Weil

Raro esempio di coerenza teorica e di vita, Simone Weil può essere considerata una delle voci più originali della riflessione filosofica del Ventesimo secolo. Le sue esperienze di vita, come il lavoro da operaia in una fabbrica Renault (1933-34), il tentativo di arruolarsi fra gli anarchici spagnoli (1936), la conversione al cristianesimo (dopo un viaggio ad Assisi nel 1937), la militanza nella resistenza francese in esilio, hanno segnato la sua riflessione teorica, ancorandola fortemente al sociale e alla critica di ogni totalitarismo. Tra i suoi scritti, pubblicati postumi, sono da ricordare La condizione operaia, i Quaderni e Oppressione e libertà . Per il teatro ha scritto una tragedia in tre atti, Venezia salva (Venise sauvée), la cui stesura, cominciata nel 1940, purtroppo non fu mai terminata a causa della prematura scomparsa della scrittrice. L’opera, che si basa sulle cronache di Saint-Réal sulla congiura degli Spagnoli per impadronirsi della Serenissima, uscì postuma nel 1955 e, in Italia, è stata allestita da Luca Ronconi (1994).

Ginzburg

Al teatro Natalia Levi Ginzburg arriva con ritardo rispetto alla narrativa, frenata – per sua ammissione – dalla paura della fisicità del pubblico e dal basso livello della nostra drammaturgia. Proprio in sintonia con la sua produzione maggiore, due sono state le linee dominanti dell’approccio: da un lato l’adozione di un linguaggio parlato che non fosse né dialettale, né letterario; dall’altro l’esplorazione – a livello tematico – del microcosmo familiare, spesso malamente avvelenato da spaccature insanabili. Le prime tre commedie – Ti ho sposato per allegria (scritta per Adriana Asti e rappresentata nel 1966), L’inserzione (portata sulle scene per la prima volta a Londra, Old Vic, nel 1968 e poi riproposta al San Babila di Milano nel 1969), Fragola e panna (allestita nel 1973) – prospettano uno schema tipico nell’opera della G., quello cioè dell’infelice e sottomessa donna di provincia umiliata dall’adulterio. Il fitto intrecciarsi dei dialoghi sostituisce già sin d’ora qualsiasi azione, costituzionalmente aliena ai suoi personaggi. La segretaria (1967) e La porta sbagliata (scritta nel 1968, trasmessa in televisione nel 1972 e rappresentata l’anno successivo a Lucca, Teatro del Giglio) allargano l’obiettivo su tutti i componenti della famiglia, moltiplicando i piani dell’analisi accrescendo la coralità. Entrambe le commedie sono attraversate da un profondo pessimismo e dalla convinzione che la solitudine sia il comune destino degli uomini d’oggi. Questo nucleo tematico, reso evidente attraverso i casi di sofferta infedeltà coniugale, sostanzia anche le opere successive più significative, da Paese di mare (1968, trasmessa in televisione nel 1972), all’ Intervista (portata sulle scene del Piccolo di Milano nel 1989 da Carlo Battistoni con l’interpretazione di Giulia Lazzarini e Alessandro Haber), agli atti unici Dialogo (scritto appositamente per la televisione nel 1970, trasmesso nel 1971) e La parrucca (rappresentata nel 1973 al Teatro Rendano di Cosenza).

Lessing

Nata in Iran, Doris Lessing si trasferì definitivamente a Londra dal 1929. Accanto alla produzione di romanzi di successo (Il taccuino d’oro, 1962; La città dalle quattro porte, 1968), ha scritto anche per il teatro: Mr Dollinger (1958), A ciascuno il suo deserto (Each his own Wilderness, 1958), Istruzioni per una discesa all’inferno (Briefing for a descent to Hell, 1971), Memorie di un sopravvissuto (Memories of a survivor, 1974) e Racconti (Stories). Nel 1960 ha fondato con Wesker e la Delaney il Centre 42, organo per la diffusione della cultura tra le classi subalterne, che diressero fino al 1971. Nel 1994 L. Nattino ha messo in scena Maudie e Jane tratto dal Diario di Jane Somers (Santarcangelo 1994) interpretato da Judith Malina e Lorenza Zambon.

Wertenbaker

Nel biennio 1984-85 Timberlake Wertenbaker è scrittrice residente al Royal Court Theatre. Come la maggior parte delle autrici teatrali, deve il suo successo e il riconoscimento del pubblico e della critica ad alcuni drammi storici, come Our Country’s Good (1988) che le ha portato l’assegnazione di ambiti premi (`L. Olivier Play of the Year’; `New York Drama Critics Circle Award’ per il miglior dramma straniero, 1991). L’esigenza di concentrarsi sulla storia è stimolata dalla necessità di stabilire una tradizione letteraria al femminile, riscoprendo drammi del passato sulle donne o scritti da donne, e interrompendo così l’egemonia maschile e il suo tramandarsi indiscusso. Tra le sue opere si ricordano: The Grace of Mary Traverse (1985), The Love of the Nightingale (Royal Shakespeare Company, 1989), Three Birds Alighting on a Field (1992). I suoi lavori di traduzione e adattamento comprendono testi di Marivaux, Anouilh, Maeterlinck, Sofocle, fino alla recente Ecuba da Euripide (San Francisco 1995).

