réel (1971); Le théâtre en jeu (1979); La représentation émancipée (1988) – sono testi fondamentali per la comprensione del teatro contemporaneo.

Dandini

Debutta come giornalista e autrice di programmi radiofonici, soprattutto musicali, e nel 1984 approda in televisione con il programma Obladì, obladà , primo di una lunga serie di successi che va da La TV delle ragazze (1988-89) a Avanzi (1991-93), da Tunnel (1994) a Pippo Chennedy Show (1997). In tutti questi programmi il suo apporto maieutico è stato fondamentale per alcuni dei comici più popolari degli ultimi anni. Può essere considerata una vera e propria co-autrice di alcuni divertentissimi personaggi, nati dalla straripante comicità di Corrado Guzzanti (da Rokko Smitherson a Quelo) e di Sabina Guzzanti (dall’imitazione di Valeria Marini a quella di D’Alema e Berlusconi). Nelle ultime stagioni ha avviato una felice intesa con Alessandra Faiella.

Di Lucia

Inizia nelle `cantine’ romane durante l’effervescente stagione degli anni ’70, e fonda il Patagruppo con B. ? Mazzali e M. Del Re. Ben presto si impone in ruoli da protagonista: Terrore e miseria del Terzo Reich e Riccardo III con la regia di Calenda; Il ferro di D’Annunzio e Antigone di Anouilh; Questa sera si recita a soggetto di Pirandello, regista M. Parodi. Successivo è il passaggio ai grandi monologhi, come Insulti al pubblico di P. Handke che interpreta nel 1989 o Crisotemi nel 1990, tratto dalle opere del poeta greco Ghiannis Ritsos. Nello stesso anno con la regia di A.R Shammah sfida al Pier Lombardo l’irrappresentabile Pentesilea di Kleist e recita anche in I cavalieri di re Arthur . Nel ’92 è anche protagonista di un singolare ricordo di Dino Buzzati, recitato per poche decine di persone nella sala delle riunioni del “Corriere della Sera” e nell’appartamento dello scrittore scomparso, nella casa della Fontana, in cui, per una sola sera, Rosa diventa Rina Fort, `la belva di via San Gregorio’. Un talento poetico esercitato con mille sfumature, strappato da una morte prematura al mondo teatrale italiano.

Davico Bonino

Dopo aver lavorato con Giovanni Getto, Guido Davico Bonino ha insegnato nelle università di Cagliari, Bologna e Torino, dove tuttora è docente di Letteratura drammatica. Critico teatrale della “Stampa” (1978-89), ha diretto il festival di Asti (1991) e per un triennio la sezione prosa del festival di Spoleto (1991-93). Dal 1994 al ’97 è stato direttore del Teatro stabile di Torino. Ha pubblicato vari volumi di storiografia teatrale e curato l’edizione di classici teatrali del Cinquecento, del Settecento e del nostro secolo. Oltre che traduttore, ha adattato per la scena vari testi; ricordiamo Storia di Mimì (da Lo scialo di Pratolini), Mi ricordo e La camera dei sogni di Perec, Beckett in concerto da alcuni romanzi di Beckett, Il deserto dei tartari di Buzzati, La donna mancina di Peter Handke.

De Marco

Figlio d’arte, formatosi alla scuola dei café-chantant estivi sulla marina napoletana, nei primi due decenni del Novecento è stato l’attore comico più ammirato e imitato a Napoli. Gran parte del suo repertorio mimico e parte di quello macchiettistico (il celebre `Bel Ciccillo’) hanno continuato a vivere dopo la sua morte, nell’opera di Totò e di Nino Taranto. In particolare, Totò ne fu dichiaratamente allievo fedele, al punto che esordì, alla fine degli anni ’10, proprio come imitatore di De M. L’invenzione più felice di De M. fu quella dell’uomo-marionetta o, come veniva chiamato all’epoca, del `comico-zumpo’ (ossia comico saltatore dalle straordinarie doti acrobatiche): si presentava in scena come un pupo siciliano dalle membra snodate e capace di gesti assurdi. Oltre alle marionette, imitava gli animali, i suoni, i fulmini, i colpi di cannone. Un genere, quello dell’imitazione di suoni e animali, nel quale aveva già riscosso grande fama, nei primi anni del café-chantant napoletano, il comico Mongelluzzo, di cui in qualche modo De M. fu un erede diretto. La fortuna e la sfortuna della grande capacità clownesca di De M. risiedono entrambe nel suo rapporto con Totò: se da un lato questi ne ha riproposto l’intero repertorio consegnandolo all’immaginario collettivo, dall’altro ne ha finito per offuscare la memoria, oggi legata più alle leggende che alle cronache dell’epoca.

