Curino

Tra i fondatori di Laboratorio Teatro Settimo, Laura Curino ha accompagnato con la sua forte presenza gli spettacoli più significativi del gruppo, da Esercizi sulla tavola di Mendeleev (1984) al folgorante Elementi di struttura del sentimento , sino alla Storia di Romeo e Giuliett. Nel 1992 con Passioni e nel 1996 con Olivetti , sola in scena, ha raccontato con grande forza espressiva storie di donne e atmosfere di generazioni perdute, lasciando un segno nel teatro di narrazione al femminile.

Alfonsi

Dopo aver esordito in campo filodrammatico è entrata nella compagnia di A. G. Bragaglia dove ha debuttato (1950) in Anna Christie di O’Neill. È stata poi accanto a E. Zareschi, S. Randone, L. Cimara e altri importanti attori dell’immediato dopoguerra. Portata per temperamento ai ruoli drammatici, ha interpretato sia i classici greci (Sofocle, Euripide) sia latini (Seneca), affrontando nel contempo con la sua forte personalità autori contemporanei (Betti fra gli altri); ha avuto una breve esperienza anche al Piccolo Teatro di Milano (Arlecchino servitore di due padroni ) e allo Stabile di Genova, dove è stata Delia Morello in Ciascuno a suo modo di Pirandello (1961) accanto a Turi Ferro e Alberto Lionello, regista L. Squarzina. Dotata di grande fascino e di un volto alquanto espressivo, grandi occhi e zigomi marcati, Lydia Alfonsi ha raggiunto la vera fama soltanto attraverso il mezzo televisivo, come protagonista di alcuni popolari sceneggiati: in particolare ne La pisana (1961) dal romanzo di Nievo, nel ruolo di Bianca Trao nei Malavoglia da Verga (1962) e in Luisa Sanfelice (1966). Dopo la non breve parentesi televisiva fu protagonista sulla scena di Il lutto si addice ad Elettra di O’Neill (1972). Nel 1975 ha formato una sua compagnia intitolata a Eleonora Duse, durata solo qualche stagione. Più rare le sue apparizioni cinematografiche (La legge di J. Dassin, 1959 e La vita è bella di R. Benigni, 1998).

Aguglia

Di gran temperamento, Mimì Aguglia si contese con Marianella Bragaglia il titolo di `Duse siciliana’. Pur avendo debuttato da bambina, a soli quindici anni entusiasmò il pubblico del Teatro Machiavelli di Catania, come canzonettista. Il vero debutto avvenne, quattro anni dopo, a fianco di Giacinta Pezzana, con un testo di Dumas figlio: Signor Alfonso. Successivamente fu prima attrice della Compagnia dialettale siciliana Nino Martoglio, con cui interpretò, al Teatro Biondo di Palermo, Malia di Capuana, a fianco di Giovanni Grasso e Angelo Musco. Quindi fu Santuzza in Cavalleria rusticana e Mila in ‘A figghia di Joriu, versione in siciliano di Giuseppe Antonio Borgese del testo di D’Annunzio. Dopo le divergenze tra Martoglio e Grasso, fondò con quest’ultimo la Compagnia Grasso-Aguglia, con cui iniziò lunghe tournée all’estero. Staccatasi da Grasso, recitò negli Usa, ma i grandi successi li ottenne in Messico. Fu conosciuta anche a Londra e a Parigi. A Hollywood interpretò parecchie figure femminili di origine italiana e siciliana.

Piaf

Figlia di artisti (la madre è una canzonettista e il padre un acrobata), Édith Piaf è solo una ragazzina quando comincia a esibirsi con il padre per le strade di Parigi. Nel 1932, a quindici anni, è scoperta dall’impresario L. Leplée che rimane colpito dalla sua straordinaria potenza vocale e la scrittura per il suo cabaret Gerny’s. Qui la Piaf, presentata come môme (passerotto) in ragione della sua corporatura esile, si esibisce in qualità di cantante con crescente successo. In seguito cambia il suo nome d’arte con quello di Édith in memoria di Édith Cavell, uccisa dai tedeschi. Nel 1936 ottiene con la canzone “L’Étranger” scritta da M. Mannot il più importante ricoscimento discografico francese (Grand prix du disque). Morto Leplée, la Piaf crea insieme al musicista R. Asso alcuni dei suoi pezzi più celebri che costituiscono stabilmente il suo repertorio e la confermano fra le grandi del panorama musicale internazionale: “Le Grand Voyage du pauvre nègre”, “Elle frequentait la rue Pigalle” e “Mon Légionnaire”, fino alle leggendarie “La vie en rose”, “Milord”, “Je ne regrette rien”. Canta – come se «si strappasse l’anima dal petto»(Cocteau) – il mondo dei bistrot , degli artisti di piazza, gli amori appassionati, la solitudine, la poesia, la disperazione.

Artista eccessiva, carismatica, ribelle, intensa, dai mille amori e dalle altrettante leggende: la sua voce aspra e potente diventa la voix-boulevard , emblema di una Francia affascinante e sofferente. Grande scopritrice di talenti, Piaf contribuisce a lanciare, fra gli altri, Aznavour, Montand, Constantine. Il pubblico gremisce i teatri dove si esibisce la `nana nera’, stregato dal suo talento ineguagliabile e dalle sue strepitose canzoni-storie, e negli ultimi anni, quando la P. è ormai intossicata dai barbiturici e fisicamente malandata («se non canto muoio prima» rispondeva sempre a quanti la pregavano di risparmiarsi), quasi si aspetta di vederla crollare in scena e lì morire, come Molière. Da ricordare ancora le sue interpretazioni teatrali e cinematografiche. Nel 1940, Cocteau scrive per lei la pièce Le bel indifférent , e nel 1951 calca nuovamente le scene nella P’tite Lili di Achard. Al cinema, recita in La garçonne (1936), in Montmartre sur Seine (1941) e in altre pellicole dove canta e appare nella parte di se stessa. Nel 1958, P. pubblica le sue memorie dal titolo Au bal de la change . Permane il mistero sul luogo della sua morte. Pare sia avvenuta a Cannes il 10 ottobre del 1963, ma il suo decesso è registrato il giorno successivo nella capitale francese. La leggenda narra che l’ultimo marito di Edith, Théo Sarapo, abbia nottetempo trasportato illegalmente il cadavere perché soltanto lì poteva morire la voce di Parigi.

Noschese

Figlia d’arte del famoso imitatore Alighiero, Chiara Noschese frequenta il Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti e già subito dopo il diploma compare in programmi televisivi come Ciao Week-end e Club 92 . Inizia nel frattempo una carriera cinematografica che la vede interprete di commedie come Condominio (1990), Le donne non vogliono più (1993), Io No Spik Inglish (1994) e Bruno aspetta in macchina (1996). In teatro incomincia a farsi notare in ruoli minori al fianco di Pino Micol, in Don Giovanni involontario di Vitaliano Brancati (1993), e Massimo De Francovich in Scuola romana di Enzo Siciliano (1994). Finalmente, nella commedia musicale Alleluja, brava gente di Garinei-Giovannini-Fiastri (1994), riesce a mettere in mostra appieno le sue capacità di esprimersi anche attraverso il canto, conquistando così il primo vero successo personale. Grazie a questo exploit ottiene il ruolo della protagonista in Il pianeta proibito – Shakespeare & rock’n roll (1995), versione italiana del musical inglese di Bob Carlton. Nel 1996 è Lina Lamont, l’egocentrica primattrice dall’insopportabile voce chioccia nel musical Cantando sotto la pioggia della Compagnia della Rancia, personaggio che le regala una vasta popolarità. Sullo schermo televisivo torna nelle fiction a episodi “Dio vede e provvede” di Enrico Oldoini (1996) e Linda e il brigadiere di Luca Manfredi (1997).

Whitelaw

Billie Whitelaw comincia la sua carriera, ancora bambina, lavorando per la radio: viene presto notata e scritturata dalla Bbc di Manchester per un lavoro semiprofessionale in “Children’s Hour”. Tra le sue esperienze precoci va ricordato il breve periodo passato presso la compagnia del Bradford Civic Playhouse di J.B. Priestley, dove viene seguita dalla talent scout Esmé Church e inserita in un gruppo di giovanissimi esordienti, tra cui il futuro regista William Gaskill. Debutta in senso proprio in teatro nel 1948 a Leeds, nella compagnia di Harry Hanson (Denaro facile). Nel 1954 è alla Oxford Playhouse, diretta da Peter Hall insieme a Michael Bates, Derek Francis e Tony Church. I primi anni ’60 la vedono nella compagnia di Olivier all’Old Vic (allora sede del National Theatre), accanto a Edith Evans, Joan Plowright, Michael Redgrave, Rosemary Harris.

Nel 1964, per la regia di George Devine e al cospetto della silenziosa presenza dell’autore, interpreta il suo primo personaggio beckettiano in Commedia (Play). Nonostante le numerose apparizioni al National Theatre e con la Royal Shakespeare Company, è soprattutto nota come eccezionale interprete dei testi di Samuel Beckett: nessuno riuscì come lei a intendere e dominare le speciali qualità del suo teatro. Dieci anni dopo la prima collaborazione, con alle spalle numerosi successi, Anthony Page – su indicazione di Beckett – le offre la parte di Bocca (Mouth) in Non io (Not I), dramma che l’autore aveva scritto pensando espressamente alla sua presenza vocale. In seguito darà corpo e voce ad altri personaggi beckettiani, recitando in Passi (Footfalls, 1976), Giorni felici (1979), Dondolo (Rockaby, 1982) e Abbastanza (Enough, 1982). Nel 1987 fa la sua ultima apparizione in teatro nelle vesti di Martha nel dramma di Albee Chi ha paura di Virginia Woolf?.

Bartolomei

Gabriella Bartolomei studia al conservatorio `L. Cherubini’ di Firenze con M. Cremesini, e prosegue la sua ricerca sull’espressione vocale con gli studi d’arte drammatica con N. Bonora e T. Pavlova. La ricerca espressiva sul suono e sulla voce rivela l’attenzione dell’attrice per l’intima musicalità delle cose, dei gesti, degli eventi. Guidata da R. Frangiapane, l’ottica analitica di Bartolomei converge verso l’originale composizione di `scritture vocali’ in cui corpo e voce si fondono in un rapporto di intima specularità: la nota musicale, mai interpretata, si innesta a posteriori sulla partitura vocale. Il percorso artistico dell’attrice è segnato dall’incontro con il regista Pier’Alli e dal dialogo con compositori quali S. Bussotti, G. Battistelli e D. Lombardi.

Fra le scritture vocali realizzate per Pier’Alli e il gruppo Ouroboros da lui diretto si ricordano quelle per Il Brasile di R. Wilcock, in Confronto I (Firenze 1968), Ludus , da Haute surveillance di Genet (Venezia 1970, musiche di A. Benvenuti), e soprattutto Winnie dello sguardo da Giorni felici di Beckett (Firenze 1978, musiche di Bussotti) e Giulia round Giulia da Signorina Giulia di Strindberg (Festival d’Avignone 1981). Con S. Sciarrino ha realizzato la prima assoluta di Lohengrin da J. Laforgue (Milano, Piccola Scala 1982-83, regia di Pier’Alli); con D. Lombardi Kaos da Ovidio (1992) e O frères da Valéry (1995); con G. Battistelli Aphrodite da Pierre Lou&yulm;s (1986), Ascolto di Rembrandt da G. Ceronetti (1993) e Frau Frankestein da M. Shelley (1993). Importanti anche le `scritture vocali’ composte per balletti quali Schiaccianoci da Hoffmann (1990), Herodiade da S. Mallarmé (1993) e Sogno di una notte di mezza estate da Shakespeare (1995). Definita `musicista per musicisti’ oltre che attrice, autentica portatrice di phoné (con un analogo internazionale forse in Meredith Monk), è stata interprete de La caduta di casa Usher, film-spettacolo diretto da Pier’Alli per la Scala (Festival Debussy, 1986) e, negli ultimi anni, ha indirizzato il proprio interesse verso la dimensione terapeutica del suono e del corpo vocale.

Minelli

Marisa Minelli studia a Milano, ma esordisce nel 1958 al Teatro stabile di Bolzano con Gli innamorati di Goldoni, regia di Fantasio Piccoli. Nel 1960 entra a far parte della compagnia stabile del Gerolamo, dove interpreta un ricco repertorio dialettale, da El zio matt a El testament . Segue il celebre El nost Milan strehleriano, che la lega per sempre al teatro di via Rovello: da ricordare la sua Smeraldina in Arlecchino e Duniascia nel Giardino dei ciliegi . Lavora spesso al fianco del marito Lamberto Puggelli ( Il matrimonio della Lena al Teatro Uomo di via Gulli). L’ultima interpretazione di rilievo è come protagonista in La sposa Francesca di Francesco de Lemene, al Piccolo nel 1991, per la regia di Puggelli.

