W&aulm;chter

Antesignano degli odierni organizzatori culturali e di `eventi’, arriva in Italia nell’immediato dopoguerra, dopo una serie di peregrinazioni con la sua famiglia tra Jugoslavia, Germania e Olanda, per sfuggire alle persecuzioni contro gli ebrei. Inizia la sua attività portando per la prima volta in Italia il Circo di Mosca, il coro dell’Armata rossa e il Circo di Pechino; `suoi’ i grandi concerti che portano in Italia (sempre per la prima volta), negli anni ’60, Frank Sinatra e Sammy Davis jr. Nel 1965 invita i Beatles per la prima e unica tournèe italiana del leggendario gruppo di Liverpool; promuove e organizza anche le tournèe italiane dei Rolling Stones (1970), degliWho, dei Bee Gees, di Jimi Hendrix, per non parlare dei grandi astri del jazz, sua vera passione. Nel 1977 apre a Milano il cinema-teatro Ciak, dove si ricordano grandi stagioni di jazz e, soprattutto, cabaret, con tutti i comici italiani degli ultimi vent’anni. Nel 1997 si ritira dall’attività, restando fondatore onorario del Ciak, che viene ora gestito da Maurizio Costanzo.

Wague

Professore al Conservatorio, dal 1893 Georges Wague ottiene una certa fama interpretando il ruolo di Pierrot. Nel primo decennio del Novecento si dedica al mimodramma, riscuotendo un buon successo sui palcoscenici dei music-hall e avendo come partner interpreti importanti fra le quali Colette (La Chair, 1907), Caroline Otéro (La nuit de Noël), Polaire (Zubiri). Figura significativa nell’ambito del mimo, Wague è fra gli autori del passaggio dalla pantomima ottocentesca, ancora legata a stereotipi e all’esagerazione delle espressioni corporee e facciali, al mimo moderno, caratterizzato da semplicità, gestualità sintetica, modalità espressive non convenzionali.

Wajda

Andrzej Wajda compie gli studi dapprima all’Accademia di belle arti di Cracovia, poi alla Scuola superiore di cinema di Lódz. Dirige il Teatr Wybrzeza di Danzica e il Teatr Stary di Cracovia. Esordisce nella regia di un’opera teatrale nel 1959, con Un cappello pieno di pioggia da M.V. Gazo, quando è oramai un affermato regista cinematografico. Tra le prime regie, da ricordare quella di Le nozze per lo Stary Teatr di Cracovia (1963), per le conseguenze che avrà nella successiva attività cinematografica e teatrale di W. questo primo incontro con Wyspianski. Dopo lo scarso successo ottenuto con I diavoli di Whiting nello stesso anno, Wajda abbandona il teatro, per farvi ritorno nel 1971 con un adattamento dei Demoni di Dostoevskij. Completa la sua trilogia dostoevskiana con l’improvvisazione Nastazja Filipowna (1977), Delitto e castigo (1984) e Nastazja, da L’idiota (1988), versione definitiva del precedente studio del 1977.

Dai primi anni ’70 W. affianca l’attività teatrale a quella cinematografica, adattando per lo schermo spettacoli precedentemente diretti sul palcoscenico: Le nozze nel 1972, L’affaire Danton (da Stanislawa Przybyszewska, 1975; adattamento cinematografico: Danton) nel 1982, I demoni nel 1986, Nastazja – con l’attore giapponese Tamasaburo Bando nel doppio ruolo di Nastasja Filipovna e del principe Myskin – nel 1996. Vastissimo il repertorio delle regie teatrali di W., che spaziano da Sofocle (Antigone, 1984) a Mrozek (Emigranti, 1976), da Shakespeare a Dürrenmatt (Der Mittmacher , 1973), con una prevalenza di autori moderni: An-ski, Buero Vallejo, Rabe, Strindberg, Mishima, Rózewicz. Alcune messe in scena del regista di L’uomo di marmo sono state considerate autentici avvenimenti culturali.

