Wilder

Thornton Wilder cominciò ad accostarsi al teatro con due raccolte di atti unici, pubblicate rispettivamente nel 1928 e nel 1931. Della seconda faceva parte – e le dava il titolo – Il lungo pranzo di Natale (The Long Christmas Dinner) che, condensando in un’ora novant’anni di banchetti natalizi, raccontava la storia di una famiglia, preannunciando modi e temi delle opere maggiori. In una scena che consisteva soltanto di un lungo tavolo con relative sedie e due porte, l’una inghirlandata di fiori e l’altra parata a lutto, si sviluppava la piccola saga dell’uomo comune con le sue gioie e le sue tristezze.

Il discorso rimase sostanzialmente lo stesso nella sua commedia più famosa, Piccola città (Our Town, 1938), che descriveva le piccole vite di una cittadina di provincia, e soprattutto le nozze e la morte di una ragazza; ma le vicende erano epicizzate dalla presenza in scena di un regista che le presentava e commentava, e passavano fluidamente dal mondo dei vivi a quello dei morti, con risultati di notevole suggestione che rendevano meno ovvio lo scoperto elogio degli ideali piccolo borghesi.

A una teatralità dichiarata si richiamava pure La famiglia Antropus (The Skin of Our Teeth, 1942), che ricostruiva il tribolato cammino dell’umanità dall’età della pietra in poi, evitando i pericoli della retorica predicatoria, grazie all’uso di tecniche mutuate dal teatro di varietà e al continuo intreccio fra passato e presente. Il suo terzo successo, La sensale di matrimoni (The Matchmaker), si ispirava a una commedia di Nestroy: fu un fiasco nella prima versione del 1938 (dal titolo The Merchant of Yonkers), piacque nell’edizione definitiva del 1954 – che non era molto più di una farsa ben scritta e ben costruita – e trionfò dieci anni dopo, tradotto in musical col titolo Hello, Dolly! . Irrilevanti furono invece i drammi successivi, fra i quali Una vita nel sole (A Life in the Sun, 1955) che rielaborava il mito di Alcesti.

Lerici

Roberto Lerici esordisce come autore negli anni ’60, all’interno della nuova avanguardia teatrale italiana, legandosi in particolare al nome di Carmelo Bene (La storia di Sawney Bean, 1964) e di Carlo Quartucci con Il lavoro teatrale (Venezia, Biennale 1969), Il gioco dei quattro cantoni (1966) e Majakovskij e compagni alla rivoluzione d’Ottobre (1967). Il decennio successivo è segnato dall’intenso lavoro con Antonio Salines e da opere come L’educazione parlamentare (1972) e Pranzo di famiglia (1973); mentre nel 1976 torna, con Romeo e Giulietta, alla collaborazione con Carmelo Bene. Quindi l’incontro con Aldo Trionfo, regista a lui congeniale per attitudini stilistiche e scelte culturali, che allestisce con la compagnia Teatro di Roma la sua commedia L’usuraio e la sposa bambina (1981). Negli anni Ottanta Lerici, che cura anche diversi adattamenti di opere di autori stranieri come Calderón, F. Wedekind, E. Labiche e N. Simon, approda al teatro brillante, realizzando un felice sodalizio artistico con l’attore G. Proietti, per il quale scrive A me gli occhi please, Come mi piace (1983) e Leggero leggero , pur non abbandonando, nel contempo, attraverso la rinnovata collaborazione con Quartucci, la via della ricerca: sono di questo periodo infatti i testi Didone (1982), Uscite (1982) e Funerale (Kassel 1982). L’ultimo anno, infine, è caratterizzato dal suo lavoro per Lucia Poli Vuoto di scena, da Cyrano de Bergerac per Salines, dall’adattamento di Appartamento al Plaza di N. Simon per G. Tedeschi e dalla stesura, a quattro mani con G. Nanni, di Alberto Moravia : a ulteriore conferma di una scrittura che, dallo sperimentalismo degli inizi al repertorio brillante e poi ancora alla ricerca, si qualifica a tutti gli effetti per la notevole versatilità.

Cenzato

Giovanni Cenzato fu direttore dell'”Arena” di Verona e, dal 1922, redattore al “Corriere della sera”. Cominciò a scrivere per il teatro nel 1910 e il suo repertorio comprende, oltre a lavori in italiano, molte commedie in dialetto veneto e milanese. Per la loro facilità di comprensione e per gli accenti sentimentali che le caratterizzavano, le sue opere ebbero notevole successo tra il grande pubblico. Fra i testi di Cenzato si ricordano Ho perduto mio marito (1934), Il ladro sono io! (1937), Il marito non è necessario (1947).

Tondelli

Oltre ad essere stato uno dei più interessanti e amati narratori degli anni Ottanta (Altri libertini, 1980; Rimini, 1985; Camere separate, 1989) Pier Vittorio Tondelli è stato un ottimo osservatore del nuovo teatro. Fu tra i primi ad occuparsi di gruppi come Raffaello Sanzio, Crypton, Magazzini, Falso Movimento e a capire il gioco di contaminazioni tra il teatro e la musica, il fumetto e il video e di come tutto questo movimento fosse rielaborato e restituito sulla scena, basta leggere la raccolta dei suoi articoli Un week-end postmoderno. Per il teatro ha scritto un solo testo, Dinner party, messo in scena da Piero Maccarinelli nel 1994.

Babel’

Narratore tra i più stimolanti e innovatori del periodo postrivoluzionario, Isaak Emmanuilovic Babel’ diventa famoso con L’armata a cavallo, dove racconta in prima persona le esperienze della guerra civile. Al teatro arriva solo nel 1928 con Tramonto, che affonda le radici nel materiale autobiografico legato al mondo ebraico di Odessa, a cui sono dedicati i più complessi e suggestivi Racconti di Odessa. Seconda e ultima prova, il dramma Marija (1935), che si segnala per la colorita vivacità del linguaggio e l’asciutto disegno dei personaggi. Dopo l’arresto e la morte in un lager, per lungo tempo le sue opere sono state proibite in Unione Sovietica.

Biagi

Enzo Biagi al teatro dedica alcuni lavori, soprattutto nel corso degli anni ’50. Noi moriamo sotto la pioggia è la sua prima pièce, portata sulla scena da Fantasio Piccoli al conservatorio di Bolzano nel 1952 (seguì un’edizione in tedesco rappresentata a Vienna e Salisburgo). Nel corso dell’anno successivo realizza Giulia viene da lontano. E vissero felici e contenti viene allestita a Milano, presso il Teatro Nuovo, nel 1956, da una compagnia di grido come la De Lullo-Falk-Guarnieri-Valli. In collaborazione con Sergio Zavoli, B. ha scritto 50 anni della nostra vita , una commedia a sfondo sociale rappresentata al Teatro Biondo di Palermo nel 1974.

Giraudoux

La carriera teatrale di Jean Giraudoux costituisce un tipico esempio della possibilità – o necessità – di suddividere la propria esistenza in due professioni appartenenti a due ambiti totalmente separati. Alto funzionario del ministero degli Esteri, Jean Giraudoux dedica infatti gran parte delle sue energie alla scrittura e, specificamente, al teatro: dalle sue opere pare trasparire una linea direttrice, una tendenza generale riconducibile all’interesse dell’autore per il mito e per il confronto tra quest’ultimo e il vivere contemporaneo. Dal punto di vista stilistico, Jean Giraudoux pare corrispondere perfettamente al precetto di Louis Jouvet, direttore della Comédie des Champs-Elysées per cui «il grande teatro è soprattutto bel linguaggio». L’incontro tra i due (1928) non può dunque che dar vita a una fruttuosa collaborazione: Jean Giraudoux confeziona per Jouvet testi scritti in modo elegante e strutturati secondo le regole della tradizione. Saranno dunque Siegfried (1928), adattamento da un romanzo dello stesso Giraudoux, Amphytrion 38 (1929) e, soprattutto, Intermezzo (1933), opera che Jouvet riteneva rappresentasse perfettamente lo spirito e lo stile dell’autore. Uno stile spesso tacciato di eccessiva `mondanità’ nei temi – come si è detto di ispirazione mitica – e nei toni, ironici e distaccati; in realtà, è sufficiente osservare la produzione del periodo immediatamente a ridosso lo scoppio del secondo conflitto mondiale, le opere di epoca bellica e quelle postume per cogliere non solo l’accresciuta consapevolezza e la maggior capacità di indagine psicologica, ma anche il netto incupirsi del teatro di G. Le opere teatrali realizzate tra il 1935 e il ’39, infatti, sono intrise da un senso di catastrofe imminente, dove l’umanità appare incapace di scongiurare ed esorcizzare il tragico. È il caso di La guerra di Troia non si deve fare (La guerre de Troie n’aura pas lieu , 1935), Electre (1937), Ondine (1939) opere la cui programmaticità di intenti rasenta la struttura `a tesi’. Molto nota, infine, un’opera messa in scena dopo la morte dell’autore, La pazza di Chaillot (La folle de Chaillot, 1945). Messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1945 da Jouvet, La pazza di Chaillot conferma, dietro l’apparente leggerezza, la profondità della dolorosa meditazione di G. sulla decadenza del mondo morale, politico e metafisico suo contemporaneo.

Landolfi

Solitario, colto, dandy, Tommaso Landolfi è uno degli autori più raffinati del secondo Novecento italiano. La sua narrativa, in cui il gioco e la mistificazione convivono con una tragica visione esistenziale, svaria dal simbolismo al realismo magico, dal romanticismo artefatto allo psicologismo gratuito, lasciando trasparire dietro la raggelante intelligenza una coinvolgente passionalità: Dialogo dei massimi sistemi (1937), Il mare delle blatte e altre storie (1939), Cancroregina (1950), Racconto impossibile (1966) e altri. La sua produzione teatrale non è paragonabile a quella narrativa. Suo primo testo drammatico – scritto nel 1956 – è il fortemente biografico Landolfo VI di Benevento. Nel 1961 viene trasmesso l’originale televisivo Cagliostro , mentre nel 1969, al Teatro Arlecchino di Roma, viene rappresentato Faust ’67 (opera vincitrice del premio Pirandello nel 1968), per la regia di S. Sequi. L. è anche stato autore di alcuni atti unici radiofonici, tra cui ricordiamo La farfalla strappata, La tempesta , Il dente di cera, trasmessi nel 1970, e Teatrino , andato in onda l’anno successivo.