Franchetti

Formatasi prima della guerra con le maggiori compagnie di prosa italiane Rina Franchetti, terminato il conflitto, ha affrontato da protagonista alcuni classici della prosa come Riccardo II di Shakespeare, Zio Vanja di Cechov e testi di autori moderni come Joe Egg di Nichols, Il malinteso di Camus e I fisici di Dürrenmatt. Luminoso esempio di carriera longeva la F. ha calcato le scene fino a età avanzata, ritagliandosi qualche spazio anche in televisione, dove è apparsa nel film tv Fuori scena dal romanzo di G. Lagorio, con V. Moriconi per la regia di Enzo Muzi. Tra i suoi lavori teatrali più recenti ricordiamo: nel 1982 Teresa Raquin da Zola con la regia di A. Piccardi Le anime morte , (1985) di G. Angelillo e L. Modugno, da Gogol’, La vera storia del cinema americano (1985) di C. Durang, Classe di ferro (1986) di A. Nicolaj, con G. Santuccio e C. Ingrassia e Il capanno degli attrezzi (1987) di G. Greene con la regia di S. Bolchi, presentato al festival di San Miniato.

Milva

Milva inizia a cantare giovanissima. Nel 1961 partecipa per la prima volta al festival della Canzone italiana di Sanremo. Alla competizione sanremese parteciperà poi, nel corso della sua lunga carriera, undici volte. Nel ’62 interpreta il suo primo film, La bellezza d’Ippolita con Gina Lollobrigida. Ma è la carriera di cantante che procede a gonfie vele, incidendo prima in Germania nel ’62 il disco Liebelei e poi in Italia nel ’63 Canzoni da cortile , seguito l’anno dopo da Canzoni da tabarin . Grazie anche alla vicinanza di Maurizio Corgnati, che ha sposato nel ’61, alterna all’attività nel mondo della canzone commerciale, anche l’impegno in un repertorio di canzoni della tradizione popolare italiana, che nel ’64 culmina nello spettacolo Canti della libertà , che l’anno dopo presenta sempre con Arnoldo Foà al Lirico di Milano, invitata da Paolo Grassi. È lì che la nota Giorgio Strehler. Il regista la dirigerà in due recital, Poesie e canzoni di Bertolt Brecht e Ma cos’è questa crisi . Ancora Strehler nel ’68 le cucirà addosso il recital Io, Bertolt Brecht , che le darà un successo europeo. Nello stesso anno ha il suo vero e proprio debutto teatrale come attrice, nel Ruzante diretto da Gianfranco De Bosio. L’anno successivo segue Strehler transfuga dal Piccolo Teatro di Milano, e nel Teatro Azione da lui diretto è tra le interpreti di La cantata del mostro lusitano di Peter Weiss; ma ancora nel ’69 partecipa al festival di Sanremo e alla commedia musicale Angeli in bandiera di Garinei e Giovannini, a dimostrazione della versatilità del suo talento e della sua voce. Nel ’70 si esibisce per la prima volta alla Carnegie Hall di New York. Il ’73 può essere considerato un anno di svolta: ancora Strehler la sceglie per il ruolo di Jenny delle Spelonche in L’opera da tre soldi . Da questo anno abbandonerà sempre di più il mondo della musica leggera per specializzarsi in un repertorio di grandi autori: nel ’75 canta Io, Bertolt Brecht n.2 , nel ’78 è alla Piccola Scala in Diario dell’assassinata di Gino Negri e al Regio di Torino in Orfeo all’inferno di Offenbach, nel ’79 interpreta Io, B.B., n.3 e nell’82 è alla Scala per La vera storia di Luciano Berio. Nell’84 alla Bouffes du Nord, il teatro di Peter Brook, è insieme a Astor Piazzolla in El tango . In teatro torna nell’86 a Parigi con Giorgio Strehler per l’edizione francese dell’ Opera da tre soldi con uno straordinario successo personale, cui seguirà un’esperienza non così felice con la Lulu di Wedekind diretta da Giancarlo Sepe. Tra le sue interpretazioni più recenti, La storia di Zazà nel ’93 diretta ancora da Sepe, e nel ’95 Tosca, ovvero prima dell’alba di T. Rattigan, spettacolo interrotto tragicamente per la morte del deuteragonista Luigi Pistilli. Nel ’95 è anche la volta di un nuovo recital di canzoni brechtiane, Non sempre splende la luna , che porta in giro per il mondo, per tre anni. Tra le altre attività recenti, la partecipazione al film Celluloide di Lizzani (1995) e al documentario di Werner Herzog sulla vita di Carlo Gesualdo da Venosa. Nel ’97 con la regia di Filippo Crivelli mette in scena una nuova versione del recital El tango de Piazzolla.

Costa

Dopo la laurea in lettere Gabriella, detta Lella Costa si iscrive all’Accademia dei Filodrammatici. Inizia a recitare alla fine degli anni ’70 accanto a Massimo De Rossi, ma il primo successo è nel 1980 con il monologo Repertorio, cioè l’orfana e il reggicalze di Stella Leonetti, prima tappa di una serie di spettacoli tutti di autori contemporanei. Nel 1985 affronta il teatro-cabaret con un testo di Patrizia Balzanelli e nel 1987 debutta con il primo dei monologhi di cui è anche autrice, Adlib , cui seguiranno Coincidenze (1988), Malsottile (1990), Magoni (1994), Stanca di guerra (1996) e Un’altra storia (1998), gli ultimi due scritti in collaborazione con altri autori e con la regia di Gabriele Vacis. Il successo teatrale come attrice comica le offre svariate opportunità televisive (Ieri Goggi e domani, La tv delle ragazze, Ottantanonpiùottanta). Ha fatto anche cinema (Ladri di saponette di Maurizio Nichetti e Visioni private di Francesco Calogero). Come autrice ha pubblicato nel 1992 La daga nel loden , raccolta di testi dei suoi primi spettacoli.

Nativi

Laureata in storia moderna, Barbara Nativi scopre il teatro a ventotto anni attraverso un apprendistato che va dalla collaborazione con il Victor Jara (Panichi, Riondino, Trambusti) all’incontro con l’americana Muriel Miguel delle Spiderwoman di New York e agli spettacoli all’ex Humor Side (ora Teatro di Rifredi) nelle numerose produzioni collettive del periodo, assieme a Paolo Hendel, Rosa Masciopinto, Renata Palminiello. Inizia allora il suo sodalizio artistico con Silvano Panichi, con cui fonda il Laboratorio Nove; dopo aver creato e diretto con lui molte rassegne fiorentine, crea il Teatro della Limonaia, di cui assume fin dall’inizio la direzione artistica. Nello stesso periodo lavora come attrice in performance, spettacoli surreali e di cabaret, recital futuristi. Lavora poi con il belga Thierry Salmon, Remondi e Caporossi e molti altri artisti dell’avanguardia italiana e straniera. Nel 1988 sceglie di passare alla regia e con la compagnia Laboratorio Nove debutta alla rassegna dell’Eti Ricerca Sette con Da Woyzeck . A partire dal 1990, sviluppa anche un’attività di scrittura teatrale che alterna alla direzione di pièce straniere, stimolata dallo scambio culturale che l’esperienza del Festival Intercity, nato nel 1988, comporta. Dal 1992 ha tradotto circa quindici opere teatrali contemporanee dal francese, dallo spagnolo e dall’inglese, curando per Ubulibri l’antologia Nuovo teatro inglese e Il teatro del Quebec e Intercity Plays 1 e 2 , due raccolte di testi pubblicate dal Teatro della Limonaia. L’allestimento più fortunato è stato senz’altro Le cognate di Michel Tremblay che è andato in tournée anche la stagione successiva. Ha insegnato alla Scuola del teatro Laboratorio Nove per 15 anni. Nel 1996 riceve il Premio della critica da parte dell’Associazione nazionale critici teatrali per il complesso della sua attività di regista, scrittrice e operatrice culturale nell’ambito della ricerca teatrale. Nel 1997 riceve il premio Ubu per il Festival Intercity. Parallelamente prosegue il lavoro di attrice attraverso letture e recital.

Magnani

Diplomata alla scuola di recitazione dell’Accademia di S. Cecilia a Roma, Anna Magnani approda in giovanissima età al teatro di prosa. Dal 1929 al 1932 è diretta da Dario Niccodemi lavorando con la compagnia di Vera Vergani e Luigi Cimara. Successivamente passa alla compagnia di Antonio Gandusio. Nel 1934 si dedica al teatro di rivista accanto ai fratelli De Rege ( I Milioni, Non so se rendo l’idea ) e soprattutto, dal 1941, accanto a Totò con il quale crea, fino al 1944, duetti teatrali di strepitoso successo, frutto del perfetto incontro tra la sua personalità aggressiva, pittoresca e mordace e la comicità trascinante del comico napoletano (Quando meno te l’aspetti, Orlando curioso, Volumineide, Che ti sei messo in testa?, Con un palmo di naso ). Ancora nel 1941 si presenta l’occasione, dopo una serie di apparizioni minori, del primo ruolo cinematografico di rilievo: De Sica la vuole, infatti, per interpretare la soubrette di Teresa Venerdì. Qui la Magnani traspone sullo schermo quel tipo di soubrette romanesca, popolana, sfrontata e non convenzionale che aveva già in parte proposto a teatro.

Alla fine della guerra, la Magnani si dedica a una rivista maggiormente legata a contenuti d’attualità e di satira politica: lavora per Garinei e Giovannini con Cantachiaro e Cantachiaro n.2 (1944 e 1945) accanto a Gino Cervi, e con Soffia, so’ del 1945. È di questi anni anche il ritorno alla prosa con testi che mettono in luce la sua maturità scenica e il suo personaggio forte, umano, veemente e complesso: Carmen (1944), Anna Christie di O’Neill (1945), Maya di Gantillon (1946) con la regia di Orazio Costa. L’esperienza teatrale si chiude rapidamente e sporadici saranno i ritorni della M. sulle scene, tra questi vanno ancora ricordate la sua interpretazione, diretta da Zeffirelli, de La lupa di Verga nel 1965, e quella della Medea di Anouilh nel 1966 – firmata da Menotti. Il distacco dal teatro dopo la fine della guerra si giustifica con la sempre più massiccia presenza della M. sugli schermi. Grande successo hanno due film in coppia con Aldo Fabrizi, Campo de’ Fiori del 1943 e L’ultima carrozzella del 1944, dove la M. consacra il suo personaggio di popolana concreta, intelligente, impetuosa e `de core’. Persa la grande occasione di Ossessione di Visconti, a causa dell’attesa di un figlio, la Magnani è Pina di Roma città aperta di Rossellini (1945), film di importanza capitale nella storia del cinema italiano, iniziatore del movimento neorealista, che la vede protagonista di una delle sequenze più celebri della storia del cinema, quella corsa mortale dietro il camion tedesco in cui è imprigionato il marito.

Le sue intense doti drammatiche, non disgiunte all’occasione da una chiara vena comica, vengono in seguito profuse in film di importanza diseguale: L’onorevole Angelina di Zampa (1947), Amore di Rossellini (1948), Assunta Spina di Mattoli (1949), Bellissima di Visconti (1951), La carrozza d’oro di Renoir (1952). L’imporsi nel cinema di un tipo di bellezza `maggiorata’ cui la M. era piuttosto lontana, la convince a lasciare Cinecittà e ad accettare il ruolo di protagonista nell’hollywoodiano The Rose Tatoo (La rosa tatuata, 1955) di Mann, interpretazione premiata dall’Oscar. Conclusa l’esperienza americana, costituita da altri due film di scarso rilievo, la M. lascia ancora due grandi interpretazioni cinematografiche, la carcerata Egle in Nella città, l’inferno (1959) diretta da Castellani al fianco della Masina e Mamma Roma (1962) di Pasolini, prima di una lunga parentesi di inattività, interrotta dalla partecipazione a quattro mediometraggi per la televisione girati da Giannetti nel 1972, opere che ne rilanciarono enormente la popolarità prima della morte.