De Fusco

Luca De Fusco si laurea in discipline dello spettacolo al Dams di Bologna nel 1982. I suoi primi spettacoli di rilievo si inseriscono nel filone del teatro sperimentale e si ispirano spesso alla letteratura, come Il centro dell’Aleph da Borges, che inaugura il Teatro del Mondo di A. Rossi nel Carnevale della Biennale di Venezia. Nel 1982 firma la sua prima regia lirica Turandot di Busoni al festival della Valle d’Itria. Nel 1985 passa a un teatro più classico, inaugurando scenicamente Villa Campolieto a Ercolano con Il gioco dell’amore e del caso di Marivaux. Da questo spettacolo nasce, nell’anno successivo, il festival delle Ville Vesuviane che De F. fonda e dirige fino alla fine dell’esperienza (1992). Nel 1990 torna alla lirica con Lucrezia Borgia di Donizetti al San Carlo di Napoli. Tra le numerose regie di prosa realizzate si può rintracciare, come si diceva, un filone letterario ( Les liaisons dangereuses con P. Pitagora, 1987; Senilità con L. Capolicchio, 1995), uno sei-settecentesco (Turandot di Gozzi con L. Sastri, 1988; Anfitrione di Molière con M. Rigillo, 1990; La finta serva di Marivaux prima con P. Pitagora, poi con V. Ciangottini, 1991 e 1995) e uno di interesse per la nuova drammaturgia o i recuperi di testi dimenticati (Sua Maestà di Cerami con M. Scaccia, 1986; Le smanie per la rivoluzione di Ferrone con G. Tedeschi, 1989; La chunga di M. Vargas Llosa con P. Pitagora e A. Sandrelli, 1994; Il ritorno di Casanova di Schnitzler con M. Rigillo, 1988; Il cilindro di E. De Filippo con R. Bianchi, 1996). Di recente ha realizzato per la Rai la lettura semintegrale de La storia della mia vita di G. Casanova e ha fondato il Piccolo festival europeo di Anacapri, dove ha realizzato un singolare spettacolo-passeggiata, adattando e mettendo in scena Le cronache italiane di Stendhal.

Devine

Intraprende gli studi universitari a Oxford e nel 1932, in qualità di presidente della Oxford University Dramatic Society (Ouds), produce Romeo e Giulietta per la regia di John Gielgud, nel quale interpreta il ruolo di Mercuzio (aveva già debuttato interpretando Il mercante di Venezia ). Nel 1934, unitosi alla compagnia di Gielgud, recita in una memorabile messa in scena dell’ Amleto . Pur restando legato a Gielgud e all’Old Vic, nel 1936 conosce il regista francese Michel Saint-Denis, fondatore del London Theatre Studio di cui dal 1936 al ’39 assume la direzione artistica. Con Saint-Denis e, nel dopoguerra, con Glen Byam Shaw lavora all’Old Vic School, dove si dedica alla sperimentazione di nuove idee teatrali e, nell’ambito della recitazione, favorisce il debutto di una nuova generazione di attori. Fallito il progetto di trasformare la scuola dell’Old Vic e la compagnia dello Young Vic nel nuovo National Theatre, D. torna alla libera professione di attore – recitando al fianco di Peggy Ashcroft in una storica messa in scena di Hedda Gabler – e di regista, curando produzioni sia al Sadler’s Wells a Londra sia allo Shakespeare Memorial Theatre di Stratford-upon-Avon. Nel 1954 contribuisce alla formazione della English Stage Company insieme al drammaturgo Ronald Duncan, a Neville Blond e al regista Tony Richardson. L’intento della compagnia è uscire dalla routine imposta alle stagioni teatrali da leggi di cassetta: dunque distinguersi dai teatri commerciali, rompendo con il provincialismo e portando sulla scena inglese i migliori esempi del teatro contemporaneo, straniero e non e, da ultimo, proponendo e stimolando la nuova drammaturgia inglese. D’accordo con Lewenstein (allora direttore artistico del teatro), nel 1954 la compagnia si stabilisce al Royal Court Theatre (che D. dirige fino al 1966) e nel 1956 ottiene il primo clamoroso successo di una lunga serie con Ricorda con rabbia dell’allora sconosciuto John Osborne. Consacra così il Royal Court Theatre come la casa degli `arrabbiati’ e lo apre alla drammaturgia emergente degli anni ’50, tra cui spiccano autori come Beckett, N.F. Simpson, A. Wesker, J. Arden, A. Jellicoe. Curando la regia di molte delle prime produzioni (tra cui Brecht, Miller e Sartre), recitando tra l’altro in Le sedie di Ionesco (1957), D. difese con grande professionalità il suo teatro e la sua compagnia dalle critiche più accese. In suo ricordo nel 1966 è stato istituito il George Devine Award, per incoraggiare gli esordienti in campo teatrale.

Di Lorenzo

; Torino 1872 – Milano 1930), attrice. Figlia di un marchese siciliano, presto vittima di un dissesto finanziario, e di un’attrice napoletana, esordì tredicenne in una compagnia `minima’ per affermarsi giovanissima a Napoli, fin da allora mostrando più propensione per il genere brillante che per il drammatico. La sfolgorante bellezza, la nativa simpatia, la scelta accorta di testi e personaggi congeniali contribuirono ad accattivarle la crescente ammirazione delle platee, fino a conquistarsi l’immaginario titolo di `fidanzata d’Italia’. Fu per due trienni con Pasta-Garzes-Reinach, associandosi nel 1897 con F. Andò con il quale inscenò testi di Giacosa, Bracco, Verga, Dumas, Sardou, Scribe. Festeggiatissima Locandiera e Pamela nubile goldoniana, fece compagnia per un decennio con A. Falconi, sposato a Livorno nel 1901. Fu poi primattrice della Stabile del Manzoni di Milano, diretta da Marco Praga di cui interpretò La porta chiusa e La moglie ideale . Dopo aver capeggiato una compagnia particolarmente attenta al repertorio italiano contemporaneo, si ritirò dalle scene nel 1920 per ritornarvi un’unica volta sei anni dopo, in occasione di una recita benefica.

