Zacchini

Ugo Zacchini afferma in Italia e in America il numero dell’uomo proiettile, nel quale viene scaraventato ad una trentina di metri di altezza e a sessanta di distanza, da un ordigno ad aria compressa fatto passare per un cannone. Diplomato all’Accademia dell’arte di Roma nel 1919, disegna da solo i suoi attrezzi e debutta nel 1922 a Malta nel Circo olimpico diretto dal padre Ildebrando. Nel 1929 viene scritturato negli Usa al Ringling Bros. and Barnum & Bailey dove, nel 1934, presenta con il fratello Mario una versione doppia del numero. Attorno agli anni ’40 la famiglia si fraziona e uomini e donne proiettili Zacchini si esibiscono un po’ ovunque. Nel 1961 Ugo lascia il circo e sono il figlio ed il nipote, entrambi omonimi, a continuare la tradizione di famiglia.

Zacconi

Figlio d’arte, con cinque fratelli datisi anch’essi al teatro, Ermete Zacconi fu sul palcoscenico fin dalla prima infanzia. Primo attor giovane nella compagnia di A. Papadopoli a soli ventun’anni, fu scritturato nel 1884 dall’allora famosissimo G. Emanuel, da cui apprese il rigore dell’impegno costante, la ricerca puntigliosa dell’approfondimento. La sua consacrazione avvenne nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando entrò nella compagnia di V. Marini interpretando testi di Ibsen, Tolstoj, Turgenev, Dumas figlio e La morte civile di P. Giacometti, rimasta per sempre suo cavallo di battaglia.

Nel suo repertorio, fedele a Maeterlinck, Giacosa, Praga, Rovetta, Bracco, entrò più tardi quel Cardinal Lambertini di Testoni (1905), da molti ritenuta una delle sue interpretazioni più riuscite, insieme al Lorenzaccio demussetiano e agli Spettri ibseniani. Nell’accostamento di testi di così disparato valore artistico è già implicita la dimensione naturalistica della sua concezione teatrale che la critica più avvertita da tempo aveva rilevato. Intanto, Z., nel 1899, si univa alla Duse per allestire le dannunziane La Gioconda, La gloria, La città morta , Più che l’amore. Agli inizi del secolo affrontò Shakespeare (Amleto, Macbeth, Otello, Re Lear, La bisbetica domata), il Saul dell’Alfieri, Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais, Le gelosie di Lindoro di Goldoni, Kean di Dumas padre, Il padre di Strindberg. Considerato il massimo esponente della stagione del `grande attore’ – che proclamava «il teatro sono io» – ignorando l’avvento della mediazione registica, dominò i primi trent’anni del secolo, osannato anche all’estero con le trionfali tournèe a Parigi e in Sudamerica.

A distanza di vent’anni, tornò con la Duse (La donna del mare di Ibsen e La porta chiusa di Praga) per poi allestire opere, complessivamente inferiori alla sua statura di mattatore, firmate, tra gli altri, da G. Forzano, L. D’Ambra. A fine carriera trovò consensi unanimi impersonando Socrate ne I Dialoghi di Platone e nel Processo e morte di Socrate che interpretò anche al cinema (1940), prima del definitivo addio alle scene. Per il grande schermo partecipò, fin dall’epoca del muto, a una ventina di film, tratti in gran parte dai suoi successi teatrali. Dalla seconda moglie, l’attrice Ines Cristina, ebbe la figlia Ernes (1912), anch’essa attrice.

Zacharov

Laureato in storia dell’arte, Rostislav Vladimirovic Zacharov si è diplomato nel 1926 presso l’Istituto coreografico di Leningrado ed è stato solista al Teatro Kirov dal 1926 al ’29. Successivamente, dal 1934 al ’36 è stato coreografo nello stesso Teatro. Dal 1936 al 1956 è coreografo e regista d’opera al Teatro Bol’šoj di Mosca. La sua prima grande prova come coreografo è stata La fontana di Bachisaraj ispirata a Puškin su musica di Asaf’ev, e realizzata nel 1934 per il Teatro Kirov. Maestro del `drambalet’ (balletto drammatico in voga in Urss negli anni ’30 e ’40), ha realizzato Illusioni perdute (1936), Il prigioniero del Caucaso (1938), Taras Bul’ba (1946), Il cavaliere di bronzo (1949). Altro suo grande successo la prima versione di Ce nerentola di Prokof’ev nel 1945. Gli anni ’50 lo vedono in lotta con i giovani coreografi (Grigorovic, Belskij) che introducono tendenze più innovative nella coreografia sovietica. È stato molto attivo al Teatro Bol’šoj anche come regista d’opera (Ruslan e LjudmilaCarmen, Gli Ugonotti, Guerra e pace).

