Vinogradov

Oleg Michajlovic Vinogradov si è diplomato all’Istituto coreografico di Leningrado e dal 1958 al 1965 danza al Teatro di Novosibirsk dove realizza le sue prime prove coreografiche ed è nominato coreografo sino al 1968. Dal 1968 al ’72 è coreografo al Teatro Kirov; dal 1973 al ’77 è coreografo al Malyj Teatr di Leningrado. Nel 1977 è nominato direttore artistico e coreografo principale del Balletto del Kirov. Nel periodo in cui è attivo al Malyj la sua più importante coreografia è Jaroslavna (realizzata con la regia di J. Ljubimov, 1974). Fra le sue coreografie Cenerentola (varie edizioni), La ballata dell’ussaro (1979), Il revisore (1980), Il cavaliere dalla pelle di tigre (1985) La corazzata Potëmkin (1986), Petruška (1990), Coppélia (1992), La fille mal gardée (1994). È negli anni ’50 e ’60 che mette in luce le sue qualità di coreografo innovatore della tradizione classica, mentre nei lavori più si riavvicina al genere ottocentesco del balletto pantomima. Durante la direzione del Kirov conserva meritoriamente il repertorio ottocentesco del teatro. Lascia la direzione del Teatro Marijnskij (così è chiamato il Kirov, dagli anni ’90) dopo uno scandalo per corruzione nel 1996; è attivo come coreografo e direttore di compagnie negli Usa e in Corea.

Manfridi

Giuseppe Manfridi dopo gli studi classici, svolge attività giornalistica per “La città futura” e “Il Dramma”, rivista di Diego Fabbri. Esordisce come autore, attore e regista nel 1976, allestendo Andromaca, la condizione estrema dell’urlo , ai teatri La Comunità e SpazioUno di Roma. Sin dai primi testi ( La leggenda della madre benedetta , 1979; Una stanza al buio , 1981), M. si segnala per l’originalità e l’intensità poetica della sua scrittura, sempre attenta al reale, al quotidiano, alle evoluzioni e le tendenze linguistiche non solo del contemporaneo. Autore particolarmente prolifico (oltre cinquanta i testi teatrali andati in scena), M. raggiunge notorietà grazie a Teppisti del 1985 (più volte ripreso); Una serata irresistibile (1986, premio Idi under 35); Liverani (1986, premio Riccione Ater); Anima bianca (1986, premio Idi); Giacomo il prepotente (1989, premio Taormina Arte e medaglia d’oro Idi), Ti amo, Maria (1989, premio Riccione Ater); Arsa (1989, 1993, 1995); La leggenda di San Giuliano (1991, presentato al festival d’Avignone); Zozòs (1994, ’96, ’97); La partitella (1995). Traduce in italiano le opere di Steven Berkoff e Jasmina Reza, firma le sceneggiature dei film Ultrà , regia di Ricky Tognazzi (1991, Orso d’argento al festival di Berlino), Vite strozzate (1996, regia R. Tognazzi); I maniaci sentimentali e Camere da letto (1996 e 1997, regia di Simona Izzo). I testi di M. sono tradotti e allestiti in Francia, Svezia, Grecia, Stati Uniti e Argentina.

Salce

Luciano Salce si diploma in regia nel 1947 all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’, ma inizia la sua carriera come attore, diretto in teatro da importanti registi come O. Costa, L. Visconti, A. Fersen, G. Strehler. Debutta nella regia teatrale con testi di Dumas padre, Bontempelli, Molière, Labiche e altri autori di teatro comico e leggero, che interpreta con una vena fortemente satirica, sottolineandone i risvolti nell’attualità. Partecipa con Franca Valeri e Vittorio Caprioli all’esperienza dei Carnets de notes, e collabora alla sceneggiatura di numerose commedie. Considerato uno dei migliori rappresentanti della commedia all’italiana, deve la sua fama alla regia cinematografica; tra i suoi film di maggior successo ricordiamo Il federale , che fu il trampolino di lancio per Ugo Tognazzi (1961), La voglia matta (1962), Le ore dell’amore (1963), Ti ho sposato per allegria (1967, dalla commedia di N. Ginzburg), Fantozzi (1975). È stato anche un ottimo regista televisivo, attività a cui si è dedicato soprattutto negli anni ’60 (Le canzoni di tutti).

Roli

Attento osservatore dei costumi contemporanei, Mino Roli denuncia nelle sue opere, con stile neoverista, i rappresentanti di una società ingiusta e senza scrupoli. Tra i titoli della sua produzione vanno ricordati Sacco e Vanzetti (1961), realizzato in collaborazione con L. Vincenzoni e rappresentato dalla compagnia Sbragia-Garrani-Salerno, e Le confessioni della signora Elvira (1965), messo in scena dalla Padovani-Garrani-Sbragia.

