Sbragia

Figlio dell’attore Giancarlo e della principessa Ruspoli, nel 1972 Mattia Sbragia esordisce recitando Majakowskij. In seguito interpreta diversi ruoli in televisione: ne La figlia di Iorio di D’Annunzio, in Vita di Gramsci e in Delitto e castigo . Successivamente farà al cinema Ritratto di borghesia in nero di T. Cervi (1978) e Il caso Moro di Ferrara (1986). Fra i testi per il teatro di cui è autore si ricordano Ore rubate e Ultimi calori . Nel 1988 inizia a collaborare con Piccolo Teatro di Milano per il quale recita in Libero di R. Sarti e in Siamo momentaneamente assenti di L. Squarzina (1992) e, più di recente, in L’anima buona di Sezuan di Brecht (1995-96) e ne L’isola degli schiavi di Marivaux (1995-96).

Giuranna

Diplomato all’Accademia d’arte drammatica ‘S. D’Amico’ nel 1958, Paolo Giuranna ha debuttato al Teatro stabile di Genova dirigendo Le colonne della società di Ibsen. Ha inaugurato il Teatro stabile dell’Aquila nel 1965. Dal 1959 al 1973 ha messo in scena trenta spettacoli per i Teatri stabili di Roma, Genova, Bologna, L’Aquila e per compagnie come Carraro-Porelli, Tieri-Lojodice, Buazzelli, Attori Associati; in prima rappresentazione nazionale ha proposto testi di Alfieri ( Il divorzio ), A. Miller, A. Adamov, E. Schwarz (Il drago), Buero Vallejo, Vico Faggi (Il processo di Savona ), A. Tolstoj (La potenza delle tenebre), G.B. Shaw (Il dilemma del dottore). Dal 1983 al 1986 ha diretto a Genova per il Teatro stabile la prima recitazione integrale in teatro della Divina Commedia con i più importanti attori italiani. Ha ottenuto il premio Verga per la regia nel 1967. Dal 1973 è stato attore e regista nella compagnia Attori Associati e dal 1980 ha recitato in spettacoli diretti da Costa, Krejca, De Lullo, Sbragia, Albertazzi, Squarzina. Ha svolto un’intensa attività didattica, iniziata per una precoce vocazione nel 1959 e proseguita ininterrottamente presso l’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’. L’incontro con V. Gassman lo porterà a insegnare alla Bottega teatrale di Firenze sino al 1992. Ha insegnato, inoltre, nelle scuole del Teatro stabile di Genova, del Teatro Bellini di Napoli, del Centro sperimentale di cinematografia e dell’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa. Ha diretto per la Raidue testi teatrali: Rumore d’incendio e Il segreto dell’erbe . Il dramma La vocazione del capitano Lang , tradotto in tedesco, è stato rappresentato in Svizzera, Austria e Germania. Con La ferita nascosta ha vinto nel 1986 il premio nazionale per la drammaturgia Luigi Pirandello.

Buenaventura

Teorico della creazione collettiva, Enrique Buenaventura ha fondato nel 1955 il Teatro Sperimentale di Cali, uno dei gruppi di teatro indipendente più interessanti dell’America Latina negli anni Sessanta e Settanta. I suoi allestimenti si basano sul lavoro dell’attore e la creazione collettiva nella linea di un teatro popolare e politico e nella ricerca di un’identità latinoamericana. I testi di partenza sono a volte i propri come Alla destra di Dio Padre (En la diestra de Dios Padre), 1960 o I fogli dell’inferno (Los papeles del infierno) 1968, o quelli di altri autori. Tra le opere più rappresentate di B. si possono ricordare Réquiem por el padre Las Casas, 1963; La denuncia, 1977, sull’United Fruit Company e Il crocevia (La encrucijada), 1982.

Wilder

Thornton Wilder cominciò ad accostarsi al teatro con due raccolte di atti unici, pubblicate rispettivamente nel 1928 e nel 1931. Della seconda faceva parte – e le dava il titolo – Il lungo pranzo di Natale (The Long Christmas Dinner) che, condensando in un’ora novant’anni di banchetti natalizi, raccontava la storia di una famiglia, preannunciando modi e temi delle opere maggiori. In una scena che consisteva soltanto di un lungo tavolo con relative sedie e due porte, l’una inghirlandata di fiori e l’altra parata a lutto, si sviluppava la piccola saga dell’uomo comune con le sue gioie e le sue tristezze.

Il discorso rimase sostanzialmente lo stesso nella sua commedia più famosa, Piccola città (Our Town, 1938), che descriveva le piccole vite di una cittadina di provincia, e soprattutto le nozze e la morte di una ragazza; ma le vicende erano epicizzate dalla presenza in scena di un regista che le presentava e commentava, e passavano fluidamente dal mondo dei vivi a quello dei morti, con risultati di notevole suggestione che rendevano meno ovvio lo scoperto elogio degli ideali piccolo borghesi.

A una teatralità dichiarata si richiamava pure La famiglia Antropus (The Skin of Our Teeth, 1942), che ricostruiva il tribolato cammino dell’umanità dall’età della pietra in poi, evitando i pericoli della retorica predicatoria, grazie all’uso di tecniche mutuate dal teatro di varietà e al continuo intreccio fra passato e presente. Il suo terzo successo, La sensale di matrimoni (The Matchmaker), si ispirava a una commedia di Nestroy: fu un fiasco nella prima versione del 1938 (dal titolo The Merchant of Yonkers), piacque nell’edizione definitiva del 1954 – che non era molto più di una farsa ben scritta e ben costruita – e trionfò dieci anni dopo, tradotto in musical col titolo Hello, Dolly! . Irrilevanti furono invece i drammi successivi, fra i quali Una vita nel sole (A Life in the Sun, 1955) che rielaborava il mito di Alcesti.

Illica

Giovane intemperante, Luigi Illica visse un forte contrasto con il padre; per quattro anni condusse vita di mare, combattendo anche nel 1876 contro i Turchi. Fu un suo cugino a indirizzare il suo estro artistico, avviandolo alle lettere. Nel 1881 fondò a Bologna il quotidiano “Don Chisciotte”, di umori radicali e repubblicani, apprezzato da Carducci. Nel 1882 pubblicò una raccolta di bozzetti e prose dal titolo Intermezzi drammatici : scritti satirici nei confronti di autori, attori e critici legati a schemi considerati superati. Debuttò come autore di teatro con I Narbonnerie La Tour (1883), un successo immediato; in questo ambito l’opera che gli riservò maggior fama fu L’ereditaa del Felis (1891), un lavoro in dialetto milanese che risente di alcuni temi ibseniani. Il suo nome è legato soprattutto all’attività di librettista lirico. Scrisse infatti i testi per Wally di Catalani (1892), Andrea Chénier di Giordano (1896), Iris di Mascagni (1898); per Puccini, oltre alla traccia per Manon Lescaut (1893), i libretti di Bohème (1896), Tosca (1900) e Madama Butterfly (1904), in collaborazione con Giacosa.

Terron

Drammaturgo di straordinaria prolificità (ha firmato oltre sessanta opere), critico teatrale (ha collaborato con “L’Arena”, il “Corriere della Sera”, il “Corriere Lombardo” e “La Notte”), operatore culturale (dal 1952 al 1962 è stato direttore del settore spettacolo alla Rai). Il teatro di Carlo Terron ha saputo esprimere con notevole anche se talvolta sottovalutata forza espressiva e morale soprattutto le inquietudini delle generazioni del dopoguerra, di cui ha colto, in sintonia con il teatro dei `processi morali’ di Betti, Eduardo, Fabbri, le contraddizioni e le debolezze più nascoste. Sostenuto da una scrittura virtuosistica e funambolica e da una forza satirica talvolta corrosiva, Terron ha goduto di un buon successo proprio negli anni ’50 e specialmente grazie alle tragedie. Su tutte spiccano – per l’altezza morale e la trama drammaturgica – Giuditta (Teatro Nuovo Milano, 1950), Processo agli innocenti (Teatro Odeon, Milano, 1950), Ippolito e la vendetta (Teatro Quirino, Roma, 1958), Lavinia tra i dannati (Teatro Bonci, Cesena, 1959).

Un riscontro meno entusiastico ebbero invece le pur valide commedie, tra cui si ricordano Non c’è pace per l’antico fauno (Teatro Manzoni, Milano, 1952), Notti a Milano (Teatro Odeon, Milano, 1963), I Narcisi (Teatro Sant’Erasmo, Milano, 1963). Non sparate sulla mamma (Teatro Sant’Erasmo, Milano, 1963); ma un grande successo hanno avuto i monologhi scritti per P. Borboni e da lei interpretati dal 1958 al ’72 ( Colloquio col tango – anche con il titolo La formica -, Eva e il verbo , La vedova nera e Si chiamava Giorgio ). Felice eccezione è stato anche il remake del vaudeville di Feydeau, Baciami, Alfredo (Teatro della Pergola, Firenze, 1969). Di fatto dimenticato nel corso degli anni ’70 ed ’80, quando Terron è diventato un autore più letto che rappresentato ( Le vocazioni sbagliate , Il complesso dell’obelisco e Stasera arsenico sono tra le scritture sceniche più significative), le sue pièce solo in tempi recenti hanno conosciuto nuovi allestimenti: in tal senso si collocano le riproposte effettuate presso il Salone Pier Lombardo , Chi ha paura della bomba all’idrogeno regia di Gianni Mantesi (1990) e il Sipario Spazio Studio a Milano nel 1995 di Una coppia di singles ovvero rissa col diario , regia di Gianni Mantesi, La sposa cristiana o anche camera 337, regia di Mattia Sebastiano e Stasera arsenico, regia di Mario Mattia Giorgetti.

