Antona-Traversi

Giannino Antona-Traversi fu assertore pugnace, come il fratello Camillo, del naturalismo teatrale. Le sue molte commedie furono soprattutto specchio di denuncia satirica di certa frivola società italiana a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Ricche di indagine psicologica, anche se non indenni dalla prova del tempo, sono tra esse rimarchevoli come documenti di costume: Il braccialetto, L’amica, I giorni più belli, La civetta, La madre, Il battistrada.

Shaw

Di famiglia borghese protestante, dopo essere stato impiegato in un’agenzia immobiliare e dopo il fallimento del padre, nel 1976 George Bernard Shaw si trasferì da Dublino a Londra presso la madre. Scrisse cinque romanzi di scarso successo, segnalandosi come critico musicale e teatrale acuto, aggressivo, brillante. Aderì alla Fabian Society e nel 1889 pubblicò i Saggi fabiani (Fabian Essays in Socialism). La sua conversione al socialismo era iniziata con la lettura del Capitale, da cui si allontanò per la sottovalutazione nel sistema marxiano della volontà individuale, che nella concezione evoluzionistico-progressiva di Shaw era invece un fattore essenziale, insieme alla forza vitale (`life force’), per il raggiungimento di una società più giusta. Nel 1891 scrisse La quintessenza dell’ibsenismo, conducendo strenue battaglie sui giornali in difesa del teatro di Ibsen, di cui ammirava lo smascheramento dei falsi valori e il fatto di porre al centro del dramma la discussione di idee. Un altro documento dei suoi interessi critici è il saggio Il wagneriano perfetto (The Perfect Wagnerite, 1898), che testimonia il suo entusiasmo per la musica di Wagner. Con Le case del vedovo (Windower’s Houses), rappresentato nel 1892 all’Indipendent Theatre, si apre il ciclo delle `Commedie sgradevoli’, che comprende anche L’uomo troppo amato (The Philander, 1893) e La professione della signora Warren (Mrs Warren’s Profession, 1894).

La strategia della ‘sgradevolezza’ consisteva nel mettere in scena temi inaccettabili per la morale dominante, come la prostituzione o il denaro sporco. Seguirono le `Commedie dello smascheramento’, che nascondevano dietro la forma tradizionale di commedie brillanti a lieto fine una satira feroce dei falsi ideali della società. Le più interessanti sono Le armi e l’uomo (The Arms and the Man, 1894), Candida (1895) e Non si può mai dire (You Never Can Tell, 1997), in cui trionfano i personaggi realisti contrapposti ai portatori di un idealismo impraticabile. Tra Il discepolo del diavolo (The Devil’s Disciple, 1896) e La conversione del capitano Brassbound (Captain Brassbound’s Conversion, 1899), costruiti come melodrammi, S. conseguì un grande successo con Cesare e Cleopatra (Caesar and Cleopatra, 1898), che ebbe anche una costosa trasposizione cinematografica nel 1946 con Claude Rains e Vivien Leigh. Dopo quattro anni di riflessione tornò al teatro con Uomo e superuomo (Man and Superman, 1903), rivisitazione moderna del mito di Don Giovanni. D’impianto più politico (il problema dell’indipendenza irlandese) è L’altra isola di John Bull (John Bull’s Other Island, 1904).

Seguirono Il maggiore Barbara ( Major Barbara , 1905), Androclo e il leone (Androcles and the Lion, 1913), Pigmalione (Pygmalion, 1914), Casa Cuorinfranto (Heartbreak House, 1920), Ritorno a Matusalemme (Back to Methuselah, 1921-23) e Santa Giovanna (Saint Joan, 1923), vista come una protestante ante litteram per l’affermazione della priorità del suo giudizio su quello della Chiesa; e Il carretto delle mele (The Apple Cart, 1929). Santa Giovanna fu trasposto in film da Otto Preminger nel 1957 con la giovanissima Jean Seberg. Ma la massima fortuna fuori dalle scene la ebbe Pigmalione, con il bel film di Anthony Asquith e Leslie Howard (1938), la traduzione in musical di Alan Jay Lerner col titolo My Fair Lady, a sua volta trasposto in film da George Cukor (1964) con Audrey Hepburn e Rex Harrison. Nel 1925 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura. Tra la produzione successiva, ricordiamo Troppo vero per essere buono (Too True to Be Good, 1932), Ginevra (Geneva, 1938) e Ai bei tempi del buon re Carlo (In Good King Charles Golden Days, 1939). Di origine ed educazione borghese, Shaw scelse come oggetto e referente proprio la borghesia, che egli voleva non solo stupire e scandalizzare ma trasformare in una società più giusta e meno ipocrita. Il suo grande merito è di aver calato la sua polemica sociale in un’opera che unisce la rivoluzione ibseniana alla tradizione popolare, la teatralità alla letterarietà. Il suo teatro ha esercitato la massima efficacia tra la fine del secolo scorso e la prima metà del Novecento.