Pugliese

Laureato in giurisprudenza, Sergio Pugliese ricoprì un importante ruolo dirigenziale alla Rai, promuovendo i primi programmi sperimentali. Giovanissimo scrisse, in collaborazione con S. Gotta, una commedia dal titolo Ombra, la moglie bella (1932). Dopo il divertente lavoro Trampoli (1935, interpretato da D. Falconi), si dedicò a un teatro più pensoso e intimista, caratteristiche che lo accompagneranno nella successiva produzione. Tali elementi si ritrovano infatti anche nel Cugino Filippo (1937), Conchiglia (1937) e Vent’anni (1938). Il riferimento naturale di questo stile può essere individuato nel Giacosa di Come le foglie. La sua opera più nota è L’ippocampo (1942), nella quale si racconta con arguzia una vicenda coniugale: la commedia, che riscosse un grande successo, venne rappresentata in molte piazze europee e restò in cartellone un anno a Buenos Aires. Nel 1945 la stessa commedia ebbe una versione cinematografica. Sempre per il grande schermo, firmò la sceneggiatura, tra l’altro, di Gioco pericoloso (1942), L’angelo bianco (1943), Nebbie sul mare (1944-1945), Barriera a settentrione (1951).

Bertolucci

Fratello del regista Bernardo, Giuseppe Bertolucci per il teatro scrive con Roberto Benigni il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia di cui cura anche la regia nel 1975: lo spettacolo rappresenta il trampolino di lancio di Benigni che ne è l’interprete. Nel 1983 è regista di un altro suo monologo Raccionepeccui portato sulla scena da M. Confalone. Cura le regie di Il pratone del Casilino tratto da Petrolio di Pasolini (1994) e O patria mia di cui collabora anche al testo (con S. Guzzanti, D. Riondino, A. Catania, P. Bessegato; 1994). Si occupa della regia e dell’adattamento televisivi di Il pratone del Casilino (1995, da Petrolio di Pasolini); Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana (1997, regia di L. Ronconi); Ferdinando (1998, di A. Ruccello). Nel 1991 realizza il video teatrale Il congedo del viaggiatore cerimonioso dal corpus poetico di G. Caproni con gli allievi della Scuola d’arte drammatica `P. Grassi’. Delle sue regie cinematografiche si ricordano Berlinguer ti voglio bene in cui Bertolucci riprende lo spettacolo teatrale interpretato da Benigni (1977), Segreti segreti (1984), Tuttobenigni (1986), I cammelli (1988).

Zavattini

Rispetto all’entità e alla qualità della sua collaborazione col cinema (può essere considerato uno dei padri del neorealismo), il contributo offerto da Cesare Zavattini al teatro è decisamente più ridotto. Appositamente realizzata per le scene è Come nasce un soggetto cinematografico , commedia rappresentata per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1959 e riproposta al Piccolo Teatro, durante la stagione successiva, per la regia di V. Puecher. Con la regia di G. Dall’Aglio è stato allestito nel 1988 un altro soggetto di Z., Ligabue. Una carrellata in chiave teatrale di alcuni snodi della sua opera multiforme, incentrata sulla felice sintesi tra vocazione `pauperistica’ e disincantato umorismo, è stata effettuata da V. Franceschi nello spettacolo intitolato Monologo in briciole.

Cappelli

Indagatore attento dell’animo umano, Salvato Cappelli ricostruisce nelle sue opere gli enigmi e le tensioni della realtà, con l’intento di darne una spiegazione razionale. Il tema della morte, considerata soprattutto nella chiave del suicidio, fa da sfondo costante alla sua produzione. Scrittore elegante nello stile, filosofico nell’impostazione generale e complesso nell’elaborazione teorica degli argomenti, si avvale di un linguaggio capace di chiarificarsi con il procedere dell’azione scenica. Per il teatro ha scritto e fatto rappresentare sei commedie: Il diavolo Peter (1957), Incontro a Babele (1962), L’ora vuota (1963), Duecentomila e uno (1966), Morte di Flavia e delle sue bambole (1968) e La signorina Celeste (1976).

Sherriff

Robert Cedric Sherriff ottenne un grande, e mai rinnovato, successo con Il grande viaggio (The Journey’s End, 1929), rievocazione realistica e antiretorica della prima guerra mondiale. Continuò a scrivere per il teatro storie sull’Inghilterra provinciale sempre adottando la tecnica naturalista: Miss Mabel (1948), A casa per le sette (Home at Seven, 1950), Il garofano bianco (The White Carnation, 1953), Telescopio (The Telescope, 1957, tratto da un suo racconto). Le sceneggiature cinematografiche più interessanti sono Uomo invisibile (The Invisible Man, 1933), per la regia di James Whale, e Addio Mr Chips (Goodbye Mr Chips, 1939), con la regia di Sam Wood.

