Vachtangov

Dopo aver frequentato la scuola teatrale di A. Adasev, dove insegna L. Sulerzickij, collaboratore di Stanislavskij, nel 1911 Evgenij Bogratjonovic Vachtangov viene assunto al Teatro d’Arte di Mosca e diventa uno dei più accesi sostenitori del `sistema’ di educazione dell’attore che Stanislavskij sta mettendo a punto. Nel 1912, per volere di Stanislavskij, viene fondato il Primo Studio, dove un gruppo di giovani, fra cui appunto Vachtangov, senza il peso di prove e spettacoli, può liberamente sperimentare i nuovi principi. Anima dello Studio è L. Sulerzickij, che impone agli allievi una ferrea disciplina e imposta il lavoro su basi rigidamente etiche: alla bravura antepone la correttezza e la generosità, alle doti artistiche quelle umane. Il lavoro si svolge in un’atmosfera severa e appassionata. In una stanza dell’appartamento in cui si svolgono le lezioni viene allestito un minuscolo palcoscenico, con il pubblico a pochi metri dagli attori.

I primi spettacoli (Il grillo nel focolare, tratto da un racconto di Dickens; Il diluvio di Berger; La dodicesima notte di Shakespeare) vedono Vachtangov impegnato più come attore che come regista e le sue interpretazoni si segnalano per intelligenza e originalità. A partire dal 1913 guida un gruppo di studenti che gli si rivolgono per consigli e per lezioni, spinti dalla comune passione per il teatro. Nonostante la diffidenza di Stanislavskij, sostenitore della professionalità e nemico di ogni dilettantismo, Vachtangov si lancia con entusiasmo nell’impresa, dimostrando una straordinaria vocazione pedagogica. I testi scelti per le prime esercitazioni, che diventano poi spettacoli, sono edificanti parabole come Il miracolo di sant’Antonio di Maeterlinck o raffinate ricerche sul ritmo e sul grottesco come Le nozze di Cechov.

Dopo la rivoluzione d’Ottobre aderisce con slancio al nuovo regime e aumenta fortemente la sua attività pedagogica, in vari gruppi studenteschi e operai. Contemporaneamente, continua brillantemente la sua collaborazione con il Primo Studio, dove firma la regia di alcuni tra i più riusciti spettacoli del gruppo come Hedda Gabler di Ibsen (1920), trionfo del `metodo’ psicologico stanislavskiano, con la partecipazione straordinaria nel ruolo della protagonista di Ol’ga Knipper-Cechova, e Erik XIV di Strindberg (1921), dove riesce a trasmettere tutta l’angosciosa insicurezza degli anni rivoluzionari, grazie anche all’interpretazione allucinata che del sovrano dà Michail Cechov, nipote del grande scrittore. Con il maturare della sua prassi registica, si allontana dalla stretta osservanza del `sistema’: ai rigidi dettami del metodo psicologico sostituisce una più libera ricerca di teatralità, una più espressiva indagine sulla gestualità.

Chiamato dallo Studio teatrale ebraico Habima, dirige nel 1921 Il Dibbuk di An-ski in cui decide di utilizzare il testo in lingua ebraica antica, del tutto incomprensibile alla maggioranza del pubblico. Sempre per questo lavoro adotta per gli attori trucchi violenti e ritmi gestuali talora lenti talora sfrenati per esprimere l’intensa drammaticità della vicenda, che alterna misticismo e violenta polemica sociale. In questo periodo elabora nel suo Studio una messinscena di Principessa Turandot di Gozzi. Anche in questo spettacolo la prima preoccupazione è la libertà creativa dell’intero gruppo. Le scene sono costruite con materiali di recupero, i costumi fatti di stracci e oggetti casuali, la recitazione basata sull’improvvisazione, sulla libera espressione dell’indole di ciascun attore. L’effetto è sconvolgente: Gozzi sembra un autore contemporaneo, tanta è la scioltezza con cui viene letta l’antica fiaba. Gli interpreti utilizzano la loro acerba tecnica per esaltare l’invenzione e la fantasia e gli scenografi e costumisti si allontanano da ogni canone costituito.

Lo stesso Stanislavskij, così lontano, nella sua impostazione, da quel tipo di lavoro, applaude e si dichiara entusiasta. Con Vachtangov nasce una nuova linea di ricerca, che ha le sue radici nel `sistema’ e tuttavia si nutre di antiche tradizioni come quelle della Commedia dell’Arte. Minato da un male incurabile, Vachtangov muore poche settimane dopo la trionfale prima rappresentazione della sua Turandot, che rimane il suo testamento teatrale e la più perfetta e libera realizzazione del suo lungo cammino di regista.