Simoni

Appena finiti gli studi liceali Renato Simoni era già critico de “l’Adige” della sua Verona, per poi assumere lo stesso incarico al quotidiano “L’Arena”. Nel 1899 si trasferì a Milano come critico drammatico de “Il Tempo”, che lasciò tre anni dopo per il “Corriere della Sera” con mansioni di inviato-elzevirista, assumendo, dopo la morte di G. Giacosa, la direzione di fatto del mensile “La Lettura”. Nel frattempo scrisse la commedia in dialetto veneto La vedova (1902), rappresentata da F. Benini, al quale diede subito dopo Carlo Gozzi (1903) e Tramonto (1906); quest’ultimo fu più tardi riscritto in lingua per F. Andò-I. Gramatica-M. Melato. Proprio con Simoni prese avvio quel teatro dialettale veneto che si distaccava dal patetismo dei postgalliniani e abbandonava la ricorrente ambientazione veneziana per radicarsi nella realtà della depressa e arida provincia, come più tardi ancora più agramente fecero Bertolazzi, Rocca, Palmieri. Nel 1908 si sbizzarrì nella rivista Turlupineide, seguita un anno dopo da Il matrimonio di Casanova, scritto in collaborazione con Ojetti, e da Congedo, che Petrolini tradusse in romanesco e Falconi-Carini-Stival-Besozzi-I. Gramatica, K. Palmer-L. Brignone recitarono in italiano.

Con il libretto per l’operetta La secchia rapita (da Tassoni) inaugurò una fattiva collaborazione con compositori quali Puccini, Giordano, Lodovico Rocca e con vari autori di operette, a cominciare da Carlo Lombardo. All’attività di commediografo decise di rinunciare dopo essere subentrato a G. Pozza (1914) come critico drammatico del “Corriere”, incarico che mantenne fino alla morte, continuando a collaborare con “L’Illustrazione italiana” e a firmare sulla “Domenica del Corriere” con lo pseudonimo di Turno. Più che critico, Simoni amava autodefinirsi cronista teatrale, in coerenza con la minuziosa quanto colorita ricostruzione d’intreccio, la spumeggiante aggettivazione, l’attenzione puntigliosa riservata agli attori, fattori tutti che contribuirono a farne il recensore più letto e ascoltato. Se spezzò presto la penna del commediografo, in compenso si dedicò molto alla regia, spesso in collaborazione con G. Salvini, a cominciare dai primi festival della Biennale di Venezia, dove riservò particolare attenzione al congeniale Goldoni. Più innanzi allargò i suoi interessi ad altri festival, allestendo spettacoli di Sofocle, Ariosto, Tasso, Ruzante, Manzoni, D’Annunzio; al Teatro Romano della sua Verona curò la regia, in collaborazione con Strehler, di Romeo e Giulietta di Shakespeare (1948). Per il cinema scrisse soggetti e sceneggiature, collaborando talvolta alla regia.

Roussin

Dopo aver lasciato gli studi di diritto, André Roussin muove i primi passi come attore di teatro a Marsiglia nella Compagnie du Rideau gris. Dalla sua città natale si allontana per recitare nella Compagnie des Quatre Saisons a New York. Nel 1941, grazie a un’eredità, riesce a mettere in scena la sua prima commedia, Am-Stram-Gram , a Aix-en-Provence. Il successo gli apre le porte dei teatri parigini. Il tono è quello della farsa, il ritmo e lo humour ricordano quelli delle gag dei fratelli Marx. Ai dialoghi brillanti, Roussin unisce una pungente ironia delle convenzioni che reggono i rapporti nella società: in La petite hutte (1947), marito e moglie si trovano su un’isola deserta con l’amante di lei; in Nina (1949) un marito, deciso a uccidere l’amante della moglie, finisce per diventarne il miglior amico; in Les ouefs de l’autruche (1948) affronta il tema dell’omosessualità; in La mamma (1957) quello dell’impotenza. Roussin smaschera l’ipocrisia e i pregiudizi che sostengono la rispettabilità della famiglia borghese con gli strumenti del teatro boulevardier; è lontano dall’avanguardia e in una riflessione sul teatro, Lettre sur le théâtre d’aujourd’hui (1965), si lamenta dell’eccessiva influenza di Brecht sui registi contemporanei. Nel 1973 entra a far parte della Académie française.

Simon

Neil Simon si fece le ossa come autore di gag per comici televisivi, e a partire dal 1961 diede alle scene una serie pressoché ininterrotta di copioni di successo, che per quantità e continuità non avevano precedenti nella storia di Broadway. Cominciò con farse di modeste pretese come A piedi nudi nel parco (Barefoot in the Park, 1963), La strana coppia (The Odd Couple, 1965), Appartamento al Plaza (Plaza Suite, 1968), L’ultimo degli amanti infuocati (Last of the Red Hot Lovers, 1969); passò a testi dove alla comicità si mescolava una punta d’amarezza, come Il prigioniero della Seconda Strada (The Prisoner of Second Avenue, 1972) e I ragazzi irresistibili (The Sunshine Boys, 1972); evocò con ironica nostalgia il proprio passato con Capitolo secondo (Chapter Two, 1977), Brighton Beach Memoirs (19/83), Biloxi Blues (1984), Smarrito a Yonkers (Lost in Yonkers, 1991) e Risata al 3º piano (Laughter on the 23rd Floor, 1993); e scrisse libretti per musical, adattamenti da racconti di Cechov e dalla Bibbia, sceneggiature cinematografiche.