Garland

Judy Garland è stata non solo una delle grandi glorie del cinema americano, non solo un’eccellente attrice, non solo una grandissima interprete di musical, ma anche, probabilmente, la più grande cantante bianca degli Usa. Una vita infelice quanto leggendaria: disastri sentimentali alternati a successi straordinari (e sempre meritati); alti e bassi finanziari per cui, alla sua morte, era indebitata per quattro milioni di dollari; una dipendenza, che le avevano creato, da pillole di calmanti e di rimontanti che finì per distruggerla; e una fantastica carriera in spettacolo che cominciò quando aveva pochissimi anni sulle tavole di un palcoscenico, parte di un numero (The Gumm Family) che poi diventò The Gumm Sisters, limitandosi alle tre figlie: Frances era la minore ma la più promettente. Nel 1934 le tre ragazze, ora The Garland Sisters , sono al Grauman’s Chinese Theatre a Hollywood con gran successo e la piccola Frances fa un’audizione per Louis B. Mayer, che la mette sotto contratto e le cambia il nome in Judy. Comincia una carriera cinematografica che verrà interrotta dalla Mgm con licenziamento il 17 giugno 1950. Judy Garland riemergerà dalla depressione qualche anno dopo; nel 1954 torna al pubblico osannante con un film, il suo migliore in campo musical, È nata una stella (A Star is Born) e un concerto al Palace Theatre di New York che si replica, battendo tutti i record, per diciannove settimane. Ancora una volta la sua infelice vita privata prende il sopravvento e per un lungo periodo la cantante alterna crolli nervosi, tentativi di esibirsi nei night club, tentativi di suicidio e progetti che non si realizzano. Nel 1961, due note positive: viene presentato il film Vincitori e vinti (Judgement at Nuremberg) dove G. ha un lacerante, magnifico ‘cameo’ per il quale viene candidata all’Oscar e poi, il 23 aprile, alla Carnegie Hall di New York tiene quello che i critici unanimi ritengono il suo migliore concerto (taluni si spingono a definirlo il miglior concerto in assoluto di una cantante pop): il disco che ne testimonia è a sua volta un successo ed è premiato con Grammy Awards. Televisione: Judy Garland ha interpretato alcuni ‘special’ di gran successo lungo gli anni (1955, ’57, ’62 e ’63), sicché il 29 settembre del 1963 la Cbs manda in onda il primo numero di un The Judy Garland Show . Nonostante una Judy Garland al suo meglio, lo show non decolla e va avanti sempre più stancamente fino al 29 marzo 1964; però i dischi che contengono qualche segmento di questo show ci fanno ascoltare una G. al massimo della sua forma. Dopo ci sono viaggi, tournée sempre più difficili, mariti sposati e divorziati a gran velocità, persino un grave insuccesso in un club londinese. È la fine. La cantante, sempre più dipendente dalle sue pillole, una notte supera la dose e l’indomani viene trovata morta nel bagno dal marito del momento, certo Mickey Deans.

Zamparini

Dopo il diploma all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’, Gabriella Zamparini debutta nella parte della giovane e romantica Caterina in Caterina di Heilbronn di Kleist, con la regia di L. Ronconi (1972). Da allora è diventata una attrice ronconiana lavorando in quasi tutti i suoi spettacoli soprattutto in parti di donne forti e determinate, come Regine in Spettri di Ibsen (1982) e in ruoli di carattere soprattutto negli spettacoli dal 1979 in poi, come Regine ne L’uomo difficile di Hofmannsthal (1990) e Nerina in Aminta del Tasso (1994). Vince il premio Maschera d’oro, interpretando Rosaura nel Calderón di Pasolini (1976-78) e il premio Ubu per la parte della contadina ne La Torre di Hofmannsthal (1977-78).

Lattanzi

Tina Lattanzi inizia a recitare nel 1923 con la compagnia di T. Pavlova, grazie all’aiuto di V. De Sica. Successivamente lavora per diverse compagnie, tra cui quella di Ruggeri e la Za Bum di Mattoli, affermandosi soprattutto nei ruoli di `seconda donna’. Nel 1936 recita in Carità mondana di G. Antona. Traversi e ne Il dolce aloe di J. Mallory con la compagnia del Teatro di Milano diretta da R. Calò. Dopo l’incontro con il regista Guido Brignone abbandona l’attività teatrale, dedicandosi quasi esclusivamente al doppiaggio cinematografico. Tra il 1930 e il 1960 la sua voce dà vita, in Italia, ai grandi miti del cinema hollywoodiano: Greta Garbo, Marlene Dietrich, Rita Hayworth, Joan Crawford. Sua è anche la voce di Anna Magnani al suo primo ruolo cinematografico. Negli anni ’70 ritorna, sporadicamente, sulle scene teatrali: sotto la guida di Aldo Trionfo interpreta Nerone è morto ? di M. Hubay (1974), Lady Edoardo di F. Cuomo (1978) e nel 1981 riveste la parte della Regina madre in Becket e il suo re di J. Anouilh. Da ricordare anche la sua attività cinematografica, dove interpretò soprattutto ruoli di donne aristocratiche ( Rubacuori, Passaporto rosso, Teresa Confalonieri ).

Innocenti

Dopo aver frequentato la scuola diretta da Rasi a Firenze e l’Accademia d’arte drammatica di Roma Adriana Innocenti entra nella compagnia diretta da Annibale Ninchi, dove debutta nel 1947 nella Cena delle beffe di S. Benelli. La sua formazione, più che con il repertorio romantico di Ninchi, avviene però a fianco di Giulio Donadio, attore pirandelliano, compagno di scena di Emma Gramatica, Maria Melato e Marta Abba. Ed è sul terreno pirandelliano che la sua vocazione al monologo si sperimenta in tre momenti diversi: La vita che ti diedi (diretta da Massimo Binazzi), L’uomo, la bestia e la virtù allo Stabile di Torino, accanto a Renzo Giovampietro, e il Liolà diretto da Vittorio De Sica nel 1961. Intanto era passata al Piccolo Teatro, diretta da Strehler in Casa di bambola di Ibsen – sostituendo Lia Angeleri nel ruolo della signora Linde – e in Assassinio nella cattedrale di Eliot.

Intensa l’attività fra il 1965 (premio San Genesio) e il 1970, prima allo Stabile di Torino e poi con la Compagnia dei Quattro diretta da Franco Enriquez (con Valeria Moriconi, Glauco Mauri, Emanuele Luzzati e Mario Scaccia), in spettacoli importanti quali La locandiera e La vedova scaltra di Goldoni, i Dialoghi del Ruzante, Il mercante di Venezia e Come vi piace di Shakespeare, Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Stoppard, Le mosche di Sartre, La spartizione di Chiara, La dame de chez Maxim di Feydeau, che le permettono di ritagliarsi, a fianco di Valeria Moriconi, un ruolo preciso di seconda donna. In questi anni è anche a San Miniato (Il segretario privato di Eliot) e, per l’Istituto nazionale del dramma antico, in Ippolito e Fenicie di Euripide, Elettra di Sofocle, Anfitrione di Plauto. Giorgio Strehler, memore della sua esperienza accanto a Wanda Osiris e Walter Chiari negli anni ’50, la chiama al Piccolo dal 1972 al ’75 per il ruolo della signora Peachum, nella nuova edizione dell’ Opera da tre soldi con Modugno e Milva. Insieme a Piero Nuti, Maurizio Scaparro e Pino Micol è tra i fondatori, nel 1975, del Teatro Popolare di Roma e prende parte a spettacoli quali Il feudatario di Goldoni, Lunga notte di Medea di Alvaro (accanto a Irene Papas), Cyrano di Rostand, La cortigiana dell’Aretino, La visita della vecchia signora di Dürrenmatt.

Nel 1984 Giovanni Testori riscrive su di lei la sua Erodiade del 1969 e Adriana Innocenti si identifica, voce e corpo, con il mondo testoriano, consegnandoci un’Erodiade di «impressionante forza istrionica» (De Monticelli) e «incatenando il pubblico sia con le sequenze violentissime sia con le squisite attenuazioni tonali» (Bertani). Sulla linea tracciata da Testori si sviluppa la seconda fase del Teatro Popolare (direzione artistica di Piero Nuti e Adriana Innocenti): la ricerca e l’approfondimento del linguaggio drammaturgico e il recupero della parola teatrale, attraverso rigorosi percorsi che vanno dalla tragedia al mito, danno luogo a spettacoli quali l’Oreste di Alfieri, Lazzaro di Pirandello, Le Troiane di Euripide. Ed è a Adriana Innocenti che Testori affida, dal letto di morte, i tre Lai (Cleopatràs , Erodiàs, Mater Strangosciàs).

Varley

Figura di primo piano dell’Odin Teatret, sensibile e delicata interprete della volontà creativa di Barba, Julia Varley inizia a lavorare con la compagnia di Holstebro nel 1976. Da allora partecipa, tra gli altri, a Anabasis (1977), Brechts Aske (1979), Il vangelo di Oxyrhincus (1985), Talabot (1988), Kaosmos (1993). Estremamente significative e di indiscutibile rilievo artistico sono anche le sue dimostrazioni di lavoro sul metodo barbiano, che pur avendo un valore autonomo di spettacoli-peformance rientrano in un più ampio progetto di condivisione e divulgazione pedagogica dei principi e delle tecniche elaborate dall’Odin Teatret. È inoltre editrice di “The Open Page”, una rivista dedicata all’apporto artistico e creativo delle donne in ambito teatrale.

Lombardi

A Firenze Sandro Lombardi studia e si laurea in storia dell’arte nel 1977. È allievo di P. Schumann, R. Wilson, E. Barba e Grotowski. La sua carriera teatrale, dopo questo periodo di formazione, si identifica con quella del Carrozzone, da lui fondato nel 1972 con Marion D’Amburgo e Federico Tiezzi (in seguito prenderà il nome di Magazzini criminali, poi di Compagnia teatrale i Magazzini). Dal 1972 al 1987 partecipa a Morte di Francesco , La donna stanca incontra il sole , Punto di rottura , Crollo nervoso , Sulla strada , Genet a Tangeri , Ritratto dell’attore da giovane , Vita immaginaria di Paolo Uccello , Artaud , Come è . Interpreta inoltre testi di Achternbusch, Luzi , Pasolini. Lavora con musicisti e pittori contemporanei ed è autore di numerosi contributi sul teatro apparsi in cataloghi d’arte e riviste specializzate. Nel 1989 con Hamletmaschine di Müller ottiene il primo premio Ubu come miglior attore (il secondo, per l’interpretazione di Edipus , e il terzo, per Cleopatràs , entrambi di G. Testori, gli vengono assegnati rispettivamente nel ’94 e nel ’97). Ha impersonato Dante nelle tre cantiche messe in scena dalla sua compagnia in collaborazione con E. Sanguineti, M. Luzi e G. Giudici. È stato il padre e Spinoza in Porcile di Pasolini, Pontormo in Felicità turbate scritto da Luzi nel 1995, Matamoro nell’ Illusion comique di Corneille (regia di G. Cobelli). Dal 1997 in poi, oltre a Nella giungla delle città di Brecht, ha recitato il Cantico delle creature (alla Scala) e, sempre per la regia di Tiezzi, è stato impegnato nell’ Assoluto naturale di G. Parise.

Modugno

Ludovica Modugno esordisce a soli quattro anni in uno sceneggiato televisivo. Nel 1956 debutta in teatro, con la regia di Salvini, nell’ Alcesti di Euripide. Approda poi al Piccolo Teatro di Milano dove recita in Le Troiane (1965), di Euripide con la regia di Tolusso e Le baruffe chiozzotte di Goldoni, regia di Giorgio Strehler (1966). Nel 1972 è nel Peer Gynt di Ibsen, diretto da Giorgio Bandini. Nello stesso anno interpreta Uomo vendesi, la fabbrica è occupata , partecipando attivamente a un tipo di teatro d’azione politica… Tra gli altri lavori di quegli anni ricordiamo L’intellettuale collettivo del 1970 e, nel 1971, Viva Cuba .