De Sio

Autentica adolescente prodigio, debutta a Milano, aiutata dal cantautore Edoardo Bennato: interpreta a diciotto anni La doppia incostanza di Marivaux al Pier Lombardo (1978). Con G. De Bosio mette in scena Un sorso di terra di H. Böll (1979) e Scene di caccia in bassa Baviera con M. Placido (1980). Nel 1986 partecipa al varietà Se il tempo fosse un gambero ; nel ’90 è in Libero di R. Sarti con la regia di Strehler, nel ’91 in Crimini del cuore , nel ’94 ne L’estasi segreta di D. Hare. Nonostante le varie interpretazioni teatrali, rimane un volto inguaribilmente cinematografico.

Deval

Boularand; Parigi 1894 – ivi 1972), commediografo. Fin dal suo esordio come autore drammatico, con Une faible femme (1920), lo stile di D. oscilla tra la satirica provocazione del pubblico e la volontà di compiacerne i gusti. Le commedie più riuscite sono quelle in cui non si attiene a questa formula di compromesso: Étienne (1930), Mademoiselle (1932) e Prière pour les vivants (1933), in cui D. non concede spazio agli ammiccamenti agli spettatori del teatro boulevardier e invece scava nell’ipocrisia dei rapporti famigliari. Il suo più grande successo è Tovaritch (1933, scritta per E. Popesco), in cui una vecchia coppia di aristocratici russi è costretta, in seguito alla rivoluzione bolscevica, a emigrare a Parigi, dove presta servizio nella casa di un deputato socialista. Questo spettacolo brillante esibisce il mestiere di D. nella successione dei colpi di scena e nella vivacità frizzante dei dialoghi. Tra i suoi testi ricordiamo: Ce soir à Samarcande (1950); La manière forte (1954); La prétentaine (1957); La Venus de Milo (1963); Et l’enfer, Isabelle? (1963); Un homme comblé (1964); Xavier (1967); Miam-Miam ou le diner d’affaire (postuma, nel 1978).

Durante

Checco Durante si avvicina al teatro recitando in alcune compagnie filodrammatiche, ma interrompe l’attività per partecipare alla prima guerra mondiale. Nel 1918 segue per sei mesi una formazione che ha in repertorio commedie dialettali e, al termine della tournée, trova un impiego fisso. Fondamentale per la carriera di D. è l’incontro con Petrolini, che lo convince ad abbandonare il lavoro e a dedicarsi al teatro da professionista. Dal 1920 è scritturato dall’attore romano, diventando suo stretto collaboratore e scrivendo con lui Cento di questi giorni (1921), un atto unico in dialetto romanesco. Nel 1928 lascia Petrolini e cerca di fondare un teatro stabile romanesco, ma le difficoltà in cui versa la compagnia dal 1930 lo costringono ad accettare l’interpretazione di ruoli nelle produzioni di avanspettacolo, ottenendo grandissimo successo e riconoscimenti da parte di pubblico e critica. Nel 1933 mette in scena commedie dialettali, soprattutto romanesche o adattate da altri dialetti, mosso dall’idea di un teatro che offra svago e divertimento al pubblico, e durante gli intervalli degli spettacoli recita poesie da lui composte (raccolte poi nel volume Aquarelli ). Dal 1950 la sua compagnia ha sede stabile in una saletta del Teatro Rossini di Roma. Per il teatro scrive alcuni monologhi e la commedia Bernardina, nun fà la scema… (1940). Alterna all’attività teatrale numerose partecipazioni a programmi radiofonici e interpreta nel cinema parti minori, sia comiche sia drammatiche. Amatissimo dal pubblico, è apprezzato come attore di semplice e umana comicità che, attraverso una recitazione sottile e ragionata, crea sulle scene caratteristiche figure di maturi popolani e piccolo-borghesi.

De Vico

Figlio d’arte, Roberto De Vico debuttò a sei anni nella compagnia di Vincenzino Scarpetta nel ruolo di Peppiniello in Miseria e nobiltà di Eduardo Scarpetta. Fu un debutto infelice poiché il bambino, nella scena che chiude il primo atto e nella quale i personaggi mangiano voluttuosamente un enorme piatto di pastasciutta, ingoiò una delle stringhe che veniva usata invece degli spaghetti: il padre Adolfo, dunque, preferì rinviare di qualche tempo il suo ingresso definitivo nell’arte. Meno che ventenne, De Vico prese posto nella compagnia paterna accanto ai fratelli Antonio e Mario, con i quali formò poi una delle compagnie più ricche e fortunate dell’avanspettacolo degli anni ’30, la compagnia De Vico, di cui faceva parte anche Anna Campori, a sua volta figlia d’arte. Ex cantante d’operetta e moglie di Pietro, fu l’unica a inseguire in avanspettacolo, con grande successo, la vena esotica che caratterizzava la più ricca rivista dell’epoca: il manifesto che annunciava la compagnia mostrava i tre fratelli a petto nudo nascosti da un grande ventaglio di piume di struzzo. E non tutti, fra i possibili spettatori, capirono l’ironia. Attore dalle straordinarie capacità comiche, De V. ebbe molto successo come balbuziente e mamo, sulla falsariga di Ciccio De Rege (con il quale lavorò alla fine degli anni ’30), e riportò in auge uno dei cavalli di battaglia di Nicola Maldacea, la macchietta del `Balbuziente’ appunto, scritta da Trilussa. Ma la popolarità maggiore gli venne da una serie televisiva per ragazzi, La nonna del corsaro nero, con Anna Campori e Giulio Marchetti, vera e propria trasmissione di culto tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60. Nella prosa, infine, ha avuto la massima fortuna nella terza età, grazie anche al sodalizio con il regista Antonio Calenda che lo ha voluto in molti spettacoli di successo, dal fortunato Cinecittà (1985) a un memorabile Aspettando Godot di Beckett (1990), nel quale De Vico si ritagliava uno spazio di personalissima follia nel piccolo ruolo del ragazzo.