Bolt

Robert Bolt è giunto al successo grazie a Un uomo per tutte le stagioni (A Man for All Seasons, 1960), nato come radiodramma successivamente da lui ridotto per la televisione, il teatro e il cinema, regista Fred Zinnemann (1966). Il film, interpretato da Paul Scofield, Orson Welles e Vanessa Redgrave, fu premiato con cinque Oscar, tra cui quello per la miglior sceneggiatura (andato allo stesso B.). La vicenda ricalca il capitolo di storia inglese del Cinquecento che vide il conflitto tra ragion di stato (Enrico VIII) e coscienza morale (il cancelliere Thomas More, che pagò con la vita il suo rifiuto di piegarsi alla volontà del re). Tra le opere teatrali: Il critico e il cuore (The Critic and the Hearth, 1957), Il ciliegio in fiore (Flowering Cherry, 1957), La tigre e il cavallo (The Tiger and the Horse, 1960), Dolce Jack (Gentle Jack, 1963), Fratello e sorella (Brother and Sister, 1967), Vivat, vivat Regina (1970, su Elisabetta e Maria Stuarda) e Stato di rivoluzione (State of Revolution, 1977, su Lenin, per il National Theatre). Oltre al già citato Un uomo per tutte le stagioni , sono da ricordare le sceneggiature cinematografiche di Lawrence d’Arabia , Il dottor Zivago e La figlia di Ryan , tutte per la regia di David Lean; mentre ha diretto personalmente Peccato d’amore (Lady Caroline Lamb, 1972).

Rattigan

Secondogenito del diplomatico Frank R. e di Vera Houston, Terence Rattigan nacque a ridosso dell’incoronazione del re George V. Trascorse con i genitori solo i brevi periodi di licenza del padre e crebbe insieme al fratello con la severa nonna Lady R. a Lanarkslea in Cornovaglia. Il suo amore per il teatro fu estremamente precoce (a sette anni si considerava già un assiduo spettatore), così come la sua convinzione di divenire un giorno drammaturgo. Cominciò a divorare la letteratura teatrale (apprezzando W.S. Maugham e disprezzando Shaw) e a scrivere commedie sin dalla prima infanzia; continuò durante gli anni del college, ma di questa imberbe produzione non resta che il dramma Integer Vitae . A soli venticinque anni debuttò nel West-End londinese ottenendo un grande successo con French without Tears. Rattigan visse il teatro con profonda passione e trasformò la sua esperienza di spettatore entusiasta nella scrittura, rispettando e soddisfacendo l’esigenza di un pubblico medio di assistere a una performance `normale’. Per questo continuò per tutta la sua carriera a proporre le classiche commedie ben costruite, a produrre in sostanza pièce da intrattenimento. Tra i suoi lavori, si ricordano le commedie: White the Sun Shines (1943), Love in Idleness (1944) e The Sleeping Prince (1953); tra i drammi: The Winslow Boy (1946), che vinse diversi premi della critica; Separate Tables (1954), che replicò per oltre settecento volte e divenne un film con Burt Lancaster, David Niven e una sfiorita Rita Hayworth; e infine tra i drammi biografici Ross (1960) su Lawrence d’Arabia e Bequest Nation (1970) su Nelson.

Manzari

Dopo il trasferimento a Roma nel 1930, Nicola Manzari ha esercitato la professione di avvocato. Tale occupazione ha influenzato alcuni suoi lavori, nei quali i personaggi vengono posti davanti al tribunale della propria coscienza, come in Pudore (1950) e Tabù (1983). M. si è cimentato anche con il teatro leggero e di costume. Alcuni titoli: Tutto per una donna (1939, testo d’esordio diretto al cinema da M. Soldati), I poeti servono a qualcosa (1939), Partita a quattro (1946), Miracolo (1948).