Vacis

Gabriele Vacis si è laureato in architettura ed è tra i fondatori del Laboratorio Teatro Settimo. Promotore e direttore di festival teatrali, coniuga le proprie conoscenze specialistiche con lo specifico teatrale e nella prima metà degli anni ’80 realizza alcuni progetti urbanistici (la Città Laboratorio e il Piano di ambiente culturale) per la città di Settimo. Per la sua compagnia ha curato tra l’altro la regia di: Esercizi sulla tavola di Mendeleev (1984), Elementi di struttura del sentimento (da Goethe, 1985), Riso amaro (1986), Libera nos (da L. Meneghello, 1989), La storia di Romeo e Giulietta (da Shakespeare, 1991), Sette a Tebe (Eschilo, 1992), Villeggiatura, smanie, avventure e ritorno (da Goldoni, 1993), Novecento (di A. Baricco, 1994), Tartufo (di Molière, 1995), Uccelli (da Aristofane, 1996).

Partecipa, tra l’altro, alla creazione degli spettacoli di M. Paolini, e in particolare all’allestimento del Racconto del Vajont (1994), premio Ubu e premio Idi, trasmesso da Raidue nell’ottobre del ’97 (ma ha curato l’adattamento televisivo assieme a Felice Cappe. In veste di coautore e/o di regista segue e accompagna anche il lavoro personale di scrittura e interpretazione di L. Curino, R. Tarasco e A. Zamboni, che gravitano intorno all’attività di Teatro Settimo, ma anche di L. Costa (Stanca di guerra nel 1996 e Un’altra storia nel 1998), V. Moriconi e M. Venturiello (La rosa tatuata di T. Williams, per lo Stabile delle Marche). Alla prolifica attività di allestitore, con incursioni anche nell’opera (tra le altre regie si ricordano la Lucia di Lammermoor di Donizetti, messa in scena nel ’93 per l’Arena di Verona, ma anche le collaborazioni con N. Campogrande e D. Voltolini nell’opera da camera Macchinario, del ’95, e nel melologo Messaggi e bottiglie , 1997), affianca un’attività di ricerca teorica e pratica a tutto campo che si esplicita nell’attività didattica (alla Scuola d’arte drammatica `P. Grassi’ di Milano e alla Holden di Torino) e nei frequenti momenti seminariali presso varie università.

All’origine della sua idea di teatro, che molto deve alle suggestioni ricavate dallo studio dell’architettura e al neorealismo che ispirava esplicitamente i suoi primi spettacoli, vi è anche la riscoperta linguistica degli elementi popolari del canto, della narrazione e della musica sperimentati e `riversati’ nel lavoro drammaturgico e attorale.

Vajnonen

Diplomatosi all’Istituto coreografico della sua città, dal 1919 al 1938 ha danzato al Teatro Kirov specializzandosi soprattutto in parti grottesche come il moro in Petruška e il pagliaccio nella Fata delle bambole . Dal 1935 è coreografo al Teatro Kirov, successivamente ha ricoperto lo stesso ruolo fa il 1946 e il 1950 e il 1954 e il 1958 al Teatro Bol’šoj di Mosca. Ha affrontato la sua prima coreografia nel 1930 con L’età dell’oro di Šostakovic, seguono Le fiamme di Parigi (1932), Giorni partigiani (1937), Milica (1947), La riva della felicità (1952), una versione di Schiaccianoci (1934 e 1954, ancora in repertorio al Teatro Marijnskij). È autore del libretto di Il cavallino gobbo nella nuova versione musicale di Šcedrin.

Valdemarin

Della carriera di Mario Valdemarin si ricordano in particolare le interpretazioni in alcuni storici spettacoli goldoniani di Giorgio Strehler: Le baruffe chiozzotte e Arlecchino servitore di due padroni (nell’edizione d’addio) e, sempre al Piccolo, Come tu mi vuoi di Pirandello (1988). Interprete di spessore, è spesso impegnato nell’allestimento di testi classici della storia del teatro: Lisistrata di Aristofane; Spettri di Ibsen; Morte di un commesso viaggiatore di Miller; La fiaccola sotto il moggio di D’Annunzio, diretta da Cobelli; Racconto d’inverno di Shakespeare (Teatro stabile di Palermo, regia di P. Carriglio); La mandragola di Machiavelli. Ma ha anche interpretato testi moderni, fra gli altri Veglia la mia casa, angelo da T. Wolfe (regia di Visconti) e Un amore a Roma di E. Patti (regia di L. Lucignani).