Dall’Aglio

Gigi Dall’Aglio inizia la sua lunga e ricca esperienza teatrale come attore e regista al Cut (Centro universitario teatrale) dove lavora sotto la guida di B. Jerkovijc. Dal 1969 al 1971 ne diventa direttore, frequentando i maggiori festival stranieri nei quali viene a contatto con le personalità più rilevanti del teatro europeo. Nel 1971 è tra i fondatori della Compagnia del Collettivo di cui diventa ben presto il riferimento artistico. Nella celebre trilogia shakespeariana (Amleto, 1979; Macbeth, 1980; Enrico IV, 1981). D’Allaglio, insieme ai suoi compagni di lavoro, crea un’originale metodologia di lavoro che ha nell’attore il fulcro creativo della messa in scena, rivolta sempre alla costruzione di un teatro che serva a costruire «la coscienza dell’oggi». Regista-autore, mai accademico (L’istruttoria, 1984; Nozze, 1987; La bottega del caffè, 1998), si è cimentato anche con opere musicali conducendo nel 1995 un curioso progetto a tre, con M. Martone e G. Barberio Corsetti, su L’histoire du soldat (festival di Avignone 1995).

D’Annunzio

Fino al 1894, l’attività di Gabriele D’Annunzio alternò opere di poesia con opere di narrativa. L’incontro con Eleonora Duse fu determinante per l’attività di autore teatrale, e soprattutto per il teatro italiano che stentava a rinnovare un repertorio ormai logoro e ripetitivo. Insieme alla Duse, D’A. cominciò ad approfondire la lettura dei classici: Orestea , Edipo , Antigone e Fedra rappresentano le tappe più significative di un percorso di ricerca destinato a sviluppare l’idea di una tragedia moderna , modellata su suggestioni contemporanee (in particolare Nietzsche che, nel 1870, aveva pubblicato La nascita della tragedia ). Con Sogno di un mattino di primavera (1897) e Sogno d’un tramonto d’autunno (1901), veri e propri capolavori di sperimentazione scenico-linguistica, D’A. contribuisce in maniera determinante a inserire il teatro italiano nel clima europeo dominato dalle figure di Claudel, Strindberg, Ibsen, Hofmannsthal, Wedekind e Schnitzler. Con i due Sogni , Gabriele D’Annunzio scelse la via del teatro patologico, costruito su una struttura onirica, carico di colori, con personaggi che si muovono ai limiti di una follia che, a volte, si tinge di panismo, a volte di soluzioni metamorfiche, altre di passione. La figura della Demente e della Dogaressa anticipano, oltre che altre creature dannunziane, anche quelle del teatro espressionista, in quanto vivono situazioni d’incubo, di sogno, di magia; si muovono sul palcoscenico come fiere prese nella rete: hanno gli occhi smarriti, il volto esangue, i capelli scarmigliati, la carne che vibra. Un avanguardismo particolare dunque, che ritroviamo ne La città morta (1898), andata in scena al Teatro Lirico (1901, con la Duse ed E. Zacconi), certamente il tentativo più esplicito di coniugare la tragedia ellenistica con quella moderna, la cui prima mondiale era avvenuta al Théâtre de la Rénaissance, con Sarah Bernhardt protagonista.

La Duse, intanto, gli aveva fatto conoscere il teatro di Ibsen, sulla cui fascinazione modellò La Gioconda (1899, protagonista la stessa Duse). Seguono due tragedie che alla prima rappresentazione fecero molto scalpore: La Gloria (1899, interpreti la Duse e Zacconi) e Francesca da Rimini (1902, con la Duse protagonista). Due insuccessi ai quali seguirono due grandi vittorie: La figlia di Jorio (1904, con R. Ruggeri, O. Calabresi, E. Gramatica e T. Franchini, messa in scena da Virgilio Talli) e La fiaccola sotto il moggio (1905, con T. Franchini, Masi e M. Fumagalli). Prima della rappresentazione milanese La figlia di Jorio stava per essere messa in scena in una versione siciliana di G.A. Borgese, con G. Grasso protagonista, ma alcune vicissitudini ne ritardarono l’allestimento. Il successo della compagnia Talli, a Milano, fu straordinario; la Duse si trovava all’Eden Palace di Genova, per gli amici ammalata, in verità recitava alla amica Matilde Serao, con tanta rabbia per essere stata esclusa, la tragedia che era stata scritta per lei. Un anno dopo il successo de La figlia di Jorio , sempre al Teatro Lirico, andò in scena La fiaccola sotto il moggio. M. Fumagalli aveva sposato T. Franchini, con cui realizzò la tragedia a grande protagonista femminile. Tra fiaschi, incertezze e trionfi seguirono Più che l’amore (1906, protagonista Zacconi) e La nave (1908, con F. Garavaglia). Il ritorno al mito classico e al mito cristiano avviene con Fedra (1909, protagonista T. Franchini) e Le martyre de Saint Sébastien (1911, con I. Rubinstein). Tra le ultime composizioni: Parisina (1921, protagonisti R. Ruggeri e A. Borelli), La pisanella (1913, protagonista I. Rubinstein). Il ferro (1914, protagonisti U. Piperno e L. Borelli) può essere senza dubbio considerata una delle sue più belle tragedie, non solo per come tratta l’argomento dell’incesto, ma anche per uno stile e un linguaggio più trattenuti.