Prévert

Autore di grande successo, legato soprattutto alle canzoni e alle raccolte di poesia, Jacques Prévert inaugura la sua intensa attività pubblica proprio con il teatro, in un clima di militanza politica appassionata, nel quale l’espressione artistica diventa un momento di impegno e di lotta. Nel 1932, con l’amico Tchimoukov, regista e attore, diventa la personalità guida del “Gruppo ottobre” (1927), che per l’accento dissacrante e iconoclasta si propone come esperienza significativa dell’avanguardia di ispirazione dadaista e surrealista. Il suo primo testo ad approdare sulle scene è Viva la stampa (Vive la presse, 1932), una satira farsesca sulla propaganda nazionalista e antipopolare della stampa di regime. Della prima metà degli anni ’30 sono anche: La battaglia di Fontenoy (La bataille de Fontenoy), efferata e sanguinaria pochade antimilitarista; L’avvento di Hitler (L’avènement d’Hitler), feroce denuncia contro la presa del potere del dittatore nazista; Disoccupato (Chômeur) e L’ambulante (Le camelot), due scenari di mimo e danza. Del 1935, anno dello scioglimento del Gruppo, è Il quadro delle meraviglie (Le tableau de merveilles), tratto dagli intermezzi di Cervantes. Da allora, spesso in collaborazione con Kosma, comincia a comporre le sue celebri canzoni, tra cui “Pesca alla balena” e “Storia del cavallo”, che avranno interpreti d’eccezione in Greco, Piaf e Montand. P. diventerà famoso anche grazie al cinema, soprattutto come scrittore dei dialoghi dei migliori films di Carné: Quai des brumes (1938), Le jour se lève (1939), Les visiteurs du soir (1942), Les enfants du paradis (1943-1944). Nel dopoguerra si dedicherà prevalentemente alla letteratura, pubblicando diverse raccolte di poesie che confermano la sincerità e l’autenticità del suo impegno umano e letterario.

Eco

Affermatosi negli anni ’60 come uno dei più brillanti studiosi di estetica e di semiotica (Opera aperta, 1962; Apocalittici e integrati, 1964; La struttura assente, 1968), saggista di effervescente intelligenza e umorismo (Diario minimo, 1963; Sette anni di desiderio, 1983), Umberto Eco ha conseguito fama internazionale con il romanzo Il nome della rosa (1980). Nel teatro è presente con l’atto unico Le forbici elettroniche, messo in scena nel 1960: il protagonista della pièce è una intelligenza artificiale, il ‘Censore elettronico’ che, scambiando la realtà con gli intrecci dei copioni cinematografici riversati nella sua memoria, arriva a credere nella propria esistenza in vita. Il teatro diventa così, nell’intenzione di E., il luogo di indagine sul rapporto fra il mondo ormai dominato dalla tecnica e la realtà intesa come fenomeno di linguaggio. Frequentatore dei cabaret milanesi dei primi anni ’60 si è anche divertito a fornire qualche testo come Tanto di cappello, messo in scena da Filippo Crivelli con Sandro Massimini e una giovanissima Mariangela Melato (1964-65).

Sudermann

Figlio di un contadino, Hermann Sudermann studia storia e filosofia a Königsberg e Berlino. Redattore del “Deutschen Reichsblatt”, si guadagna da vivere come precettore privato e lavora come scrittore indipendente. Esponente del naturalismo, costruisce le sue opere sul modello francese del dramma di conversazione, coniugando una superficiale critica sociale con una articolazione dell’azione di innegabile efficacia scenica. Si fece conoscere, nel 1890, con il dramma L’onore (Die Ehre), primo di una lunga serie di successi anche popolari, oggi dimenticati (Magda per esempio, del 1893, era sempre nel cartellone della compagnia di E. Zacconi). Alcuni tra i titoli più noti sono Casa paterna (Heimat; 1893), I fuochi di San Giovanni (Johannisfeuer; 1900), Strandkinder (1909), Die Raschhoffs (1919), Battaglia di farfalle (Der Hasenfellh&aulm;ndler; 1927). È stato anche romanziere: La donna in grigio (Frau Sorge, 1887), Il ponte del gatto (Der Katzensteg, 1889), Il professore folle (Der tolle Professor, 1926).

Unamuno

Filosofo, romanziere, poeta, Miguel de Unamuno è fra gli autori più importanti della ‘generazione del ’98’; figura molto contraddittoria e discussa, è oggi considerato uno degli innovatori della letteratura spagnola dei primi decenni del secolo. Come drammaturgo è autore di un teatro astratto, filosofico, depurato da ogni spettacolarità, lontanissimo quindi dai gusti del pubblico dell’epoca: un tipo di teatro che egli stesso teorizzò nei suoi saggi. Tra i suoi testi più significativi: Ombre di sogno (Sombras de sueño, 1926), L’Altro (El Otro, 1926), sul problema dell’identità, e Fratel Giovanni (El hermano Juan), rivisitazione del mito di Don Giovanni. Il suo dramma Un vero uomo fu messo in scena dalla compagnia Teatro d’Arte diretto da Pirandello, 1927.

Ceronetti

Il Teatro dei Sensibili viene creato da Giudo Ceronetti insieme a Erica Tedeschi ad Albano, nelle vicinanze di Roma, nel 1970: la decisione di aprire una sala dove si allestiscono spettacoli di marionette – definite ideofore – parte dall’idea di cogliere «il tragico celato nella marionetta, emblema della libertà negata all’uomo da chi ne tiene i fili». Il primo spettacolo allestito, diretto e interpretato dallo stesso Ceronetti è la Iena di San Giorgio , storia di Barnaba, «paranoico criminale che non riesce a farsi prendere sul serio»; la tragedia è stata messa in scena successivamente allo Stabile di Torino. Nel 1976 C. scrive Diaboliche imprese, trionfi e cadute dell’ultimo Faust , che viene portato in scena a Spoleto nel 1979 con la regia dello stesso autore. Ad esso fa seguito Furori e poesia della rivoluzione francese , rappresentato a Roma nel 1983 (con Adriano Dallea come collaboratore alla regia), in cui si pongono sotto accusa la brutalità e la stupidità della Rivoluzione. Del 1988 è invece Mystic Luna Park e del 1991 Viaggia, viaggia Rimbaud . Nell’estate 1996 il festival di Asti porta in scena lo spettacolo di `poesia teatralizzante’ Per un pugno di yogurt (regia dell’autore). Nel corso dello stesso anno viene proposta, sempre ad Asti, la messinscena di Deliri disarmati , con la regia di Lorenzo Salveti.

Norén

Lars Norén esordisce nel 1963 con una raccolta di poesie dal titolo Lillà, neve; la sua fama di scrittore viene immediatamente confermata da due romanzi successivi, L’apicultore (1970) e Il paradiso sotterraneo (1972). Il mondo delle relazioni familiari e dei rapporti interpersonali, indagati nelle manifestazioni più devianti e conflittuali, è il tema centrale non solo di questi primi scritti, ma di tutta la sua produzione drammatica, che ha inizio negli ultimi anni ’70 e che annovera testi quali Una felicità oltraggiosa (1980), Demoni (1982) e Il sorriso della malavita (1982). L’incontro con il grande pubblico avviene soprattutto con la trilogia formata da Il coraggio di uccidere (1978), La notte è madre del giorno (1982) e Il caos è prossimo a Dio (1983) , testi che, pur non essendo autobiografici, rimandano parzialmente all’esperienza di vita dell’autore. Da ricordare anche i più recenti La veglia (1985), Gli attori (1987), Autunno e inverno (1989), Estate (1992) e Il tempo è la nostra dimora (1993), per lo più rappresentati al Kungliga Teatern. Una variazione rispetto alle tematiche tipiche di Norén è rappresentata dal testo del 1991 Dateci le ombre , ispirato alla figura di E. O’Neill che, insieme a Ibsen e Cechov, ha sicuramente influenzato il lavoro del drammaturgo svedese. Altro accostamento da citare è quello a Strindberg, soprattutto per la particolare attenzione riservata ai problemi del linguaggio teatrale e in particolare al dialogo, che unisce, in Norén, note di qualità lirica a un’inaspettata violenza verbale. Negli ultimi anni si è accostato anche alla regia, iniziando questa attività proprio con l’allestimento di un testo di Strindberg, Danza di morte (Piccolo Teatro, 1994).

Unruh

Di famiglia nobile, Fritz Wilhelm Ernst von Unruh fu nell’esercito prima di diventare pacifista; le sue opere contro la guerra e il suo impegno a favore della democrazia gli valsero il consenso di un’intera generazione. La sua prima opera teatrale, Luigi Ferdinando, principe di Prussia , fu rifiutata da Reinhardt, che però lo spinse a scriverne un’altra sulla vita militare. Questa fu Ufficiali, messa in scena dallo stesso Reinhardt a Berlino nel 1911 e pubblicata l’anno seguente con grande successo; Unruh fu però costretto ad abbandonare l’esercito. Nel 1917 scrisse Una stirpe, sulle atrocità della prima guerra mondiale (Francoforte 1918), e nel 1920, con Piazza , si confermò autore di tendenza pacifista, vicino all’espressionismo. Fu insignito del premio Kleist per una nuova versione della sua prima opera e per Prima della decisione (1919). Deputato repubblicano e sostenitore del fronte popolare contro il nazismo, associò il suo teatro alla difesa della repubblica di Weimar. Costretto all’esilio nel 1933, fu in Francia e in Italia prima di emigrare negli Usa nel 1940. Dopo il suo ritorno in Germania nel 1952 pubblicò altri drammi tra cui Duello sulla Havel e 17 Giugno 1954.

Berto

Giuseppe Berto compose anche due opere teatrali di argomento religioso: L’uomo e la sua morte con cui vinse il premio Pro Civitate Christiana nel 1962, e La passione secondo noi stessi (1972). Entrambe incentrate sulla figura del Cristo, ne propongono una reinterpretazione fortemente attualizzante. Nella prima di queste opere Gesù viene accostato al brigante Salvatore Giuliano, tradito dal suo luogotenente e consegnato così alla morte. Nella seconda invece il tema della passione viene rirappresentato in termini fortemente moderni legati alle contestazioni giovanili degli anni Sessanta e Settanta, e il tentativo di risolvere il `caso Gesù’ è demandato alle prospettive di uno psicanalista, di un giurista e di un sociologo marxista.