Una di queste fu Notte di novembre (da Wyspianski, 1974): Wajda ha saputo cogliere il carattere di lamento sulla perdita della libertà e insieme di atto di fede nella sopravvivenza della identità culturale e nazionale polacca proprio dell’originale, riuscendo a far muovere alla perfezione il complesso meccanismo scenico immaginato da Wyspianski. Di grande spessore l’Amleto, diretto sempre per il Teatr Stary di Cracovia nel 1981: W., contaminando il testo shakespeariano con suggestioni da Wyspianski, realizza uno spettacolo magico, dimostrando come dalla paura, dall’incertezza, dall’incomprensione, dal rancore possa scaturire l’autoaffermazione di un uomo. L’interpretazione del testo è lasciata all’operato degli attori. Nella pièce tutti i conflitti sono puramente umani: ogni possibile conclusione generale di carattere filosofico non può che scaturire dall’osservazione dei comportamenti più elementari e immediati. L’assunto su cui ruota la lettura del personaggio-Amleto è la sua volontà di essere un attore perfetto, a fronte del desiderio di ogni attore di essere un Amleto perfetto.

Wajda attualizza l’identificazione della vita col teatro, che tanto peso ha nell’opera di Shakespeare (tutti recitiamo: Amleto, che deve fingere di fronte alla corte, è un timido dilettante e un attore professionale), impegnando nei ruoli del Re e dell’Attore, della Regina e dell’Attrice gli stessi attori, rendendo pubblico partecipe interlocutore del dramma rappresentato sulla scena. Nel corso degli anni W. si è impegnato in regie di spettacoli di sua propria concezione, come Nel corso degli anni, nel corso dei giorni… (1978), dove attraverso un collage di brani della narrativa polacca si rappresenta la vita di una città, «capitale ufficiosa di uno stato inesistente» (Cracovia) tra il 1873 e il 1914, nello snodarsi di una successione di fatti veri e inventati e nell’avvicendarsi di personaggi letterari e realmente vissuti.

Alla luce dell’affermazione di Amleto «Per poter essere buono, devo essere crudele», il regista ha operato una selezione all’interno della trama di Delitto e castigo , ravvisandone il nocciolo drammatico non nella descrizione del delitto compiuto da Raskol’nikov, ma negli scontri verbali tra l’assassino e il poliziotto, cui vengono giustapposti i colloqui tra lo studente e Sonia. Tra le regie di W. più significative degli ultimi anni, sono sicuramente da annoverare il Dibbuk da An-ski (1988) e il recente Mishima (Cracovia, Teatr Stary 1996), basato su quattro nô (Il ventaglio, L’armadio, La Signora Aoi, Il tamburello di raso) incentrati sul tema delle passioni che prevaricano sentimenti e ragione, dove va ascritta tutta al regista la capacità di identificare la dimensione sociale – oltre che personale – della patologia della paralisi del vivere.

Wakhevitch

Conclusi gli studi artistici, Georges Wakhevitch debutta come scenografo con Le roi Camelot di M. Rouf (Parigi, Théâtre de l’Oeuvre 1927), interessandosi in seguito prevalentemente al cinema. Ritorna al teatro nel 1935, collaborando con Ducreux e Roussin (Macbeth di Shakespeare e La sconosciuta di Arras di A. Salacrou; Marsiglia, Le Rideau Gris, stagione 1935-36) e, dopo aver allargato la sua attività anche al balletto e all’opera, consacra il suo successo con la realizzazione del Così fan tutte di Mozart, primo spettacolo del festival di Aix-en-Provence (1948). Con uno stile solidamente costruttivo risolve la simultaneità dell’azione drammatica senza togliere emotività e suggestione all’ambiente scenico, come accade per Il console di Menotti (Scala 1951), per la ‘veduta d’angolo’ di Sud di J. Green (Parigi, Athénée 1953) e per l’essenziale allestimento a due livelli dei Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc (regia di M. Wallmann, Scala 1957). Dopo un Simon Boccanegra (regia di F. Enriquez; Verona, Arena 1973) dall’impianto scenico meccanicizzato, ma con atmosfere tra il metafisico e il surreale, gli ultimi lavori (Otello di Verdi: Berlino, Deutsche Oper, stagione 1975-76; Pagliacci di Leoncavallo: Scala 1977) lasciano più spazio al consueto gusto per i riferimenti pittorici, come nei fastosi costumi per il Don Carlos di Verdi (regia di H. von Karajan, scene di G. Schneider-Siemssen; Salisburgo 1979).