Valdi

Walter Valdi inizia ad accostarsi alla recitazione con riviste goliardiche come Il foro competente e Impara l’arpa , rappresentate all’Olimpia e al Manzoni di Milano alla fine degli anni ’50. In seguito frequenta la scuola di mimo del Piccolo Teatro e prende parte a diversi spettacoli diretti da M. Flash, con la quale collaborerà per un lungo periodo. Negli stessi anni si unisce al gruppo dei primi autori che al Derby Club di Milano danno vita al teatro cabaret, portando in scena canzoni e monologhi in dialetto milanese e in lingua (“La busa noeuva” e “La Malaguena”). Firma molte canzoni di successo, sono sue tra l’altro le famose “Il caffè della Peppina” e “Cocco e Drilli” che vincono due edizioni dello Zecchino D’oro. Si occupa di teatro, cinema e televisione in veste di attore e autore.

Tra le sue prime interpretazioni lo ricordiamo in spettacoli teatrali come Barchett de Boffalora, Tafante e Le sbarbine. Prende parte, come autore e comico, alla stagione 1970-71 della Compagnia stabile del Teatro Milanese al Gerolamo, nel corso della quale è rappresentata la sua commedia Ciappa el tram balorda . Per la televisione scrive e conduce numerose trasmissioni: è coautore di Monterosa 84 di cui è personaggio fisso e, per la televisione svizzera, nel 1973-74, insieme a E. Tortora e G. Marchetti, è animatore in I cari bugiardi . Anche nel cinema conta al suo attivo molti film con vari registi tra cui E. Olmi, L. Comencini, M. Nichetti, S. Corbucci. Nelle ultime stagioni ha interpretato con successo la commedia In portineria di G. Verga.

Valdoca

Il Teatro Valdoca nasce nel 1979 a Cesena, ad opera di Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri, drammaturga. Già con i primi due spettacoli, Lo spazio della quiete (1983) e Le radici dell’amore (1984, premio Ubu per la ricerca), è presente sulle scene europee: sono lavori senza parole, con una cifra stilistica e poetica molto netta. Con Ruvido umano (1987) inizia una ricerca drammaturgica a ridosso della parola poetica; ricerca che avrà piena e matura espressione nella trilogia Antenata (1994). In questi anni la compagnia dà vita a una Scuola di poesia che coinvolge i maggiori poeti italiani, fra cui Luzi, Fortini, Loi e altri. Negli anni successivi inizia il lavoro pedagogico e formativo sull’attore, all’incontro con numerosi giovani allievi, attraverso una vera e propria `scuola nomade’ che sfocia in due grandi spettacoli: Ossicine (1994) e Fuoco centrale (1995), nei quali musica dal vivo, canto e danza entrano a dar forza e complessità alla parola poetica, che permane come caratteristica del lavoro della compagnia. L’ultima produzione del 1997 è lo spettacolo Nei leoni e nei lupi con la regia di Cesare Ronconi.

Valduga

Il mondo, soprattutto quello contemporaneo, è una smisurata trappola fondata sulla mistificazione, in cui l’unica traccia di verità è data dall’esperienza del dolore e dall’ancoraggio al livello sensuale dell’esistere. Da questa base nasce la poesia di Patrizia Valduga, a cui si può dire connaturata la teatralità, che scaturisce dal drammatico e spesso urlato corpo a corpo tra l’io parlante e le cose. Frequenti sono state le trasposizioni delle sue opere sulla scena. Il debutto è avvenuto con La tentazione per la regia di B. Mazzali e l’interpretazione di A. Attili e A. Di Stasio (Roma, Teatro Trianon, 1986). Ad esso ha fatto seguito l’allestimento de Donna di dolori, «monologo pensato per essere messo in voce» per la regia di L. Ronconi, con F. Nuti (Torino, Teatro Carignano, 1992). L’ultima messinscena tratta da una sua opera è stata quella de Corsia degli incurabili , con G. Varetto nei panni di interprete e regista (Brescia, Teatro Santa Chiara, 1997). Fra le sue traduzioni per il teatro, L’avaro e Il malato immaginario di Molière (il primo per uno spettacolo di G. Strehler, poi diretto da L. Puggelli, il secondo per la regia di J. Lassalle 1995) e Riccardo III di Shakespeare (regia di A. Calenda, 1997).