Handke

Dopo gli studi di legge a Graz, dal 1966 Peter Handke vive e lavora come scrittore indipendente a Düsseldorf, Berlino e Parigi e, dal 1979, a Salisburgo. Ha vinto diversi premi letterari, tra cui il premio Büchner nel 1973 e il Grillparzer nel ’91. Sin dai primi lavori H. propone una critica del linguaggio che è allo stesso tempo un’analisi critica della società. Scrive per il teatro senza interruzione fino al 1973: fra i primi testi Insulti al pubblico (Publikumsbeschimpfung, 1966). Quindi abbandona la scrittura drammatica, per tornarvi solo nel 1982 con Attraverso i villaggi (Über die Dörfer), per W. Wenders; nel 1986 viene presentata una sua traduzione del Prometeo incatenato al festival di Salisburgo. Nel suo testo teorico, Sono un abitante della torre d’avorio , Peter Handke dichiara di non aver mai voluto scrivere per un teatro che, così come è comunemente inteso (anche nel caso dell’opera di Brecht e di Beckett), resta una reliquia del passato.

Se la letteratura, anche quella teatrale, è fatta con la lingua e non con gli oggetti che questa descrive, la lingua del realismo non serve a svelare la realtà, bensì a occultarla. Pertanto, reinventare il teatro significa anzitutto partire dalla funzione del linguaggio: rifiutare cioè di raccontare una storia, di mettere in scena la favola. La pupilla vuol essere tutore (Das Mündel will Vormund sein, 1969) è una pièce muta, un atto privo di dialoghi e parole, che ha come intento quello di provocare una riflessione su cosa significhi veramente parlare di fronte a un pubblico. Gli attori fanno del teatro perché parlano su di una scena: è questo il gioco illusionistico del teatro? Cosa significa parlare? Il teatro di H. pone tali domande e tenta di trovare delle risposte. In Kaspar (1967) H. racconta la sofferenza che comporta il dover reinventare la parola: la lingua è una tortura, l’atto del parlare è legato alla condizione di colpa, poiché non esiste la parola innocente. Con Cavalcata sul lago di Costanza (1970) l’autore si spinge ancora oltre: gli attori non interpretano dei personaggi, ma sono coinvolti in una lunga conversazione, alla ricerca, attraverso lo strumento della lingua, di quello che sono e di ciò di cui è fatta la loro vita. Il loro sforzo risulterà vano: di fronte a una donna muta comprenderanno di essere tutti morti.

In Esseri irragionevoli in via di estinzione (Die Unvernünftigen sterben aus, 1973) la ricerca continua, ma questa volta nessuno, parlando, riesce a concentrarsi su di un tema, su di un soggetto che sempre sfugge, sempre svanisce; e la parola, nello spazio teatrale, deve rendere visibile ciò che si è perduto, riportare ciò che è stato dimenticato nel quotidiano. Tale idea viene approfondita in Attraverso i villaggi , in cui il testo teatrale è inteso come `poema drammatico’: voltando le spalle a tutto il teatro del quotidiano, H. dà agli operai del cantiere di un villaggio la luce di una parola poetica che inventa un altro modo di dire e di sentire, un altro modo di vivere. Tra i testi più recenti è da ricordare Il gioco delle domande o il viaggio verso laTerra Sonora (Das Spiel vom Fragen oder die Reise zum Sonoren Land, 1989).

Zavattini

Rispetto all’entità e alla qualità della sua collaborazione col cinema (può essere considerato uno dei padri del neorealismo), il contributo offerto da Cesare Zavattini al teatro è decisamente più ridotto. Appositamente realizzata per le scene è Come nasce un soggetto cinematografico , commedia rappresentata per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1959 e riproposta al Piccolo Teatro, durante la stagione successiva, per la regia di V. Puecher. Con la regia di G. Dall’Aglio è stato allestito nel 1988 un altro soggetto di Z., Ligabue. Una carrellata in chiave teatrale di alcuni snodi della sua opera multiforme, incentrata sulla felice sintesi tra vocazione `pauperistica’ e disincantato umorismo, è stata effettuata da V. Franceschi nello spettacolo intitolato Monologo in briciole.

Viola

Sceneggiatore, giornalista e narratore, dopo aver scritto il romanzo Pricò (1924), che V. De Sica utilizzò come soggetto del film I bambini ci guardano ,  Cesare Giulio Viola si dedicò al teatro. Fedele custode della tradizione borghese ottocentesca, rimase quasi del tutto estraneo ai movimenti innovatori, salvo interiorizzare alcuni temi pirandelliani, rielaborati in un generico moralismo, ne Il cuore in due (1925). Altri titoli: Giro del mondo (1932), Poveri davanti a Dio (1947), Il romanzo dei giovani poveri (1947) e Nora seconda (1954).

Duhamel

Laureato in medicina, Georges Duhamel si dedicò principalmente all’attività di romanziere e saggista. Sposato con Blanche Albane, attrice del Vieux-Colombier, frequentò ambienti teatrali e per il teatro produsse alcuni drammi: La lumière (Odéon, 1911), Dans l’ombre des statues (Odéon, 1912), Le combat (Théâtre des Arts, 1913) e L’oeuvre des athlètes , una commedia messa in scena da Copeau (Vieux-Colombier, 1920) ebbero in Francia un certo successo, benché la fama di D. sia essenzialmente legata ai suoi romanzi `a ciclo’, raccolti successivamente in Vie et aventures de Salavin (1920-32) e La chronique des Pasquier (1933-45) e per la sua attività di direttore della rivista letteraria “Mercure de France”. Nel 1936 è stato eletto membro dell’Académie Française. Georges Duhamel drammaturgo fu soprattutto influenzato da Claudel, di cui i primi titoli appaiono una sorta di raffinata imitazione. Antoine, che incoraggiò Georges Duhamel a produrre per il teatro e mise in scena i suoi lavori, soleva piuttosto accostare il suo lavoro all’opera di De Curel. Generalmente la critica considera il suo miglior esito L’oeuvre des athlètes, lucida satira degli ambienti intellettuali parigini. D. si allontanò polemicamente dal teatro dopo il 1924 (data della sua ultima opera, la commedia La journée des aveaux, messa in scena dai Pitoëff), dichiarando nelle Lettres au Patagon (1926) che questo genere di attività, troppo legata a elementi quali la realizzazione scenica e la regia, era lontana dalla sua sensibilità artistica. Al teatro Georges Duhamel dedicò anche alcuni scritti teorici, tra cui un saggio sul Vieux-Colombier pubblicato dal “Mercure de France” nel 1913 e Pour la renaissance du théâtre , scritto programmatico per un teatro `del futuro’, pubblicato nel 1920.

Clerici

Gianni Clerici inizia a scrivere per il teatro negli anni ’80, in collaborazione con Gianni Brera (San Zenone Po, Pavia, 1919 – Codogno 1992). Il risultato del sodalizio è la stesura di tre commedie – El General Pirla, L’amore è N.A.T.O. e Andiamo a Cuba – rifiutate, per motivi di natura ideologica, dai principali teatri milanesi. Nel 1987 Clerici ottiene il Premio Vallecorsi con la commedia inedita Augusto e Cleopatra , ironico completamento della trilogia iniziata da Shakesperae e proseguita da G.B. Shaw, in cui la regina d’Egitto soccombe anche perché Giulio Cesare è smaccatamente gay. Nel 1995, alla Biennale di Venezia, viene messa in scena Tenez tennis , sulla figura della tennista Suzanne Lenglen, coreografa e interprete Valeria Magli. Per il 1999 Clerici prepara la rappresentazione al Teatro Grace Kelly di Monaco di Suzanne Lenglen, la Diva du Tennis, libera ricostruzione della vita della prima professionista nella storia del gioco, unica a non aver mai conosciuto sconfitte.

Campanile

Considerato uno dei più acuti umoristi del nostro secolo, Achille Campanile si è dimostrato, sia nelle opere narrative sia in quelle teatrali (e la sua professione di giornalista non fece che aiutarlo), anche un attento osservatore della vita quotidiana, abilmente sfruttata come piattaforma per l’invenzione. Il successo però non gli arrise: raramente il pubblico fu in grado di capire appieno i suoi testi, contrassegnati da un alto e raffinato coefficiente di paradossalità. La sua formazione avvenne nel clima culturale della Roma degli anni Venti e Trenta, trascinato dall’esempio del padre, giornalista e regista del muto. Il debutto si ebbe con gli sketch delle Tragedie in due battute , rappresentate da A.G. Bragaglia al Teatro degli Indipendenti (1924). Considerate tra le sue opere migliori, le Tragedie evidenziano il forte legame di  con l’avanguardismo futurista, ma soprattutto il suo istintivo amore per il nonsenso, il calembour e l’irriverente rovesciamento del prevedibile, secondo uno schema assai simile a quello dell’ammiratissimo Petrolini. Dopo Centocinquanta la gallina canta – di fatto la sua prima pièce, sempre allestita al Teatro degli Indipendenti di Bragaglia – Achille Campanile si dedicò alla stesura di una serie di atti unici: Il ciambellone (1925), L’inventore del cavallo (1925), Colazione all’aperto (1925), Il bacio (1925), Erano un po’ nervosi (1927), tutti accolti tiepidamente dal pubblico. Clamoroso fu però il fiasco di L’amore sa fare questo e altro , commedia rappresentata al Manzoni di Milano dalla maggiore compagnia del tempo, la De Sica-Rissone-Melnati (1930).

Gli allestimenti, accomunati da uno scarso interesse di pubblico e critica, si diradarono negli anni successivi; si ricordano L’anfora della discordia (1935), Visita di condoglianze (1940), Il barone e la baronessa Calamari (1944). L’insuccesso – nonostante le rare dichiarazioni di stima di intellettuali come Cecchi e Montale – produsse un duplice effetto: anzitutto una pausa creativa, poi l’oscuramento in sede storico-letteraria. Dalla prima Achille Campanile è uscito nel dopoguerra (Dietro quel palazzo, 1946; Lo scandalo del giorno, 1947), scrivendo una nutrita serie di commedie e atti unici, frequentemente in cartellone nei principali teatri italiani (tra gli altri: Un esperimento riuscito, 1948; La moglie ingenua e il marito malato, 1960; La locanda della verità, 1960; Campionato di calcio, 1972). Più a lungo Achille Campanile ha invece dovuto attendere per ottenere il giusto riconoscimento letterario, che gli è giunto soprattutto grazie al sostegno di Carlo Bo (con l’introduzione al Manuale di conversazione , nel 1973) e alla conseguente vittoria al premio Viareggio, riverberatasi anche nel recupero dell’opera teatrale, come testimonia la frequenza degli allestimenti negli ultimi anni; tra gli altri ricordiamo quelli curati da Antonio Calenda: Centocinquanta la gallina canta (Trieste 1994), Un’indimenticabile serata (Bologna 1996), Gli asparagi e l’immortalità dell’anima (1997).