Sarraute

Nata in Russia, ma trasferitasi ben presto in Francia, dove ha compiuto la sua formazione culturale, Nathalie Sarraute rappresenta, con Alain Robbe-Grillet, una delle personalità di maggior spicco del movimento del Nouveau Roman. Nonostante sia la prosa il suo campo d’azione privilegiato, l’autrice ha dedicato la sua attenzione anche al teatro. Sotto il titolo generico di Théâtre Sarraute ha infatti riunito nel 1978 la sua produzione: Le silence e Mensonge, scritti rispettivamente nel 1964 e nel 1966, ma messi in scena per la prima volta a Parigi nel 1967, Isma e C’est beau, che sono andati in scena nel 1970 e Elle est là , realizzata nel 1980. Così come nella sua opera narrativa Sarraute procede verso l’azzeramento della trama, nel suo teatro l’autrice presenta temi sottilissimi, intessuti di pause significanti e di silenzi che si vogliono ricchi di pregnanza.

«I miei veri personaggi sono le parole», ebbe ad affermare l’autrice: nel suo teatro le parole sono poche, con un esito di sintesi poetica, ma anche espressiva davvero notevole. Parole sospese – frequentissimo è l’uso dei puntini di sospensione – in cui filtra l’ambiguità dell’esistenza. Il teatro della Sarraute riproduce dunque sulla scena il carattere frammentario della narrazione e un linguaggio che, nelle sue esitazioni, cerca di tradurre i movimenti psicologici e le oscillazioni del pensiero che, nell’opinione dell’autrice, danno forma e sostanza alle arti.

Colette

Fra i grandi della letteratura francese, Gabrielle-Sidonie Colette si accosta al mondo dello spettacolo inizialmente come critica drammatica e musicale. Moglie di Henri Gauthier-Villars detto Willy, all’epoca noto e chiaccherato giornalista, frequentatrice degli ambienti mondani e culturali della Parigi Belle Epoque, Gabrielle-Sidonie Colette prende lezioni di mimo da Georges Wague nel 1905 e debutta come dilettante poco dopo nel Dialogue au soleil couchant di Pierre Loulms. L’anno successivo, dopo il divorzio dal marito, Gabrielle-Sidonie Colette passa al professionismo esibendosi in qualità di mima («il mestiere di chi non ne ha imparato nessuno» ha scritto), spesso al fianco di Wague, sui più prestigiosi palcoscenici dei teatri e music-hall francesi (Le désir, l’amour et la chimère al Mathurins, La Romanichelle all’Olympia, Pan al Théâtre de l’Oeuvre, Rive d’Egypte al Moulin-Rouge). Nel 1907 Gabrielle-Sidonie Colette ottiene il suo successo più grande con La Chair, pantomima interpretata insieme a Wague e regolarmente rappresentata fino al 1911, in cui l’attrice si esibisce senza la tradizionale calzamaglia dei mimi. «Letterata finita male» come soleva definirsi ai tempi della sua militanza nel music-hall, Gabrielle-Sidonie Colette è ritenuta fra le migliori mime del suo tempo, mentre è stata un’attrice di prosa di modesto talento a causa principalmente della sua dizione impura. Appare in opere di Guitry, Courteline e in ruoli da lei stessa creati: è Claudine nella pièce Claudine à Paris (1908), dove però non eguaglia l’ineguagliabile Polaire, è Fanchette in En camarades , scritto nel 1909, e soprattutto è Léa in occasione della centesima rappresentazione della sua fortunata commedia Chéri.