Lerici

Roberto Lerici esordisce come autore negli anni ’60, all’interno della nuova avanguardia teatrale italiana, legandosi in particolare al nome di Carmelo Bene (La storia di Sawney Bean, 1964) e di Carlo Quartucci con Il lavoro teatrale (Venezia, Biennale 1969), Il gioco dei quattro cantoni (1966) e Majakovskij e compagni alla rivoluzione d’Ottobre (1967). Il decennio successivo è segnato dall’intenso lavoro con Antonio Salines e da opere come L’educazione parlamentare (1972) e Pranzo di famiglia (1973); mentre nel 1976 torna, con Romeo e Giulietta, alla collaborazione con Carmelo Bene. Quindi l’incontro con Aldo Trionfo, regista a lui congeniale per attitudini stilistiche e scelte culturali, che allestisce con la compagnia Teatro di Roma la sua commedia L’usuraio e la sposa bambina (1981). Negli anni Ottanta Lerici, che cura anche diversi adattamenti di opere di autori stranieri come Calderón, F. Wedekind, E. Labiche e N. Simon, approda al teatro brillante, realizzando un felice sodalizio artistico con l’attore G. Proietti, per il quale scrive A me gli occhi please, Come mi piace (1983) e Leggero leggero , pur non abbandonando, nel contempo, attraverso la rinnovata collaborazione con Quartucci, la via della ricerca: sono di questo periodo infatti i testi Didone (1982), Uscite (1982) e Funerale (Kassel 1982). L’ultimo anno, infine, è caratterizzato dal suo lavoro per Lucia Poli Vuoto di scena, da Cyrano de Bergerac per Salines, dall’adattamento di Appartamento al Plaza di N. Simon per G. Tedeschi e dalla stesura, a quattro mani con G. Nanni, di Alberto Moravia : a ulteriore conferma di una scrittura che, dallo sperimentalismo degli inizi al repertorio brillante e poi ancora alla ricerca, si qualifica a tutti gli effetti per la notevole versatilità.

Cenzato

Giovanni Cenzato fu direttore dell'”Arena” di Verona e, dal 1922, redattore al “Corriere della sera”. Cominciò a scrivere per il teatro nel 1910 e il suo repertorio comprende, oltre a lavori in italiano, molte commedie in dialetto veneto e milanese. Per la loro facilità di comprensione e per gli accenti sentimentali che le caratterizzavano, le sue opere ebbero notevole successo tra il grande pubblico. Fra i testi di Cenzato si ricordano Ho perduto mio marito (1934), Il ladro sono io! (1937), Il marito non è necessario (1947).

Tondelli

Oltre ad essere stato uno dei più interessanti e amati narratori degli anni Ottanta (Altri libertini, 1980; Rimini, 1985; Camere separate, 1989) Pier Vittorio Tondelli è stato un ottimo osservatore del nuovo teatro. Fu tra i primi ad occuparsi di gruppi come Raffaello Sanzio, Crypton, Magazzini, Falso Movimento e a capire il gioco di contaminazioni tra il teatro e la musica, il fumetto e il video e di come tutto questo movimento fosse rielaborato e restituito sulla scena, basta leggere la raccolta dei suoi articoli Un week-end postmoderno. Per il teatro ha scritto un solo testo, Dinner party, messo in scena da Piero Maccarinelli nel 1994.

Galdieri

Figlio del poeta Rocco, Michele Galdieri ne ereditò la delicata vena crepuscolare; i suoi copioni furono sempre abilmente intessuti di satira e sentimentalismo. Esordì con successo a Napoli nel 1925 (aveva appena 23 anni) con L’Italia senza sole . Due anni dopo, scrisse La rivista che non piacerà (titolo audace) esaltando la qualità dei fratelli Eduardo, Titina e Peppino De Filippo. A lui si sono affidati i più grandi interpreti: Totò e Anna Magnani, Odoardo Spadaro e Lucy D’Albert, Wanda Osiris e Carlo Dapporto, Renato Rascel e Nino Taranto, Aldo Fabrizi e Paola Borboni. Alcuni titoli: Strade (1932), E se ti dice va… tranquillo vai (1937); Mani in tasca, naso al vento (1940); L’Orlando curioso (1942); Volumineide (1943); Che ti se messo in testa? (1944); Imputati, alziamoci! (1945); Bada che ti mangio (1949); Chi è di scena (1954); La gioia (1963) segna il ritorno alla rivista `pura’, con Dapporto maliardo e gran raccontatore di barzellette in passerella nel sottofinale, che conta su Gianni Agus `spalla’ ideale e sulla soubrette Silvana Blasi reduce dalle Folies Bergère: nello spettacolo, a quadri staccati, (in controtendenza alle coeve commedie musicali ormai di gran successo, firmate Garinei & Giovannini), c’è `Agostino’ che rifà il Peppone di Guareschi, c’è Monsieur Verdoux, c’è l’anticlericale Gioachino Belli che scende dal piedistallo per dire bene, in versi, del Papa buono appena scomparso. La carriera di G. si conclude con I trionfi (1964-65), l’ultima grande rivista tradizionale, ancora con Dapporto insuperabile nel suo `Agostino’ (qui investigatore privato) e con Miranda Martino cantante-soubrette. Rivista curiosamente coetanea di un altro tentativo di restaurazione, Febbre azzurra 1965 di Amendola per Macario, con carico, `spalla’, soubrette e stuolo di girls e boys, quando su altre ribalte s’era già affermato il cabaret di Parenti-Fo-Durano o dei Gobbi, oppure commedie ormai poco musicali come Il giorno della tartaruga , di Magni-Franciosa-Garinei-Giovannini con Rascel e Delia Scala unici interpreti, tre ore di dispute coniugali con un impianto esplicitamente boulevardier.

Successo costante, dunque, quello di G., ma assai rilevante si considera l’apporto di Michele Galdieri alla storia della rivista del tempo di guerra. Gli si riconosce il ruolo di «vero creatore della grande tradizione della rivista italiana, a struttura totalmente `aperta’, a quadri staccati, quindi estranea all’influenza dell’operetta e del musical». Michele Galdieri seppe creare, come lo stesso Michele Galdieri ebbe a teorizzare, «con notevole estro e fantasia uno stile poi imitatissimo», che si reggeva su tre elementi costitutivi fondamentali: la coreografia, il sentimento, la satira. Dei tre elementi, quello della satira fu certamente predominante in tempi di censura assai attenta. «Cave canem Galdieri. Non grida, non si avventa. Ti accarezza, ti illude con parole di miele poi quando meno te lo saresti aspettato, ti ha morso con denti aguzzi. Ha spruzzato profumo e vi ha mescolato vetriolo…». Così scrisse Leopoldo Zurlo, il funzionario responsabile della censura teatrale dal 1931 al 1943. Onore al merito di un autore che seppe far ridere con allusioni satiriche sul regime fascista. In Disse una volta un biglietto da mille (1939-41), la formidabile accoppiata Totò-Anna Magnani (la struggente scenetta della “Fioraia del Pincio”) seppe argutamente sfottere il regime. “In pieno 1942 – come ricorda il figlio di Michele Galdieri, Eugenio – egli poté far risuonare in scena per centinaia di sere, a Roma, da un oscuro vestito da `pazzarello’, il grido: `Popolo, po’, è asciuto pazzo `o patrone!”‘. Altro aspetto importante della personalità artistica di Michele Galdieri, quello del talent-scout. Wanda Osiris ricordava: «Era un umorista finissimo, era regista, scriveva i testi, si occupava di tutto. Lavorare nella sua compagnia sarebbe stato un buon lancio per me. Mi misi subito a studiare come lui mi consigliava: impostai la voce con un maestro di canto, e andai a lezione di ballo da Gisa Geert». Nella rivista E se ti dice va, tanquillo vai (1937), la Osiris era la vedette, o come si diceva in gergo, `la primadonna di spolvero’, ossia non attrice né comica, ma personaggio che fa scena. E per l’occasione, la Osiris si dipinse tutta di marrone, in tempi in cui la tintarella integrale era desueta e i raggi Uva ignoti. Tra tutte le scene ideate, Michele Galdieri preferiva, a ragione, quella interpretata da Anna Magnani in “Chi è di scena?” (1954). Un’entrata a effetto: durante un quadro raffinato, tutto vezzi e moine da Commedia dell’Arte risciacquata nell’Arcadia, c’era l’ulro lancinante di una sirena e Nannarella che irrompeva di corsa scapigliata e urlante, una pirandelliana Figliastra dei Sei personaggi che «stanca dell’immobilità impostale dall’autore scese nella vita diventando donna da marciapiede». In 75 copioni, Galdieri seppe tracciare i lineamenti di un genere teatrale, la rivista, che ha divertito le platee più composite in quaranta stagioni irripetibili.

Proietti

Dotato di grande estro e versatilità, di rara comunicativa e accattivante simpatia, Luigi Proietti inizia la sua attività nello spettacolo con Giancarlo Cobelli, conosciuto negli anni dell’università. Dopo qualche attività di cabaret (Can can degli italiani, La casa delle fate) lavora con il Teatro dei Centouno di Antonio Calenda e esordisce, nel 1966, con Direzione Memorie, di C. Augias. Negli ultimi anni ’60 lavora allo Stabile dell’Aquila (Coriolano, di Shakespeare; Dio Kurt di Moravia; Operetta di Gombrowicz), e nel 1974 è nella Cena delle beffe di S. Benelli, diretto da Carmelo Bene e in Le tigri di Mompracem di Ugo Gregoretti. Dal 1974 al 1976 riscuote notevole successo con lo spettacolo A me gli occhi (successivamente ripreso), e nel 1980 con La commedia di Gaetanaccio, scritta per lui da L. Magni, cui fanno seguito lavori come Caro Petrolini, Cirano (1980, con gli allievi della sua scuola di recitazione), Per amore e per diletto , I sette re di Roma, Kean. Nel 1966 esordisce come attore televisivo in “I grandi camaleonti” diretto da F. Zardi: particolarmente amato dal grande pubblico, gli impegni televisivi nella fiction, nella prosa e nel varietà sono stati, infatti, innumerevoli ( Missione Wiesenthal , La presidentessa , Figaro , Fatti e fattacci , Fregoli , Io a modo mio , Villa arzilla , Un figlio a metà , Il maresciallo Rocca ). Nel cinema ha lavorato, tra gli altri, con Lumet, Damiani, Monicelli, Lattuada.

Horovitz

Dopo la laurea a Harvard Israel Arthur Horowitz si trasferisce in Gran Bretagna, dove studia alla Royal Academy of Dramatic Arts (1961-63) e collabora con la Royal Shakespeare Company (1965); tornato negli Usa, diviene presto un fecondo autore di copioni per i teatri di Off-Off Broadway (tra gli altri, The Line al Café La Mama, 1967). Si rivela nel 1968 con l’atto unico Gli indiani vogliono il Bronx (The Indian Wants the Bronx), un thriller psicologico nel quale due giovani teppisti torturano un adulto emigrato dall’India, interpretato al debutto newyorkese da Al Pacino. I temi della violenza urbana e di ciò che di torbido si nasconde sotto la rispettabilità della classe media informano anche le sue opere successive (fra le quali il ciclo delle Wakefield Plays, 1974-79), quasi sempre di carattere realistico, ma con occasionali puntate verso l’assurdo. La prolifica attività di drammaturgo continua per tutti gli anni ’80 con testi aggressivi e di grande impatto (The Good Parts, 1982; Firebird at Dogtown, 1987): emerge per forza espressiva The Widow’s Blind Date , in cui si compie la vendetta di una donna stuprata.