Dupond

Allievo della Scuola di ballo dell’Opéra di Parigi, appena sedicenne viene scritturato dallo stesso teatro. Nel 1978 diventa primo ballerino, due anni dopo è étoile a soli ventun anni. Interprete brillantissimo, dotato di una straordinaria elevazione che ricorda lo splendore tecnico del grande ballerino del secolo scorso Jules Perrot, viene chiamato nel 1980 da Roland Petit che lo vuole protagonista del Fantasma dell’Opera e successivamente della Chat botté . Sempre nel 1980, D., che aveva già vinto la medaglia d’oro al Concorso internazionale di Varna, viene chiamato anche da John Neumeier ad Amburgo per interpretare Vaslav. Allo zenith della carriera, fonda anche un suo gruppo, con il quale si esibisce su ribalte internazionali. Al momento dell’arrivo all’Opéra di Nureyev, le sue presenze nella grande sala parigina si diradano ed egli si propone come `guest star’ di importanti complessi, dal Ballet de Marseille al London Festival Ballet, dalla Scala di Milano al Ballet de Nancy, del quale nel 1988 assume la direzione fino al 1990. Anno, questo, in cui è nominato `directeur de la danse’ all’Opéra di Parigi, incarico che, senza abbandonare la scena, detiene per sei anni, fino al 1996. Ballerino dotato di un eccellente talento, veloce e armonioso ma anche notevolmente eclettico (Béjart, fra l’altro, ha creato per lui Salomé in cui si esibisce `en travesti’), D. è da considerare fra i più fascinosi interpreti del nostro tempo.

Doubrovska

Diplomatasi nel 1913 presso l’Accademia di danza di Pietroburgo, ha danzato con la compagnia del teatro Marijinskij e con Diaghilev. Trasferitasi negli Usa, ha danzato per il Metropolitan Opera Ballet di New York (1938-39), divenendo poi insegnante presso l’American Ballet School. Fra i ruoli principali da lei interpretati sono da ricordare Les noces (1923) e Apollon Musagète di Stravinskij (1928) e Le fils prodigue di Prokof’ev (1929).

De Mola

Frequentò le magistrali perché in casa la volevano insegnante, ma studiò anche canto interpretando Schubert e Pergolesi. Poi vinse un concorso di voci nuove al Lirico di Milano, e quindi fu spesso scritturata come `rinforzo’ in compagnie d’avanspettacolo: le toccava un `numero’ con tre canzoni. Debuttò in rivista nella stagione 1943-44 con Quanto è possibile di Nelli e Mangini al Politeama di Napoli: tredici mesi di repliche. Seguirono, sempre accanto a Renato Rascel, diventato suo marito, Al Ragno d’oro , Allegretto ma non troppo , Settenote , Viva Fra Diavolo , Cominciò con Caino e Abele , Il cielo è tornato sereno . Passò poi accanto a Macario in Oklabama di Amendola e Mac (1948-49), accanto a Tognazzi in Quel treno si chiama desiderio (1950-51). Salto di qualità, nella stagione 1953-54, nella rivista di Garinei e Giovannini Alvaro piuttosto corsaro , con Rascel ex marito e canzoni sentimentali di Kramer (“È l’ora di dare la buonanotte al mare…”). Altro successo, Il terrone corre sul filo di Nelli-Mangini-Verde, con Nino Taranto alla sua ultima rivista, stagione 1954-55. Nel cast c’era anche Aurora Banfi, che sarebbe poi diventata apprezzata primadonna dell’operetta accanto a Elvio Calderoni. Lo spettacolo venne replicato in tournée per otto mesi. Nel 1955 approdò in televisione, con show costruiti sui successi rivistaioli. «Il mio sogno era lavorare in teatro con Totò – dichiarò – e il principe mi disse di aspettare una settimana, perché `aveva una mezza intenzione’. Ma Macario mi volle subito e io accettai la sua proposta in modo da assicurarmi la stagione…». Interpretò la versione cinematografica di Attanasio cavallo vanesio , altro successo di Rascel targato Garinei e Giovannini, e nel suo curriculum spicca anche una rivista di Galdieri recitata in tedesco durante la lunga tournée in Germania: Buondì zia Margherita ; la versione italiana venne interpretata da Wanda Osiris. «Un tempo la soubrette era una donna fatale, molto femminile, addobbata, truccatissima, con molto charme – ha dichiarato -, tipo Isa Bluette. Io non ho mai portato pennacchi, non ho mai fataleggiato, anche perché non avevo il fisico adatto. Le mie qualità? Una bella voce, una naturale simpatia: piacevo anche a mamme e zie, non solo agli uomini».

Del Rey

.), ballerina e coreografa spagnola. Fin da giovane sviluppa una creatività personale e autodidatta che si impone per l’originalità e l’aderenza allo spirito originario del baile flamenco. Diventata una delle maggiori esponenti della danza e della cultura spagnola, viene nominata rappresentante culturale del Paese alla Cee.