Jonasson

Figlia d’arte (sangue svedese e tedesco), Andrea Jonasson si iscrive giovanissima alla Scuola d’arte drammatica di Monaco e si forma con il grande Gustav Gründgens, dominatore assoluto, al di là della compromissione con i nazisti, della scena tedesca e grande interprete del Faust di Goethe. Dopo l’apprendistato ad Amburgo e la morte di questi, passa nei maggiori teatri della Germania, da Heidelberg a Düsseldorf, a Monaco, quindi a Zurigo e Vienna, sempre ricoprendo grandi ruoli, da Giulietta alla Margherita del Faust , da Santa Giovanna dei macelli (1968) ai personaggi di Dürrenmatt, O’Neill, Pirandello (la Figliastra nei Sei personaggi ), a Masa delle Tre sorelle al Thalia Theater di Amburgo (1972), dove Strehler la vede e le offre di essere la regina Margherita per l’estate successiva a Salisburgo nel suo Gioco dei potenti , grande féerie in due giornate tratta dalla trilogia di Enrico VI di Shakespeare. L’incontro è decisivo per entrambi e, dopo la ripresa al Burgtheater di Vienna (1974), Andrea Jonasson segue Strehler a Milano; per un po’ si divide fra Italia e Germania e nel 1977, allo Schauspielhaus di Amburgo, frutto della intensa collaborazione con il regista è il nuovo allestimento dell’ Anima buona di Sezuan , con Kurt Beck (Wang) e Heinrich Giskes (Yang Sun), dove Andrea Jonasson affronta le due immagini opposte di Shen Te e Shui Ta con grande duttilità istrionica, calandosi con dolorosa dolcezza nella prima e con durezza feroce nel secondo: premessa alla totale affermazione in Italia dell’edizione del Piccolo nel 1981, anno del matrimonio con il regista triestino. Quindi i successi della Minna von Barnhelm di Lessing, del Come tu mi vuoi , dove Andrea Jonasson ha dato del personaggio dell’Ignota una figurazione indelebile, dell’ Arlecchino (e qui il personaggio di Beatrice, sulla scorta del lavoro su Shen Te / Shui Ta, si è finalmente arricchito dell’ambiguità suggerita da Goldoni); dopo i ruoli di Elena (Faust parte II ) ed Ellida (La donna del mare) è iniziata una collaborazione con il Teatro stabile di Genova e con Marco Sciaccaluga, che l’ha diretta in Suzanne Adler della Duras, Un mese in campagna di Turgenev e Le false confidenze di Marivaux, mentre il lavoro al Burgtheater prosegue con testi di Stoppard, Schiller e Musil.

Ubaldi

Uscita dalla Scuola del Piccolo di Milano, Marzia Ubaldi debutta nella compagnia dello Stabile nel 1960 con La congiura di Giorgio Prosperi diretta da Squarzina, che poi la scrittura allo Stabile di Genova. A Spoleto recita in I carabinieri di Joppolo nell’unica regia teatrale di Rossellini. Dopo una pausa decennale, torna al palcoscenico con Lupi e pecore di Ostrovskij, regia di Sciaccaluga e con L’orologio americano di A. Miller. Con Alberto Lionello interpreta la seconda edizione del musical Ciao Rudy. Si dedica quindi a una intensa attività di doppiatrice, mentre a teatro fa compagnia con il marito Gastone Moschin (Delitto all’isola delle capre di U. Betti). Fra gli ultimi spettacoli L’impresario delle Smirne di Goldoni con la regia di Missiroli (1992).

Borboni

Grande attrice monologhista, figlia dell’impresario lirico Giuseppe Borboni, Paola Borboni frequenta l’Accademia dei Filodrammatici a Milano sotto la guida di Teresa Boetti Valvassura e debutta a 16 anni nella compagnia di Alfredo De Santis in sostituzione dell’attrice giovane rimasta infortunata, nel Dio della vendetta di Shalomon Asch. Nel 1918 è prima attrice giovane accanto a Romano Calò e Elena de Wnorowska e poi con la grande Irma Gramatica. Dal ’21, pochi mesi dopo l’Anna Page delle Allegre comari di Windsor di Shakespeare dove si fa notare per la sua bella voce, è primattrice a fianco di Armando Falconi in un repertorio leggero che ne acuisce la prepotente bellezza e la grazia: a fianco di Falconi resta per nove anni con un repertorio di trenta commedie all’anno, italiane e francesi dove sfoggia parrucche e toilettes e – non vestita – da Onorato appare a seno nudo nel 1925 – il primo nella storia del teatro – nel ruolo di una sirena nella fortunatissima Alga Marina di Carlo Veneziani. Il suo disappunto per un repertorio prevalentemente leggero espresso già dal 1923 a Alberto De Andreis andato ad intervistarla per un ‘profilo’ e la sua dizione chiara e perfetta dopo un biennio in un repertorio di chiaroscuri con Nicola Pescatori e Ruggero Lupi trovano la giusta collocazione nel ’32 a fianco di Ruggero Ruggeri dove si afferma maturata interprete di personaggi pirandelliani (dall’inquieta Silia Gala del Giuoco delle parti alle due figlie intense e diverse del Piacere dell’onestà e di Tutto per bene). Ormai è pronta per avere una sua compagnia con la quale debutta al I festival della Prosa di Venezia nel 1934 nella Padrona del mondo di Giuseppe Bevilacqua.

Mesi di studio ed ecco il trionfo con Come prima, meglio di prima ; e se i quattro anni di capocomicato a fianco di Piero Carnabuci, Luigi Cimara, Marcello Giorda, Annibale Betrone (La moglie ideale e La crisi di Marco Praga, Tovarisch di Deval, Una cosa di carne e La bella addormentata di Rosso di San Secondo, Il ferro di D’Annunzio, La milionaria di Shaw e ancora il Pirandello de L’uomo, la bestia e la virtù) le fanno investire i leggendari gioielli per far fronte alla compagnia la consegnano però ormai alla storia del teatro italiano. Eccola dunque ancora a fianco di Ruggero Ruggeri e nel ’42 al Teatro dell’università di Roma inimitabile interprete di Donn’Anna Luna nella Vita che ti diedi del prediletto Pirandello del quale interpreta, con la sua dizione inconfondibile e con l’attenzione caparbia al dettato pirandelliano per sei anni in tre diverse compagnie intitolate al grande agrigentino L’amica delle mogli , Vestire gli ignudi , Cosi è (se vi pare) , Come tu mi vuoi , Sei personaggi in cerca d’autore. A fianco di Salvo Randone, al quale si lega dal ’42 al ’46 è anche Elettra nell’ Orestiade di Eschilo, con Maria Melato, Clitennestra, ruolo che affronterà nell’ Oreste di Alfieri nell’allestimento di Luchino Visconti a fianco di Gassman, Rina Morelli, Mastroianni e Ruggeri (1949). Prima e sola in Italia, gioca la carta del monologo dal ’54 al ’65 in `madri, zitelle e donne sole al tramonto’ su testi di Pirandello, Alvaro, Bacchelli, Savinio, Buzzati, Landi, Terron, Nicolai, nella difesa e promozione dell’autore italiano anche affrontato con compagnie proprie (Vento notturno di Ugo Betti e Inquisizione di Diego Fabbri), Il muro di silenzio di Paolo Messina, La rosa di zolfo di Antonio Aniante e La giustizia di Giuseppe Dessì. La sua esperienza con il Carro di Tespi nel ’37, in giro per l’Italia dal nord al sud, con Quella di Cesare Giulio Viola e Il pozzo dei miracoli di Corra e Achille, la consacra attrice di piazza in grandi spettacoli all’aperto: Le allegre comari di Windsor , al Parco di Nervi con la Pagnani, la Proclemer e Pilotto (1949); Romeo e Giulietta a Verona in piazza dei Signori con Edda Albertini, Vittorio Gassman e Salvo Randone; Le corna di don Friolera di Ramon del Valle Inclàn (regia di Anton Giulio Bragaglia); La casa di Bernarda Alba di Lorca ai giardini di Palazzo Reale a Torino; Edipo re di Sofocle ad Asolo, con Andrea Bosic. Contesa dagli Stabili lega il suo nome a grandi personaggi in Nozze di sangue di Lorca e Il don Pilone di Gerolamo Gigli (Firenze, regia Menegatti), Questa sera si recita a soggetto di Pirandello (Trieste, regia Enriquez), Il rosario di Federico De Roberto (Catania, regia di Umberto Benedetto), L’anima buona di Sezuan di Brecht (Milano, regia di Strehler), La professione della signora Warren di Shaw e La scuola della maldicenza di Sheridan (Roma, regie di Leonardo Bragaglia e Sergio Tofano).

Dagli anni Sessanta con acutezza ingegnosa sa imporre il primo Pinter italiano (Una notte fuori) , il Beckett di Tutti quelli che cadono (diretta da Beppe Menegatti), Ionesco de La fame e la sete rinnovando la sua cifra interpretativa, «capace di trasformarsi a poco a poco, e se così si può dire, incessantemente, con la gradualità fatale che fatalmente accompagna il compiersi di una vocazione e di un destino, in interprete `senza ruolo’, nel personaggio, anzi nel mito di se stessa» (Raboni). Si intensificano le interpretazioni radiofoniche e le apparizioni televisive da Macht ad Harem e alle serate di Maurizio Costanzo che le deve una parte del suo successo di conduttore. Negli ultimi anni (l’ultima apparizione è del ’93 nel segno di Pirandello – nel Berretto a sonagli , regia Bolognini – e alla radio di Lugano nella Vita che ti diedi , regia di Battistini) interpreta Lo stratagemma dei bellimbusti (diretta da De Bosio), Così è (se vi pare), diretta da Z effirelli, Tartufo (diretta da Bosetti all’Olimpico e poi da Guicciardini) e ancora Hystrio di Mario Luzi, Paola Borboni è Lear da Shakespeare, Clitennestra o del crimine della Yourcenar, Savannah Bay della Duras e la performance Io e Pirandello. Inutile elencare i premi – li ha ricevuti tutti – dal primo San Genesio per La morale della signora Dulska di Gabriella Zapolska al Simoni. Eclettica e volitiva, capace di gesti coraggiosi (la sua discesa al Tritone con la bandiera sulla camicia da notte l’indomani della liberazione le è valsa, con la Repubblica di Salò, l’interdizione dalle scene), lapidaria e istrionica, ha fatto la felicità dei giornalisti per la sua disponibilità e le sue scelte apparentemente stravaganti (il matrimonio a 72 anni con Bruno Vilar più giovane di trent’anni). Ha affrontato la rivista (Mani in tasca e naso al vento di Galdieri, 1939 con Spadaro) per finanziarsi una compagnia pirandelliana) e il cabaret (1973 dove ha cominciato a raccontare di se stessa). Per lei Mario Luzi ha scritto Io, Paola, la commediante. Fra le tantissime interpretazioni cinematografiche «di nessun valore», diceva, amava ricordare La locandiera di Chiarini, Gelosia di Germi, I vitelloni di Fellini e Per grazia ricevuta di Nino Manfredi.

Tatò

Carla Tatò frequenta a Roma l’Accademia di belle arti (scenografia) e debutta come attrice, alla fine degli anni ’60, con Carmelo Bene. Quindi è diretta da R. Guicciardini (Le nuvole di Aristofane), M. Scaparro (Chicchignola), F. Parenti (Il cambio della ruota), G. De Bosio (Il Ruzante). Nel 1970 fonda con Dacia Maraini il `Teatro di quartiere’ a Centocelle e nel 1971 il `Teatro di strada’ con G.M. Volonté, F. Bucci, A. Salines, M. Mercatali, A. Balducci. Nel 1973 partecipa all’ Histoire du soldat di Stravinskij nella messinscena di C. Quartucci. Inizia la collaborazione con il regista e l’esperienza itinerante di Camion: la T. prende parte alla progettazione artistica e creativa, è protagonista della trilogia Opera (ovvero Scene di Teatro, Scene di Romanzo, Scene di Periferia , testi di R. Lerici), di Nora Nora, Nora Helmer dedicati da Quartucci all’eroina di Casa di bambola di Ibsen. Con C. Quartucci, J. Kounellis, G. Paolini, G. Celant, R. Lerici, R. Fuchs, nel 1981 fonda il progetto `Zattera di Babele’; nascono gli spettacoli, portati in tournée europea, Didone, Comédie Italienne, Uscite, Platea, Pentesilea, Florville e Courval , dei quali è protagonista.

La Tatò si definisce «autore di se stesso legato alla cultura del tragico e dell’eroicità», performer che si propone come corpo scenico attoriale, attrice della parola intesa come musicalità e acrobazia vocale, protesa al superamento della differenza maschile/femminile e portatrice di una fisicità femminile forte e `mitologica’. La Tatò è protagonista del progetto scenico su Kleist in Canzone per Pentesilea e Rosenfest Fragment XXX (Berlino 1884), Pentesilea e Nach Themyschira (Roma e Vienna 1986), diretta da C. Quartucci; con lui, M. Blunda e R. Fuchs, nel 1986 è ideatrice del festival permanente `Le giornate delle arti’ a Erice in Sicilia; interpreta quindi il ruolo della madre in La favola del figlio cambiato e quello di Ilse in I giganti della montagna (1989) di Pirandello, Zenocrate e Tamerlano in Tamerlano il Grande di C. Marlowe (Berlino 1991), Sir e Lady Macbeth in I Macbeth (1992), Medea e Giasone in Medea (1988-98) e Federico II in Ager sanguinis, entrambi di A. Pes (1995), i personaggi beckettiani May, Bocca, La donna della sedia, Il lettore, L’ascoltatore, Il protagonista muto in Primo Amore (1989), Erste Liebe (L’Aja 1992), Abitare Beckett (1998). Per il cinema è protagonista di Vogliamo i colonnelli di M. Monicelli (1972); ha partecipato in tv a diversi film, sceneggiati, trasmissioni.