Mazzali

Bruno Mazzali fonda la compagnia teatrale ‘Patagruppo’ (in cui lavora l’attrice Rosa Di Lucia, immancabile interprete dei suoi allestimenti), attiva nell’ambito dell’avanguardia. L’esordio è del 1972 con Ubu re di Jarry, a cui seguono: La conquista del Messico di Artaud (1973); Solitaire Solidaire dello stesso Mazzali (1976, ripresa nel 1979); La locandiera di Goldoni (1980). Numerosi i monologhi affidati alle doti interpretative della Di Lucia: Insulti al pubblico di P. Handke (1973, ripresa nel 1979); Senza patente, dall’intervista giornalistica a una prostituta (1976); Sinfonietta , raccolta di oltre 150 poesie di Ripellino (1979). Tra le altre regie segnaliamo: Sole e acciaio di M. (1982); Berenice di Racine, adattamento di E. Siciliano (di cui cura anche le scene e i costumi, 1984); Gige e il suo anello di Hebbel (anche le scene, 1986); Rumore di fondo di G. Manacorda (1988).

Manfridi

Giuseppe Manfridi dopo gli studi classici, svolge attività giornalistica per “La città futura” e “Il Dramma”, rivista di Diego Fabbri. Esordisce come autore, attore e regista nel 1976, allestendo Andromaca, la condizione estrema dell’urlo , ai teatri La Comunità e SpazioUno di Roma. Sin dai primi testi ( La leggenda della madre benedetta , 1979; Una stanza al buio , 1981), M. si segnala per l’originalità e l’intensità poetica della sua scrittura, sempre attenta al reale, al quotidiano, alle evoluzioni e le tendenze linguistiche non solo del contemporaneo. Autore particolarmente prolifico (oltre cinquanta i testi teatrali andati in scena), M. raggiunge notorietà grazie a Teppisti del 1985 (più volte ripreso); Una serata irresistibile (1986, premio Idi under 35); Liverani (1986, premio Riccione Ater); Anima bianca (1986, premio Idi); Giacomo il prepotente (1989, premio Taormina Arte e medaglia d’oro Idi), Ti amo, Maria (1989, premio Riccione Ater); Arsa (1989, 1993, 1995); La leggenda di San Giuliano (1991, presentato al festival d’Avignone); Zozòs (1994, ’96, ’97); La partitella (1995). Traduce in italiano le opere di Steven Berkoff e Jasmina Reza, firma le sceneggiature dei film Ultrà , regia di Ricky Tognazzi (1991, Orso d’argento al festival di Berlino), Vite strozzate (1996, regia R. Tognazzi); I maniaci sentimentali e Camere da letto (1996 e 1997, regia di Simona Izzo). I testi di M. sono tradotti e allestiti in Francia, Svezia, Grecia, Stati Uniti e Argentina.

Giraudoux

La carriera teatrale di Jean Giraudoux costituisce un tipico esempio della possibilità – o necessità – di suddividere la propria esistenza in due professioni appartenenti a due ambiti totalmente separati. Alto funzionario del ministero degli Esteri, Jean Giraudoux dedica infatti gran parte delle sue energie alla scrittura e, specificamente, al teatro: dalle sue opere pare trasparire una linea direttrice, una tendenza generale riconducibile all’interesse dell’autore per il mito e per il confronto tra quest’ultimo e il vivere contemporaneo. Dal punto di vista stilistico, Jean Giraudoux pare corrispondere perfettamente al precetto di Louis Jouvet, direttore della Comédie des Champs-Elysées per cui «il grande teatro è soprattutto bel linguaggio». L’incontro tra i due (1928) non può dunque che dar vita a una fruttuosa collaborazione: Jean Giraudoux confeziona per Jouvet testi scritti in modo elegante e strutturati secondo le regole della tradizione. Saranno dunque Siegfried (1928), adattamento da un romanzo dello stesso Giraudoux, Amphytrion 38 (1929) e, soprattutto, Intermezzo (1933), opera che Jouvet riteneva rappresentasse perfettamente lo spirito e lo stile dell’autore. Uno stile spesso tacciato di eccessiva `mondanità’ nei temi – come si è detto di ispirazione mitica – e nei toni, ironici e distaccati; in realtà, è sufficiente osservare la produzione del periodo immediatamente a ridosso lo scoppio del secondo conflitto mondiale, le opere di epoca bellica e quelle postume per cogliere non solo l’accresciuta consapevolezza e la maggior capacità di indagine psicologica, ma anche il netto incupirsi del teatro di G. Le opere teatrali realizzate tra il 1935 e il ’39, infatti, sono intrise da un senso di catastrofe imminente, dove l’umanità appare incapace di scongiurare ed esorcizzare il tragico. È il caso di La guerra di Troia non si deve fare (La guerre de Troie n’aura pas lieu , 1935), Electre (1937), Ondine (1939) opere la cui programmaticità di intenti rasenta la struttura `a tesi’. Molto nota, infine, un’opera messa in scena dopo la morte dell’autore, La pazza di Chaillot (La folle de Chaillot, 1945). Messa in scena per la prima volta a Parigi nel 1945 da Jouvet, La pazza di Chaillot conferma, dietro l’apparente leggerezza, la profondità della dolorosa meditazione di G. sulla decadenza del mondo morale, politico e metafisico suo contemporaneo.

Andreev

Dopo un brillante esordio come narratore, Andreev Leonid Nikolaevic si impone subito come uno dei più originali drammaturghi di area simbolista con Verso le stelle (1905) e Savva (1906), Ma il vero trionfo lo ottiene con Vita dell’uomo (1907), suggestivo, inquietante itinerario di un’esistenza, denso di simboli e di visioni, messo in scena contemporaneamente da Mejerchol’d al Teatro della Komissarzevskaja a Pietroburgo e da Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca. Sempre al Teatro d’Arte vengono messi in scena alcuni dei successivi lavori: Anatema (1909), Ekaterina Ivanovna (1912), Il pensiero (1914). In altri teatri vengono accolti con favore I giorni della nostra vita (1908), Anfissa (1910), Il professor Storicyn (1912), L’uomo che prende gli schiaffi (1915). Pur allontanandosi, dopo il 1910, dalle inflessioni fortemente simboliste dei primi lavori, rimane nella drammaturgia (così come nella prosa) andreeviana una connotazione grottesca ed esasperata che ben risponde all’atmosfera tesa del primo ventennio del Novecento. Grande successo e popolarità il teatro di Andreev Leonid Nikolaevic ha avuto in Italia nel periodo tra le due guerre: molti suoi lavori, soprattutto quelli in cui si indulge agli effetti scenici, divennero cavalli di battaglia dei nostri mattatori, da Zacconi alla Pavlova, dalle sorelle Gramatica a Ruggeri.

Durano

Così lunare e saettante, con sopracciglia che solo lui riesce ad accomodare in forma d’accento circonflesso, la mimica svolazzante, la dizione che picchietta le sillabe senza mai cedere al birignao. Giustino Durano rappresenta una presenza costante e significativa, quasi mai protagonista assoluto, ma sempre in ruoli di `carattere’ disegnati con acuta intelligenza e sensibile partecipazione. Esordisce nel 1944 in uno spettacolo d’arte varia per le Forze Armate a Bari; accanto all’artigliere D., Cesare Polacco, Gino Latilla, Nino Lembo (sarebbe diventato una gloria dell’avanspettacolo; ritiratosi dalle scene, fu e fornitore di gioielli falsi per film e commedie…). Regista, il maggiore Anton Giulio Majano. Primo spettacolo, Follie di Broadway con Lucio Ardenzi (cantante, non ancora impresario), Rosalia Maggio e un cantante che interpretava “Ciriciribin” e voleva essere annunciato prima con il cognome e poi con il nome, chiamandosi Littorio Sciarpa. Seguono spettacoli `d’arte varia’ (1947) a Bari, accanto a Peppino De Filippo e Nico Pepe, in avanspettacolo al Puccini di Milano (nel 1951) con Febo Conti e i cantanti Luciano Bonfiglioli e Corrado Lojacono. L’anno successivo, sarà in Cocoricò di Falconi-Frattini-Spiller, accanto a Dario Fo (nel cast anche Alberto Rabagliati, Franco Sportelli, la soubrette Vickie Henderson). Il sodalizio con Fo, e poi con Franco Parenti, avrebbe dato nelle due stagioni successive (1953-55) risultati `storici’, con Il dito nell’occhio e Sani da legare , due riviste da camera rappresentate al Piccolo Teatro di Milano e poi, in tournée, che (con il coevo Carnet de notes dei Gobbi, Caprioli-Bonucci-Salce e poi al posto di Salce, Franca Valeri) rivoluzionarono il teatro `leggero’ e comico, affidandosi a un copione ricco di geniale inventiva.

Nel 1956 Durano gioca la carta del solista, con due spettacoli: Il carattere cubitale e, alle Maschere di Milano, regista Carlo Silva, Cartastraccia ; in compagnia, Franca Gandolfi. Archiviato il cabaret teatrale (con un’appendice nel 1958 al Nuovo Romano di Torino, con Sssssssst!: canzoni demenziali come “Aveva un taxi nero – che andava col metano – e con la riga verde allo chassis”, avventure surreali di Pedro Cadrega, e altre trovate in anticipo sui tempi), D. passa nella rivista tradizionale, accanto a Wanda Osiris, in trio con Bramieri e Vianello in Okay fortuna di Puntoni-Terzoli; nella stessa formazione la stagione successiva in I fuoriserie . Nel 1958 è con Macario e Marisa Del Frate in Chiamate Arturo 777 , poi torna al capocomicato con Le parabole a spirale , Senza sipario , un recital alla Ribalta di Bologna, nelle stagioni 1958-59. E con Incondizionatamente condizionato (1973-74). Dal 1960 (con una pausa di riflessione che va dal 1974 al 1987) passa al teatro di prosa, con registi importanti. Segue Giorgio Strehler nella formazione del gruppo Teatro e Azione a Prato (dove tuttora D. risiede) partecipando a Il mostro lusitano di Weiss e Nel fondo di Gor’kij. Affronta ruoli importanti in Shakespeare, Pirandello (un memorabile Sampognetta in Questa sera si recita a soggetto accanto ad Alida Valli, 1995), Goldoni, Molière, Copi. Canta e recita al Piccolo Teatro di Milano in Ma cos’è questa crisi? con Milva e Franco Sportelli (1965). Affronta ruoli di rilievo in molte operette: La vedova allegra di Lehár con Edda Vincenzi a Palermo (1970); Il paese dei campanelli di Lombardo e Ranzato con Paola Borboni (Palermo 1972); Madama di Tebe di Lombardo con Ave Ninchi e Carlo Campanini, (Palermo 1973).