Durante

Esordì nella compagnia di Petrolini con il ruolo di amorosa. Qui conobbe il futuro marito e compagno di lavoro Checco Durante. Con le figlie Leila (in arte Leila Ducci, sposata al regista cinematografico Enzo Liberti) e Luciana (sposata con l’attor giovane Marcello Prando), seguì il marito nelle compagnie da lui create: con grande abilità comica, dai ruoli di ragazza passò a quelli di madre e di nonna. Dopo la morte di Checco continuò a lavorare con la compagnia a lui intitolata, con i capocomici Enzo Liberti e Alfiero Alfieri. Recitò anche per il cinema: ricordiamo Santo disonore e Le due sorelle (1950), Il tradimento e Cavalcata d’eroi (1951), Core ingrato (1952), Un americano a Roma (1954), Processo all’amore , Cortile (1956).

Di Guilmi

Dopo esperienze nel teatro universitario (alla Bocconi di Milano) ha svolto la maggior parte del suo lavoro al teatro Filodrammatici di Milano, nell’ambito della compagnia stabile a fianco di Ruggero Calonghi, Miriam Crotti e Riccardo Pradella, in testi di autori italiani contemporanei, da Pirandello ( Non si sa come , La morsa , L’imbecille, L’innesto ) a Betti ( Il diluvio ), da Mainardi ( Giardino d’inferno ) a Goldoni ( Il matrimonio per concorso , Le villeggiature ).

Dubillard

Negli anni ’50, J. Tardieu gli affida un programma radiofonico, in cui si fa notare scrivendo una serie di brevi sketch Grégoire et Amedée (1953), ironiche riflessioni sulla vita di tutti i giorni, che nel 1975 adatta per le scene con il titolo Diablogues (interpretati nel 1994 ad Asti Teatro dagli attori Vetrano e Randisi). Si fa conoscere come commediografo con Les folies furieuses, les folies douches (1952) e Si Camille me voyait (1953). Il suo nome resta legato allo spettacolo Naïves hirondelles (1961), che attira l’attenzione di Anouilh, Roussin e Ionesco, ed è un successo in tutta Europa. Nel 1962 è anche interprete di La maison d’Os , a cui seguono: Les jardin aux betteraves (1969 nell’edizione italiana Beethoven nei campi di barbabietole ) e Où boivent les vaches (1972). L’insuccesso di Le bain de vapeur (1977) lo allontana dalle scene. Nel 1996 al Théâtre 13 di Parigi è stato rappresentato un suo testo inedito: Le chien de conserve .

Del Poggio

Dopo la guerra ebbe ruoli ragguardevoli in film neorealistici: Il bandito di Alberto Lattuada (diventato suo marito) (entrambi 1946) e Caccia tragica di Giuseppe De Santis. Nella stagione 1954-55 prese parte (ma non per tutte le repliche) allo spettacolo di rivista di Scarnicci e Tarabusi Tutte donne meno io , con Macario protagonista e con l’annunciatrice tv Fulvia Colombo, che ereditò poi anche le battute e le scene della Del P. quando costei abbandonò lo spettacolo. Era stata, nel 1950, una soubrette sullo schermo, nel film Luci del varietà di Lattuada e, al suo esordio, Fellini. La storia di un guitto d’avanspettacolo (Peppino De Filippo) in giro per paesini in cerca di ribalte, che tenta di lanciare una bella ragazza (la Del P.) la quale invece gli preferisce un impresario maneggione (Folco Lulli). Nel film, particine di contorno toccarono a Giovanna Ralli e Sofia Lazzaro (non ancora Loren). In televisione fu in Piccolo mondo antico (1957) con regia di Silverio Blasi; Operazione Shakespeare di Dale Wasserman con regia di Daniele D’Anza; nel 1960 fu nello sceneggiato Tutto da rifare pover’uomo diretto da Eros Macchi e nel 1965 fece parte del cast del David Copperfield di Dickens con regia di Anton Giulio Majano.

Dench

Attira l’attenzione della critica recitando Ofelia in Amleto (1957) e, già nel 1961, entra a far parte della Royal Shakespeare Company con cui continuerà a lavorare per tutta la sua carriera, divenendo una delle attrici favorite del regista P. Hall. Ha vinto numerosi premi, recitando ruoli shakespeariani come nel Macbeth o in Antonio e Cleopatra (1987) insieme a A. Hopkins per la regia di Hall, e parti più moderne in L’importanza di chiamarsi Ernesto di Wilde o in Una specie di Alaska di Pinter al National Theatre (1982). Le hanno procurato notorietà e premi anche cinema e televisione; tra i suoi film si ricordano Camera con vista (1985) di Ivory, Il matrimonio di Lady Brenda (1988), Enrico V di Branagh (1989). Nel 1997, sotto la direzione di Eyre, ha recitato nel dramma di Hare Amy’s View .

Di Francesco

Con alle spalle una formazione da cabarettista consolidatasi al Derby Club, Di F. raggiunge una certa notorietà soprattutto grazie al cinema. Il suo personaggio, lo yuppie furbo e rampante è funzionale alla serie di film dal tema estivo-vacanziero come Sapore di mare 2-un anno dopo (1983) diretto da Bruno Cortini, Abbronzatissimi (1991) diretto da Bruno Gaburri in compagnia di Alba Parietti e Teocoli e ne Il barbiere di Rio (1996) di Giovanni Veronesi.