Nel 1926, dopo avere abbandonato il teatro da tredici anni, Gabrielle-Sidonie Colette accetta di interpretare nuovamente un suo personaggio: Renée Néré nella Vagabonde. L’attività drammaturgica di Gabrielle-Sidonie Colette è piuttosto limitata, ma assume un ruolo importante nell’opera complessiva dell’autrice. Dopo la pantomima La décapitée, scritta nel 1908, e la briosa pochade En camarades (1909), Gabrielle-Sidonie Colette realizza insieme a Léopold Marchand tre adattamenti di suoi celebri romanzi: Chéri (1921), La Vagabonde (1923) e La Seconde (1950), opere in cui ritornano i temi del suo universo narrativo, quali, per esempio, l’analisi della passione amorosa, la riflessione sulla vecchiaia, il dilemma tra ansia di autonomia e desiderio di radicamento. L’enfant et les sortilèges , libretto scritto nel 1915 e musicato da Ravel nel 1924, è l’unica, e felicissima, incursione di Gabrielle-Sidonie Colette nel teatro musicale, testo in cui l’autrice profonde la sua fantasia in un crescendo di trovate sceniche e di invenzioni verbali. Nel 1953 traduce in francese e adatta The Fourposter (Le ciel de lit), pièce di Jan de Hartog. Critica drammatica per circa vent’anni, Gabrielle-Sidonie Colette pubblica con il titolo La jumelle noire le recensioni scritte tra il 1933 e il 1938, dove testimonia con passione la vita teatrale parigina. Grazie al suo piccolo binocolo nero, Gabrielle-Sidonie Colette osserva e descrive, con sguardo affascinato e spietato insieme, i grandi della scena di prosa – da Barrault ai Pitoëff, da Artaud a Jouvet – così come le divine del music-hall (Mistinguett, Cécil Sorel). Gabrielle-Sidonie Colette è fra le prime critiche cinematografiche francesi (nel 1917 siede sulla poltrona che sarà di Delluc nella redazione di “Le film”), e scrive per lo schermo. La flamme cachée , unico soggetto originale di C. per il cinema, viene girato e interpretato nel 1918 da Musidora. Nel 1931 accetta di scrivere i sottotitoli francesi di Madchen en Uniform , film della tedesca Léontine Sagan; nel 1933 è autrice dei dialoghi di Lac-aux-dames di Allégret e nel 1935 scrive per il regista Ophüls Divine , sceneggiatura che si ispira a un suo racconto ambientato nel mondo del music-hall. Nel 1951 collabora al documentario sulla sua vita ( Colette ) firmato da Yannick Bellon.

Maraini

Figlia di Fosco M., celebre yamatologo (studioso della lingua e della cultura giapponese) e compagna di Moravia, Dacia Maraini, all’esordio narrativo, La vacanza , del 1962, e al seguente, L’età del malessere , del 1963, con cui guadagnò il premio internazionale Formentor, hanno fatto seguito molti altri romanzi, caratterizzati da un impegno femminista e sociale molto intenso, oltre che da una capacità di scrittura sempre felice e controllata. Per quanto concerne il teatro, le sue prime opere propongono soprattutto riflessioni sull’azione drammatica: ad esempio Il ricatto a teatro (1968) e Recitare (1969). Poi passa a testi più impegnati sul piano politico e civile come Manifesto dal carcere (1971) e La donna perfetta (1974). Tra le successive ricordiamo Veronica Franco , ispirato alla vita della poetessa vissuta a Venezia nel Cinquecento, I sogni di Clitennestra (1981) e Lezione d’amore (1982). Nel 1977 viene allestito un suo Don Juan tratto non solo da Molière ma anche da Tirso da Molina. Nel 1997 viene allestito da Luca Ronconi, Memorie , che M. ricava da Il diario di una cameriera , un romanzo di Octave Mirbeau. E debutta anche come voce recitante della commedia Suor Juana , storia di una monaca messicana del Seicento (a Radicondoli). I suoi saggi teatrali sono raccolti nel volume Fare teatro (1974).

Yourcenar

Nota soprattutto per la sua attività di romanziera, Marguerite Yourcenar ha tuttavia realizzato una breve serie di opere teatrali: Le dialogue dans le marecage (1930), Feux (1936), Electre ou la chute des maques (1943), La petite sirène (1943), Le mystère d’Alceste (1963, prima versione nel 1943), Rendre à César (adattamento del romanzo Denier du rêve ), Qui n’as pas son Minotaure? (1963, prima versione nel 1960). Chiamata a definire la propria attività drammaturgica e a motivare la scelta frequente di affidare i propri lavori a compagnie minori, o addirittura di dilettanti, Yourcenar ha affermato di considerare il teatro un’attività solo quantitativamente secondaria rispetto alla scrittura in prosa: il teatro rappresenta in forma esplicita e diretta il gusto per le `voci’, per la `sonorità’ del narrato che ha accompagnato tutta la sua attività di scrittrice e non ha importanza che a dare vita a questi testi siano `voci’ note di attori affermati.

Il teatro della Yourcenar va inteso, nelle parole dell’autrice, come la realizzazione sulla scena di un labirinto di monologhi o di dialoghi `allo stato puro’. Lo stesso stile netto e essenziale dei romanzi è dunque riprodotto dai suoi testi teatrali, romanzi di cui inoltre, fatto salvo per La petite sirène favola scenica ispirata ad Andersen, riprendono i temi essenziali, quando non ne sono una trasposizione diretta: la cultura classica osservata `dall’interno’ attraverso il filtro del vissuto dei personaggi, la ricerca ferma della verità, la morale stoica, intrisa di venature protestanti. Sola variante La petite sirène operina `da camera’ scritta all’inizio dell’esilio volontario negli Usa: come ha avuto modo di dichiarare l’autrice stessa, La petite sirène ha costituito un vero e proprio spartiacque tra la vita condotta prima del 1940, incentrata soprattutto sull’umano, e quella successiva al 1940, in cui l’essere umano si muove sullo sfondo del tutto.