Totò

Totò (Antonio De Curtis) debutta ragazzo a Napoli nell’avanspettacolo e dal 1917 lo troviamo a Roma, al teatro Jovinelli con un repertorio di imitazioni: già da allora si esibisce in quel personaggio di marionetta disarticolata che diventerà un suo vero e proprio marchio. Tra il 1920 e il ’25 frequenta il palcoscenico dei principali caffè-concerto italiani, sempre con un repertorio di macchiette e parodie. Sembra fosse alla Sala Umberto la prima apparizione di Totò in quella che doveva diventare con gli anni la sua divisa: bombetta malandata, redingote frusta e nera, pantaloni a righe, ma corti sulle caviglie, a scoprire certe inverosimili calze colorate; all’epoca i comici, come i clown (e come del resto i cantanti di varietà), si organizzavano un’immagine fissa che aiutava a distinguerli da tutti gli altri. Totò aveva inventato delle macchiette che erano a metà tra il comico di avanspettacolo e il clown: dal repertorio più tradizionale dei clown aveva ricavato infatti quella sua marionetta che pian piano si insinuò, trasformandosi, in molte sue apparizioni.

 

Nel 1926, accanto a Isa Bluette, è per la prima volta in rivista e lavora per la prima volta con Mario Castellani, che sarà la sua spalla di sempre. Poi, fino al 1930, cresce la sua popolarità nella rivista e la sua posizione di comico in ascesa. Nel 1931 e nel ’32 partecipa a spettacoli di varietà. E finalmente, nel 1933, diventa capocomico e agisce con la sua formazione nell’avanspettacolo. Il pubblico di Totò è un pubblico popolare che il comico porta all’entusiasmo e al delirio con doppi sensi, lazzi, trascinanti marce sulla scena, con la golosa ferocia infine della sua volgarità. Totò è stato paragonato a molti comici, naturalmente tra i più grandi, ma come tutti i geni del comico non somiglia a nessuno. Al massimo, si può dire che si contrappone, è il suo contrario, a Buster Keaton. Come tutte le storie, e il risultato in riso, del comico americano sono una disperata, impari lotta per rimettere in ordine il disordine del mondo e di chi lo abita, così, specularmente, Totò quell’ordine apparente deride, sconvolge, e fa saltare in aria come un terremoto. Qualche rapporto dialogico con l’assurdo e una capacità di stravolgere il luogo comune, soprattutto quelli insiti nel linguaggio, ma anche tutti quelli che ineriscono al linguaggio del corpo.

Il pubblico popolare, si diceva, arriva di slancio a capire la genialità di Totò; per il pubblico borghese, invece, non solo ci vuole più tempo, ma serviranno anche illustri mediazioni. I primi ad accorgersi del potenziale di Totò (per poi sfruttarlo in cinema) furono persone come Carlo Ludovico Bragaglia e Cesare Zavattini, ma gli esordi cinematografici di Totò non furono felici e tutta la sua carriera in cinema, salvo pochissime eccezioni, passò sotto il segno della facilità, della volgarità e della confusione. Eppure, persino nei più infimi tra i film che ha interpretato, Totò è riuscito a profondere tesori di comicità e a consegnare al suo pubblico momenti di delirante divertimento. Ma il suo mondo più vero, in spettacolo, era il teatro. Lui stesso dichiarava che il pubblico, la sua presenza, gli dava una carica e voleva la sala abbastanza illuminata per vederlo, il suo pubblico, rispondergli, recitare (giocare) per lui. Così è proprio la rivista il regno del migliore Totò.

 

Dal 1941 al 1949, con una parentesi in Spagna nel ’45, le sue riviste sono scritte da Michele Galdieri; per una di queste Totò collabora al copione (Bada che ti mangio, 1949). Che ti sei messo in testa? e Con un palmo di naso , entrambe del ’44, vedono accanto a T. una mirabile scatenata Anna Magnani, a formare con lui la più straordinaria coppia di qualsiasi genere si sia mai ammirata su un palcoscenico di rivista. Nella stagione 1947-48 C’era una volta il mondo: Totò al suo massimo, lo sketch del manichino, la carica dei bersaglieri, lo sketch inimitabile del vagone letto che dagli otto minuti di durata iniziale si dilatò per la felicità del pubblico fino a tre quarti d’ora. Nel 1949 Bada che ti mangio alternava a fastosi quadri coreografici lunghe scenette o monologhi di uno straordinario Totò, che stava per lasciare la rivista a favore del cinema: più di trenta film in sei anni e, infine, un ritorno in palcoscenico, questo davvero l’ultimo, con la straordinaria rivista A prescindere nella quale il grande Totòrecuperava il suo passato e rievocava i suoi migliori sketch e personaggi. Totò è stato anche autore di canzoni, tra cui la celeberrima “Malafemmena“.