Noschese

Figlia d’arte del famoso imitatore Alighiero, Chiara Noschese frequenta il Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti e già subito dopo il diploma compare in programmi televisivi come Ciao Week-end e Club 92 . Inizia nel frattempo una carriera cinematografica che la vede interprete di commedie come Condominio (1990), Le donne non vogliono più (1993), Io No Spik Inglish (1994) e Bruno aspetta in macchina (1996). In teatro incomincia a farsi notare in ruoli minori al fianco di Pino Micol, in Don Giovanni involontario di Vitaliano Brancati (1993), e Massimo De Francovich in Scuola romana di Enzo Siciliano (1994). Finalmente, nella commedia musicale Alleluja, brava gente di Garinei-Giovannini-Fiastri (1994), riesce a mettere in mostra appieno le sue capacità di esprimersi anche attraverso il canto, conquistando così il primo vero successo personale. Grazie a questo exploit ottiene il ruolo della protagonista in Il pianeta proibito – Shakespeare & rock’n roll (1995), versione italiana del musical inglese di Bob Carlton. Nel 1996 è Lina Lamont, l’egocentrica primattrice dall’insopportabile voce chioccia nel musical Cantando sotto la pioggia della Compagnia della Rancia, personaggio che le regala una vasta popolarità. Sullo schermo televisivo torna nelle fiction a episodi “Dio vede e provvede” di Enrico Oldoini (1996) e Linda e il brigadiere di Luca Manfredi (1997).

Nativi

Laureata in storia moderna, Barbara Nativi scopre il teatro a ventotto anni attraverso un apprendistato che va dalla collaborazione con il Victor Jara (Panichi, Riondino, Trambusti) all’incontro con l’americana Muriel Miguel delle Spiderwoman di New York e agli spettacoli all’ex Humor Side (ora Teatro di Rifredi) nelle numerose produzioni collettive del periodo, assieme a Paolo Hendel, Rosa Masciopinto, Renata Palminiello. Inizia allora il suo sodalizio artistico con Silvano Panichi, con cui fonda il Laboratorio Nove; dopo aver creato e diretto con lui molte rassegne fiorentine, crea il Teatro della Limonaia, di cui assume fin dall’inizio la direzione artistica. Nello stesso periodo lavora come attrice in performance, spettacoli surreali e di cabaret, recital futuristi. Lavora poi con il belga Thierry Salmon, Remondi e Caporossi e molti altri artisti dell’avanguardia italiana e straniera. Nel 1988 sceglie di passare alla regia e con la compagnia Laboratorio Nove debutta alla rassegna dell’Eti Ricerca Sette con Da Woyzeck . A partire dal 1990, sviluppa anche un’attività di scrittura teatrale che alterna alla direzione di pièce straniere, stimolata dallo scambio culturale che l’esperienza del Festival Intercity, nato nel 1988, comporta. Dal 1992 ha tradotto circa quindici opere teatrali contemporanee dal francese, dallo spagnolo e dall’inglese, curando per Ubulibri l’antologia Nuovo teatro inglese e Il teatro del Quebec e Intercity Plays 1 e 2 , due raccolte di testi pubblicate dal Teatro della Limonaia. L’allestimento più fortunato è stato senz’altro Le cognate di Michel Tremblay che è andato in tournée anche la stagione successiva. Ha insegnato alla Scuola del teatro Laboratorio Nove per 15 anni. Nel 1996 riceve il Premio della critica da parte dell’Associazione nazionale critici teatrali per il complesso della sua attività di regista, scrittrice e operatrice culturale nell’ambito della ricerca teatrale. Nel 1997 riceve il premio Ubu per il Festival Intercity. Parallelamente prosegue il lavoro di attrice attraverso letture e recital.