Dapporto

Figlio del grande Carlo, Massimo Dapporto ha partecipato ad alcune commedie brillanti alla maniera di suo padre come Pardon Monsieur Molière (1983) di Terzoli e Vaime dal Borghese gentiluomo con G. Bramieri (regia di Garinei), passando a ruoli decisamente drammatici, a lui più consoni, in alcune fiction televisive come Storia d’amore e d’amicizia (1982), Io e il duce (1985) di A. Negrin, Boss (1986) di S. Blasi. Nel 1986 torna al teatro in Quadrifoglio di M. Costanzo e A. Silvestri e nel 1988 recita in Mercanti di bugie di D. Mamet sotto la direzione di L. Barbareschi e Nina di Roussin con Nancy Brilli, dove s’impone per i suoi irresistibili tempi comici. La vera popolarità arriva con l’interpretazione del dottor Paolo Magri nella serie Amico mio che, trasmessa nella stagione 1993-94, ha avuto una continuazione nella stagione 1997-98. Tra le sue partecipazioni cinematografiche ricordiamo Tre colonne in cronaca di C. Vanzina (1990), L’alba di F. Maselli a fianco di N. Kinski (1991) e Celluloide di Lizzani (1995), pellicola incentrata sulla travagliata lavorazione di Roma città aperta , in cui interpreta il vulcanico produttore Peppino Amato.

De Capitani

Ha legato il suo nome al Teatro dell’Elfo, entrandone a far parte nel 1973 e interpretando una dozzina di spettacoli diretti da Gabriele Salvatores. Nel 1982 firma la sua prima regia: Nemico di classe di Nigel Williams, spettacolo iperrealista con cui scuote la scena italiana, rivelando al tempo stesso attori giovanissimi (Paolo Rossi, Claudio Bisio, Antonio Catania) scelti dopo un anno di provini. Nel 1983 è nominato regista stabile. Con Ferdinando Bruni, Ida Marinelli e Cristina Crippa, De Capitani rivoluziona stile e repertorio, inaugura una linea attenta alla drammaturgia contemporanea, ponendo l’Elfo su una linea molto avanzata di ricerca. Mette in scena Visi noti, sentimenti confusi di Botho Strauss, autore mai rappresentato prima in Italia, e L’isola di Fugard che gli valgono il premio Ubu. Nel 1985 scrive per Paolo Rossi, Antonio Catania e Cristina Crippa un episodio di Amanti messo in scena da G. Salvatores (premio Idi). Nell’87 allestisce Il servo di R. Maugham, riscritto pensando alla sceneggiatura cinematografica di H. Pinter e al romanzo di E. Flaiano Tempo di uccidere . Segue il primo classico: Sogno di una notte di mezza estate (a cui ritornerà nel ’97) tradotto dalla poetessa romana Patrizia Cavalli. Dall’anno successivo De C. sperimenta un nuovo metodo di lavoro basato sul confronto con altri registi. Dirige a quattro mani con Ferdinando Bruni Le lacrime amare di Petra von Kant di Fassbinder, dirige Nanni Garella nei Creditori di Strindberg e ne viene diretto nella Signorina Giulia . Ormai ha creato una riconoscibilissima linea stilistica, improntata a un espressionismo `dark’, al ruolo paritario di recitazione, suono e immagine, a un giovanilismo critico che lo porta al gioco del teatro sul teatro espresso con una recitazione molto stilizzata. Arrivano La danza immobile di C. Crippa (1989), Il pozzo dei pazzi che segna l’incontro con il palermitano Franco Scaldati (1990), Risveglio di primavera di F. Wedekind. Il 1991 è l’anno della Bottega del caffè di Fassbinder da Goldoni, trasformato in una sorta di livido western lagunare in bianco e nero. Sono, insieme con i ritorni a Fassbinder, le prove più originali e persuasive. Quando, nel ’93, De C. approda al grande teatro commerciale, dirigendo a Spoleto Mariangela Melato in Un tram chiamato desiderio di T. Williams, mostra quanto il suo modello stilistico sia incompatibile con le esigenze della spettacolarità `ufficiale’. Nel ’94 torna con Amleto al clima più congeniale della spersonalizzazione tragica, proiettando l’attore (F. Bruni) nel suono amplificato della sua voce. Nel ’95 allestisce il suo primo Koltès ( Roberto Zucco ) e affronta per la Biennale di Venezia il primo testo teatrale di Pasolini, I Turcs tal Friul .

Dondini

Figlio d’arte, dopo un lungo tirocinio, nel quale svolse le più disparate mansioni, anche trovarobe, nel 1928 lavorò come generico con formazioni quali la Mezzaranghi-Mariani diretta da Lorenzo Pani, la Calapoli-Ghirlanda-Nardelli. Si rivelò magnifico brillante e poi caratterista di formidabile spontaneità e capacità comica con la Solmi-Pisenti, la Romualdo-Mascherpa, la Reale Sarda. Viene ricordato come un magnifico interprete di personaggi goldoniani. Nel 1853 fu capocomico con C. Cazzola, G. Pezzana, A. Pedretti, T. Salvini. Nel 1868 entrò a far parte della compagnia Peracchi.

De Simone

Roberto De Simone studia pianoforte e composizione e inizia una brillante carriera concertistica. Successivamente si dedica all’attività di regista teatrale, compositore, musicologo, drammaturgo ed etnomusicologo. Grande conoscitore della cultura popolare napoletana e della tradizione musicale, è stato l’ispiratore di uno dei gruppi più interessanti di musiche folcloristiche in Italia: la Nuova Compagnia di Canto Popolare. La rielaborazione di musiche tradizionali lo porta alla creazione di spettacoli legati al lavoro di ricerca musicale. Nel 1976 scrive e mette in scena La Cantata dei Pastori e al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nello stesso anno, La gatta Cenerentola , opera che riscuote enorme successo e che sarà presentata in Italia e all’estero. Si tratta di uno spettacolo musicale in cui, attraverso la favola e la musica, si torna alle più antiche radici della tradizione napoletana. Con la Compagnia Ente Teatro Cronaca nella stagione 1977-78 scrive e mette in scena Mistero napoletano e nella stagione 1978-79 La festa di Piedigrotta di R. Viviani. Il 28 ottobre 1980 debutta L’Opera buffa del Giovedì Santo (libretto, musica e regia di R. De Simone), che descrive i fermenti, le speranze, le illusioni della Napoli del Settecento in un lungo Giovedì Santo, in attesa di un sabato di resurrezione e di festa che non arriverà.