Capote

Capote  Truman siede alle scene due testi, la commedia L’arpa d’erba (The Grass Harp, 1952), tratta da uno dei suoi romanzi più significativi, e il musical La casa dei fiori (House of Flowers, 1954), che sviluppava un suo racconto ambientato ad Haiti. Nessuno dei due spettacoli ebbe successo, di pubblico o di critica, sebbene il secondo si valesse di collaboratori di grande prestigio come Peter Brook (regista) e George Balanchine (coreografo).

Wedekind

Figlio di un medico e di un’attrice, Frank Wedekind trascorre l’infanzia in Svizzera; studia germanistica e letteratura francese a Losanna, quindi, per desiderio del padre, legge a Monaco. Nel 1886-87 è responsabile dell’ufficio stampa e pubblicità della ditta Maggi a Zurigo; dopo la morte del padre sceglie di dedicarsi all’attività letteraria. Nel 1890 inizia la stesura di Risveglio di primavera (Frühlings Erwachen), che verrà rappresentato per la prima volta nel 1906 con la regia di Max Reinhardt. Vive a Berlino, Monaco, Parigi e Londra, frequentando gli ambienti della bohème artistica, la gente del circo e del varietà; si interessa alle figure eccentriche o marginali, agli asociali che gettano una luce critica su quella buona società che pone il denaro al vertice della propria scala di valori.

Ben presto in rapporto con l’avanguardia naturalista, nei suoi lavori ne prende decisamente le distanze, esprimendo uno spirito satirico che si nutre di ribellione e di anarchia; i temi ruotano essenzialmente attorno alla liberazione della sensualità dell’amore naturale, e alla lotta contro il comportamento inibito e falsamente moralista della borghesia. Collabora al giornale umoristico “Simplicissimus”, ridicolizzando il militarismo, il clericalismo e ogni genere di autorità; si esibisce, accompagnandosi alla chitarra, al cabaret di Monaco `Die elf Scharfrichter’ (Gli undici boia), in canzoni dallo stile amaro e corrosivo. Compone una quindicina di opere per il teatro, che mette in scena e in cui recita personalmente; a partire dal 1909 effettua numerose tournée.

Risveglio di primavera, a cui soprattutto deve (almeno in un primo tempo) la sua notorietà, è una tragedia dell’adolescenza, in cui gli slanci erotici dei giovani protagonisti si scontrano con la cecità della famiglia e il dispotismo della scuola. La sua struttura infrange il modello di concatenazione lineare della drammaturgia classica, con una successione di quadri che stanno tra loro in rapporto più o meno diretto e in cui la caricatura violenta coesiste con toni di carattere più lirico e melanconico. Lo spirito della terra (Erdgeist, 1895) e Il vaso di Pandora (Die Büchse der Pandora, 1904), in seguito fusi sotto il titolo Lulu , oppongono il demonismo femminile alla brutalità calcolatrice e dominatrice del maschio; Lulu spiazza le norme della fedeltà e della gratitudine, i riferimenti stabiliti del bene e del male. La morte dell’eroina per mano di Jack lo Squartatore ha la funzione di preservare l’utopia di un’emancipazione futura attraverso la piena conoscenza di una realtà che ancora la nega.

Il marchese di Keith (Der Marquis von Keith, 1901) tratta il tema dell’arte in rapporto al denaro e del desiderio in rapporto alla morale: una satira che oscilla tra didatticismo e grottesco. Altre opere sono Il cantante da camera (Der Kammers&aulm;nger, 1899), Re Nicolò, o Così va la vita (König Nicolo oder So ist das Leben, 1902), Hidalla (1904), Danza di morte (Totentanz, 1906), Musica (Musik, 1908) e Franziska (1912). L’importanza dell’opera di W., punto di riferimento per la generazione dell’espressionismo, è stata riconosciuta da spiriti tra loro diversi come Karl Kraus, Heinrich Mann e Bertolt Brecht.

Rodari

Le storie di Gianni Rodari dedicate all’infanzia – ma inevitabilmente destinate ad ampliare anche le prospettive del mondo adulto – hanno spesso conosciuto una riduzione per la prosa (è stata questa la sorte, tra le altre, di C’era due volta il barone Lamberto, Favole al telefono, La freccia azzurra, Il sole nero, La grammatica della fantasia). Tra i lavori specificatamente pensati per il Teatro si trovano Le storie di re Mida (Torino, teatro Carignano 1967), Le avventure di Cipollino (Milano, circolo Brecht 1973), Il paese dei 99 cani (Roma, Teatro del Pavone 1975), Avventura con il televisore (Enna, scuola elementare 1975), Caccia a Nerone (Terranova Bracciolini 1976), Marionette in libertà (Palermo, scuola elementare `Arcoleo’ 1976), La storia di tutte le storie (La Spezia, centro Allende 1976), Le farsefavole (Bologna, parco della Montagnola 1976), Gip nel televisore (Venezia Lido, La Perla del Casinò 1977), La gondola fantasma (Agerola, Napoli, 1981), Quando la terra girava (in collaborazione con V. Franceschi, 1981), Gli esami di Arlecchino (1996). La gran parte della produzione teatrale di Rodari è contenuta in due libri: Le storie di re Mida (1983) e Gli esami di Arlecchino (1987).

Gobetti

Influenzato dalla personalità di Antonio Gramsci, Piero Gobetti per due anni collabora al quotidiano comunista “l’Ordine nuovo” avendo la funzione di critico letterario e teatrale; successivamente pubblica nel 1923 una raccolta dei suoi articoli intitolata la Frusta teatrale . G. fu tra i primi sostenitori di Pirandello schierandosi contro le improvvisazioni con il suo articolo “Pirandello e il buffone Angelo Musco” (1918) in “Energie Nuove” provocò, temporaneamente, il ritiro dei copioni da parte dell’autore nei confronti dell’attore siciliano.

García Màrquez

Figura notissima della narrativa contemporanea (ricordiamo almeno Cent’anni di solitudine , 1967; Cronaca di una morte annunciata , 1981), tra i protagonisti del boom del romanzo latinoamericano degli anni ’60, premio Nobel per la letteratura nel 1982. Di professione giornalista, Gabriel García Màrquez ha soggiornato in Italia – dove ha frequentato il Centro sperimentale di cinematografia di Roma – in Messico, in Spagna, a Cuba – dove dirige corsi di cinematografia. In Colombia ha recentemente fondato una scuola di giornalismo. Lontano dal mondo del teatro, è autore di un unico testo drammatico, Diatriba di un uomo seduto (Diatriba de un hombre sentado), un monologo in cui una moglie in procinto di abbandonare il marito rivive le umiliazioni e le delusioni che l’hanno spinta a prendere quella decisione.

Festa

Sceneggiatore per il cinema e per la televisione, giornalista, Campanile Pasquale Festa nelle sue varie attività ha ritratto le crisi dell’odierna gioventù, proletaria e piccolo borghese. Ha partecipato a quattro film di serio impegno, quali Rocco e i suoi fratelli (Visconti, 1960), La viaccia (Bolognini, 1961). Le quattro giornate di Napoli (Loi, 1962) e Il Gattopardo (Visconti, 1963). Al teatro ha dato, in collaborazione con M. Franciosa la fortunata commedia musicale Rugantino (1962-1965), dove la maschera romanesca è inquadrata in una cornice vivacemente plebea e la componente retorica è abilmente intrecciata al tessuto tragicomico del racconto. L’unico suo testo in prosa è Anche se vi voglio un gran bene (1970) sulle scelte di una moglie che abbandona il marito per imparare a essere se stessa, preceduto da Venti Zecchini d’oro scritto in collaborazione con Luigi Magni e diretto da F. Zeffirelli con P. Borboni, R. Rascel e M. G. Buccella.

Porta

Per il teatro Antonio Porta ha scritto testi originali e adattamenti ( La stangata persiana ) portati sulla scena da registi quali Paolo Bessegato e Michele Perriera. Tra le sue creazioni, nutrite di quell’ironia spesso surreale che ne è cifra costituiva e sorrette da una particolare sensibilità nei confronti del linguaggio, si devono ricordare Stark (rappresentato a Roma, Teatro di via Belsiana 1968); Come se fosse un ritmo (dalla sua raccolta di versi “Cara”, portato in scena a Roma, Beat 72 1972); La presa di potere di Ivan lo sciocco (allestito a Milano, Teatro Uomo, 1974), L’elogio del cannibalismo (1977), Fuochi incrociati (Milano, Centro Internazionale di Brera 1982), Pigmei, piccoli giganti d’Africa (Palermo 1985), La festa del cavallo (1986) e Salomé, le ultime parole , recentemente allestita a Salerno per la regia di Valeria Patera (1994).

Mann

Thomas Mann nasce da una famiglia agiata, fratello di Heinrich con il quale intrattiene per tutta la vita un rapporto intenso e conflittuale; riceve nel 1929 il premio Nobel per la letteratura. Dal 1933 costretto all’esilio, si rifugia negli Stati Uniti. Per il teatro scrisse una sola opera, il dramma Fiorenza, pubblicato nel 1905. Fu portato sulle scene in ritardo e raramente: nel 1907 per la prima volta a Francoforte, nel 1908 a Monaco, nel 1913 a Berlino da Reinhardt, nel 1918 a Vienna. Ambientato nella Firenze di Savonarola, sviluppa il tema della lotta tra spirito e arte, del valore etico della concezione etica. Stroncata dal critico teatrale Alfred Kerr, nel complesso ebbe un limitato successo. M. scrisse inoltre numerosi saggi critici sul teatro, pronunciò un discorso sul teatro in occasione del festival di Heidelberg (1929) e fu autore di studi dedicati ad autori teatrali, specialmente a Schiller e a Wagner.

Sartre

Insignito nel 1964 del premio Nobel (che rifiuterà), propugnatore dei grandi temi dell’esistenzialismo (fortunata corrente di pensiero che in Francia permea non solo la filosofia e la letteratura, ma tutte le arti), Jean-Paul Sartre ha sempre posto al centro della sua riflessione il tema dell’uomo e della sua ricerca di libertà: un `libero arbitrio’ individuale, una misura fondamentale dell’esistenza alla quale rapportarsi. Il suo primo dramma, Le mosche (Les mouches), messo in scena da C. Dullin nel 1943, in piena occupazione nazista – in cui riprende il grande tema dell’Orestea secondo l’ottica di una saga familiare segnata dal delitto e dalla colpa -, è scritto negli stessi anni in cui S. compone un importante saggio filosofico, L’essere e il nulla (L’être et le néant, 1943), e dopo il romanzo-manifesto La nausea (La nausée, 1938).