Renaud

Madeleine Renaud esordisce nel 1921 alla Comédie-Française. Nel 1936 incontra su un set cinematografico Jean-Louis Barrault, che sposerà qualche anno dopo. Nel 1942 interpreta La regina morta – di Montherlant, sotto la regia di Pierre Dux. Nel 1946 lascia la Comédie-Française per fondare con Barrault una propria compagnia teatrale, la cui sede è il Théâtre Marigny. Il suo repertorio comprende ugualmente classici (Marivaux, Molière) e moderni: Le notti dell’ira di Salacrou (1946); Partage de midi di Claudel (1948); Stato d’assedio di Camus (1948); La répétition ou l’amour puni di Anouilh (1950); Malatesta di Montherlant (1950); Lazare di Obey (1950); Bacchus di Cocteau (1952); Per Lucrezia di Giraudoux (1953); Le personnage combattant di Vauthier (1956). Nel 1956 la direzione del Théâtre Marigny non rinnova il contratto di affitto e la compagnia intraprende una lunga tournée in provincia e all’estero: è la prima compagnia a esibirsi nella sala delle Nazioni Unite a New York; nel 1981 ritroverà la propria sede stabile al Théâtre du Rond-Point. Magistrale è la sua interpretazione del personaggio di Winnie in Giorni felici di Beckett (1963); successivamente recita ne I paraventi di Genet (1966); La madre di Witkiewicz (1970); Harold e Maude di Higgins (1978); Savannah Bay, scritto per lei dalla Duras (1983); Pense à l’Afrique di Dryland (1984); Les salons di Minoret e Arnaud (1986).

Marchegiani

A ventun’anni Fiorenza Marchegiani si iscrive all’Accademia d’arte drammatica di Roma. Dopo un provino con Squarzina, viene chiamata dallo Stabile di Genova per La foresta di Ostrovskij. Ricordiamo inoltre I due gemelli veneziani di Goldoni con la regia di Squarzina, nel 1979. Nel 1983 con la regia di Aldo Terlizzi interpreta Metti una sera a cena di Patroni Griffi, con Michele Placido e Fabrizio Bentivoglio. Nel 1989 è nella Signorina Giulia di Strindberg, con il Consorzio Teatrale Calabrese, regia di Enzo Siciliano e, sempre di Siciliano, interpreta Singoli . Nel 1997-98 lavora in Fiori d’acciaio , regia di Teodoro Cassano, al fianco di Anna Mazzamauro e Luciana Turina.

Nogara

Anna Nogara si è formata presso la scuola del Piccolo Teatro di Milano e lavora, sia in Italia che in Francia, tra gli altri, con L. Ronconi nell’ Orlando furioso (1970), in XX di R. Wilcok (1971), in Caterina di Heilbronn di Kleist (1972), nell’ Orestea (1972) e in Opera – di Luciano Berio (1979). Partecipa poi a Il Processo di Giovanna d’Arco a Rouen 1431 di A. Seghers (1972) a Off limits di Adamov (1972) e Faust- Salpetrière di Goethe (1982) per la regia di K. M. Grüber. Lavora, quindi, con A. Engel in Lulu au Bataclan di Wedekind (1983); con A. Arias ne Il ventaglio – di Goldoni (1988) e con C. Cecchi ne l’ Amleto (1989). Nel 1997 è interprete de La deposizione , monologo di Emilio Tadini, per la regia di A. R. Shammah.

Riva

Emmanuelle Riva esordisce in teatro nel 1954 in Uomo e Superuomo di Shaw. Ha interpretato testi di Bernstein, Fabbri, Bernanos, Vauthier, Pinter. Nel 1963 entra a far parte del Théâtre National Populaire sotto la direzione di G. Wilson. Recita in: Il ritorno di Pinter (1966); Le diable au coeur (1976); Charcuterie fine di Tilly (1981); L’esilio di Montherlant (1983); Regarde, regarde de tous tes yeux di D. Sallenave (1987); La bonne mère (1989) di Goldoni. La sua interpretazione in Hiroshima, mon amour di Resnais nel 1959 l’ha rivelata al pubblico internazionale.

Hoyos

Cristina Hoyos si dedica alla danza spagnola fin da giovanissima, debuttando nell’ambito della Fiera mondiale di New York. Nel 1969 entra a far parte della compagnia di Antonio Gades; con lui nel 1974 interpreta la parte della protagonista in Bodas de sangre , ruolo che riprende anche nella versione cinematografica firmata da Carlos Saura nel 1978. Il sodalizio con Gades si consolida: nel 1978 diventa prima ballerina del Ballet Nacional Español, da lui diretto, e nel 1981 lo segue nella fondazione della nuova compagnia, Ballet Antonio Gades. Partecipa alla realizzazione del film Carmen Story (1983; regia di Carlos Saura, coreografie di Antonio Gades) e ne interpreta il ruolo principale nella versione teatrale (1984); è poi protagonista dell’ultimo film della trilogia spagnola di Carlos Saura, El amor brujo (1985). Lasciata la compagnia di Gades, nel 1988, dopo aver girato alcuni film ( La balena bianca , 1988; Montoyas y Tarantos , 1989) fonda nel 1989 il Ballet Cristina Hoyos, con il quale crea e interpreta numerosi spettacoli presentati nei maggiori teatri europei, da Sueños flamencos (1990) a Yerma ( 1992), Lo Flamenco (1992), Cuadro Flamenco (1995), Arsa y Toma (1996). Danzatrice di notevole intensità interpretativa, dalla personalità teatrale magnetica, arcana e sensuale, è considerata oggi tra le più significative presenze del teatro di danza spagnolo.

Maggio

Rosalia Maggio è la ‘guagliona’ della famiglia, e la più bella insieme con Dante. Con l’aggiunta di una straordinaria duttilità espressiva e di una tecnica eccezionale, affinata nel corso di una carriera che toccò tutti i generi dello spettacolo, dalla prosa alla rivista, dalla sceneggiata al varietà, dalle feste di piazza all’operetta. Senza mai dimenticare il suo Viviani, del cui splendido atto unico La musica dei ciechi nel ’79 diede, forse, la migliore interpretazione che si ricordi. Del resto, di che cosa sia capace Rosalia si accorgono anche gli spettatori più giovani quando, nell’83, Antonio Calenda riesce nell’impresa di riunire lei, Beniamino e Pupella nell’ormai leggendario spettacolo ‘Na sera ‘e… Maggio . Non a caso, d’altronde, Rosalia, ininterrottamente, si trovò sempre al fianco di star indiscusse e d’impresari di prestigio: tanto per fare solo qualche nome in ordine sparso, Eduardo De Filippo, Anna Fougez, Armando Gill, Lucio Ardenzi, Walter Chiari, Giovan Battista Meneghini (sì, proprio il marito della Callas!), Mario Carotenuto, Katina Ranieri, Johnny Dorelli, Renato Rascel… fino – ovviamente, se parliamo di sceneggiata – a Mario Merola.

Horne

Lena Horne era figlia di un’attrice, e quindi fatalmente avviata a quella carriera. Ha debuttato come chorus girl al glorioso Cotton Club di Harlem, partecipando a spettacoli in cui si esibivano Duke Ellington, Cab Calloway, Billie Holiday e Harold Arlen nel 1933. Nel ’34 è a Broadway in Dance With Your God , un piccolo ruolo. Dal 1935 al ’36 è vocalist in un’orchestra tutta nera, la Noble Sissle Society Orchestra; poi passerà alla Charlie Barnet Band, con la quale ha dei numeri di canto tutti suoi. Durante le tournée in certi stati del Sud, Barnet giudica più prudente non far scendere la sua cantante dal bus dell’orchestra. 1938: prima apparizione in un film, The Duke Is Tops . Di nuovo a Broadway nel 1939 per una sfortunata edizione della rivista Blackbirds (of 1939) : solo nove repliche. Nel 1940 comincia la sua fortunata carriera nel circuito dei night-club e l’anno seguente, a Hollywood (Little Troc Club), viene notata dal supervisore musicale della Metro-Goldwyn-Mayer e presentata a Arthur Freed, specialista della casa per il genere musical: debutto nel 1942 in Panama Hattie (canta “Just One of Those Things” di Cole Porter).

Da quell’anno fino al 1950 Lena Horne sarà spesso presente nei musical della Mgm, ma le sue partecipazioni e i suoi numeri – in genere di gran qualità e molto curati – venivano inseriti nel montaggio in modo da poter essere tagliati in quegli stati del Sud che continuavano a essere insopportabilmente razzisti. Nel 1943, invece, Lena Horne è tra i protagonisti di due musical all negro , uno più straordinario dell’altro: Cabin in the Sky e Stormy Weather. Durante la seconda guerra mondiale ha tenuto molti recital per i soldati al fronte, ma rifiutava di cantare se gli ufficiali non permettevano alle truppe di colore di assistere allo spettacolo. Negli anni ’50 H. finisce nelle liste nere e non trova lavoro né a Hollywood né a Broadway, sicché torna con continuato successo ai suoi concerti nei night-club. Nel 1957 ottiene il suo primo e unico ruolo di star a Broadway in Jamaica , musica di Harold Arlen: 558 repliche. Ancora un paio di film, ultimo quel The Wiz (1978) che è il rifacimento all negro di Il mago di Oz. Nel maggio del 1981 è a Broadway, sola in scena, con un grande show autobiografico intitolato Lena Horne: The Lady and Her Music : diciotto mesi di repliche a teatro esaurito; sarà un gran successo anche a Londra nel 1984. Nel 1993, dopo molti anni di silenzio, Lena Horne ha di nuovo cantato in pubblico all’Us Jvc Jazz Festival. La sua discografia contiene infiniti successi, con le canzoni di tutti i grandi compositori che ha interpretato, nonché un introvabile Porgy and Bess con Harry Belafonte.

Rissone

Dopo l’esordio con L. Borelli e la permanenza in alcune compagnie, Giuditta Rissone raggiunse la notorietà entrando nel 1921 nella Vergani-Cimara-Almirante, sodalizio diretto da D. Niccodemi. Divenne primattrice nel 1927, con L. Almirante e S. Tofano, in una compagnia che si affermò per il repertorio spiritoso ed intelligente. Nel 1930 passò alla Za Bum e qui, insieme a V. De Sica (che sposò nel ’37), si confrontò con testi brillanti. Ormai conosciuta ed amata per le sue doti comiche e finemente ironiche, nel 1933 entrò in ditta con De Sica e Tofano, che due anni dopo lasciò la compagnia, sostituito da U. Melnati. Il gruppo recitò insieme fino al 1939, affermandosi nella messa in scena di spettacoli leggeri ed ottenendo un grande successo con Due dozzine di rose scarlatte di De Benedetti. Dopo la guerra la R. fece soltanto alcune sporadiche apparizioni sul palcoscenico. Al cinema ha recitato spesso con De Sica, talvolta in trasposizioni di testi già proposti in teatro.

Magni

Eva Magni ha esordito come prima attrice giovane nel 1926 nella compagnia diretta da Pirandello a Udine. Dopo esser stata brevemente nella formazione di riviste (Za Bum) ebbe rapidi passaggi ancora con Niccodemi, la Galli, Maria Melato e, dal 1933 al 1935, fu accanto a A. Falconi. Dal ’35 al ’37 fu con la Ricci-Beltrami, e nel ’38 con M. Benassi. Nel 1933 Reinhardt la chiamò a interpretare il ruolo di Puck nella famosa messinscena del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, al giardino di Boboli a Firenze. Tornata nuovamente con Ricci (in ditta con L. Adani), da allora non lo abbandonerà più, diventando nel 1940 prima attrice. Con il grande attore, che sposerà nel 1960, formerà duratura compagnia, compiendo numerose tournée anche all’estero. Attrice di forte temperamento drammatico, capace di portare note personalissime nei personaggi creati, ebbe repertorio quanto mai vasto e vario, spaziando dai classici agli autori contemporanei. Particolarmente apprezzate le sue interpretazioni shakespeariane (Troilo e Cressida, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra) ma forse più ancora nei drammi di O’Neill, quali Lungo viaggio verso la notte (1956, più volte ripreso) e L’estro del poeta (1958). Altri suoi successi: in Cocktail party di Eliot, La regina morta e Il cardinale di Spagna di Montherlant e Torna piccola Sheba di Inge. Dopo la morte del marito, le sue apparizioni sono state rare. Tra le sue ultime interpretazioni, Una strana quiete di Mainardi (Milano, 1976).