Tra i suoi lavori di regista e compositore più interessanti (sempre con la Compagnia Ente Teatro Cronaca) si ricordano inoltre Eden Teatro di Raffaele Viviani (1981), La Lucilla costante di Silvano Fiorillo (1983), La Bazzariota, ovvero la dama del bell’umore di Domenico Macchia (1983), Le religiose alla moda di Gioacchino Dandolfo (1984), Le novantanove disgrazie di Pulcinella , da canovacci anonimi rielaborati da R. De Simone (1988). La particolarità del suo lavoro sta nella mescolanza di drammaturgia, ricerca musicale, tradizione e folclore, fiaba, ritualità e storia. Tra i suoi spettacoli, prodotti dalla Compagnia Media Aetas Teatro, si ricordano Cantata per Masaniello al Mercadante di Napoli (1988-89) e Le Tarantelle del Rimorso al Teatro San Carlo (1993). Già dal 1978 è iniziata una ricca attività di regista d’opera, al fianco dei più importanti direttori d’orchestra e in collaborazione con M. Carosi (scene) e O. Nicoletti (costumi). Tra le opere di Mozart si ricordano le regie di Don Giovanni (Bologna 1982), Idomeneo (Scala 1990), Così fan tutte (Vienna 1994) e Il flauto magico (Scala 1995), le ultime tre con la direzione di Riccardo Muti. Numerose anche le regie di opere di Rossini, tra le quali Il barbiere di Siviglia (Aix-en-Provence 1984) e Cenerentola (Bologna 1992, direttore R. Chailly); da ricordare infine le sue fantasiose riletture di opere del ‘700 napoletano, da Pergolesi ( Lo frate ‘nnamorato , Scala 1989) a Paisiello ( L’idolo cinese ). Tra i suoi libri, Il segno di Virgilio , sul rapporto fra la figura del poeta classico e la cultura popolare e religiosa napoletana (1982), Chi è devoto sulle feste rituali in Campania (1985), Carnevale si chiamava Vincenzo sui rituali del Carnevale popolare (1977) e Fiabe campane , raccolta di circa duecento fiabe popolari desunte da autentici narratori come contadini, pastori, operai (1993). È stato direttore artistico del Teatro San Carlo di Napoli. Attualmente è direttore, per chiara fama, del Conservatorio di Napoli.

Duell

Formato alla School of American Ballet, è entrato nel New York City Ballet (1975), dove è stato nominato solista (1980) e poi primo ballerino (1984). Dal 1980 fino alla prematura scomparsa si è dedicato alla coreografia. danseur noble di temperamento lirico, versatile e musicale, come coreografo è stato affascinato dalla gestualità pulsante della cultura nera, indiana, brasiliana e dall’energia della danza moderna.

Depero

I primi studi di scene e costumi di D. risalgono alla sintesi teatrale Colori , pubblicata nella seconda raccolta del Teatro futurista sintetico nel 1916, a cui fecero seguito i bozzetti per Mimismagia , un balletto mimico-acrobatico con costumi plastici in trasformazione. Nel 1916 D. progettava per i Ballets Russes di Diaghilev le scenografie di Le chant du rossignol di Stravinskij (la scena plastica e i trentacinque costumi plastico-mobili), la cui messa in scena venne in seguito annullata. Ma Diaghilev commissionò a D. altri lavori: la realizzazione dei costumi ideati da Picasso per Parade e le scene e i costumi per Le jardin féerique con le musiche di Ravel. Nel frattempo, D. concepiva nuove azioni sintetiche senza attori viventi e nel 1917 disegnò e costruì le marionette del Teatro Plastico andato in scena nel 1918 al Teatro dei Piccoli: i Balletti plastici , composto da cinque azioni con musiche di Casella, Lord Berners, Malipiero, Chemenov. Nel 1921, anno dell’allestimento del Cabaret del diavolo nei sotterranei di un hotel romano, disegnò le scene e i costumi del Piccolo Marat di Mascagni. La componente meccanicistica presente nelle sue creazioni si evidenzia nei tre costumi-locomotive creati in occasione della veglia futurista tenutasi nella casa dell’artista a Rovereto nel 1923, e trova pieno compimento nel balletto Anihccam del 3000 , rappresentato al Trianon di Milano nel 1924 dalla compagnia del Nuovo Teatro Futurista. Quello stesso anno, D. partecipava alla Esposizione internazionale di arte teatrale al Konzerthaus di Vienna con quindici bozzetti e nel 1926 alla International Theatre Exposition di New York. A New York D. incontrò Massine, e con lui collaborò a un balletto degli American Scketches: insieme idearono New Babel , che sintetizzava gli aspetti tecnologici e macchinistici della civiltà moderna in complessi scenari plastici in movimento ed effetti rumoristici; ma lo spettacolo non andò in scena e i bozzetti furono esposti alla Biennale di Venezia del 1932. L’attività di D. scenografo proseguì negli anni successivi in ambito teorico con dibattiti e manifestazioni.