Come i due testi citati, anche Le mosche è un testo-manifesto: vi si dibattono i temi di una guerra non solo familiare ma civile, che giustifica il matricidio di Oreste, il quale si assume responsabilmente il compito di vendicare l’uccisione del padre assassinando – contro ogni legge, che non sia quella di una superiore spinta morale – la madre traditrice. Fra il 1945 e il 1946 Sartre scrive altri drammi, da A porte chiuse (Huis clos, 1945), dove la situazione claustrofobica mette a nudo come la vita dei protagonisti – un uomo e una donna che cercano di accaparrarsi l’amore di una giovane – subisca dei condizionamenti reciproci, a La sgualdrina timorata (La putain respectueuse) e Morti senza sepoltura (Morts sans sépulture), entrambi del 1946.

Con Le mani sporche (Les mains sales, 1948) S. analizza ancora una volta, nella figura del giovane Hugo, il contrasto fra le leggi della politica e l’idealismo personale. In Il diavolo e il buon Dio (Le diable et le bon Dieu, 1951), attraverso il personaggio goethiano di Goetz von Berlichingen, che percorre le scelte opposte della santità e della perversione, S. mostra come tutto, anche la scelta del proprio destino, sia condannato al relativo. Nekrassov (1955), invece, è una violenta satira contro l’anticomunismo dilagante al tempo della guerra fredda, mentre in I sequestrati di Altona (Les séquestrés d’Altona, 1959) – attraverso la vicenda di un ex ufficiale nazista che, dopo essersi nascosto per anni nella soffitta della casa del padre ad Altona, sceglie di suicidarsi non appena si rende conto che il mondo seguito al conflitto rifiuta la responsabilità degli eventi, scegliendo di essere senza memoria – mette ancora una volta in scena il contrasto fra responsabilità collettiva e responsabilità del singolo.

Importante – oltre a quello di sceneggiatore per il cinema – è il lavoro di riscrittura operato da Sartre su alcuni classici: in particolare sulle Troiane di Euripide (1965) e su Kean, dall’opera di Dumas padre, che ha per protagonista il grande attore ottocentesco inglese Edmund Kean, rappresentato nella basilare contraddizione di genio e sregolatezza.

Bacchelli

Narratore prolifico, deve la sua fama soprattutto al romanzo storico Il diavolo al Pontelungo (1927) e alla saga de Il Mulino del Po (1938-40). Come autore di teatro Riccardo Bacchelli iniziò con Spartaco e gli schiavi (1920), a cui seguì una rielaborazione di Amleto (1923), messo in scena a Milano, Teatro del Convegno, con Monica Vitti, Antonio Pierfederici, Enrica Corti, regia di Enzo Ferrieri, 194, e nel 1974 con la regia di Ruggero Jacobbi e l’interpretazione di Elena Cotta nei panni del principe. Nel 1928 la Compagnia Niccodemi portò in scena, al Teatro Manzoni di Milano, Bellomonte , mentre nel 1949, al festival di Venezia, il Piccolo di Milano rappresentò L’alba dell’ultima sera con la regia di Brissoni, e con interpreti: Vittorio Caprioli, Carlo D’Angelo, Mario Feliciani, Gianni Mantesi. A ricordare Bacchelli drammaturgo, oggi davvero poco rappresentato, restano i due volumi di tutto il teatro, pubblicati nel 1964; vi sono compresi anche i monologhi che ebbero anche una discreta fortuna scenica: Minerva tradita dal sonno al Teatro dei Commedianti di Roma (1954), La bottiglia d’acqua minerale (1958) e Un marito ti ci vuole (1959) al Teatro Gerolamo di Milano, Idioma gentile e Luna lunatica tutti scritti per Paola Borboni. È autore anche di farse, come La notte di un nevrastenico, rappresentata al Teatro delle Maschere di Milano (1957), poi ridotta in libretto, per la musica di Nino Rota. Per Ildebrando Pizzetti ha scritto Il calzare d’argento, andato in scena nel 1961 al Teatro alla Scala. Per radio e televisione scrisse: La smorfia, L’inseguimento, Duello all’americana in miniera, La serva della Madonna .

Canetti

Nato da genitori ebrei sefarditi, Elias Canetti trascorre la sua adolescenza e prima maturità in Svizzera, Germania e soprattutto in Austria; dal 1938 si trasferisce a Londra. La produzione di Canetti è varia e comprende un romanzo (Auto da fé), un’autobiografia intellettuale, numerosi saggi (tra cui Massa e potere ), raccolte di aforismi e tre opere teatrali: Nozze (Hochzeit, 1932), La commedia della vanità (Komödie der Eitelkeit, 1934), Vite a scadenza (Die Befristeten, 1952). Nel 1978 viene rappresentata con successo a Basilea La commedia della vanità , allestita da Hans Hallmann, lo stesso regista che successivamente mette in scena gli altri drammi, a Vienna e a Stoccarda. Nel 1981 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura. In tutte e tre le opere teatrali viene rappresentato un soggetto che, costruendo difese contro tutto ciò che può minacciare la propria precaria esistenza, si vota però all’autodistruzione. In Nozze il crollo per terremoto di una casa rappresenta l’apparente liberazione dai divieti, ma tale situazione spinge i personaggi ad abbandonarsi a un distruttivo e anonimo furore erotico. In La commedia della vanità, al decreto che mette al bando specchi e fotografie, che proibisce ogni compiacimento della vanità, segue il mortifero intreccio tra rabbia autopunitiva, rigore puritano e narcisismo e amore di sé ingigantito e pervertito dalla proibizione. In Vite a scadenza l’angoscia prodotta dalla minaccia della morte viene eliminata facendo credere a ciascuno che la data della propria morte sia già scritta in una capsula che ciascuno porta al collo; tuttavia essa si rivela vuota, e tale certezza effimera.

Wilcock

Argentino di origine anglosassone come J.L. Borges, al quale lo accomunano diversi tratti caratteristici, nei suoi lavori per il teatro Rodolfo Wilcock riuscì a fondere la vena fantastica, lirica e barocca con quella neoilluminista. Alta scrittura e osservazione critica della realtà vanno di pari passo nella sua produzione, dove i fatti appaiono spesso trasfigurati in dati assoluti. Tradusse, tra l’altro, l’opera completa di Marlowe e il Riccardo III di Shakespeare (per il celebre allestimento di L. Ronconi, Torino 1968), lasciando un’impronta fondamentale nell’uso della metrica. Alla sua fortuna come autore non sempre corrisposero allestimenti adeguati. Critico teatrale, collaborò con “Sipario” e “Il Mondo”. I titoli: Il Brasile (1960), Persone (1961), Contro-happening (1964), La donna aggiornata, madre Laura (1964), La famiglia (1965), La caduta di un impero (1967), L’agonia di Luisa (1967), Giulia Donna (1971), L’abominevole donna delle nevi (1975).

Genet

Jean Genet divenne famoso, in Francia e nel mondo, grazie agli epiteti di santo e martire con cui lo definì Sartre, nel titolo del suo voluminoso e provocatorio saggio. Scrittore ‘maledetto’ per vocazione e vita vissuta, attraverso i suoi romanzi in parte autobiografici in parte opere di sfrenato simbolismo, ha raccontato l’esperienza della casa di correzione, del carcere e della legione straniera, tutta un’esistenza di dure lotte e espedienti da cui ne uscì con il successo e la fama. Giunse alla drammaturgia (e alla sceneggiatura di soggetti cinematografici, quali Madamoiselle e La nuit venue) dopo alcune prove narrativo-poetiche: Nostra signora dei fiori (1944), Miracolo della rosa (1946) e Diario del ladro , nel 1949, che fu un successo di scandalo, ma anche di riconoscimento; la sceneggiatura di un balletto, Adame Miroir (1946). Il teatro di Genet – in sintonia con la linea Sade-Baudelaire-Artaud e sulla base di una serie di esperienze di vita estreme – sviluppa i temi della positività del male, dell’elogio della solitudine dell’uomo d’eccezione («il poeta emana attorno a sé un odore così nauseante»), dell’esaltazione del carcere e della violenza, della considerazione del furto e dell’assassinio come di opere d’arte. Sorveglianza speciale tradotto anche come Alta sorveglianza (Haute surveillance, 1945) è un atto unico, portato sulla scena con regia di Jean Marchat a Parigi nel 1949. Si svolge in una cella e ha come protagonisti tre delinquenti omosessuali. Il primo allestimento in Italia si ebbe nel 1971, a Milano, con la regia di Anna Gruber. Nella traduzione di G. Caproni, la pièce è stata riproposta da M. Gagliardo al Teatro Colosseo di Roma nel 1994. Le serve (Les Bonnes, 1947) mette a punto per la prima volta la dialettica realtà-finzione, sviluppando la concezione del teatro come `luogo dell’odio’. La storia delle due cameriere che detestano la propria padrona – simbolo dell’eterno conflitto che divide l’umanità in sommersi e salvati – venne rappresentata a Parigi nel 1947 (a cura di Louis Jouvet) e nel 1954 (regia di Tania Balachova). Inclusa nel repertorio del Living Theatre, fu allestita a Berlino nel 1965, affidando le parti a tre interpreti maschili, così come era originaria intenzione di Genet.