Zadek

Peter Zadek compie la propria formazione teatrale presso la Old Vic School a Londra, dove era emigrato con la sua famiglia nel 1933, a causa delle origini ebraiche. Nel 1947 firma le sue prime regie: Salomé di Oscar Wilde e Sweney Agonistes di T. S. Eliot. Con la messa in scena di Le serve e Il balcone di Jean Genet (1957) ottiene i primi successi internazionali, che gli consentono di uscire dall’ambito produttivo londinese. Tornato in Germania lavora prima presso il Teatro di Colonia, poi dal 1960 presso il teatro di Ulm, dove trova validi collaboratori nell’impresario Kurt Hübner e nello scenografo Wilfred Minks. Poi allo scandalo suscitato con la messa in scena di L’ostaggio di Brendan Behan, nel ’62 la compagnia è costretta a lasciare Ulm per Brema, dove rimane fino al ’67. Nel 1972 Z. fu chiamato a dirigere il Teatro di Bochum (1972-1977), poi lo Schauspielhaus di Amburgo (1985-89), ai quali tuttavia in seguito preferì i piccoli teatri di provincia.

Fra gli autori più frequentati da Zadek emerge, su tutti, Shakespeare, di cui mette in scena Misura per misura (1962-67), Re Lear, Il mercante di Venezia e Amleto per il teatro di Brema, Otello (1976) e Antonio e Cleopatra (1994, Wiener Festwochen). Le sue regie suscitano spesso molto clamore, se non addirittura scandalo, a causa della spregiudicatezza con cui tratta i testi, spesso ridotti alla struttura essenziale dei rapporti fra i personaggi, attualizzati secondo il punto di vista soggettivo del regista. L’uso concettuale della scenografia (per cui si avvale spessissimo della collaborazione di Wilfred Minks) e il ricorso a tecniche di montaggio scenico di tipo cinematografico, con sketch e gag montati in sequenza, sono altri elementi che caratterizzano la poetica del regista. Fra le sue migliori regie si ricordano Misura per misura , Risveglio di primavera di Wedekind (1965) e I masnadieri di Schiller (1967) e il recente Il giardino dei ciliegi di Cechov (1996) per il Burgtheater di Vienna.

Zago

Dopo essere stato in compagnie di guitti, Emilio Zago nel 1876 entrò nella formazione di Moro Lin dove, eccellendo in personaggi goldoniani, rimase fino allo scioglimento della stessa (1883). Successivamente formò una propria compagnia recitando testi di G. Gallina, F.A. Bon, R. Selvatico, ma soprattutto dell’amato Goldoni. Con costante successo fu sulle scene fino agli anni ’20 (apparve l’ultima volta, ne Il bugiardo, 1927), formando anche una brava schiera di giovani attori dialettali. Sommo interprete goldoniano, seppe anticipare i tempi rompendo, nelle sue compagnie, lo schema che imponeva ruoli fissi.

Zambelli

Allieva della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, nel 1894 Carlotta Zambelli ha debuttato all’Opéra di Parigi nel Faust , succedendo a Rosita Mauri come étoile. Tipica incarnazione dello stile milanese, dotata di punte d’acciaio e di tecnica virtuosistica, è diventata una beniamina del pubblico parigino grazie alle sue interpretazioni di Coppélia, Les deux pigeons, Sylvia; successo che si è rinnovato nel 1901 quando è stata scritturata come prima ballerina, ultima delle grandi stelle italiane, al Teatro Marijnskij di Pietroburgo, dove si è esibita in tutto il grande repertorio accademico. Ritiratasi dalle scene nel 1930 si è dedicata in seguito all’insegnamento, curando i corsi di perfezionamento e – fino al 1954 – dirigendo la Scuola di ballo dell’Opéra di Parigi, dove ha contribuito a perpetuare le tradizioni della danza accademica ereditate dai grandi maestri italiani ottocenteschi.

Zambello

Nunzio Zambello (o Zampello) è stato l’ultimo rappresentante di tradizione della pratica propriamente napoletana della `guarattella’, continuatore della scuola della famiglia Pino, con la quale ha lavorato per vari anni. Zambello ha operato nelle strade di Napoli e nella provincia campana, prima con la moglie – per la questua – e poi da solo, con l’aiuto saltuario di qualche ragazzino. Ha partecipato agli spettacoli, in Italia e in Centro e Sudamerica, con la Compagnia Carosello napoletano. Nel 1975 fu portato da Roberto De Simone all’Autunno musicale di Como e negli anni immediatamente seguenti fu inviato più volte a Milano. Nel 1978 ha dovuto smettere il suo lavoro sia per ragioni di salute, sia per l’indifferenza ormai del pubblico napoletano per la `guarattella’. La `guarattella’ è una forma di teatro dei burattini che si realizza in una baracca piccola e leggera, che ospita un solo operatore, ed è facilmente trasportabile a spalla. Personaggio centrale della `guarattella’ è Pulcinella a cui Zambello dava voce, secondo la più vecchia tradizione, con la `pivetta’ (piccolo strumento che, tenuto in bocca al burattinaio, altera in modo caratteristico la voce). La pratica della `guarattella’ è oggi continuata da Bruno Leone che per alcuni anni fu a fianco di Zambello per apprendere il mestiere.