Missiroli

Figlio di un impresario Mario Missiroli si diploma nel 1957 all’Accademia d’arte drammatica ‘S. D’Amico’ e esordisce nella regia l’anno successivo con Tristi amori di Giacosa. Nella stagione 1958-59 è a Milano come direttore di sala del Teatro Gerolamo. Dal 1959 al 1962 è assistente alla regia di Strehler al Piccolo Teatro, collaborando ad alcune celebri messe in scena quali El nost Milan di Bertolazzi e L’opera da tre soldi e Schweyk nella seconda guerra mondiale di Brecht. Significativi, in questo periodo, gli allestimenti di La Maria Brasca di Testori (1961) novità italiana e prima assoluta e Tornate a Cristo con paura , da laudi perugine del Trecento nella basilica di Sant’Ambrogio. Tornò a Roma e si dedicò al cinema collaborando alla sceneggiatura e alla regia di Estate violenta (1962) e Cronaca familiare (1962) di V. Zurlini e girando il film La bella di Lodi (1962), tratto da un soggetto di A. Arbasino, con il quale scrive anche il varietà teatral-musicale Amate sponde (1962). Nel 1963 cura la regia di Assassinio nella cattedrale di Eliot per il Piccolo, poi per alcuni anni si dedica al teatro d’opera. Del 1968 è l’incontro e la significativa esperienza con il gruppo d’avanguardia Il Porcospino, con cui mette in scena Il matrimonio di Gombrowicz e Commedia ripugnante di una madre di Witkiewicz. Nel 1971 è la volta di Eva Peron di Copi e di Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D. di Sciascia, mentre nel 1972 comincia la collaborazione con il Teatro insieme: L’ispettore generale di Gogol’ e A proposito di Liggio spettacolo-documento tratto dagli atti della commissione parlamentare antimafia (scritto con V. Sermonti, 1973). Seguono La locandiera di Goldoni, L’eroe borghese di Sternheim, La signorina Giulia di Strindberg, Vestire gli ignudi di Pirandello (1975), Il processo di Kafka nell’adattamento di Ripellino (1975). Dal 1976 al 1984 è direttore del Teatro stabile di Torino dove realizza testi quali Verso Damasco di Strindberg, La trilogia della villeggiatura di Goldoni, I giganti della montagna di Pirandello, concludendo con La mandragola di Machiavelli (1985). Nella stagione 1986-87 propone il suo testo Tragedia popolare , seguito da Chi ha paura di Virginia Woolf? di Albee e Giorni felici di Beckett. Successivamente lavora per il Teatro di Roma allestendo: Capitano Ulisse di Savinio (1990), Lulu di Wedekind (1991), Nostra Dea di Bontempelli (1992/93) e Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello (1993-94). Ultimi spettacoli significativi sono la Medea di Euripide rappresentata a Siracusa nel 1996 e Il pellicano di Strindberg nella stagione 1997-98. Può essere considerato il più eclettico dei registi italiani, capace di affrontare le commedie come i drammi con una sensibilità che spesso sfocia nel grottesco. Se da una parte la sua curiosità lo spinge a cercare sempre nuovi stimoli da autori diversissimi, dall’altra parte i suoi allestimenti hanno avuto gli esiti migliori negli spettacoli più leggeri in cui la sua dissacrante ironia ha potuto scaturire liberamente sulla scena.

Schiller

Leon Schiller debutta come critico in “The Mask”, rivista di E.G. Craig nel 1908. Nel 1913 organizza a Varsavia una mostra di pittura e bozzetti scenici. Direttore letterario e regista del Teatr Polski (1917-21), della Towarzystwo Teatrow Stolecznych (Compagnia dei Teatri della Capitale) a Varsavia (1920-21), regista dei teatri Reduta e Ateneum a Varsavia, Miejski a Lodz, dei teatri cittadini di Leopoli prima della guerra, è fatto prigioniero ad Auschwitz nel 1940 e a Murnau nel 1944. Dopo la guerra ha diretto i teatri Wojska Polskiego (dell’esercito polacco) a Lodz e Polski a Varsavia, ha fondato e diretto la rivista “Pamietnik Teatralny” (Memorie teatrali) è stato tra i fondatori dell’Istituto internazionale di teatro e ha fatto parte del comitato di redazione di “La Revue Théâtrale”. Nella sua attività è possibile distinguere un primo periodo, legato alle messe in scena dei drammi monumentali del romanticismo (Mickiewicz, Slowacki) e del modernismo polacco (Wyspianski, Micinski), nonché dei classici del repertorio internazionale (Shakespeare, Hasek), un altro, più legato all’attualità politica e sociale (Zeittheater) e un terzo incentrato sulla messa in scena di opere (Moniuszko) e sulla composizione di rappresentazioni musicali basate su testi e spartiti della letteratura popolare o antico-polacca. Definito `poeta della scena’, Schiller – che introdusse in Polonia le teorie sceniche e le tecniche di recitazione di Craig, Appia e Mejerchol’d – si è distinto per la varietà e l’espressività delle sue messe in scena, capaci di unire con armonia parola, gesto (celebre la sua direzione delle scene di massa), musica, luci e scenografia.