Il primo allestimento italiano, con la regia di L. Chiavarelli, avvenne a Roma nel 1956. Un’edizione di rilievo fu quella diretta da M. Scaparro, sempre a Roma, nel 1968, con P. Degli Esposti, Anna Maria Gherardi e Miranda Martino. Negli ultimi anni, si sono succedute diverse messeinscena, tra cui quella proposta da Massimo Castri con la Morlacchi Mannoni e Anita Bartolucci nel 1994. Il balcone (Le Balcon) venne pubblicato da Genet nel 1956. La rappresentazione venne proibita in Francia fino al 1960 (anno dell’allestimento di P. Brook). La prima si tenne così a Londra, ma non piacque all’autore. Opera più complessa delle precedenti, di carattere polifonico, venne proposta per la prima volta in Italia nel 1971 in una edizione poco riuscita, con la regia di A. Calenda e la presenza di F. Valeri nella parte di Irma. Nel 1976 lo spettacolo fu realizzato al Piccolo da Strehler con le interpretazioni di A. Proclemer, G. Lazzarini, T. Carraro e R. De Carmine. Nel 1963 il regista americano Joseph Strick ne aveva curato una versione cinematografica, con musiche di Stravinskij. I negri (Les Nègres), realizzata nel 1958, allestita a Parigi l’anno dopo da Roger Blin, arrivò in Italia (nella versione americana) alla rassegna di Venezia nel 1964. La commedia torna a insistere sul tema politico e sul complesso gioco di specchi tra realtà e irrealtà, esasperando lo scontro tra gli uomini. I paraventi (Les Paravents), opera pubblicata nel 1961, venne portata sulla scena a Berlino nel corso dello stesso anno con la regia di Hans Lietzau. Nel 1966 fu a Parigi per la regia di Roger Blin. Sullo sfondo della questione algerina e dei problemi della colonizzazione, Genet costruisce il lavoro più complesso, in cui si ritrovano tutti gli ingredienti tipici dei suoi lavori: l’eroe solitario e sventurato (il protagonista Said, il malvagio alla fine vincente), la prigione e il furto, il cimitero, il bordello, la fortezza. In Italia, a Bologna, nel 1990, Chérif ne ha effettuato un complesso allestimento della durata di sei ore con l’impiego di novantanove attori. Molto intessante l’allestimento ‘povero’ di Santo Genet, commediante e martire con la regia di Pippo Di Marca al Teatro Uomo di Milano nel 1978. Splendid’s , infine, scritta nel 1948, è stata pubblicata in Francia solo nel 1993 e l’anno dopo, a Berlino, con regia di K.M. Gruber, è stata trasposta sulla scena. La versione italiana è sempre del 1994, con la regia di Adriana Martino. Nel 1995 lo stesso Gruber, al Piccolo, ne ha promosso un ulteriore allestimento. Incentrata sull’azione criminosa della banda La Rafale, costituita da eleganti delinquenti in frac, la pièce fa del nevrotico e violento gioco delle parti all’interno di un gruppo chiuso il suo più profondo nucleo costitutivo.Si ricordano i ripetuti allestimenti di Flower’s da parte di L. Kemp.

Soldati

Nonostante il suo forte interesse per il teatro, pochissime sono le scritture sceniche di Mario Soldati. La sua prima opera (mai allestita) fu proprio un dramma in tre atti, Pilato (1924): premiato dalla federazione cattolica di Torino, il testo – punto di approdo di un giovane nutrito di educazione religiosa – è incentrato sulla figura di Pilato che, dopo il ripudio, arriva quasi alla conversione. In tempi più recenti, nel 1977, si colloca invece l’adattamento di Il vero Silvestri (Milano, Teatro Filodrammatici), un lungo racconto pubblicato nel 1957. Soldati è stato anche autore di numerose sceneggiature, spesso frutto di personali ed efficaci riletture dei classici della nostra letteratura. Significativa fu la collaborazione con Pirandello ed Emilio Cecchi nella stesura del soggetto di Acciaio, film del regista tedesco Walter Ruttmann (1933).

Strindberg

Figlio di Carl Oskar, che lavorava nelle spedizioni marittime, e di Ulrika Eleonora Nozling, figlia di un sarto ed ex donna di servizio. Degli anni che vanno dal 1849 al 1867, un ampio resoconto si trova in Il figlio di una serva (1886). Nel 1867 August Strindberg prende la maturità. Tra il 1868 e il 1872 decide di scrivere per il teatro. Nascono così i primi lavori: Ermione, A Roma, Il libero pensatore, Il bandito. Nell’estate del 1872 si cimenta col dramma storico e libertario: Maestro Olof . Nel 1875 incontra Madame la Baronne de W., ovvero Siri von Essen, moglie separata del barone Gustaf Wrangler; se ne innamora immediatamente e l’anno successivo la sposa.

Il 9 giugno del 1881 va finalmente in scena al Nya Teater la prima versione di Maestro Olof , che riscuote un vero e proprio successo. Nel novembre 1882 viene rappresentata La moglie di Bengt . Nel 1887 nascono i primi contrasti con la moglie; si fa strada la gelosia e l’odio tra i sessi. Scrive ancora racconti ( Vivisezione ), un romanzo ( Gente di Hemsö , 1888) e i suoi primi capolavori teatrali: Il padre (1887), La signorina Julie (1888), I creditori (1889), Paria (1889) e La più forte (1889). Nel 1893, dopo un veglione, per la strada una ragazza austriaca gli dà un bacio: si tratta di Frida Uhl, ventunenne. Si sono conosciuti in gennaio, a maggio si sposano. Continua la fortuna per l’autore di teatro: da Parigi arriva il successo della Signorina Julie , testo che viene messo in scena al Théâtre Libre; Autodifesa di un folle viene tradotto in tedesco; a dicembre va in scena a Parigi Il padre.

Nel 1896 inizia il Diario occulto . In questo periodo S. attraversa una crisi mistica e medita di rifugiarsi presso i benedettini di Solesmes. Legge la Divina Commedia e il Faust . Il viaggio di Dante gli ispira un nuovo testo drammatico, Verso Damasco, il prototipo di quel ‘dramma a tappe’ che egli riproporrà successivamente e che ispirerà la grande drammaturgia espressionista. Nel frattempo perfeziona anche il dramma onirico, iniziato con L’avvento (1898), e che raggiungerà il momento più maturo con Rappresentazione di un sogno (1900). Nel 1899 compie cinquant’anni, scrive la commedia C’è delitto e delitto e tre drammi storici, fra cui Gustavo Vasa .

Si arriva così al 1900. Strindberg lavora spasmodicamente per il teatro, scrive Pasqua e La danza della morte . In autunno fa la conoscenza della terza donna della sua vita: Harriet Bosse, ventiduenne, attrice, meravigliosa protagonista di Dama in Verso Damasco. Strindberg se ne innamora e dedica a lei la parte di Eleonora in Pasqua e quella di Svanevit nella commedia fiabesca omonima. La sposa il 6 maggio 1901, e ne avrà una figlia. Nel 1906, per la prima volta, va in scena a Stoccolma La signorina Julie, con grandissimo successo. Intanto continua a lavorare per l’Intima Teater, un locale di centosessanta posti inaugurato il 26 novembre 1907, insieme all’attore-regista August Falck. Scrive: Aria di tempesta , Il luogo dell’incendio , La sonata dei fantasmi, Il pellicano, Il guanto nero. Il modello del `Teatro intimo’ è quello del Kammerspielhaus di Max Reinhardt; qui Strindberg potrà fare ancora certi suoi esperimenti con un tipo di drammaturgia essenziale, carica di motivi simbolici, ricca di visioni parossistiche e di stati di allucinazione.

Nel 1909 scrive il suo testamento spirituale, La strada maestra . L’apparizione di Strindberg nella drammaturgia europea, tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, avviene in un momento in cui si sente l’urgenza di grandi cambiamenti, che coinvolgevano soprattutto la forma e il linguaggio, oltre che i generi. Occorreva creare delle mitologie moderne; Strindberg, oltre a inventarle, riuscì a trasferirle in un mondo allegorico e simbolico, mai scandagliato prima della sua comparsa. Egli aveva intuito la crisi della tragedia, aveva capito che la nuova società ricercava rimedi a tutto; intervenendo sull’una e sull’altra, Strindberg crea le basi del teatro moderno. Grazie a lui, il genere drammatico si evolve sino a una sorta di procedimento simbiotico, tanto da far convivere la crisi del dramma con la crisi della coscienza e da far corrispondere la rottura delle forme tradizionali con la frattura del pensiero. Il dramma perde così la lucidità, la razionalità, presenti ancora in Ibsen, per diventare riflesso di coscienza, luogo in cui realtà e sogno coincidono, allegoria e simboli convivono.

Cerami

Di grande talento come autore sia di romanzi (Un borghese piccolo piccolo, 1976; Tutti cattivi, 1981; Ragazzo di vetro, 1983; La lepre, 1988) sia di racconti (L’ipocrita, 1991; La gente, 1993; Fattacci, 1997), si avvicina al teatro attraverso la mediazione del cinema. Come sceneggiatore, infatti, Vincenzo Cerami collabora con Pasolini (Uccellacci e uccellini, 1966), Amelio (Porte aperte, 1990), Monicelli (cui si deve la trasposizione del romanzo d’esordio di Cerami), Bellocchio e G. Bertolucci; ma è soprattutto scrivendo per Benigni che raggiunge il successo: Johnny Stecchino (1991), Il mostro (1994) e La vita è bella (1997). Come autore di teatro la sua attività, solo apparentemente più marginale, inizia negli anni ’80 sia con l’adattamento per le scene del romanzo di Volponi Il sipario ducale (allestito al festival di Arles col titolo L’enclave des Papes) sia con una stretta collaborazione con il centro di drammaturgia di Fiesole: in questo ambito nascono Le tre melarance , libera rielaborazione della fiaba di Gozzi, Casa fondata nel 1878 , una sorta di saga mitico-aziendale, e Sua maestà (1986), che ripropone con sguardo contemporaneo il tema del sovrano deposto, del suo buffone e dell’isola deserta. Negli anni ’90 ha trovato un interprete ideale in Lello Arena e un musicista congeniale in Nicola Piovani; sono nate così Le cantate del fiore e del buffo, Il Signor Novecento, Canti di scena e La casa al mare. Acuti e istruttivi commenti su come scrivere per il teatro e per il cinema sono disseminati nel felice libretto di istruzioni Consigli a un giovane scrittore (1996).

Rosso di San Secondo

Proveniente da una nobile famiglia – il padre Francesco era un conte, la madre Emilia Genova una donna che riassumeva in sé l’austerità di tante mamme siciliane, Pier Maria Rosso di San Secondo rimase nella sua terra d’origine fino al raggiungimento della maturità classica. Roma divenne la sua meta, come fu meta di un altro grande, Pirandello, a cui per primo R. si rivolse quando vi giunse con una lettera d’accompagnamento datagli dal padre. Fu Pirandello che, dopo aver presentato con un’ampia introduzione il romanzo La fuga , propose Marionette, che passione! a V. Talli. Siamo nel settembre del 1917 e, prima di questa data, si segnalano, nella sua vita, alcuni viaggi e testi narrativi. Verso il 1907 si recò in Olanda, quindi in Germania. Scrisse una bellissima novella, lodata da Bonaventura Tecchi, La signora Liesbeth ; e compose, nello stesso periodo, Mare del Nord, Serenata, Una cena in presenza di Jean Steen, raccolte sotto il titolo Elegie a Maryke , e ancora Il poeta Ludwig Hansteken , che troveremo in Ponentino . Intanto la Compagnia drammatica italiana, diretta da Alfredo Sainati, nel 1908, aveva rappresentato al Teatro Carignano di Torino il primo lavoro di Rosso di San Secondo, andato perduto, La sirena incantata.