Wall

Studia alla Royal Ballet School e nel 1963 entra nella Royal Ballet Touring Company; è solista nel 1964 e primo ballerino nel 1966. Nel 1964 interpreta il principe Siegfried ne Il lago dei cigni . È primo ballerino del Royal Ballet al Covent Garden dal 1970 al 1984; interpreta tutti i più importanti ruoli del repertorio tradizionale, esibendosi anche in numerosi balletti di Ashton e MacMillan. Fra le creazioni con quest’ultimo si ricordano Elite Syncopations , Le quattro stagioni , L’histoire de Manon (nel ruolo di Lescaut) e Mayerling (il principe Rudolf); si distingue inoltre in Adagio Hammerklavier di Van Manen, Quarta sinfonia (Mahler-Neumeier) e La tempesta (ruolo di Calibano; coreografia di Nureyev). Danzatore di eccellente tecnica, bella presenza ed eccezionale espressività, insegna agli Yorkshire Seminars ed è stato direttore associato e poi direttore della Royal Academy of Dancing. Dal 1995 è maître de ballet dell’English National Ballet.

Wallenda

Proveniente da una famiglia di tradizione, a sedici anni Karl Wallenda esegue un tirocinio col noto funambolo tedesco L. Witzman. Dopo un anno, con il fratello Hermann e due allievi, forma la troupe Wallenda, che debutta a Milano (1922) con l’esercizio che li rende celebri: la piramide umana sulla fune. Nel 1928, col nome `The Great Wallendas’, sono al Madison Square Garden di New York con Ringling Bros. and Barnum & Bailey, circo dove rimangono fino al 1946. Col passare del tempo e il nascere dei nipoti la troupe si ingrandisce, arrivando a eseguire la piramide a tre altezze, con quattro artisti alla base, due al secondo livello e uno ancora più su. Nel 1933 un fratello di Karl, Willy, muore durante uno spettacolo nonostante la rete di protezione, che da quel momento viene tolta dal numero.

Il 30 gennaio 1962, a Detroit, di fronte a seimila spettatori, uno dei Wallenda alla base della piramide cade, trascinandosi dietro tutto il gruppo; Karl e due fratelli riescono ad aggrapparsi al filo e a sostenere la diciassettenne Jana Schepp, ma tre componenti cadono al suolo: due muoiono, uno (Mario Wallenda) rimane paralizzato. Un enorme impatto nell’immaginario collettivo; l’esercizio viene eliminato dal numero. Negli anni ’70, mentre alcuni membri della famiglia continuano a esibirsi in numeri meno rischiosi, Karl si dedica in particolare a grandi traversate riprese da emittenti televisive. Il 22 marzo 1978, all’età di settantatre anni, tenta a Portorico una traversata di 250 metri, ad oltre trenta di altezza; dopo pochi passi un forte colpo di vento ne provoca la caduta e la morte. La celebre piramide a sette è ripresa solo agli inizi degli anni ’90 da gruppi come gli Angeli Bianchi o i Guerrero, purtroppo, non senza incidenti.

Wallmann

Dopo aver studiato danza all’Opera di Vienna, Margarete Wallmann si è perfezionata a Parigi con la Preobrajenska. Ha fondato una scuola di danza a Berlino negli anni ’30; in quegli stessi anni debuttava come regista (Orfeo ed Euridice di Gluck) e coreografa al festival di Salisburgo, anche in spettacoli di Max Reinhardt. Le due attività saranno poi quasi inscindibili nel suo percorso artistico: particolarmente in Italia, dove debuttò nel 1937 al Maggio musicale fiorentino e alla Scala. Durante la guerra fu direttrice del balletto al Colón di Buenos Aires. Rientrata in Europa fu di nuovo alla Scala, anche come direttrice del corpo di ballo, creando alcune novità come Vita dell’uomo di Savinio (1958). Dal 1952 si è dedicata principalmente alla regia operistica, curando peraltro all’interno degli spettacoli d’opera i divertissements coreografici.