Celani

Dopo l’Accademia dei Filodrammatici Leda Celani debutta nella Compagnia di Prosa di Radio Milano diretta da E. Ferrieri nei Blues di Williams (1949). Partecipa all’Estate della Prosa al Teatro Manzoni con Bella Starace Sainati ( Ventiquattr’ore di felicità di C. Meano), è in Stefano di Deval con I. Riva, P. Cei, T. Bianchi e E. Sabbatini poi al Teatrino della Fiera, sempre diretta da Ferrieri in Il più felice dei tre di Labiche. Intanto con Esperia Sperani dai microfoni della radio, interpreta il varietà radiofonico La signora Cipriana (è la figlia Flo); è il momento di una serie di `voci’ celebri da Parenti a Fo, dalla Felldmann a Giampaolo Rossi e di autori come G. Zucconi e U. Simonetta. Nell’estate del ’57 si unisce a Mara Revel e Emilio Rinaldi che, reduci dalla prima edizione di El nost Milan al Piccolo, danno vita al Teatro Olimpia prima, poi al Gerolamo alla Compagnia del Teatro milanese, poi diretta da Carletto Colombo; ci sono Elena Borgo, Giuliana Pogliani, Carlo Ratti, Aldo Allegranza, Fausto Tommei (speciale protagonista del Marchionn di gamb avert del Porta), e poi Piero Mazzarella. I testi sono di Guicciardi, Illica, Bertolazzi, Pensa, Baijni, Ferravilla e Santucci (L’arca de Noè, con la partecipazione di Paola Borboni nel ruolo della serva Marietta).

Altre esperienze con la Compagnia delle Tre Venezie (1954) nella vita di Toulouse-Lautrec e nella Signora dalle camelie di Dumas ridotta da Terron accanto a Diana Torrieri e Giancarlo Sbragia e nel Grande attore protagonista Annibale Ninchi, e al Teatro Filodrammatici di Milano con la Stabile in Giardino d’inferno di R. Mainardi, con Paola Borboni, regista L. Grechi, 1976. A parte le apparizioni televisive in sceneggiati (Lo scialle diretto da S. Blasi e Piccolo mondo antico) e in commedie (Le medaglie della vecchia signora con E. Gramatica e P. Carlini) la sua attività si svolge soprattutto al Piccolo (Il signor Bonaventura di Tofano, Il barone di Birbanza di Maggi, El nost Milan – 1963 e 1979 -, Il tempo stringe di Tabucchi, 1988) e dal ’89 allo Stabile di Bolzano (Anni di piombo di M. von Trotta, Libertà a Brema di Fassbinder, Medea di Euripide e Sarto per signora di Feydeau.

Proclemer

Dall’esordio, nel marzo 1942, in Minnie, la candida di Bontempelli al romano Teatro dell’Università, fino ai conseguimenti della piena maturità espressiva, Anna Proclemer ha caratterizzato con la sua forte personalità mezzo secolo di teatro italiano. Formatasi all’animosa Scuola del teatro delle Arti diretto da A.G. Bragaglia, con il quale interpretò una decina di personaggi in una sola stagione, fu Nina ne Il gabbiano di Cechov al neonato Piccolo Teatro di Milano con la regia di Strehler (1948) per affermarsi definitivamente l’anno seguente nella Mirra di Alfieri al Piccolo Teatro di Roma. In possesso di una prepotente forza drammatica, capace peraltro di piegarsi a improvvise dolcezze, a indugi sarcastici e a risvolti autoironici, si è cimentata in Giraudoux, L. Squarzina, A. Miller per poi essere struggente Ofelia accanto a Gassman-Amleto e per la prima volta recitare accanto a G. Albertazzi nella Beatrice Cenci di Moravia con la compagnia Ricci-Magni (1955). Fu così che nella stagione successiva nacque una delle `ditte’ più prestigiose del secondo dopoguerra, avendo in cartellone opere di D’Annunzio, Ibsen, Faulkner e Camus, ma anche Lavinia fra i dannati di Terron, Pietà di novembre di Brusati, Gli amanti di Rondi , La governante di Brancati, il marito da poco scomparso. Passionale Maria Stuarda schilleriana, dannunziana Gioconda sulle orme della Duse, shakespeariano Regina-madre nell’ Amleto di Zeffirelli, ha impersonato La signorina Margherita di Athayde, Le balcon di Genet, Antonio e Cleopatra con Albertazzi, La lupa di Verga, per affrontare negli anni ’80 La miliardaria di Shaw, Piccole volpi della Hellman, Lungo viaggio verso la notte di O’Neill, Come prima, meglio di prima di Pirandello. Come non aveva disdegnato di cimentarsi nei divertenti Quattro giochi in una stanza di Barillet-Gredy, così negli anni ’90 è passata da Caro bugiardo di Kilty a Danza di morte di Strindberg, da La fastidiosa di Brusati all’ Ecuba di Euripide, confermando la sua poliedricità di interprete connaturalmente drammatica ma capace di risvolti brillanti. Se poco significative sono state le sue rare apparizioni cinematografiche, hanno invece lasciato il segno talune interpretazioni nella stagione pionieristica della tv (“L’idiota”, “Anna dei miracoli” “La parigina”, “George Sand”).

Seyrig

Delphine Seyrig studia recitazione in Francia e, quindi, all’Actors Studio di New York (1956-1960). Sugli schermi cinematografici si afferma con L’anno scorso a Marienbad di Resnais (1961). A teatro interpreta, fra l’altro: Un nemico del popolo di Ibsen (1958); Il gabbiano di Cechov (1961); L’amante e La collezione di Pinter (1965); La prossima volta vi chiamerò di Saunders (1966); Il giardino delle delizie di Arrabal (1969) e Non si sa come di Pirandello, con Alain Cuny; La cavalcata sul lago di Costanza di Handke (1973); Nulla di Beckett (1978); L’aide-mémoire di Jean-Claude Carrière (1979); La bête dans la jungle (da Henry James), adattata per le scene dalla Duras (1981, regia di A. Arias); Sarah et le cri de la langouste di J. Murrell, sulla vita di Sarah Bernhardt (1982, regia di G. Wilson). Ha lavorato anche nel cinema ( Il fascino discreto della borghesia di Buñuel, 1972) e in televisione. Nel 1977 ha realizzato un video sulla condizione femminile: Sois belle et tais-toi.

Reggiani

Bocciata alla Bottega di Gassman, Francesca Reggiani approda alla scuola di Gigi Proietti, dove segue diversi laboratori. I. Thulin la fa recitare in Casa di bambola di Ibsen. Improvvisando al teatro Vittoria di Roma, viene notata da C. Leone e S. Guzzanti, che la trascinano sul piccolo schermo. Nel 1992, dopo i successi della “Tv delle ragazze”, torna al teatro con il monologo tragicomico Non è Francesca e recita in Via sulla strada dell’inglese W. Russell. Nel 1993 interpreta Rimozioni forzate con N. Salerno (produzione Argot).

Ricci

Nata e cresciuta nell’ambiente teatrale (il nonno era Ermete Zacconi, il padre Renzo Ricci, la madre Margherita Bagni), prima moglie di V. Gassman da cui ebbe una figlia (l’attrice P. Gassman), Nora Ricci debutta con la compagnia del Teatro delle Arti nella stagione teatrale 1943-44. Successivamente entra a far parte della formazione Adani-Calindri-Carraro-Gassman, con cui interpreta trentacinque commedie. Lavora fino al 1953 nella compagnia Ferrari-Pilotto-Tofano ( Il giardino dei ciliegi di Cechov, Il volto e Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello). Nello stesso anno recita in Medea di Euripide per la regia di Visconti, quindi si ritira dalle scene fino al 1958. Riprende la sua attività debuttando nel teatro leggero al fianco di F. Valeri e V. Caprioli. È in questi anni che giunge a maturazione la sua vocazione al grottesco e alla parodia che, da un lato, trova espressione nel teatro satirico-cabarettistico di Valeri e Caprioli ( Lina e il cavaliere, Le catacombe ), dall’altro sfocia nella vena critico-ironica degli spettacoli della compagnia De Lullo-Valli-Falk-Albani ( Sesso debole di Bourdet, Anima nera di Patroni Griffi, Le morbinose di Goldoni, Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, Victor o i bambini al potere di Vitrac). Nel 1967 viene chiamata da Visconti per Egmont di Goethe al Maggio musicale fiorentino; nel 1968-1969 recita nella compagnia Morelli-Stoppa ( Vita col padre , Lascio alle mie donne di D. Fabbri), mentre nel 1971 è nuovamente al fianco di F. Valeri in Il coccodrillo . Notevole la sua attività cinematografica, della quale sono da ricordare le esperienze con Visconti ( Bellissima , 1951; La caduta degli dei , 1969; Morte a Venezia , 1971; Ludwig , 1973) e con Germi ( Signore e signori , 1965). Rilevanti anche le sue apparizioni televisive ( Le sorelle Materassi ).

Huppert

Interprete soprattutto cinematografica (ma nel suo carnet ha anche esperienze teatrali), Isabelle Huppert ha sempre affrontato i suoi personaggi con uno slancio e una dedizione assoluti, attraverso una recitazione in grado di prosciugare ogni residuo d’inessenziale. Esordisce al cinema in I primi turbamenti (Faustine et le bel été, 1971) di N. Companeez, per poi lavorare con registi affermati in tutta Europa e negli Usa. Tra i suoi film ricordiamo: Operazione Rosebud (1974) di O. Preminger, I cancelli del cielo (1980) di M. Cimino, Si salvi chi può – La vita (1980) di J.-L. Godard e Il buio nella mente (1995) di C. Chabrol. A teatro ha recitato in Con l’amore non si scherza di De Musset (1978, regia di Caroline Huppert), quindi in Un mese in campagna di Turgenev (1989, regia di B. Murat). Nel 1990 interpreta Isabella in Misura per misura di Shakespeare (regia di P. Zadek) e in seguito, nel 1992, è la protagonista nell’allestimento di Jeanne d’Arc au bûcher di Claudel-Honegger (Opéra-Bastille, regia di C. Régy). Più di recente è apparsa in Orlando , lo spettacolo di Bob Wilson tratto da Virginia Woolf, nella produzione del Théâtre Odéon (1993) presentata anche al Lirico di Milano.

Saltarini

Terza signora Ranucci (il vero cognome di Rascel), dopo Tina De Mola e Huguette Cartier, Giuditta Saltarini esordisce come attrice di prosa in Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, regista Paolo Giuranna, protagonista Tino Carraro. Poi passa alla Compagnia dei Quattro del regista Franco Enriquez, dello scenografo Emanuele Luzzati e degli attori Valeria Moriconi e Glauco Mauri, partecipando, in tre stagioni, a vari allestimenti: Le Fenici di Euripide, La dame de Chez Maxim’s di Feydeau, Le mosche di Sartre e I giusti di Camus. Incontra Renato Rascel, che le affida un ruolo nella serie televisiva I racconti di padre Brown. Quindi, dopo un anno di studio (canto e danza), esordio accanto a Rascel nella commedia musicale Alleluja brava gente di Garinei e Giovannini, in scena nel 1970 al Sistina di Roma e replicata per due anni. Nel cast, Gigi Proietti (che sostituì Domenico Modugno, un forfait a pochi giorni dal debutto), Mariangela Melato (la prostituta Belcore), Gerry Bruno (ex componente del quintetto dei Brutos) nel ruolo del ‘medicino’, Elio Pandolfi stralunato `archiepiscopo’, Enzo Garinei spassoso tombarolo. La Saltarini era la vergine Peronella. Ci fu un ritorno alla rivista tradizionale con In bocca all’Ufo, definita dall’autore Dino Verde «favola musicale italo-galattica con lustrini e varietà»: Rascel comico, la Saltarini soubrette, Anna Campori caratterista e Antonio Buonomo cantante e attor giovane; musica di Rascel e Detto Mariano, regia di Gian Carlo Nicotra. Si è ritirata dalle scene dopo la scomparsa del marito (1991).