Dopo il 1917, quando apparve il romanzo La fuga, al quale seguì la rappresentazione di Marionette, che passione!, il lavoro divenne ancora più febbrile; nel 1918 fu pubblicata La morsa , nel 1919 andarono in scena Amara e La bella addormentata , mentre trova pubblicazione un altro romanzo: La mia esistenza d’acquario. Altre sue commedie sono: L’ospite desiderato (1921); Lazzarina tra i coltelli (1923); La roccia e i monumenti (1923); Una cosa di carne (1923); Il delirio dell’oste Bassà (1924); La scala (1925); Febbre (1926); Tra vestiti che ballano (1926); Lo spirito della morte (1931). Nel 1939 una malattia lo costrinse a letto per molto tempo mentre stava componendo Il ratto di Proserpina , che nel 1940 avrebbe dovuto essere rappresentata da A.G. Bragaglia, che ne aveva già preparato l’allestimento. Lo scoppio della guerra ne impedì la rappresentazione. Nel 1942-1943 Rosso di San Secondo compose a Lido di Camaiore Mercoledì, luna piena . Un anno prima di morire poté assistere a una nuova edizione scenica di La scala al Festival internazionale della prosa di Venezia, con la regia di Squarzina e con G. Santuccio e L. Brignone.

Il teatro di Rosso di San Secondo, affermatosi sotto l’equivoca formula del ‘grottesco’, contiene una carica così rivoluzionaria, una raffigurazione scenica così violenta, da farlo rapportare a quello di drammaturghi come Ibsen, Strindberg, Pirandello. È un teatro dell’attesa e dell’assurdo, che sembra anticipare autori come Ionesco e Beckett; la sua forza drammaturgica non è solo di carattere formale, ma anche linguistico. Opere come Marionette, che passione!, La bella addormentata, Lo spirito della morte sono degne di entrare in un vero e proprio repertorio del teatro italiano; sono commedie nelle quali i grandi temi esistenziali convivono con le famose `pause disperate’ o con la forte espressività coloristica. Rosso di San Secondo, pur non disdegnando la tradizione, fu certo un autore avanguardista.

Pea

Dopo una avventurosa gioventù trascorsa in Egitto, Enrico Pea fece ritorno in Versilia nel 1914 e si dedicò con passione al teatro, scrivendo testi e prodigandosi per il rilancio dei `maggi’ toscani e del Teatro Politeama di Viareggio. Tra i drammi – che si affiancano alla nutrita serie di racconti, liriche, poemetti e romanzi – ottenne riscontri soprattutto Giuda (allestimento curato dallo stesso autore nel 1918), che scandalizzò il pubblico per i suoi spunti anarcoidi. Prime piogge d’ottobre (1919), Rosa di Sion (1922), Parole di scimmie e di poeti (1922), La passione di Cristo (1923), L’anello del parente folle (1931) videro invece prevalere progressivamente un sincero sentimento religioso, che stemperò, fino a cancellarlo, il giovanile ribellismo.

Aniante

Antonio Aniante cominciò la sua attività letteraria collaborando, nella seconda metà degli anni ’20, con la rivista “Novecento” e con il Teatro degli Indipendenti. Visse tra la Francia e l’Italia, sia per motivi politici che per attrazione culturale. Nella sua produzione si fondono fantasia, ironia e paradosso. Tra i suoi lavori ricordiamo Vita di Bellini (1925), Gelsomino d’Arabia (1926), Bob-Taft (1927), Il fecondatore di Siviglia (1928), Carmen (1930), la La rosa di zolfo messa in scena al festival di Venezia nel 1958 da Franco Enriquez con Domenico Modugno e Paola Borboni.

Benni

La vena surreale e l’istintiva predisposizione a cogliere il lato assurdo della vita diventano nell’opera di Stefano Benni i ponti per aggredire, malinconicamente, le contraddizioni della realtà contemporanea. L’approdo al teatro, dopo quello alla narrativa, risulta dunque un naturale sbocco della sua creatività, fortemente incline alla `socializzazione’. Gli spettacoli da ricordare sono Gran Caffè Italia (in collaborazione con M. Moretti e M. Mirabella, Spoltore, 1986), Le visioni di Mortimer. Ovvero: la passione secondo Gualandi (scritto assieme a Paolo Rossi e Riccardo Piferi, 1989); La signorina Papillon (nel paese dei brutti sogni) , diretto dallo stesso Benni a Roma nel 1992; Corpo insegnante (in collaborazione con Lucia Poli) Roma, 1992; Ballate!, con regia di Roberto Tarasco (Settimo Torinese, 1992); La moglie dell’eroe , regia di L. Poli (Roma, 1994); La misteriosa scomparsa di W ., regia di Ruggero Cara (Milano, 1994); L’isola degli Osvaldi , adattamento da Stranalandia e regia di G. Gallione (Genova, 1995); Amlieto. Il principe non si sposa, sempre con la regia di Gallione (Longiano, 1996). Lucia Poli, all’interno dello spettacolo Bestiacce, Bestioline ha incluso il monologo Topastra (Abano Terme 1996). Del 1997 è, infine, Blues in sedici.

Mosca

Giovanni Mosca scrive le sue principali commedie tra gli anni ’40 e ’60. Tutti i testi nascono dalla volontà di leggere la società contemporanea, con l’occhio di un moralista che usa l’ironia per fustigare i costumi. In essi si sente riecheggiare quella vis satirica – pur nei limiti di una visione del mondo piccolo-borghese – che ha animato le sue vignette sul “Bertoldo” e sul “Candido”. Le opere più rilevanti sono L’ex-alunno (Teatro Margherita, Genova, 1942, compagnia Tofano-Rissone-De Sica), Collaborò (Il cosiddetto) (Teatro Excelsior, Milano, 1946), L’angelo e il commendatore (Teatro Quirino, Roma, 1949, Compagnia Tofano-Solari), La sommossa (Teatro Minimo, Bologna, 1954), Adamo ed Eva (Teatro Olimpia, Milano, 1955), L’Anticamera (atto unico per la televisione, trasmesso nel 1956), La giostra (Teatro Minimo, Bologna, 1956), La campana delle tentazioni (Teatro Sant’Erasmo, Milano, 1961), Cuccù (atto unico, Piccolo teatro della Città, Firenze, 1963), Italia 2500 (Teatro Sant’Erasmo, Milano, 1967).

Camus

Con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir figura di spicco dell’esistenzialismo francese, Albert Camus dedica parte della sua opera alla creazione di testi teatrali: Il malinteso (Le malentendu, 1944) e Caligola (Caligula, 1945), cui seguirono Stato d’assedio (L’état de siège, 1948) e I giusti (Les justes, 1950). La sistematicità, caratteristica generale dell’opera camusiana, fa sì che i due momenti dedicati al teatro si inseriscano in un preciso disegno metodologico ed ermeneutico. Nei Carnets , infatti, C. suddivide la sua opera in tre cicli: ‘Il mito di Sisifo (assurdo)’, ‘Il mito di Prometeo (rivolta)’, ‘Il mito di Nemesi’. Secondo l’analisi dello stesso autore, Caligola e Il malinteso apparterrebbero dunque al ciclo dell’assurdo, Stato d’assedio e I giusti farebbero invece parte della fase detta della ‘rivolta’. I temi trattati dalle prime due pièce, in effetti, rispecchiano la prima fase della ricerca di Albert Camus: una fase distruttiva, di presa di coscienza del vuoto di senso in cui l’essere umano è immerso. In Caligola, soprattutto, Albert Camus affronta il problema della morte, della realtà banale e terribile per cui «gli uomini muoiono e non sono felici». Il protagonista dell’opera cerca di opporsi a questa legge ineluttabile incarnando, con il suo comportamento dissonante e violento, l’arbitrarietà e la cecità delle leggi che muovono l’esistenza. Il tipo di libertà sperimentata da Caligola, tuttavia, è senza via di uscita e non può che esprimersi nel crimine: voler plasmare l’uomo sulle forze che ne precedono la creazione implica infatti la distruzione dell’umanità e la condanna alla solitudine. In Stato d’assedio e I giusti Albert Camus dà prova dell’evoluzione del suo pensiero: dalla presa di coscienza dell’assurdo al suo superamento attraverso la solidarietà tra gli uomini, vero e proprio sentimento di `simpatia’, di condivisione del dolore. In particolare I giusti – opera che analizza i legami ideologici e sentimentali degli appartenenti a una cellula rivoluzionaria nella Russia del 1905 – riesce a tradurre questa fase ulteriore della ricerca camusiana, di un nuovo umanesimo in un’epoca disperata.

Hubay

Miklós Hubay compie gli studi a Budapest e Ginevra, dove diviene ben presto un punto di riferimento per i letterati ungheresi e dove dirige la rivista “Nouvelle Revue de Hongrie”. Dal 1950 è docente di storia del teatro a Budapest. È autore di numerosi radiodrammi e testi teatrali, che manifestano un notevole impegno intellettuale e civile, insieme a una ricerca sul linguaggio, ricco ma sempre chiaramente comprensibile. Fra i drammi sono da ricordare La sfinge (allestito a Genova con la regia di Massimo Scaglione; Teatro della Tosse, 1975-76), Nerone è morto? (oggetto di un contestato allestimento di Aldo Trionfo per lo Stabile di Torino, 1974), I lanciatori di coltelli (prodotto e trasmesso dalla Rai nel 1969). Autore prolifico, H. ha continuato a scrivere per le scene coniugando arte e impegno civile, affrontando temi come l’escalation del terrorismo o l’incubo di una catastrofe nucleare. I titoli più importanti dell’ultimo periodo sono: Teatro sul dorso della balena (1974), Addio ai miracoli (1979) e la raccolta Drammi della fine del mondo (1984).