Navarrini

Con lo pseudonimo Isa Bluette, la giovanissima Teresa Ferrero, dopo il felice esordio a Torino, divenne, alla fine degli anni ’20, capocomica, scoprì Macario, importò lo sfarzo della rivista parigina. E da Parigi importò anche la passerella. In seguito, fece coppia, sulla scena e nella vita, con il comico milanese Nuto Navarrini, in una serie di riviste-operette di successo: Madama Poesia, Poesia senza veli, Il ratto delle Cubane. Nel 1936 va in scena Questa è la verità e il cronista annota: «Uno spettacolo coreografico che appaga l’occhio e suscita ammirazione per lo sfarzo e il buon gusto delle scene e dei costumi». Isa Bluette fu molto ammirata nei suoi ricchi costumi e applaudita vivamente quando cantò con grazia birichina. Navarrini seppe comporre alcune macchiette comiche e buffonesche assai piacevoli suscitando interesse e ilarità. Gran sorriso dentato e capelli impomatati di brillantina con scriminatura centrale, Navarrini, dall’operetta e dall’avanspettacolo – era stato con Gea della Garisenda – passò alla rivista; nel 1939 sposò in punto di morte Isa Bluette e la sostituì presto, come soubrette e come moglie, con Vera Rol. (Navarrini ebbe quattro mogli: la prima fu Sofia Laurenzi, danzatrice classica morta di parto; l’ultima, nel 1972, fu Milena Benigni). Ebbe in compagnia l’esordiente Franco Parenti. L’Italia fascista è in guerra e Navarrini confeziona spettacoli che piacquero assai ai nazifascisti: Il diavolo nella giarrettiera, I cadetti di Rivafiorita (1944-45), che gli meritarono una nomina ad honorem di capitano della milizia Muti. Il comico ringraziò con spettacoli e intrattenimenti extra in onore di repubblichini e agenti Gestapo, infiocchettando i teatri con addobbi propagandistici (Wanda Osiris aveva invece cautamente declinato l’invito ad esibirsi per militari tedeschi e fascisti italiani). L’ultimo, `fascistissimo’ spettacolo della compagnia Navarrini-Rol fu La gazzetta del sorriso con numeri assai graditi: Vera Rol, ballerina applaudita in numeri di nudo, impersonava la povera Italia molestata dagli americani (sotto l’aspetto di un negro violentatore); Navarrini cantava Tre lettere, una canzone di D’Anzi di intonazione violentemente antipartigiana. Venne la Liberazione, Vera Rol fu rapata e esibita come collaborazionista a cranio nudo per tutta Milano; la coppia venne processata e assolta per insufficienza di prove. Nuto alla meta commentarono i giornali, parafrasando il famoso slogan di Mussolini. Dopo anni di forzato riposo, la compagnia Navarrini-Rol si ripresentò in scena (a Roma però, non al Nord) in L’imperatore si diverte di Gelich e Bracchi. N. comparirà nel 1962-63 nella ripresa di Buonanotte Bettina di Garinei e Giovannini con Walter Chiari e Alida Chelli (al posto di Delia Scala). Negli anni precedenti N. aveva tentato un rilancio delle operette, genere teatrale dal quale proveniva.

Navone

Massimo Navone si diploma alla Scuola d’arte drammatica ‘P. Grassi’, dove insegna in seguito recitazione e regia. Inizia la sua attività di regista rappresentando Iwona principessa di Borgogna di W. Gombrowicz (1982). Prosegue il suo lavoro di regista mettendo in scena soprattutto autori contemporanei: Extremities di Mastrosimone e Ce n’est qu’un debut di U. Marino (Festival di Spoleto, 1991), Caro professore di A. Asti (1995). Allestisce inoltre originali riletture di classici tra cui particolarmente significativa è quella dell’ Ubu Re di Jarry, con F. Branciaroli. Una scelta registica che privilegia le rielaborazioni drammaturgiche di testi non solo teatrali per dare vita a spettacoli interdisciplinari, che mescolano musica e danza come Autodifesa di un folle, da un romanzo di Strindberg, Shakespeare Hits (1997), un assemblaggio dei maggiori personaggi delle opere del drammaturgo inglese, Borges Cafè assemblaggio di brani tratti da varie opere di Borges.

Nerina

Trasferitasi in Inghilterra nel 1945, studia a Durban e alla scuola Rambert, entrando quindi in quella del Sadler’s Wells. Accettata nel 1946 nel Sadler’s Wells Theatre Ballet, vi gode un successo immediato nel Mardi gras di Andrée Howard. Prima ballerina col Sadler’s Wells (poi Royal) Ballet nel 1951, crea numerosi ruoli in balletti di Ashton, nonché in lavori di MacMillan, Helpmann e Darrell. Notevole virtuosa, di eccezionale leggerezza e precisione, è ricordata soprattutto quale creatrice del ruolo di Lise ne La fille mal gardée di Ashton (1960). Si ritira dalle scene nel 1966.