Merlini

«Insomma, ero proprio un gran pezzo di figliola», disse Marisa Merlini. Perciò venne scelta da Mariuccia Macario, talent scout dal fiuto infallibile, moglie di Erminio Macario e addetta alla cernita delle famose `donnine’ che circondavano il comico torinese. Esordio, ottobre 1941 al teatro Valle di Roma, nella rivista Primavera di donne , nel ruolo di contorno alla soubrette, che era Wanda Osiris. Da ragazzina aveva frequentato a Roma la scuola di recitazione della contessa Serra, partecipando agli spettacoli del Teatro dei fanciulli (oggi teatro Flajano) curati da Vittorio Metz; con lei, nel gruppo c’erano Antonella Steni, Lilia Silvi (futura diva dei film dei `telefoni bianchi’), Lilly Granado (altra procace soubrettina). Poi il padre abbandonò la famiglia una moglie e cinque figli nella miseria più nera. Marisa diventò commessa al banco di profumi in un emporio, e qui arrivò l’offerta di Mariuccia Macario: 130 lire al giorno, la paga che all’emporio guadagnava in un mese. Accettò, e cominciarono le sorprese. Convocata al Teatro Valle per la prova dei costumi, s’aspettava un abito da favola tutto lustrini e paillettes e dalla sarta ricevette invece due foglie di fico, una più grande e l’altra piu piccola. «Mettile nel posto giusto», le dissero. «Dove?» chiese ingenuamente. La sarta sghignazzando, indicò le zone da coprire e allungò due foglioline microscopiche, aggiungendo: «Questa è la camicetta!». Così, seminuda, sfilò in passerella ottenendo consensi entusiastici. Lo spettacolo andò in giro per l’Italia, il successo si ripeté ovunque. Un pittore famoso, Boccasile, la scelse come modella per la «Signorina Grandi Firme», emblema di un settimanale di successo, immagine della femminilità in cima ai sogni degli italiani dell’epoca.

Dopo Macario, andò con Alberto Rabagliati, cantante famoso che addirittura cantava di sé in terza persona: “Quando canta Rabagliati fa così”. Nel cast, i comici caratteristi Virgilio Riento e Tina Pica, e soubrettine belle come Delia Lodi, Olga Villi e Lia Origoni. Allo spettacolo una sera assisté Toto, e nella stagione successiva ecco la Merlini con Totò e Anna Magnani. Autunno 1943, Che ti sei messo in testa? di Michele Galdieri. Con la Magnani nacque un’amicizia lunga 25 anni; con Totò, un sodalizio artistico lungo quattro riviste teatrali e sette film, tra cui Totò cerca casa , 1948; L’imperatore di Capri , 1949; Totò cerca moglie , 1949. Fu accanto a Vittorio De Sica nel film Roma città libera diretto da Marcello Pagliero (successo in Francia, trionfo in Italia). De Sica si ricordò di lei per il ruolo della levatrice nel film Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini (1953), con Gina Lollobrigida. Un ruolo che le dette grande popolarità e la costrinse ad essere `levatrice’ altre tredici volte. Ma nel cinema ha ricoperto anche altri e significativi ruoli, accanto a Alberto Sordi (Il vigile di Luigi Zampa, 1960), Marcello Mastroianni (Padri e figli di Mario Monicelli, 1957), Titina De Filippo (Cani e gatti, 1952). Dopo un periodo di penombra, durato cinque anni, (epoca dei filmetti porno-soft dei Pierini e delle Vigilesse) venne invitata a Londra dal regista Peter Grenville per recitare, in inglese (che non conosceva, ma imparò presto) la parte della governante-nutrice d’origine napoletana (e così si accettava e giustificava anche una pronuncia non ortodossa) di Lady Hamilton nella commedia di Terence Rattigan Questioni di Stato . Un anno di repliche, e di successo. Torna in rivista nella stagione 1965-66, al Parioli di Roma, con I rompiglioni (neologismo per crasi entrato nel gergo) di tre autori radiofonici, Faele-Torti-Castaldo, con regia di Romolo Siena e cast di prosa: Lia Zoppelli, Paolo Carlini. Nel 1962-63 era stata in Babilonia di Ruggero Maccari con Carlo Dapporto allenatore della squadra di calcio del carcere di San Vittore (“Era bello. Si giocava sempre in casa. Ogni giocatore aveva sempre la palla al piede…”). Un’accorata, trepida rievocazione degli spettacoli di rivista venne curata dal regista Maurizio Scaparro con Massimo Ranieri e Arturo Brachetti in Varietà , e la M. contribuì al successo dell’amarcord con perizia d’attrice ma anche con il fascino della testimonianza diretta. Tornò, dopo i successi degli anni ’40, con Garinei e Giovannini in due commedie musicali interpretate da Gino Bramieri: Cielo, mio marito! di Costanzo e Marchesi, con Ombretta Colli e Foto di gurppo con gatto di Iaia Fiastri e Enrico Vaime, con Gianfranco Jannuzzo. Accolta sempre grazie alla sua straripante simpatia, dagli applausi di un pubblico fedele.

Quattrini

Paola Quattrini esordisce a soli quattro anni al cinema, e a dodici in palcoscenico recitando in Il potere e la gloria di G. Greene, con la regia di L. Squarzina. A quindici anni frequenta le cantine romane interpretando Tanti fiammiferi spenti di Luciani, che le vale l’appellativo di `ninfetta del teatro di prosa’ dell’epoca. Lavora poi con F. Valeri. Nel 1968 è Jessica in Le mani sporche di Sartre allo Stabile di Torino, recita Pirandello in Diana e la Tuda , ma nelle sue corde c’è soprattutto il repertorio brillante, con titoli come Il gufo e la gattina al fianco di W. Chiari, Due sull’altalena con C. Pani, La papessa Giovanna (1973) di J. Quaglio con A. Giordana, Non è per scherzo che ti ho amato di Fabbri (1977) con C. Giuffrè. Lavora quindi con E. Calindri, S. Satta Flores, e quasi tutti i grandi del teatro d’intrattenimento. Con S. Santospago è protagonista di A piedi nudi nel parco , pièce di N. Simon (1982). Negli anni ’70 la troviamo in molte commedie prodotte dalla Rai direttamente per il piccolo schermo. Nel 1987 è con Dorelli nel musical Se devi dire una bugia dilla grossa . Nel 1988 con Bramieri nel delizioso Una zingara mi ha detto . Nel 1993 torna a un testo impegnativo interpretando Affabulazione di Pasolini con la regia di Ronconi.

Ferro

Figlia di un gioielliere, nel 1931 Lida Ferro si trasferisce a Parigi e nel 1937 frequenta la scuola di teatro Paupelix. Tornata in Italia nel 1941, è generica nella compagnia Donadio e poi in quella di Elsa Merlini; seconda donna nella compagnia Adani nel 1945-46 e con Memo Benassi nel 1947; infine prima attrice al Piccolo Teatro di Genova nella commedia Uno cantava per tutti di Enrico Bassano. Forma compagnia con Luigi Cimara e interpreta tra l’altro L’uomo del piacere di P. Geraldy. Nel 1953 fonda con Carlo Lari il teatro Sant’Erasmo a scena centrale. Dotata di una forte comunicativa e tensione emotiva, è stata protagonista di un vasto repertorio che comprende autori italiani (Federici, Lodovici, Viola, Pensa, Bassano, Lanza) e stranieri (García Lorca, Claudel); si ricorda in particolare la sua interpretazione di Nora Seconda di C.G. Viola. Terminata l’esperienza del Sant’Erasmo, dopo alcune esperienze in sceneggiati televisivi fonda nel 1961 la sezione teatro alla televisione della Svizzera Italiana, dove ha portato in scena un vasto repertorio e dove continua a lavorare.

Jackson

Dopo il debutto in compagnie di provincia, nei primi anni ’60 Glenda Jackson prende parte alla stagione sperimentale di ‘Teatro della crudeltà’ di Peter Brook e Charles Marowitz con la Royal Shakespeare Company (Rsc) alla London Academy of Music and Dramatic Art (Lamda). Sempre con Brook dimostra il suo talento e il suo particolare fascino interpretando Charlotte nel Marat/Sade di P. Weiss (1965) e recitando nel controverso Noi (Us, 1966): spettacolo fortemente critico sul ruolo americano nella guerra del Vietnam. Di spirito indipendente, Glenda Jackson non rimane mai a lungo con la stessa compagnia, impegnandosi con interesse e grande successo anche in televisione e al cinema (Oscar nel 1969 per Donne in amore di K. Russell); tuttavia nel 1978 è di nuovo nella Rsc sotto la guida di Brook in Antonio e Cleopatra. Negli anni ’80 appare in diversi spettacoli nel West End londinese (Rose e Summit Conference, 1982; Grande e piccolo di B. Strauss, 1983), ottenendo un grande successo in Strano interludio di O’Neill (1984). Nel 1990, al Glasgow Citizens’ Theatre, si distingue nel ruolo di protagonista in Madre Coraggio di Brecht e interpreta con importanti riconoscimenti Scene da un’esecuzione di Howard Barker. Nel 1992, dopo anni di attiva partecipazione nel partito laburista, viene eletta in Parlamento per il quartiere Hampstead di Londra, dando inizio a una carriera politica che nel 1997 l’ha portata alla carica di ministro dei trasporti della capitale.

Tamantini

A otto anni Franca Tamantini entrò nel Corpo di ballo dell’Opera di Roma. Nel 1948 venne eletta miss Roma e il titolo le aprì le quinte dei palcoscenici di rivista e varietà. Nella stagione 1953-54 fu con Garinei e Giovannini nello spettacolo Caccia al tesoro , che trasferiva in palcoscenico una trasmissione radiofonica di successo, con Billi e Riva, comici `impagabili’, Franca May, una soubrette `che farà strada’, Lucy D’Albert, Gianni Agus e Alighiero Noschese. Spettacolo interattivo, con il pubblico in sala chiamato a giocare e con telefonate impreviste, a tarda sera, a casa di amici dei concorrenti. Coreografie della rivista di Gisa Geert.

Nella stagione 1957-58, fu nel cast di Non sparate alla cicogna di Amendola e Mac (Ruggero Maccari) – con Macario unico maschio, dopo un’esplosione atomica che aveva tolto virilità agli altri uomini, – Sandra Mondaini come soubrette-scugnizza alla Delia Scala e la statuaria Juliet Prowse. Prese il posto di Ornella Vanoni nella seconda edizione del Rugantino di Garinei e Giovannini, ruolo che era stato anche di Lea Massari e che toccherà anche ad Alida Chelli. Ha interpretato operette, distinguendosi nel Pipistrello di Strauss e No, no Nanette, dove cantava “Tea for two”. Ha tenuto numerosi recital dedicati a Brecht-Weill, interpretandone i `song’ più famosi. Premio Idi per il teatro per l’interpretazione di Antonello capobrigante di Vincenzo Padula, con Renzo Giovampietro al Teatro stabile di Torino alla fine degli anni ’50, regista Gianfranco De Bosio. Il pubblico la ricorda in due ruoli di moglie pestifera: accanto a Nino Manfredi in una serie di caroselli televisivi anni ’70 e accanto a Renzo Montagnani nella serie di film di Monicelli Amici miei .

Carloni Talli

Moglie di Virgilio Talli, stimata filodrammatica, Ida Carloni Talli entrò in arte nel 1887 con la compagnia Pietriboni. Successivamente fu primattrice nella compagnia Favi, dove si affermò con La trilogia di Dorina di G. Rovetta. Capocomica con Virgilio Talli e Ettore Paladini per due anni, ottenne un vivo successo di pubblico e di critica con La parigina di H. Becque (Milano 1890). Ammirata interprete sia nel genere drammatico sia in quello comico, lavorò in importanti compagnie, quali la Andò-Leigheb, la Emanuel, la Garavaglia, la Ruggeri-Borelli. Ritiratasi dal teatro, insegnò nella scuola di Eleonora Duse presso l’Accademia di Santa Cecilia di Roma. A partire dal 1912 si dedicò al cinema, dove interpretò prevalentemente ruoli di madre nobile.