Quasi tutte queste opere ebbero centinaia di repliche a New York, furono tradotte in film e rappresentate con successo anche in Europa. Appartenevano al teatro commerciale e ne rispettavano le regole, preoccupandosi di fornire favole avvincenti costellate da battute di sicuro effetto comico. Ma si sviluppavano con una tecnica che, data una situazione di partenza, la portava alle estreme conseguenze, non attraverso le complicazioni dell’intreccio ma accumulando tutte le variazioni possibili, senza modificarla sostanzialmente. E sollecitavano nel pubblico della middle-class americana un processo d’identificazione, presentando personaggi generalmente di mezza età e più o meno inseriti che, davanti a un mondo non più comprensibile, si rendevano conto della propria solitudine e della propria fragilità, anche se le esigenze del lieto fine li portavano in qualche modo a guardare al futuro con un pizzico di ottimismo.

Campanile

Considerato uno dei più acuti umoristi del nostro secolo, Achille Campanile si è dimostrato, sia nelle opere narrative sia in quelle teatrali (e la sua professione di giornalista non fece che aiutarlo), anche un attento osservatore della vita quotidiana, abilmente sfruttata come piattaforma per l’invenzione. Il successo però non gli arrise: raramente il pubblico fu in grado di capire appieno i suoi testi, contrassegnati da un alto e raffinato coefficiente di paradossalità. La sua formazione avvenne nel clima culturale della Roma degli anni Venti e Trenta, trascinato dall’esempio del padre, giornalista e regista del muto. Il debutto si ebbe con gli sketch delle Tragedie in due battute , rappresentate da A.G. Bragaglia al Teatro degli Indipendenti (1924). Considerate tra le sue opere migliori, le Tragedie evidenziano il forte legame di  con l’avanguardismo futurista, ma soprattutto il suo istintivo amore per il nonsenso, il calembour e l’irriverente rovesciamento del prevedibile, secondo uno schema assai simile a quello dell’ammiratissimo Petrolini. Dopo Centocinquanta la gallina canta – di fatto la sua prima pièce, sempre allestita al Teatro degli Indipendenti di Bragaglia – Achille Campanile si dedicò alla stesura di una serie di atti unici: Il ciambellone (1925), L’inventore del cavallo (1925), Colazione all’aperto (1925), Il bacio (1925), Erano un po’ nervosi (1927), tutti accolti tiepidamente dal pubblico. Clamoroso fu però il fiasco di L’amore sa fare questo e altro , commedia rappresentata al Manzoni di Milano dalla maggiore compagnia del tempo, la De Sica-Rissone-Melnati (1930).

Gli allestimenti, accomunati da uno scarso interesse di pubblico e critica, si diradarono negli anni successivi; si ricordano L’anfora della discordia (1935), Visita di condoglianze (1940), Il barone e la baronessa Calamari (1944). L’insuccesso – nonostante le rare dichiarazioni di stima di intellettuali come Cecchi e Montale – produsse un duplice effetto: anzitutto una pausa creativa, poi l’oscuramento in sede storico-letteraria. Dalla prima Achille Campanile è uscito nel dopoguerra (Dietro quel palazzo, 1946; Lo scandalo del giorno, 1947), scrivendo una nutrita serie di commedie e atti unici, frequentemente in cartellone nei principali teatri italiani (tra gli altri: Un esperimento riuscito, 1948; La moglie ingenua e il marito malato, 1960; La locanda della verità, 1960; Campionato di calcio, 1972). Più a lungo Achille Campanile ha invece dovuto attendere per ottenere il giusto riconoscimento letterario, che gli è giunto soprattutto grazie al sostegno di Carlo Bo (con l’introduzione al Manuale di conversazione , nel 1973) e alla conseguente vittoria al premio Viareggio, riverberatasi anche nel recupero dell’opera teatrale, come testimonia la frequenza degli allestimenti negli ultimi anni; tra gli altri ricordiamo quelli curati da Antonio Calenda: Centocinquanta la gallina canta (Trieste 1994), Un’indimenticabile serata (Bologna 1996), Gli asparagi e l’immortalità dell’anima (1997).

Antona-Traversi

Camillo Antona-Traversi fu tra i più significativi rappresentanti del teatro naturalista. Tra i suoi drammi migliori e più noti si annovera Le Rozeno (1891). Da ricordare anche Danza macabra, Uno scandalo, Parassiti e Strozzini. Si cimentò anche nel grand-guignol per il quale scrisse una cinquantina di atti unici: La fiancée, Don Matteo, La Vénus masquée . Nel 1907 si trasferì in Francia dove, subentrando a D. Niccodemi, fu segretario dell’attrice G. Réjane e dove firmò vari lavori in lingua francese (Le maître d’école, La Mystérieuse, Vautrin).