Gassman

Genovese di nascita ma romano d’elezione e formazione, Vittorio Gassman ha debuttato ventenne a Milano nella Nemica di Niccodemi con A. Borelli, per affermarsi subito dopo all’Eliseo di Roma, tanto da associare ben presto il suo nome a quelli di Adani-Calindri-Carraro, passando con pari bravura dal genere brillante al drammatico, dal divertimento sofisticato alla commedia borghese. È salito ai vertici della gerarchia di palcoscenico con la compagnia diretta da Visconti, di cui facevano parte Ruggeri, Stoppa, R. Morelli, P. Borboni, V. Gioi. Esuberante Kowalski in Un tram che si chiama desiderio di T. Williams, capace di trascorrere dagli shakespeariani Rosalinda o come vi piace e Troilo e Cressida a un alfieriano Oreste di fin troppa compiaciuta enfasi, è stato poi protagonista con il T. Nazionale diretto da Salvini (assieme a Girotti, Foà, V. Gioi, E. Albertini) dell’ibseniano Peer Gynt , della Commedia degli straccioni di Caro, di Detective Story di Kingsley, del Giocatore di Betti. Con Squarzina ha fondato e codiretto il Teatro d’Arte italiano (1952-53) mettendo in scena un Amleto in versione integrale, il fin allora mai ripreso Tieste di Seneca, I Persiani di Eschilo, Tre quarti di luna di Squarzina. Interprete tragico per antonomasia, in familiarità con i classici greco-latini, è stato particolarmente attratto da Shakespeare, contribuendo a rendere memorabile l’ Otello (1956-57) in cui si scambiava con Randone i ruoli del Moro e di Jago.

La sua esuberanza giovanile lo ha indotto talvolta a concedere un po’ troppo al virtuosismo del grande attore di matrice ottocentesca, moltiplicandosi, ad esempio, nei nove personaggi dei Tromboni di Zardi (quasi coevi alla serie televisiva Il mattatore ) o lasciandosi tentare dal congeniale Kean nel suo O Cesare o nessuno (1975), specchio del genio e sregolatezza degli anni verdi, poi pienamente governato nella più sorvegliata maturità. Fino all’ultimo fedele al teatro di parola, restìo ad avanguardismi di facciata, cresciuto con il culto della `foné’, ha avuto in odio il minimo difetto di pronuncia, un accento sbagliato, un’inflessione dialettale, il suo credo artistico essendo rimasto sostanzialmente fedele a una drammaturgia di scrittura alta, fino a cimentarsi nell’avventura generosa dell’ Adelchi di Manzoni fatto conoscere a mezzo milione di spettatori, dal suo itinerante Teatro Popolare con ‘chapiteau’ circense (1960-63). Tentato dal cinema (ha interpretato oltre cento film, riscuotendo particolare successo sul versante comico-farsesco con film come I soliti ignoti e L’armata Brancaleone), è tornato in palcoscenico a più riprese per riproporre Otello venticinque anni dopo, affrontare Macbeth (con la Guarnieri), inscenare un collage dostoevskijano con gli allievi della Bottega del teatro da lui fondata a Firenze e portare a Los Angeles e ad Avignone i sempre più prediletti assemblaggi di autori vari. Con il figlio Alessandro (1962) avuto da Juliette Maynel, ha ripreso Affabulazione di Pasolini (1986), è stato Achab nel Moby Dick tratto da Melville (1992) e ha affrontato lo scontro generazionale nell’autobiografico Camper (1994), avversato dalle sue ricorrenti crisi depressive. Particolarmente rilevante è stato lo spazio concesso, nei sempre più frequenti recital, a poeti d’ogni età e Paese, soprattutto alle consentanee cantiche dantesche. È stato sposato con le attrici Nora Ricci (da cui nel 1945 ha avuto la figlia Paola, anch’essa attrice), Shelley Winters, Diletta D’Andrea.