Barzizza

Figlia di Pippo, il più popolare direttore d’orchestra del dopoguerra, Isa Barzizza è cresciuta negli anni difficili e delle notti lunghe di paura della guerra. Appassionata del palcoscenico, figlia d’arte, Isa era chiamata dalle compagnie di prosa che sapevano della sua passione per il recitare e avevano bisogno di una bambina in scena, quando abitava a Torino: fu così al fianco di Elsa Merlini in La signora Morli, una e due di Pirandello a soli sette anni, poi provò anche l’emozione di stare vicino a Ruggeri nel Titano e di dividere la scena con i fratelli De Filippo. È stata però veramente lanciata giovanissima da Erminio Macario in Le educande di San Babila di Amendola con le tre Nava e poi in Follie di Amleto (1947-48), dove il comico era il principe scespiriano e la bella Isa una inedita Ofelia spesso senza veli e magari rossa di vergogna. Richiesta per il teatro, suo desiderio naturale, la signorina B. dovette però faticare non poco per convincere la famiglia che la rivista era la sua strada: le diede un contributo la nonna, col suo lasciapassare e alcune raccomandazioni di quotidiana moralità. «In questo modo» ricorda oggi l’attrice «fui l’unica soubrette ad avere per tre anni una governante al seguito, nei camerini come al ristorante, mentre a diciotto anni, si sa, piace la libertà». Carina, un po’ coquette, un po’ viziata, Isa, col suo corpo splendido, divenne presto la beniamina del `pubblico degli ingressi’ del dopoguerra italiano, popolare nel frattempo anche per molti film comici. L’altro suo `padrino’ teatrale, dopo Macario, fu Totò, cui fece da partner anche nel cinema, e con cui recitò in teatro in C’era una volta il mondo di Galdieri accanto alla Giusti (1947-48) e in Bada che ti mangio (1948-49) accanto a Mario Riva e Diana Dei. Totò le insegnò tutti i segreti dei tempi comici, il contatto col pubblico, i segreti del mestiere: lo sketch famoso del vagone letto (che concludeva anche Totò a colori ) vedeva coprotagonista la Barzizza ed è lei a ricordare che la prima volta che fu recitato durava sette minuti, mentre poi si allargò fino ai 50′. Altri tempi, altri lussi, altri sorrisi, altre risate: la B. era audace, portava in passerella i due `puntini’, ma non era l’unica, o tre rose ricamate nei punti strategici (in Follie di Amleto ). Nel 1951-52 la scoprono Garinei e Giovannini che la mettono al fianco di due attori di razza come Viarisio ed Elsa Merlini, oltre al Quartetto Cetra e le Bluebell, in Gran baldoria , stagione 1951-52, gran successo, motivi di Kramer, scene di Coltellacci, profumo di Broadway. Negli stessi anni prova anche l’ebrezza della prosa recitando lo Shakespeare di Le dodicesima notte diretta da Renato Castellani e apparendo poi spesso nel teatro brillante allestito per la tv. Nel 1955-56 è anche la protagonista di una commedia musicale ante litteram, Valentina , di Marchesi e Metz, con Isa Pola, Viarisio, Franco Scandurra e Alberto Talegalli, fantastoria d’amore di due fidanzati che fanno un salto in avanti nel tempo. Nel 1957 finisce il primo tempo e la B. lascia il teatro per motivi familiari (nel giugno del 1953 sposa il regista tv Alberto Chiesa il quale morirà poi in un incidente nel ’60 che ebbe violenti strascichi). Ci ritorna trent’anni dopo, essendosi occupata di direzione di doppiaggio e di tv: la aspetta, come sempre, il genere brillante ( La pulce nell’orecchio di Feydeau e Arsenico e i vecchi merletti , dal ’91 al ’93, Una bomba in ambasciata di Woody Allen nella stagione 1997-98, sempre con Beppe Glejesees e Le sorelle Materassi accanto alla Masiero nel 1998-99), ma figura anche deliziosa nel ruolo della zia di Gigì nel musical diretto da Filippo Crivelli (1995-96). Il curriculum cinematografico vanta 55 titoli, il primo è I due orfanelli di Mattoli, spesso al fianco dei comici di rivista che l’avevano lanciata sulla passerella, ma non c’è alcun titolo che la metta in evidenza, meno in Gran varietà dove canta un blues con un vestito nero di raso con lo spacco.

Mazzantini

Dopo il diploma all’Accademia d’arte drammatica `S. D’Amico’, Margaret Mazzantini esordisce nel 1982 interpretando Ifigenia nell’omonima tragedia di Goethe, diretta da Aldo Trionfo; nella stessa stagione, sempre come protagonista, lavora in Venezia salvata di T. Otway, con la regia di G. De Bosio. Nella stagione 1984-85 recita in Tre sorelle di Cechov e nell’ Alcade di Zalamea di Calderón de la Barca, diretto da M. Sciaccaluga. Nel 1986 inizia una collaborazione con il regista Walter Pagliaro con Antigone di Sofocle, cui seguiranno Mon Faust di P. Valéry, nell’adattamento di G. Davico Bonino (1987), con Tino Carraro, Bambino (1988) di Susan Sontag e Praga Magica-Valeria (1989), allestiti in due edizioni del festival di Spoleto. Seguono A piedi nudi nel parco di N. Simon (stagione 1992-93), insieme a Sergio Castellitto (suo marito) e Colpi bassi di D. Scott, regia di L. Venturini con Giulio Scarpati (1994). Nel 1995 Sergio Castellitto dirige la pièce Manola , da lei scritta, e interpretata insieme a Nancy Brilli. La commedia viene replicata con successo anche nel 1996 e nel 1998. Numerose le sue partecipazioni televisive e cinematografiche. Nel 1995 ha pubblicato anche un romanzo, Il catino di zinco .

Bertelà

Sara Bertelà si diploma nel 1987 presso la scuola del Teatro stabile di Genova. In seguito lavora con i registi Anna Laura Messeri (Il furfantello dell’ovest di J.M. Synge, 1987), Marco Sciaccaluga (La buona moglie di Goldoni, 1988; Pane altrui di I. Turgenev, 1989; Come vi piace di Shakespeare, 1990; La famiglia dell’antiquario di Goldoni, 1994), Gianfranco De Bosio (L’avaro di Molière, 1990; La Moscheta di Ruzante, 1997), Benno Besson (Mille franchi di ricompensa di V. Hugo, 1991-92), Gabriele Lavia (Platonov di A. Cechov). Nel 1990-91 lavora con Massimo Castri in Amoretto di A. Schnitzler, per il quale vince il premio Eleonora Duse come miglior attrice giovane 1991. In tale occasione inizia l’importante sodalizio artistico con la regista Cristina Pezzoli (allora assistente di Castri), con cui mette in scena nel 1994 Lungo pranzo di Natale di T. Wilder, nel 1996 La scuola delle mogli di Molière, nel 1997 Il principe travestito di Marivaux e nel 1998 uno studio su Cechov. Dal 1994 inoltre collabora assiduamente con Valerio Binasco (Re Cervo di C. Gozzi, 1994; Family Voices di H. Pinter, 1998 e, come assistente alla regia, La bella di Lenane di M. Mc Donagh). Ha lavorato anche per il cinema e la televisione.

Melato

Attrice di temperamento versatile, in grado di interpretare la tragedia di Euripide e il musical di Garinei e Giovannini, il dramma psicanalitico di T. Williams e O’Neill e la commedia di Pirandello, la farsa di Fo e la barocca poesia in versi di Racine, la Parigi di Feydeau e la Milano di Bertolazzi, Mariangela Melato è nata a Milano in via Montebello, epicentro di Brera, dove avrà da giovane, complice il bar Giamaica, significativi incontri col mondo dell’arte. Di provenienza borghese, destinata all’attivo mondo del lavoro, la Melato inizia come vetrinista alla Rinascente, ma dentro coltiva un altro sogno, esprimersi con l’arte, recitare. Dapprima studia a Brera, poi si esibisce in allarmanti cambi di look, disegna manifesti, infine si iscrive alla scuola di recitazione della Sperani al Filodrammatici, dove viene scambiata, a sua insaputa, per una parente dell’altra Melato (Maria). Viene fuori subito un gran temperamento, soprattutto la voglia di tentare ogni strada espressiva. Laureata attrice, è scritturata per Piccola città di Wilder col Carrozzone di Fantasio Piccoli, un gruppo stabile ma girovago di Bolzano: è la gavetta, la classica battuta del `pranzo è servito’. Ma fa in fretta passi da gigante: la ragazza ha un tipo di comunicativa un po’ brutale, diversa, che dal palcoscenico `passa’ al pubblico. Ed eccola con Dario Fo e Franca Rame, nel settembre del 1965 all’Odeon di Milano, in Settimo ruba un po’ meno , che anticipava Tangentopoli; ma l’anno dopo non deve stupire trovarla con Ricci in Enrico IV e la stagione dopo ancora è vista e presa da Visconti per La monaca di Monza di Testori con la Brignone, poi per L’inserzione della Ginzburg. Se questi sono debutti ufficiosi, una gavetta ricca di talenti complementari, il primo successo personale la Melato lo ottiene come Olimpia nel mitico, rivoluzionario Orlando furioso di L. Ronconi, che prende il via nel 1969 al Festival di Spoleto e poi gira l’Italia e il mondo con entusiasmo garibaldino e un’accoglienza di pubblico trionfale. Spettacolo di rottura, che lo stesso regista traduce poi in bellissime immagini per la tv, l’ Orlando getta le basi del più proficuo rapporto di lavoro della Melato, quello appunto con Ronconi che la dirigerà in spettacoli memorabili: l’elisabettiama Tragedia del vendicatore di Tourner nel ’70 in una compagnia di sole donne, l’ Orestea , in cui è una prepotente Cassandra, nel ’72 a Venezia e poi in giro fino a Parigi; in L’affare Makropulos nel 1993 e una `dark lady’ hitchcockiana che visse due volte in Il lutto si addice ad Elettra di O’Neill, versione kolossal del ’97.

L’altro regista con cui la Melato ha lavorato in modo stabile è G. Sepe, che dal 1985 al ’92 ha realizzato con lei tre successi di segno molto diverso, sfidando gli stereotipi: il verismo sentimentale di Vestire gli ignudi di Pirandello; la forza barbara della Medea di Euripide e il dramma americano di Anna dei miracoli in cui la professoressa Melato insegna il palpito della vita a una bambina cieca e sordomuta. Importante, atteso, scritto nel `destino’ milanese, il suo debutto con Strehler nel ’79, nella terza, poetica edizione di El nost Milan di Bertolazzi: purtroppo, una prova unica. Ma la sua biografia non sarebbe completa se non si citasse il suo amore per la rivista (adorava il gusto camp lombardo dei Legnanesi): nel film Basta guardarla di Salce è un’irresistibile soubrette spagnola d’avanspettacolo. E in tv, prima di affrontare la sociologia della Vita in gioco, il ruolo di Avvocato delle donne e le malinconie milanesi della Lulu di Bolchi, apparve dapprima come ballerina scatenata, perfino, al fianco di Baudo, chiusa dinoccolata in una valigia. Furono Garinei e Giovannini a intuire il suo ramo di `follia’ teatrale, portandola in scena con Rascel e Proietti nella parte della prostituta dell’anno Mille in Alleluja, brava gente nel 1971, mentre con Giorgio Gaber reciterà La storia di Alessandro e Maria nell’82, teatro sentimentale a due voci. Naturalmente è il cinema l’ambito nel quale la Melato ha ottenuto, negli anni ’70, il vasto successo. Adoperando la vena grottesca lanciata dalla Wertmüller, l’attrice, da poco entrata nella “Treccanina”, lancia una coppia nazional-popolare con Giannini in Mimì metallurgico , Film d’amore e d’anarchia e Travolti da un insolito destino nel ’74. Ma, amante delle sfide impossibili, recita anche con Petri, Chabrol, De Sica, Steno, Vancini, Corbucci (un gustoso sketch con Celentano in Di che segno sei? ).

I risultati migliori, e molti premi, li ottiene con Monicelli in Caro Michele (1976), e con Brusati, che le offre un grande personaggio legato alla poetica della memoria dell’amore perduto in Dimenticare Venezia (1979), oltre alla occasione mancata del Buon soldato. Decisamente in sintonia la Melato si trova con G. Bertolucci, detective sotterraneo di un nuovo tipo di donna per il cinema italiano: ne fanno fede i due film bellissimi, Oggetti smarriti e Segreti segreti , mentre con Pupi Avati si diverte in un quasi musical, Aiutami a sognare . Nell’81 accetta una trasferta americana per la commedia Jeans dagli occhi d’oro con Ryan O’Neal, ma si rivela un’esperienza modesta. L’ultima parte della sua carriera è legata a una intensa, prepotente edizione teatrale di Un tram che si chiama desiderio di Williams diretta a spirale nell’inconscio da De Capitani, con le scene di Bruni, lo stesso `team’ con cui affronta nel ’95 il gusto iper-grottesco un po’ datato di Tango barbaro di Copi, addirittura en travesti. Legata ormai da molti anni allo Stabile di Genova, nel 1997-98 ha accettato di tornare al teatro di divertimento puro, in La Dame di Chez Maxim’s di Feydeau diretta da Arias, di cui è festeggiata mattatrice insieme a Pagni; ma per la legge del contrappasso decide, nel 1999, di interpretare con la regia di Sciaccaluga Fedra di Racine.