Nogara

Anna Nogara si è formata presso la scuola del Piccolo Teatro di Milano e lavora, sia in Italia che in Francia, tra gli altri, con L. Ronconi nell’ Orlando furioso (1970), in XX di R. Wilcok (1971), in Caterina di Heilbronn di Kleist (1972), nell’ Orestea (1972) e in Opera – di Luciano Berio (1979). Partecipa poi a Il Processo di Giovanna d’Arco a Rouen 1431 di A. Seghers (1972) a Off limits di Adamov (1972) e Faust- Salpetrière di Goethe (1982) per la regia di K. M. Grüber. Lavora, quindi, con A. Engel in Lulu au Bataclan di Wedekind (1983); con A. Arias ne Il ventaglio – di Goldoni (1988) e con C. Cecchi ne l’ Amleto (1989). Nel 1997 è interprete de La deposizione , monologo di Emilio Tadini, per la regia di A. R. Shammah.

nô, teatro

A Zeami risalgono cinquanta 50 dei circa 240 testi che rappresentano il repertorio tutt’ora in uso del n., nonché diversi trattati in cui sono sanciti il canone, rimasto immutato, e basi teoriche. La materia narrativa deriva dall’antico patrimonio eroico e feudale giapponese. Canto, recitazione, danza e musica si mescolano nella rappresentazione del dramma, che dura circa 45 minuti e che prevede uno shite (protagonista) e un waki (deuteragonista), affiancati da comprimari ( tsuri ) e da un coro ( ji ). Lo shite è spesso un sogno o visione del waki , che entra in scena per primo e, dopo un breve preludio orchestrale, descrive il luogo in cui si trova. Avanza lo shite , il waki lo accoglie e lo interroga, lo shite narra, generalmente in terza persona, la propria vicenda ed esce. In genere, si tratta dello spirito di un personaggio celebre per le sue gesta, che ha incontrato una fine dolorosa e che non è ancora del tutto purificato del ricordo della vita terrena e delle sue passioni; può essere un samurai ucciso per fedeltà o una donna che ha perso amore o figlio, come è sottolineato dalla varietà dei costumi. Segue solitamente un intermezzo fra waki e kyogen (buffone; il termine è poi passato ad indicare gli intermezzi stessi e in seguito farse a sé stanti). Lo shite riappare ora in nuove vesti, con l’aspetto di quando visse e soffrì. Il waki, che sempre sogna o ha una visione, lo invita a parlare ancora e lo shite rivive, dialogando con il coro la propria storia. La struttura drammaturgica è fissa, come i luoghi scenici (la colonna destra è del waki, quella sinistra dello shite) e il modo di muoversi, unidirezionale e ondeggiante. I gesti sono pochi e selezionati, spesso con valore convenzionalmente metaforico (le mani agli occhi per il pianto, alzare il viso consolazione o chiarore della luna). Il ji , coro formato da otto-dieci persone, allineate su due file, commenta e accompagna ed evoca il paesaggio; il gruppo strumentale che accompagna è composto da tre diversi tipi di tamburi e un flauto. Gli attori sono solo uomini, che interpretano anche i personaggi femminili. La scenografia è essenziale, lineare nella funzionalità drammatica e spoglia: secondo il canone fissato da Zeami, il palcoscenico, comunemente eretto all’aperto, comprende un’area per l’azione, un quadrato di sei per sei metri, contiguo ad un ponte, sul fondo, che collega il palco con lo spogliatoio; quattro colonne sostengono un tetto a pagoda, a destra sta una veranda per il coro, di fronte una scaletta collega il palco alla platea, ma è solo simbolica (non viene mai usata). Sul fondo, dove è dipinto l’unico elemento scenico del nô, un vecchio pino nodoso, siede l’orchestra. I costumi sono sontuosi e si usano maschere elaborate, una settantina di tipi, che posseggono autonomo valore artistico. In genere vengono rappresentati cinque N. (in passato, solitamente sette) in serie, intercalati da kyogen . Il N., nato come genere elitario, rimasto per secoli patrimonio dell’aristocrazia militare (era ritenuto essenziale per la formazione dei samurai, ai quale erano vietati invece alri generi, come il kabuki ), è tramandato ancor oggi per tradizione familiare, a memoria, di padre in figlio (che può essere adottivo, come spesso diviene l’allievo prediletto).