Nel tempo libero da impegni teatrali, radiofonici e televisivi (fu pioniere con Dario Fo nel 1953, negli studi di Torino, di trasmissioni per ragazzi), in particolare dal 1946 al ’66, si è esibito come cantante-fantasista «al night, in locali notturni, al dancing, in pasticceria, al caffè-concerto, in birreria, in Casinò, in grand hotel», come ricorda egli stesso. All’hotel Continental di Milano, 1949, con Maria Caniglia e Carlo Tagliabue; all’Odeon giardino d’inverno, Milano 1950, canta con il Duo Capinere e presenta il quartetto jazz di Duke Ellington; al Lirico di Milano in La sei giorni della canzone con Rabagliati, Lojacono, Narciso Parigi, Jenny Luna, Oscar Carboni; alla Bussola di Viareggio, con l’orchestra di Bruno Martino, affianca Mina, Alighiero Noschese e le spogliarelliste Rita Renoir e Dodo d’Hamburg. Nel suo curriculum, anche una stagione sotto il chapiteau, con il Circo Togni (1953), nella pantomima Pierrot lunaire . Nel 1951, a Modena, il baritono D. si esibisce in arie verdiane e, da solo, interpreta il duetto tra Rigoletto e Sparafucile. Nell’estate 1998 è stato il vecchio Anselmo nel Barbiere di Siviglia di Rossini all’Opera di Roma. Per la sua interpretazione nel film La vita è bella di Benigni gli è stato assegnato il Nastro d’argento 1998. Il 19 febbraio 1985 viene pubblicata la notizia della improvvisa dipartita del noto attore; il giornale radio ne traccia un affettuoso ritratto, interrotto dalla viva voce dell’interessato che precisa trattarsi della scomparsa di un cugino omonimo e cita la battuta di un altro vivo dato per morto, Mark Twain: «La notizia della mia morte è certamente prematura».

Roli

Attento osservatore dei costumi contemporanei, Mino Roli denuncia nelle sue opere, con stile neoverista, i rappresentanti di una società ingiusta e senza scrupoli. Tra i titoli della sua produzione vanno ricordati Sacco e Vanzetti (1961), realizzato in collaborazione con L. Vincenzoni e rappresentato dalla compagnia Sbragia-Garrani-Salerno, e Le confessioni della signora Elvira (1965), messo in scena dalla Padovani-Garrani-Sbragia.

Vasilicò

Appartenente a quella che Franco Quadri ha definito la ‘seconda generazione’ della neoavanguardia, Giuliano Vasilicò compie la sua formazione culturale e artistica in Svezia, dove ha i primi contatti con il nuovo teatro americano e dove partecipa ai primi happening . L’esperienza svedese ha fine nel 1968, anno in cui decide di stabilirsi a Roma, qui conosce Giancarlo Nanni con il quale lavora per un breve periodo al Teatro La Fede e insieme al quale sperimenta una capacità gestuale che nel tempo andrà formalizzandosi in una espressione teatrale esteticamente rigorosa. Da una realtà-laboratorio fonda la compagnia Beat ’72 , in una delle `cantine’ romane.

Nel 1969 dà alle scene il suo testo Missione psicopolitica, seguito da L’occupazione (1970). Gli scarsi riscontri della critica lo spingono ad accostarsi ai classici: dapprima la sua scelta cade su Amleto (1971), così dal regista giustificata: “se sono costretto a mettere in scena un testo non mio, voglio almeno il più bello scritto dagli altri”, in seguito, sul romanzo filosofico del marchese De Sade da cui trae Le 120 giornate di Sodoma (1972). Il primo spettacolo celebra il concetto genetiano di identità tra delitto e teatro, una situazione in cui si genera un’intensificazione emotiva continua, che scopre nella ripetizione del gesto una puntuale esplicitazione stilistica. Quando la ripetizione si fa ossessiva e diventa momento portante dell’azione trova emblematici punti di contatto con il mondo e il pensiero di Sade: ecco dunque nascere il secondo spettacolo.

Nei due allestimenti successivi, L’uomo di Babilonia (1974), da Musil, e Proust (1976), spettacolo che evoca i rapporti tra lo scrittore e la sua opera, prende forma il suo gusto per le sfide impossibili e la sua consacrazione al romanzo gli permette di varare l’ambizioso progetto di realizzare traduzioni ideali dalla pagina alla scena, in una scrittura scenica definita da composizioni di immagini e di luci, su una struttura drammaturgica che si avvale di poche citazioni tratte dall’opera letteraria originale. La sua predilezione per Musil si manifesta attraverso il tentativo di dare all’autore austriaco un’identità scenica. Si susseguono, quindi, spettacoli come L’uomo senza qualità a teatro (1984), Il compimento dell’amore (1990, ripreso poi nel 1992 e nel 1997), Delitto a teatro (1992), work in progress inserito nel “Progetto Musil”. Tra di questi si annoverano gli allestimenti, Oscar Wilde. Ritratto di Dorian Gray (1986) e Il mago di Oz di Lyman Frank Baum (1987), con i quali V. affronta nuove esperienze. Negli ultimi anni si dedica alla ripresa delle sue opere più riuscite.

Pugliese

Laureato in giurisprudenza, Sergio Pugliese ricoprì un importante ruolo dirigenziale alla Rai, promuovendo i primi programmi sperimentali. Giovanissimo scrisse, in collaborazione con S. Gotta, una commedia dal titolo Ombra, la moglie bella (1932). Dopo il divertente lavoro Trampoli (1935, interpretato da D. Falconi), si dedicò a un teatro più pensoso e intimista, caratteristiche che lo accompagneranno nella successiva produzione. Tali elementi si ritrovano infatti anche nel Cugino Filippo (1937), Conchiglia (1937) e Vent’anni (1938). Il riferimento naturale di questo stile può essere individuato nel Giacosa di Come le foglie. La sua opera più nota è L’ippocampo (1942), nella quale si racconta con arguzia una vicenda coniugale: la commedia, che riscosse un grande successo, venne rappresentata in molte piazze europee e restò in cartellone un anno a Buenos Aires. Nel 1945 la stessa commedia ebbe una versione cinematografica. Sempre per il grande schermo, firmò la sceneggiatura, tra l’altro, di Gioco pericoloso (1942), L’angelo bianco (1943), Nebbie sul mare (1944-1945), Barriera a settentrione (1951).

Bond

Regista di molti dei suoi lavori, Edward Bond è un brillante autodidatta – alla stregua di Pinter e Stoppard – che considera l’educazione scolastica la prima forma di violenza sociale a cui è necessario ribellarsi. All’inizio della sua carriera, nei primi anni ’60, entra a far parte del Writer’s Group, riunito presso il Royal Court Theatre sotto la direzione del regista William Gaskill, che propone un’esperienza teatrale concreta iniziando i giovani alle tecniche brechtiane e all’improvvisazione. Edward Bond debutta con Il matrimonio del Papa (The Pope’s Wedding, 1962) e si afferma con Salvo (Saved, 1965), impressionando il pubblico con un ritratto impietoso della vita squallida e violenta di un gruppo di operai londinesi che arriva a compiere l’atto mostruoso della lapidazione di un bambino nella sua culla. Assimilata la lezione brechtiana, Edward Bond predilige la divisione del testo in scene e non in atti, si orienta verso un’estrema essenzialità scenografica, e ricorre in modo sistematico alle note introduttive al testo, che costruisce come analisi e non come drammatizzazione della vicenda. Sviluppando una poetica teatrale non naturalistica, Edward Bond parte dal teatro epico per spingersi oltre, usando la storia come ambientazione privilegiata da cui osservare con un certo distacco gli eventi e le problematiche contemporanee.

La necessità di rinnovamento e sperimentazione lo spinge all’impiego di stili diversi: dal realismo scarnificato dei primi lavori alla fantasia surreale, dai toni farseschi, in Quando si fa giorno (Early Morning, 1968, testo censurato), alla parabola brechtiana in La stretta via al profondo Nord (Narrow road to the deep North), e ancora alla rivisitazione shakespeariana in Lear (1971), come pure al mitico della tragedia greca in La donna (The Woman, 1978): testo presentato dall’autore nello spazio dell’Olivier al National Theatre che prendendo spunto dai testi di Sofocle e Euripide offre una rilettura della guerra di Troia da un punto di vista prettamente femminile. Al centro del suo teatro si colloca l’umana specie e la mutevolezza dei suoi valori: dapprima l’interesse è puntato su fenomeni di alienazione e violenza, poi si rivolge alla causa di tali atteggiamenti analizzando il potere nelle sue sfaccettature ( Il mare , The sea, 1973; Il fagotto , The Bundle, 1978; Restaurazione , Restoration, 1981) per approdare alla controversa questione della figura e del ruolo del poeta nella società e i suoi rapporti con la classe egemone ( La stretta via al profondo Nord , 1968; Bingo , 1973 e Il giullare , The fool, 1975). Attento curatore della parte riservata alla regia, B. si concentra sul testo quanto sugli attori, che devono essere, nelle sue parole, «the illustrations of the story as well as the speakers of the text […] and not be swept by emotion» (gli illustratori della storia e i portavoce del testo […] e non lasciarsi trascinare dalle emozioni). La violenza, la crudeltà e in genere le immagini aspre e brutali del suo teatro gli hanno procurato scarsa notorietà e poco favore tra il pubblico, ciònonostante rimane uno dei più celebrati scrittori di sinistra ad essere emerso dal teatro ‘fringe’ con vera originalità e grande forza per farsi spazio nei teatri istituzionali: presso la Royal Shakespeare Company (RSC) nell’85 con la trilogia The war plays sulla guerra e l’olocausto nucleare e al Leicester Haymarket con Jackett II nel ’90.