Romains

Nelle poesie di Jules Romains (Odi e preghiere; 1913) e nei suoi romanzi (Morte di qualcuno, 1911; I compagni, 1913), come più tardi, nell’ambiziosa epica narrativa in ventisette volumi (Gli uomini di buona volontà) cercò di raccontare vite e esistenze comuni, con gli occhi di un umanesimo e di un socialismo utopistico, spesso schematico e intellettualistico. Esordisce in teatro con L’armée dans la ville (1911). Negli anni ’20 collabora con Copeau, che gli affida la direzione della scuola di teatro del Vieux-Colombier. Si afferma come autore brillante con Monsieur Le Trouhadec saisi par la débauche e Knock ou le triomphe de la médecine (1923, regia di Jouvet), che hanno grande successo. Knock è un ciarlatano che, fingendosi un medico, convince gli abitanti di un villaggio di essere malati per imbrogliarli, ma alla fine cade vittima del suo stesso inganno. Non hanno fortuna alcune pièces successive, Le mariage de Monsieur Le Trouhadec (1925); Le déjeuner marocain (1926); Jean le Maufranc (1926); Le dictateur (1926); Boën ou la possession des biens (1930); Grâce encore pour la terre (1939), – forse appesantite da quell’ideologismo aprioristico che inficia spesso anche la sua narrativa. Il miglior Romains torna a esprimersi invece nell’adattamento francese del Volpone di Ben Jonson (1928) e in Donogoo (1930): la falsa scoperta di una città, comunicata all’Accademia geografica diventa l’occasione della fondazione di una nuova città, perfettamente rispondente a quella inventata per ottenere i fondi di ricerca. Nel 1946 è eletto all’Académie française.

Crovi

Secondario, rispetto all’impegno narrativo ed editoriale, è stato l’interesse di Raffaele Crovi per il teatro. Il suo intervento più interessante, in cui più felicemente appare la sua posizione di `cristiano illuminato’, è la commedia Quello Stolfo de Ferrara , andata in scena al Teatro Verdi di Milano per la regia di Velia Mantegazza nel febbraio 1983. L’opera è una riproposizione in chiave contemporanea delle antiche storie cavalleresche: Orlando è il signore della guerra, Astolfo l’uomo comune, che ha la capacità di convivere con tutti, le Arpie sono una trasposizione delle Brigate rosse. Col titolo Il viaggio di Astolfo lo spettacolo è stato riproposto – sempre con la regia di V. Mantegazza e musiche di F. Battiato – a Neerpelt, in Belgio, nel 1985. In precedenza, nel 1977, presso il Teatro del Giglio di Lucca, C. aveva portato sulle scene la riduzione di Uomini e no di Vittorini (in collaborazione con Enrico Vaime). Nel 1981, nell’ambito della rassegna `Formello ’81’ a Roma, è andato in scena L’orto drogato, nell’interpretazione di G. Lavia.

Moravia

Alberto Moravia ottenne il successo, di critica e di pubblico, giovanissimo, con il romanzo che molti considerano il suo capolavoro Gli indifferenti, nel 1929; cui ha fatto seguito per mezzo secolo una copiosa e continua produzione di narrativa (Agostino , 1944; La romana , 1947; Il disprezzo , 1954; La noia , 1960), tradotta in tutto il mondo e spesso trasposta in cinema. E se la scrittura teatrale è sicuramente marginale nell’opera di Moravia, tuttavia la `teatralità’ è un elemento costitutivo della sua narrativa: le sue pièce nascono dunque da abitudini collaudate. Il primo lavoro è La mascherata ( 1955) – rappresentato al Piccolo di Milano con regia di Strehler – ispirata all’omonimo romanzo (pubblicato nel 1941), in cui si mettevano alla berlina gli aspetti più corrivi del fascismo. Eccettuata Beatrice Cenci (regia di Franco Enriquez, 1955), il clima in cui è nato M. drammaturgo è quello (siamo alla metà degli anni ’60) del `teatro della parola’ contrapposto al `teatro della chiacchiera’, in sintonia con le scelte di intellettuali quali Siciliano, la Maraini – con cui crea la Compagnia del Porcospino -, la Ginzburg e, soprattutto, Pasolini. Protagonisti delle pièce elaborate a partire da questi anni sono la vita e i costumi della società stanca e pervertita, che M. analizza scendendo nelle psicologia dei personaggi, soprattutto di quelli femminili. Tra le opere, menzioniamo Il mondo è quello che è (Teatro La Fenice, Venezia, 1969, regia di Gianfranco De Bosio), Il dio Kurt (Teatro Comunale dell’Aquila, 1969, regia di Antonio Calenda), esperimento di `teatro nel teatro’ in cui affronta il tema del nazismo, recuperando le suggestioni della grecità, La vita è gioco (Teatro Valle di Roma, 1970, regia di Dacia Maraini) e le successive Voltati, parlami (un monologo risultante dall’adattamento del racconto La vergine e la droga curato da Enzo Siciliano, 1984), L’angelo dell’informazione (regia di Giorgio Albertazzi, 1985), La cintura (regia di Roberto Guicciardini, 1986), Omaggio a James Joyce ovvero il colpo di stato (allestito a Venezia, Ca’ Foscari, nel 1971, con la regia di Beppe Zambonini). Nel 1981 lo stesso M., insieme a Luigi Squarzina, ha riproposto la riduzione de Gli indifferenti (già messa in scena al Teatro Quirino di Roma nel 1948), allestita con la regia di Dino Lombardi. Nel 1985 Annibale Ruccello ha proposto l’adattamento della Ciociara .

Strauss

Botho Strauss è considerato uno degli scrittori più importanti del mondo letterario contemporaneo Dopo gli studi di germanistica, scienze teatrali e sociologia a Colonia e a Monaco, avvia un intenso dialogo con Adorno, ma si allontana da lui a causa di forti contrasti riguardo alla progettata tesi su Thomas Mann e il teatro. Collabora con la rivista “Theater Heute” e nel 1970 viene chiamato alla Schaubühne ad Halleschs Ufer, a Berlino, da P. Stein per conto del quale lavora su Ibsen (Peer Gynt, 1971), e quindi su Labiche, Gorki, Kleist. Dal 1975 vive come scrittore indipendente a Berlino. Quando nel 1972 appare il suo primo lavoro, Gli ipocondriaci (Die Hypocondern), il pubblico non lo comprende. Comincia a imporsi soltanto dopo il 1975 con degli impressionanti affreschi sulla solitudine e sull’incomunicabilità.

La Trilogia del rivedersi (Trilogie des Widersehens) del 1976 mostra, attraverso l’inugurazione di una esposizione di pittura in una piccola città di provincia, un universo di solitudine, di conflitti e di angoscie dietro la superficie degli stereotipi borghesi; gli stessi personaggi appaiono meno reali dei quadri di cui discutono. Grande e piccolo (Gross und Klein, 1979) tratta del vagabondare di una ragazza qualsiasi attraverso la Germania. Il suo desiderio di comunicare si scontra con continui rifiuti, si esaurisce in fallimenti e cadute grandi e piccole senza che lei possa rinunciare alla sua ricerca. La chiusura e la solitudine sono il motivo conduttore di tutte le opere di Strauss. Questo malessere si esprime ineluttabilmente sia nei drammi che nei racconti e nei romanzi, collegati tutti dal senso profondo di una complessa drammaturgia.

Vengono di lui rappresentati anche brevi monologhi come La dedica (Die Widmung, 1977), soliloquio di un uomo abbandonato dalla sua compagna in una torrida estate berlinese. La scelta di Berlino come scenario di molte delle sue opere non è fortuita, infatti S. associa la solitudine e il malessere interiore alla desolazione della città. La ricerca di un ancoraggio impossibile è ancora il tema di Kalldewey Farce , del 1982, che evoca due anonime donne perdute nei bar della metropoli. In Il parco (Der Park, 1983), la solitudine e la malinconia sono elevate a livello di potenze mitiche. Con riferimenti politici, ma scavando nella realtà dei sentimenti, l’autore ci mette di fronte alla necessità del ritorno a un’interiorità, per quanto mutilata e martoriata: i suoi personaggi, attraverso l’introspezione, dissezionano senza pietà la loro anima con la forza della disperazione.

Strauss – poeta come Handke e Wenders della solitudine moderna, dell’incomunicabilità degli esseri – è maestro nel rappresentare la confusione dei sentimenti, come in Visi noti, sentimenti confusi (Bekannte Gesichter, gemischte Gefühle, 1974). Il suo romanticismo trova ispirazione in un quotidiano trasfigurato in modo quasi mitico, ma anche in Kleist, Büchner e Hoffmann che gli aprono la possibilità, per esempio in Gli ipocondriaci, di trasformare i suoi personaggi nei loro doppi, prigionieri di una storia d’amore che li trasforma, apparentemente senza motivazioni comprensibili, mentre su tutto pende una minaccia inesprimibile che li segue nelle loro vite e nei loro sogni.

Vicino al `teatro mentale’ di Handke, Strauss esprime più l’anonimato, la perdita di senso e di significato della coscienza moderna che non le istanze sociali. Il nuovo realismo di cui è promotore conduce dalla vita interiore verso l’esterno, integrando l’irrazionale, il quotidiano e il triviale. La rottura sentimentale, l’abbandono sono utilizzati come metafore della solitudine collettiva. Divenuti estranei alle loro vite, privati di spontaneità, vittime della loro perpetua coscienza riflessiva, i personaggi di S. sono carnefici e vittime delle loro speranze deluse, passano attraverso processi di fusione e di scissione come in Marlenes Schwester (La sorella di Marlene, 1975).

Al grido muto di Handke, alla violenza di Bernhard, Strauss oppone un concetto drammatico della soggettività (“Ich-Dramatik”) di stampo espressionista. Ma la disperazione e la solitudine dei suoi personaggi conducono spesso a una lucidità dolorosa. La lingua di Strauss, maschera del vuoto, con la sua impressionante bellezza, è espressione di un nuovo romanticismo, quello della disillusione. Tra le sue opere più recenti sono da ricordare: Il tempo e la stanza (Die Zeit und das Zimmmer, 1989); Coro finale (Schlusschor) e I vestiti di Angela (Angelas Kleider) entrambe del 1991; L’equilibrio (Das Gleichgewicht, 1993) e Jeffers-Akt I und II , del 1998.

Serra

Una delle firme più divertenti e originali del giornalismo, Michele Serra ha coltivato fin dall’inizio della sua carriera interessi per lo spettacolo, soprattutto per quello d’autore – ha scritto un saggio su Gaber – e, naturalmente, per la satira. Ha scritto per Beppe Grillo monologhi, sketch e il primo spettacolo Buone notizie (assieme a Arnaldo Bagnasco) e L’assassino, scritto in collaborazione con Massimo Martelli e i protagonisti, I Gemelli Ruggeri. Lo spettacolo è stato allestito a Castelfranco Emilia con la regia di M. Martelli, presso il Teatro Comunale Dadà, nel 1994. L’ultimo suo testo è Giù al Nord, scritto in collaborazione con Antonio Albanese che ne è l’interprete (al testo ha collaborato anche il regista Giampiero Solari).