Landolfi

Solitario, colto, dandy, Tommaso Landolfi è uno degli autori più raffinati del secondo Novecento italiano. La sua narrativa, in cui il gioco e la mistificazione convivono con una tragica visione esistenziale, svaria dal simbolismo al realismo magico, dal romanticismo artefatto allo psicologismo gratuito, lasciando trasparire dietro la raggelante intelligenza una coinvolgente passionalità: Dialogo dei massimi sistemi (1937), Il mare delle blatte e altre storie (1939), Cancroregina (1950), Racconto impossibile (1966) e altri. La sua produzione teatrale non è paragonabile a quella narrativa. Suo primo testo drammatico – scritto nel 1956 – è il fortemente biografico Landolfo VI di Benevento. Nel 1961 viene trasmesso l’originale televisivo Cagliostro , mentre nel 1969, al Teatro Arlecchino di Roma, viene rappresentato Faust ’67 (opera vincitrice del premio Pirandello nel 1968), per la regia di S. Sequi. L. è anche stato autore di alcuni atti unici radiofonici, tra cui ricordiamo La farfalla strappata, La tempesta , Il dente di cera, trasmessi nel 1970, e Teatrino , andato in onda l’anno successivo.

Shaffer

Nel 1956 di Peter Shaffer esce Esercizio a cinque dita (Five Finger Exercise), che viene esportato e filmato a Broadway. Seguono nel 1962 due atti unici: L’orecchio privato (The Private Ear) e L’occhio pubblico (The Public Eye). Ma il grande successo S. lo ha ottenuto con La caccia reale del sole (The Royal Hunt of the Sun, 1964), allestito da John Dexter al National Theatre, sul tema della conquista spagnola del Perù. Nel 1965 ha scritto, sempre per il National, Commedia nera (Black Comedy), a cui è stato aggiunto successivamente Bugie innocenti (White Lies, riscritto come White Liars). Commedia nera (allestita da Zeffirelli nel 1965 con la Guarnieri e Giannini), nell’adattamento di G. Patroni Griffi e con la regia di Terlizzi è stata ripresa al Teatro Giulio Cesare di Roma (1990). L’insuccesso di La battaglia delle confessioni e assoluzioni (The Battle of Shrivings, riscritto come Shrivings nel 1975) è stato riequilibrato dal consenso ottenuto per Cavalli (Equus, 1973), con la regia di John Dexter, che portò in scena cavalli veri. Equus è stato interpretato da numerosi attori come Alec McCowen, Anthony Hopkins, Anthony Perkins e Richard Burton. Nel 1978 il National Theatre ha messo in scena Amadeus , in cui S. elabora il classico tema dell’invidia di Salieri, artista conformista, per il genio di Mozart, e Yonadab (1985). I drammi di S. presentano, pur nella variazione, una tematica fondamentale: la lotta degli uomini per la ricerca dei significati in un mondo dove domina la morte e la religione non offre nessuna salvezza. Lo scontro continuo tra fede e mancanza di fede, tra passione, violenza e impotenza è rappresentato tramite l’azione drammatica e il potere della parola.

Crommelynck

Figlio d’arte, Fernand Crommelynck dopo aver lavorato presso un agente di cambio si diede alle scene. Autodidatta, entrò in teatro prima come attore, poi come autore, debuttando con l’atto unico in versi Non andremo più nel bosco (Nous n’irons plus au bois, 1906), di cui fu anche interprete. Nel 1908 pubblicò un altro atto unico in versi, Lo scultore di maschere (Le sculpteur de masques), tragedia moderna di stampo intimista. I due lavori successivi, Il venditore di rimpianti (Le marchand de regrets, 1913) e Gli amanti puerili (Les amants puerils, 1921), ricalcano il medesimo stato d’animo. Il successo giunse con la farsa tragica Il magnifico cornuto (Le cocu magnifique, 1921), storia di un marito geloso che, da quando ha scoperto che la moglie è corteggiata da altri uomini, pur di provarne l’infedeltà la getta tra le braccia di tutti i paesani, finendo con l’esser tradito per davvero; celebre la messinscena di Mejerchol’d a Mosca nel 1922, esempio del costruttivismo in teatro. Trippe d’oro (1926), assalto contro la ricchezza e l’avarizia e Carine, o la ragazza prodiga della sua anima (1929), dove l’amore puro contrasta la sfrenata sensualità, connotano sempre più il suo teatro di toni farseschi, che spesso si colorano di patetismo e melanconia. Sullo stesso filone si pongono Una donna che ha il cuore troppo piccolo (Une femme qu’a le coeur trop petit, 1934) e Caldo e freddo (Chaud et froid, 1936). Ha adattato e scritto anche sceneggiature cinematografiche.

Kops

L’opera di Bernard Kops è dominata dalla tensione tra disperazione autodistruttiva e speranza riconciliatrice, come nel suo primo lavoro, L’Amleto di Stepney Green (The Hamlet of Stepney Green, 1958), dove il protagonista Sam torna come fantasma per convincere il figlio ad amare la vita; o in Il sogno di Peter Mann (The Dream of Peter Mann, 1960), dramma sul pericolo atomico. Seguono Domani è un meraviglioso giorno (It’s a Lovely Day Tomorrow, 1976), scritto in collaborazione con J. Goldschmidt, Più fuori che dentro (More Out Than In, 1980), Ezra (1981) e Simon a mezzanotte (Simon at Midnight, 1982): qui il protagonista dimostra l’efficacia delle speranze e dei sogni contro la futilità e la paura della morte. Anche se porta in scena la vita dei ceti popolari, K. non si può etichettare come scrittore realistico. Le sue opere sono infatti parabole poetiche sulla natura umana e su conflitti non specifici dell’epoca contemporanea, ma universali.

Luzi

Tra i massimi esponenti della poesia del Novecento (Il giusto della vita, Su fondamenti invisibili, Al fuoco della controversia), saggista finissimo (L’inferno e il Limbo, Vicissitudine e forma), più volte candidato al premio Nobel per la letteratura, Mario Luzi ha scritto il suo primo testo teatrale nel 1947 ( Pietra oscura, rappresentato solo nel 1998) al quale sono seguiti, molto più tardi, nel 1971 il poemetto drammatico Ipazia , Rosales (1983) e Hystrio (1987). È stato ispiratore del Progetto Divina Commedia, teso alla messa in scena delle tre cantiche del poema da parte dei Magazzini (nel 1992 curò l’adattamento del Purgatorio ). Nel 1995 al Maggio musicale fiorentino ha debuttato Felicità turbate , testo nel quale L. ha ricostruito la figura del pittore Jacopo Carucci detto il Pontormo. Notevoli le sue traduzioni teatrali: Andromaca di Racine, Riccardo III di Shakespeare.

Pensa

Tra le opere teatrali di Carlo Maria Pensa si ricordano: Il fratello (1955), La figlia 1957), I falsi (1959), Riconoscenti posero e Gli altri uccidono (entrambe hanno vinto il Premio Riccione), Gli innocenti (1966), LSD, Lei scusi divorzierebbe ? (1970), Miladieci (rappresentata diverse volte e vincitrice del premio nazionale Vallecorsi), La piscina nel cortile con cui si aggiudica il premio Flaiano. Si è occupato di regia teatrale: sue sono l’allestimento e la riduzione del Successore di C. Bertolazzi, Una famiglia di Cilapponi di C. Dossi, Trilogia di Ludro F.A.Bon. Importante il suo contributo nell’ambito della letteratura drammatica milanese, alla quale ha contribuito con cinque commedie dialettali fra le quali Dammatrà ripreso recentemente al Franco Parenti nell’interpretazione di Piero Mazzarella. Ha diretto la sezione prosa della Rai.

Sudermann

Figlio di un contadino, Hermann Sudermann studia storia e filosofia a Königsberg e Berlino. Redattore del “Deutschen Reichsblatt”, si guadagna da vivere come precettore privato e lavora come scrittore indipendente. Esponente del naturalismo, costruisce le sue opere sul modello francese del dramma di conversazione, coniugando una superficiale critica sociale con una articolazione dell’azione di innegabile efficacia scenica. Si fece conoscere, nel 1890, con il dramma L’onore (Die Ehre), primo di una lunga serie di successi anche popolari, oggi dimenticati (Magda per esempio, del 1893, era sempre nel cartellone della compagnia di E. Zacconi). Alcuni tra i titoli più noti sono Casa paterna (Heimat; 1893), I fuochi di San Giovanni (Johannisfeuer; 1900), Strandkinder (1909), Die Raschhoffs (1919), Battaglia di farfalle (Der Hasenfellh&aulm;ndler; 1927). È stato anche romanziere: La donna in grigio (Frau Sorge, 1887), Il ponte del gatto (Der Katzensteg, 1889), Il professore folle (Der tolle Professor, 1926).

Unamuno

Filosofo, romanziere, poeta, Miguel de Unamuno è fra gli autori più importanti della ‘generazione del ’98’; figura molto contraddittoria e discussa, è oggi considerato uno degli innovatori della letteratura spagnola dei primi decenni del secolo. Come drammaturgo è autore di un teatro astratto, filosofico, depurato da ogni spettacolarità, lontanissimo quindi dai gusti del pubblico dell’epoca: un tipo di teatro che egli stesso teorizzò nei suoi saggi. Tra i suoi testi più significativi: Ombre di sogno (Sombras de sueño, 1926), L’Altro (El Otro, 1926), sul problema dell’identità, e Fratel Giovanni (El hermano Juan), rivisitazione del mito di Don Giovanni. Il suo dramma Un vero uomo fu messo in scena dalla compagnia Teatro d’Arte diretto da Pirandello, 1927.

Bruce

Arruolatosi in marina a diciassette anni (l’esperienza durerà due anni), Lenny Bruce trovò la sua prima occasione all’Arthur Godfrey Talent Scouts Show, con uno sketch chiamato The Bavarian Mimic. Lavorò quindi in una quantità di club, concependo e rifinendo la cosiddetta sick comedy, uno stilema destinato a diventare il suo marchio di fabbrica. Agli inizi degli anni ’50 risalgono i suoi incontri con la spogliarellista Honey Harlow (che sposerà e da cui avrà una figlia) e con l’eroina: dalla prima divorzierà qualche anno dopo, mentre la seconda lo seguirà fino alla morte. Dal 1959 i suoi acidi e innovativi cabaret, recitati in caves sempre meno sordide e sempre più alla moda, cominciarono a ottenere risonanza nazionale, grazie anche ad una stampa compiacente e, più che altro, a caccia di ‘casi’. Dal 1963 iniziò a pubblicare su “Playboy” una serie di pezzi, più o meno autobiografici, che verranno poi raccolti nel volume Come parlare sporco e influenzare la gente, mentre ormai i suoi dischi parlati erano già un successo oltre i confini della West Coast americana. Ferocemente icastiche, destabilizzanti al punto di far diventare il loro autore un autentico simbolo della controcultura americana, le esibizioni di Bruce erano tarate su un allora inedito registro a metà tra il sarcasmo yiddish e la polemica rivolta alle sovrastrutture culturali imposte dall’establishment. Ciò gli costò, a partire dal 1961, una serie infinita di arresti – spesso durante gli spettacoli – e detenzioni che in parte fiaccarono l’impeto dirompente fino ad allora dimostrato. Responsabile di tutta una genìa di nuovi comici (anche i nostri P. Rossi e B. Grillo), Bruce morì in circostanze non ancora del tutto chiarite. Dieci anni dopo la sua scomparsa, Bob Fosse ha tratto un riuscitissimo film (Lenny) dalla sua biografia, interpretato da D. Hoffman.

De Filippo

Luigi De Filippo costituisce un po’ la quintessenza della tradizione attoriale napoletana, e già, s’intende, a partire dal versante familiare: i genitori – il grande Peppino De Filippo e Adele Carloni, anch’ella attrice e figlia di attori – si erano conosciuti sul palcoscenico, recitando nella compagnia di Vincenzo Scarpetta, fratello naturale dei tre De Filippo; e, come se non bastasse, uno dei quattro fratelli di Adele, Pietro, fu il marito di Titina De Filippo. De F. debutta in teatro al Quirino di Roma nel 1951, ovviamente nella compagnia del padre; e, da quel momento, Peppino gli affida ruoli via via più importanti. Divenuto condirettore della compagnia e principale collaboratore artistico del padre, è al suo fianco in tutte le applauditissime tournée all’estero, distinguendosi – da interprete ormai maturo e connotato da una singolare cifra espressiva, che mescola umorismo e amarezza – su palcoscenici prestigiosi, in Europa e Sudamerica. Nel 1978 lascia la compagnia del padre e imbocca una propria, autonoma strada, anche in veste di regista. Non meno significativa è l’attività di De F. come autore. Particolare successo hanno avuto le sue commedie Fatti nostri, Storia strana su di una terrazza romana, Come e perché crollò il Colosseo, La commedia del re buffone e del buffone re, e la più recente La fortuna di nascere a Napoli . Tema costante di questi copioni – a testimonianza di una scelta ideologica che discende essa stessa `per li rami’ – sono la famiglia e le sue contraddizioni, l’una e le altre assunte come specchio e paradigma della società contemporanea. Di particolare interesse anche la riscrittura in chiave metaforica di Il malato immaginario di Molière: l’azione risulta spostata a Napoli nel 1799, sicché – proclamata la Repubblica Partenopea, dopo che Ferdinando di Borbone e la regina Maria Carolina sono fuggiti in Sicilia – Argante diventa, quasi automaticamente, il classico conservatore piccolo-borghese indotto a barricarsi in casa dall’illusione di poter evitare, per l’appunto attraverso l’isolamento, il `contagio’ dei tempi nuovi e, soprattutto, dei nuovi diritti che essi hanno portato alle classi subalterne.

Goering

Segnato sin da giovanissimo dal suicidio del padre e dalla follia della madre, Reinhard Goering studia medicina a Jena, Berlino e Monaco. Lavora come medico militare nel 1914 e contrae la tubercolosi. Avvicinatosi all’espressionismo, nel 1917 scrive Battaglia navale (Seeschlacht) che viene messa in scena a Dresda nel 1918 provocando uno scandalo. L’opera viene ripresa a Berlino e lodata come uno dei lavori teatrali più belli che la guerra abbia ispirato. I sette marinai che attendono la morte su una nave da guerra, prigionieri dei loro sogni e delle loro angosce, sono il simbolo del pacifismo di un’intera generazione. Un’altra sua celebre opera, La spedizione al polo Sud del capitano Scott (Die Südpolexpedition des Kapitan Scott), messa in scena per la prima volta da Jessner nel 1930, si rivela come una delle opere più ricche e strane del repertorio espressionista; per entrambi questi lavori gli viene conferito il premio Kleist. Rifugiatosi in Svizzera, affetto da disturbi mentali, G. si disinteressa del destino delle sue opere e non assiste mai alle loro rappresesentazioni. Viaggia in Francia e in Finlandia prima di stabilirsi a Berlino. Affetto da un cancro, Reinhard Goering si avvelena nel 1936.

Bergonzoni

Giocoliere delle parole, creatore di fulminanti e surreali non-sense a partire dalla provocatoria volontà di spiegare il meno possibile, Alessandro Bergonzoni porta sulla scena il suo primo vero e proprio spettacolo nel 1986, quando rappresenta a Roma La saliera e l’Ape Piera per la regia di Claudio Calabrò.

 Le sue precedenti prove Scemeggiata, Chi cabaret fa per tre, La regina del Nautilus risultano dei contenitori di situazioni tra loro diversissime, piuttosto che testi in possesso di una specifica coerenza. L’amore per «il nuovo, l’astruso, l’originale e il curioso», la volontà di sorprendere attraverso una profluvie di giochi d’artificio verbali che ricordano quelli dei fratelli Marx o del Burchiello, la destabilizzante sottrazione di qualunque saldo ancoraggio sono i tratti distintivi anche degli spettacoli successivi, tutti monologhi diretti da Calabrò: Le balene restino sedute (Bologna 1988), Non è morto né Flic né Floc, Anghingò , (Milano 1991), Tra lo gnoto e l’ignoto (Roma 1994), La cucina del frattempo (Parma 1994). Con regia di Renzo Sicco è stato allestito Albergo Bergonzoni (Torino 1996).

L’apertura ad una seppur paradossale trama (preannunciata a partire da Anghingò e perseguita parallelamente nelle prove narrative) – che si annoda attorno all’eredità contesa tra i nipoti gemelli Jean, Jean Jean e Jean per Jean – impronta Zius e Zigotes , che ha debuttato nel 1998 al Teatro Ciak di Milano.

Chiesa

Nel 1946 Ivo Chiesa fonda la rivista “Sipario”, che dirige per cinque anni. Nel 1952, abbandonato il lavoro di scrittore e di critico, si cimenta nella regia dirigendo la sua prima compagnia (L. Brignone, M. Benassi, G. Santuccio, E.M. Salerno, A. Asti, G. Mauri) al Teatro milanese di via Manzoni. Dal 1955 è direttore del Teatro stabile di Genova. Per la scena ha adattato il romanzo di Bontempelli Gente nel tempo.

Kroetz

Cresciuto in bassa Baviera, dopo gli studi teatrali Franz Xaver Kroetz inizia a lavorare a Monaco come attore e regista; una borsa di studio della casa editrice Suhrkamp gli consente di vivere come scrittore indipendente. A lui si deve un rinnovamento della commedia popolare: Kroetz trasforma la satira della vita di campagna e le vicende dei contadini in una tragedia dell’assurdo. Le sue prime opere Selvaggina di passo (Wildwechsel, 1968), Lavoro a domicilio (Heimarbeit, 1969), Ostinato (Hartnaulm;ckig , 1970), messe in scena ai Kammerspiele di Monaco, ottengono un notevole successo; nel 1971 La corte delle stalle (Stallerhof), Treno fantasma (Geisterbahn), Caro Fritz (Lieber Fritz), Musica a richiesta (Wunschkonzert) confermano la sua reputazione. Entrato a far parte dell’Antitheater di Fassbinder, Kroetz si ispira apertamente a Horváth e a M. Fleisser (sui quali scriverà diversi saggi); riprendendo la forma del Volkstück, la sovverte in funzione di una critica della civiltà attuale. Opere come Interesse globale (Globales Interesse), Austria superiore (Oberösterreich, 1972) e Prospettive lontane (Weitere Aussichten, 1974) fanno di lui, nonostante la sua appartenenza al partito comunista, uno degli autori più rappresentati in Germania. Nel 1974, assieme a T. Bernhard e B. Strauss, viene insignito di un premio dalla città di Hannover, mentre un ottimo successo ottengono anche Viaggio nella felicità (Reise ins Glück, 1975) e Un caro saluto da Grado (Herzliche Grüsse aus Grado, 1976). Estraneo alle teorie del teatro politico e documentario, dichiaratamente distante anche da Brecht, nel suo teatro Kroetz tratta di gente d’umile condizione della Germania meridionale, che si esprime per lo più in dialetto: il loro quotidiano, spesso apparentemente insignificante, fa intravedere coordinate di tragedia. I suoi personaggi sono l’immagine di una piccola borghesia senza illusioni, dipinta con uno stile che lo stesso Kroetz ha definito `antiteatrale’ e attraverso una drammaturgia atipica.

Storey

Lo sradicamento dall’ambiente originario e la promozione sociale sono i temi delle prime commedie di David Storey: Il ristabilimento di A. Middleton (The Restoration of A. Middleton, 1967) e In Celebration (1969), interpretato da Alan Bates. Seguono L’imprenditore (The Contractor, 1969), dove un capomastro fa erigere dai suoi uomini un padiglione per festeggiare le nozze della figlia, azione intervallata da momenti di vita operaia, Lo spogliatoio (The Changing Room, 1971) e Vita di classe (Life Class, 1974). Lo stampo realistico è fortissimo nella rappresentazione di tipi e idiomi dello Yorkshire. In altre opere è invece operante una certa influenza del teatro di Pinter: Casa (Home, 1970), interpretato da John Gielgud e Ralph Richardson, Cromwell (1973), Il giorno della mamma (The Mother’s Day, 1975) e Primi giorni (Early Days, 1980), rappresentato al National Theatre. I personaggi di Storey sono uomini alienati da tutto ciò che li circonda – famiglia, strade, classe, lavoro, linguaggio, ridotto a una forma sociale priva di contenuto personale – e sono pervasi da una dissociazione totale della sensibilità, che separa la mente dalle emozioni e dalle azioni.

Sanchis Sinisterra

Formatosi nell’ambito del teatro universitario e del teatro indipendente durante il periodo franchista, dopo la fine della dittatura, nel 1977, José Sanchis Sinisterra fonda e dirige a Barcellona il gruppo sperimentale Teatro fronterizo (Teatro di frontiera), col quale si propone di indagare i limiti della teatralità e dei processi percettivi dello spettatore. Critico e teorico del teatro, S. è autore di drammi strutturalmente complessi, pur nella ricerca di una estrema riduzione della spettacolarità, caratterizzati da un’accentuata tendenza all’intertestualità, evidente ad esempio nella Trilogia americana (1992), tre testi ispirati alla Conquista. Raggiunge il successo di pubblico con ¡Ay, Carmela!, sottotitolata Elegia di una guerra civile in due atti e un epilogo, memoria della guerra civile spagnola, evocata da due soli personaggi, attori di varietà . Andata in scena in Spagna nel 1987 con Veronica Forqué come protagonista, ne fu tratta nel 1990 una versione cinematografica, diretta da Carlos Saura e interpretata da Carmen Maura. Nel 1991 ne fu messo in scena a Firenze un adattamento italiano a cura del regista Angelo Savelli.

Norén

Lars Norén esordisce nel 1963 con una raccolta di poesie dal titolo Lillà, neve; la sua fama di scrittore viene immediatamente confermata da due romanzi successivi, L’apicultore (1970) e Il paradiso sotterraneo (1972). Il mondo delle relazioni familiari e dei rapporti interpersonali, indagati nelle manifestazioni più devianti e conflittuali, è il tema centrale non solo di questi primi scritti, ma di tutta la sua produzione drammatica, che ha inizio negli ultimi anni ’70 e che annovera testi quali Una felicità oltraggiosa (1980), Demoni (1982) e Il sorriso della malavita (1982). L’incontro con il grande pubblico avviene soprattutto con la trilogia formata da Il coraggio di uccidere (1978), La notte è madre del giorno (1982) e Il caos è prossimo a Dio (1983) , testi che, pur non essendo autobiografici, rimandano parzialmente all’esperienza di vita dell’autore. Da ricordare anche i più recenti La veglia (1985), Gli attori (1987), Autunno e inverno (1989), Estate (1992) e Il tempo è la nostra dimora (1993), per lo più rappresentati al Kungliga Teatern. Una variazione rispetto alle tematiche tipiche di Norén è rappresentata dal testo del 1991 Dateci le ombre , ispirato alla figura di E. O’Neill che, insieme a Ibsen e Cechov, ha sicuramente influenzato il lavoro del drammaturgo svedese. Altro accostamento da citare è quello a Strindberg, soprattutto per la particolare attenzione riservata ai problemi del linguaggio teatrale e in particolare al dialogo, che unisce, in Norén, note di qualità lirica a un’inaspettata violenza verbale. Negli ultimi anni si è accostato anche alla regia, iniziando questa attività proprio con l’allestimento di un testo di Strindberg, Danza di morte (Piccolo Teatro, 1994).

Unruh

Di famiglia nobile, Fritz Wilhelm Ernst von Unruh fu nell’esercito prima di diventare pacifista; le sue opere contro la guerra e il suo impegno a favore della democrazia gli valsero il consenso di un’intera generazione. La sua prima opera teatrale, Luigi Ferdinando, principe di Prussia , fu rifiutata da Reinhardt, che però lo spinse a scriverne un’altra sulla vita militare. Questa fu Ufficiali, messa in scena dallo stesso Reinhardt a Berlino nel 1911 e pubblicata l’anno seguente con grande successo; Unruh fu però costretto ad abbandonare l’esercito. Nel 1917 scrisse Una stirpe, sulle atrocità della prima guerra mondiale (Francoforte 1918), e nel 1920, con Piazza , si confermò autore di tendenza pacifista, vicino all’espressionismo. Fu insignito del premio Kleist per una nuova versione della sua prima opera e per Prima della decisione (1919). Deputato repubblicano e sostenitore del fronte popolare contro il nazismo, associò il suo teatro alla difesa della repubblica di Weimar. Costretto all’esilio nel 1933, fu in Francia e in Italia prima di emigrare negli Usa nel 1940. Dopo il suo ritorno in Germania nel 1952 pubblicò altri drammi tra cui Duello sulla Havel e 17 Giugno 1954.

Bertolazzi

Contemporaneo di Capuana, Giacosa, Praga e Rovetta, Carlo Bertolazzi collaborò al “Guerin Meschino” e alla “Sera” come critico teatrale. Il suo precoce esordio è del 1888 con Mamma Teresa , rappresentato con successo dai filodrammatici, cui seguono Trilogia di Gilda (1889) e La lezione per domani (1890). Il meglio di sé lo dà comunque nei grandi affreschi della Milano a cavallo tra i due secoli. Esemplare da questo punto di vista sono è El nost Milan, in cui la protagonista Nina viene presentata prima come donna del basso popolo, e successivamente nel corrotto ambiente della nobiltà milanese: alla disperazione della popolana innamorata di un pagliaccio del circo, e poi costretta a prostituirsi, risponde quella dell’aristocratica costretta in un’atmosfera di falsità che essa stessa finirà per rifiutare. Ne La gibigianna (1898) da molti considerata la sua opera maggiore, il senso di precarietà della vita è dato dalla tormentata e ‘maledetta’ storia d’amore di Bianca ed Enrico, sullo sfondo, efficacemente reso, del contrasto cittadino tra poveri e ricchi. Dopo questi esordi in vernacolo, B. si convinse dell’impossibilità di continuare la tradizione del dialetto milanese, e scrisse in italiano il resto delle sue opere senza però riuscire mai più a ritrovare la stessa intensità realistica che lo aveva contraddistinto. Restano comunque da notare L’egoista (1900) in cui viene rappresentato il personaggio assolutamente negativo di Franco Martengo. Questi, dopo avere sposato la donna amata dal fratello, ed averla costretta a subire i suoi continui tradimenti, sacrifica anche la figlia scombinandole il matrimonio, costringendola a stare al suo fianco per accudirlo durante la sua vecchiaia. Quando giunge l’ora della morte, in preda a crisi mistiche, lascia gran parte del suo patrimonio alla comunità religiosa, lasciando la figlia in miseria. Altre opere da ricordare sono La maschera (1896), La casa del sonno (1901), Lulù (1903,) Lorenzo e il suo avvocato (1905) e La zitella (1916), in cui prosegue la linea intrapresa agli esordi, di un realismo con sfumature anticipatrici dei toni crepuscolari, in cui il Croce scorse una «spiccata critica morale» legata a pregi di «movimento e brio teatrale».

Odets

Il più tipico drammaturgo americano degli anni Trenta, Clifford Odets cominciò come attore, entrando a far parte del Group Theatre fin dalla fondazione; ne divenne l’autore più significativo a partire dal 1935, quando fece rappresentare Aspettando Lefty (Waiting for Lefty), che raccontava, in un linguaggio molto parlato ma di grande suggestione e con tecniche mutuate dal teatro agit-prop, una riunione di taxisti in agitazione, conclusa con la decisione di entrare in sciopero. Ma l’autore allargava il discorso ad altre forme di sfruttamento o di pregiudizio, ponendo in stato d’accusa vari aspetti della società americana. Seguì nello stesso anno la sua opera forse più persuasiva, Svegliati e canta! (Awake and Sing!), ritratto di una famiglia ebrea negli anni della Depressione, tenuta assieme da una madre che, ossessionata dalla mancanza di denaro, finiva col perdere la propria umanità. Subito dopo O. si trasferiva a Hollywood come sceneggiatore e, a volte, regista, ma dava ancora alle scene drammi di buon successo, nessuno dei quali aveva però la forza dei suoi testi d’esordio; fra questi, Ragazzo d’oro (Golden Boy, 1937), Scontro nella notte (Clash by Night, 1941), Il grande coltello (The Big Knife, 1949) e La ragazza di campagna (The Country Girl, 1950).

Vidal

Noto soprattutto come romanziere, Gore Vidal diede alle scene alcune commedie blandamente satiriche che poco aggiunsero alla sua fama. La prima, Visita a un piccolo pianeta (Visit to a Small Planet, 1957), scritta in origine per la tv, era una una farsa sulle tribolazioni di un alieno venuto a studiare gli usi e costumi della Terra; le altre due, L’uomo migliore (The Best Man, 1960) e Weekend (1968), si occupavano dei retroscena della politica statunitense e raccontavano rispettivamente lo scontro, durante una convention, fra due candidati alla presidenza e gli sforzi di un senatore liberal per convincere il figlio a sposare una nera.

Carpentieri

Renato Carpentieri studia architettura a Napoli, dove dal 1965 al 1974 svolge attività di organizzazione e promozione culturale, teatrale e cinematografica (con il gruppo Nuova Cultura e di ricerca sull’espressione artistica popolare. Si occupa di teatro dal 1975, anno in cui è socio fondatore, insieme con R. Ferrante, M. Lanzetta, L. Serao, O. Costa del Teatro dei Mutamenti di Napoli, di cui fa parte fino al 1980. Qui debutta come attore nel 1976 in Serata futurista , regia R. Ferrante, al quale segue nel 1977 BerlinDada , regia A. Neiwiller. Nello stesso anna firma le regie di Maestri cercando: Elio Vittorini da Vittorini e Lieto fine da Brecht (compagnia Ipocriti). Seguono gli allestimenti e le drammaturgie di Il nipote di Rameau da Diderot (1978), Kabarett di K. Valentin (1979), Le petit abbé napolitain, ovvero Storie di Ferdinando Galiani (Biennale Venezia 1981), Negli spazi oltre la luna – stramberie di Gustavo Modena (di R. Carpentieri e C. Meldolesi, 1983) e Teatrino Scientifico , Resurrezione da Zhuang Zi e Lu Hsün (1989), nel 1990 di La nave nel deserto (di R. Carpentieri e G. Longone) e L’acquisto dell’ottone da Brecht. Dal 1995 è direttore artistico dello storico gruppo di ricerca napoletano Libera Scena Ensemble. Regista promotore di un teatro `popolare-filosofico’ attento a conenuti alti (Diderot ad esempio) ma fruibile da un pubblico vasto ed eterogeneo, dà vita con il gruppo a numerosi progetti laboratoriali, rappresentati nelle strade e mercati di Napoli come sulle falde del Vesuvio. Come Il giardino del teatro e lo spettacolo-evento La nascita del teatro (1996-97) in cui cinquanta attori raccontano, quasi sempre in napoletano, la nascita `divina’ del teatro secondo un antico testo indù. Allestisce inoltre Sale di Museo (di R. Carpentieri, L. Serao, O. Costa, E. Salomone, G. Longone, rappresentato in gallerie d’arte, 1996-98), Jacques e il suo padrone di M. Kundera (1996), Medea di C. Wolf. Attore poliedrico, di sempre intensa espressività, C. ha recitato tra l’altro per R. Bacci in Zeitnot (1984) e La grande sera (1985), per G. Salvatores in Comedians (1986), in Morte accidentale di un anarchico di e con D. Fo (1987), in Riccardo II di Shakespeare con la regia di M. Martone (1993), Histoire du soldat (regia di M. Martone, G. Barberio Corsetti, G. Dall’Aglio); è Polonio per C. Cecchi in Amleto di Shakespeare (1998). Numerose le partecipazioni e i successi cinematografici: Porte aperte (1990, Premio Sacher come migliore attore non protagonista) e Ladro di bambini di G. Amelio, Puerto Escondido di G. Salvatores , Fiorile di P. e V. Taviani, Ottantametriquadri di I. Agosta, Caro diario di N. Moretti, Il giudice ragazzino di A. di Robilant, Nemici d’infanzia di L. Magni, Il verificatore di S. Incerti, La casa bruciata di M. Spano.

Falconi

Armando Falconi cominciò la carriera di attore dopo essere stato impiegato e ufficiale. Si affermò nella compagnia Andò-Leigheb, per poi passare nella Andò-Di Lorenzo dove, tra il 1897 e il ’99, ricoprì il ruolo di primattore. Con Tina Di Lorenzo, che divenne sua moglie, recitò fino al ritiro dalle scene dell’attrice, nel 1920. In quell’anno assunse la direzione, assieme a L. Chiarelli, della compagnia Comoedia diventata l’anno successivo una seguitissima compagnia di successo diviso con la prima attrice P. Borboni fino al 1930. In seguito guidò altre compagnie e divise il palcoscenico con (tra gli altri) D. Menichelli-Migliari, S. Ferrati, E. Maltagliati. Fu attore di estro geniale, brillante, e seppe esaltare con eleganza la comicità dei suoi personaggi, senza mai andare sopra le righe, attento ai caratteri e al trucco. Vanno ricordate le sue interpretazioni nel Re burlone di Rovetta, Addio giovinezza! di Camasio e Oxilia, Le allegre comari di Windsor di Shakespeare, Don Pietro Caruso di Bracco, La moglie ideale di Praga, Il centenario dei fratelli Àlvarez Quintero e Joe il rosso , scritto dal figlio Dino. Con S. Zambaldi scrisse La canzone di Rolando, commedia che andò in scena nel 1918. Al cinema si affermò con Rubacuori (1931).

Connelly

A Marc Connelly si devono soprattutto due testi, Il povero a cavallo (Beggar on Horseback, 1924, con G.S. Kaufman) e Verdi pascoli (Green Pastures, 1930). Il primo, valendosi di tecniche mutuate dal teatro espressionista ma voltate in commedia, mostrava un artista alle prese con il mondo commercializzato che tentava di assorbirlo; il secondo raccontava nei termini del folclore religioso nero le vicende del Vecchio Testamento, con un anziano pastore di colore nella parte di Dio (e di colore erano anche, per la prima volta in una commedia di Broadway, tutti gli interpreti, che contribuirono al grande e inatteso successo: 640 repliche e il premio Pulitzer).

Bertolucci

Fratello del regista Bernardo, Giuseppe Bertolucci per il teatro scrive con Roberto Benigni il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia di cui cura anche la regia nel 1975: lo spettacolo rappresenta il trampolino di lancio di Benigni che ne è l’interprete. Nel 1983 è regista di un altro suo monologo Raccionepeccui portato sulla scena da M. Confalone. Cura le regie di Il pratone del Casilino tratto da Petrolio di Pasolini (1994) e O patria mia di cui collabora anche al testo (con S. Guzzanti, D. Riondino, A. Catania, P. Bessegato; 1994). Si occupa della regia e dell’adattamento televisivi di Il pratone del Casilino (1995, da Petrolio di Pasolini); Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana (1997, regia di L. Ronconi); Ferdinando (1998, di A. Ruccello). Nel 1991 realizza il video teatrale Il congedo del viaggiatore cerimonioso dal corpus poetico di G. Caproni con gli allievi della Scuola d’arte drammatica `P. Grassi’. Delle sue regie cinematografiche si ricordano Berlinguer ti voglio bene in cui Bertolucci riprende lo spettacolo teatrale interpretato da Benigni (1977), Segreti segreti (1984), Tuttobenigni (1986), I cammelli (1988).

Handke

Dopo gli studi di legge a Graz, dal 1966 Peter Handke vive e lavora come scrittore indipendente a Düsseldorf, Berlino e Parigi e, dal 1979, a Salisburgo. Ha vinto diversi premi letterari, tra cui il premio Büchner nel 1973 e il Grillparzer nel ’91. Sin dai primi lavori H. propone una critica del linguaggio che è allo stesso tempo un’analisi critica della società. Scrive per il teatro senza interruzione fino al 1973: fra i primi testi Insulti al pubblico (Publikumsbeschimpfung, 1966). Quindi abbandona la scrittura drammatica, per tornarvi solo nel 1982 con Attraverso i villaggi (Über die Dörfer), per W. Wenders; nel 1986 viene presentata una sua traduzione del Prometeo incatenato al festival di Salisburgo. Nel suo testo teorico, Sono un abitante della torre d’avorio , Peter Handke dichiara di non aver mai voluto scrivere per un teatro che, così come è comunemente inteso (anche nel caso dell’opera di Brecht e di Beckett), resta una reliquia del passato.

Se la letteratura, anche quella teatrale, è fatta con la lingua e non con gli oggetti che questa descrive, la lingua del realismo non serve a svelare la realtà, bensì a occultarla. Pertanto, reinventare il teatro significa anzitutto partire dalla funzione del linguaggio: rifiutare cioè di raccontare una storia, di mettere in scena la favola. La pupilla vuol essere tutore (Das Mündel will Vormund sein, 1969) è una pièce muta, un atto privo di dialoghi e parole, che ha come intento quello di provocare una riflessione su cosa significhi veramente parlare di fronte a un pubblico. Gli attori fanno del teatro perché parlano su di una scena: è questo il gioco illusionistico del teatro? Cosa significa parlare? Il teatro di H. pone tali domande e tenta di trovare delle risposte. In Kaspar (1967) H. racconta la sofferenza che comporta il dover reinventare la parola: la lingua è una tortura, l’atto del parlare è legato alla condizione di colpa, poiché non esiste la parola innocente. Con Cavalcata sul lago di Costanza (1970) l’autore si spinge ancora oltre: gli attori non interpretano dei personaggi, ma sono coinvolti in una lunga conversazione, alla ricerca, attraverso lo strumento della lingua, di quello che sono e di ciò di cui è fatta la loro vita. Il loro sforzo risulterà vano: di fronte a una donna muta comprenderanno di essere tutti morti.

In Esseri irragionevoli in via di estinzione (Die Unvernünftigen sterben aus, 1973) la ricerca continua, ma questa volta nessuno, parlando, riesce a concentrarsi su di un tema, su di un soggetto che sempre sfugge, sempre svanisce; e la parola, nello spazio teatrale, deve rendere visibile ciò che si è perduto, riportare ciò che è stato dimenticato nel quotidiano. Tale idea viene approfondita in Attraverso i villaggi , in cui il testo teatrale è inteso come `poema drammatico’: voltando le spalle a tutto il teatro del quotidiano, H. dà agli operai del cantiere di un villaggio la luce di una parola poetica che inventa un altro modo di dire e di sentire, un altro modo di vivere. Tra i testi più recenti è da ricordare Il gioco delle domande o il viaggio verso laTerra Sonora (Das Spiel vom Fragen oder die Reise zum Sonoren Land, 1989).

Lassalle

Inizialmente studente del conservatorio, Jacques Lassalle fonda nel 1967 lo Studio-Théâtre Vitry, dove si occupa della rivisitazione di alcuni classici ancora poco conosciuti in Francia (Goldoni con Le baruffe chiozzotte , Bilora e Il parlamento di Ruzante) e, parallelamente, della diffusione dell’opera di autori contemporanei come Kundera, Vinaver, Anna Seghers, Henkel. Dopo qualche anno si dedica in prima persona alla scrittura per il teatro – che egli designa con l’espressione «teatro al presente e non del quotidiano» – con Jonathan des années trente , Un couple pour l’été , Le soleil entre les arbres , Un dimanche indécis dans la vie d’Anna , Avis de recherche. Parallelamente L. porta avanti l’attività di docente all’università Sorbonne-Paris III (fino al 1971) e al Conservatorio nazionale delle arti drammatiche (1969-’71). Gli anni tra il 1981 e il 1983 sono particolarmente fertili: realizza, per la Comédie-Française, La locandiera di Goldoni e I villeggianti di Gor’kij e, per l’Opéra di Parigi, Lohengrin di Wagner e Lear di Aribert Reimann. Nel 1983 gli viene inoltre affidata la carica di direttore del Teatro nazionale di Strasburgo (Tns) e della Scuola delle arti drammatiche. Al Tns realizza, tra le altre opere, un memorabile Tartuffe con Dépardieu e Périer. Nel suo repertorio Goldoni continua ad avere un’importanza fondamentale, accanto a Marivaux, Lessing, Ibsen e Molière. Tra i suoi collaboratori più assidui, gli attori Hubert Gignoux, Maurice Garrel e Emmanuelle Riva, Vinaver per la scrittura, Kokkos e Sire per la scenografia e i costumi. Nel 1990 viene nominato amministratore generale della Comédie-Française. Ultimato il suo incarico, torna alla libera professione di regista.

Viola

Sceneggiatore, giornalista e narratore, dopo aver scritto il romanzo Pricò (1924), che V. De Sica utilizzò come soggetto del film I bambini ci guardano ,  Cesare Giulio Viola si dedicò al teatro. Fedele custode della tradizione borghese ottocentesca, rimase quasi del tutto estraneo ai movimenti innovatori, salvo interiorizzare alcuni temi pirandelliani, rielaborati in un generico moralismo, ne Il cuore in due (1925). Altri titoli: Giro del mondo (1932), Poveri davanti a Dio (1947), Il romanzo dei giovani poveri (1947) e Nora seconda (1954).

Cappelli

Indagatore attento dell’animo umano, Salvato Cappelli ricostruisce nelle sue opere gli enigmi e le tensioni della realtà, con l’intento di darne una spiegazione razionale. Il tema della morte, considerata soprattutto nella chiave del suicidio, fa da sfondo costante alla sua produzione. Scrittore elegante nello stile, filosofico nell’impostazione generale e complesso nell’elaborazione teorica degli argomenti, si avvale di un linguaggio capace di chiarificarsi con il procedere dell’azione scenica. Per il teatro ha scritto e fatto rappresentare sei commedie: Il diavolo Peter (1957), Incontro a Babele (1962), L’ora vuota (1963), Duecentomila e uno (1966), Morte di Flavia e delle sue bambole (1968) e La signorina Celeste (1976).