Iacchetti

Enzo Iacchetti inizia la sua carriera come cabarettista nel 1979, debuttando al Derby club di Milano e passando poi allo Zelig. Nel 1986 incontra il piccolo schermo: lo ricordiamo come ospite assiduo del Maurizio Costanzo Show , dove raggiunge una vasta popolarità grazie alle canzoni ‘bonsai’, e dal 1994 al ’98 come conduttore, con Ezio Greggio, in Striscia la notizia . Nel frattempo continua la sua attività di attore teatrale, iniziata nel 1989 come protagonista di due farse di Dario Fo: seguono Troppa salute (1991), Don Chisciotte, la vera storia di Guerino e suo cugino di Daniele Sala e Francesco Freyrie, spettacolo del 1992 ripreso nel ’97, Il colore del miele (1995) e Il grande Iac, in scena dal febbraio 1998.

Iancu

Prestante danseur noble, dalla tecnica scintillante e sicura, Gheorghe Iancu è stato per anni il partner di Carla Fracci ed è in questa veste che il largo pubblico lo ha conosciuto e ammirato, forse senza sapere di apprezzare, grazie a lui, anche la scuola di balletto dal quale proviene, erroneamente considerata solo un satellite di quella russa per via della collocazione politica della Romania. Compiuti gli studi alla scuola di ballo dell’Opera di Bucarest, Iancu entra subito nel corpo di ballo e ha al suo fianco Miriam Raducano, maestra romena e artista di statura internazionale, che perfeziona il suo stile e l’interpretazione dei ruoli del repertorio. Nel 1977, anziché proseguire l’attività nel suo Paese d’origine, accoglie l’invito rivoltogli dalla compagnia di balletto diretta, a Reggio Emilia, da Liliana Cosi e dal ballerino romeno Marinel Stefanescu, e intraprende con quel gruppo una lunga tournée (150 spettacoli) che prende il via da Bari. Ma un incidente al ginocchio lo riporta momentaneamente in Romania; al ritorno, questa volta definitivo, in Italia, viene subito inserito da Beppe Menegatti in spettacoli di ampio respiro, accanto a Carla Fracci.

Nel 1980 è con lei all’Olimpico di Roma e all’Arena di Verona e successivamente al Comunale di Firenze, alla Scala, a Napoli e Palermo e in ricorrenti tournée internazionali. Interpreta con sicurezza i ruoli del repertorio classico (Lago dei cigni, Giselle, Cenerentola) ed eccelle soprattutto nel Romeo e Giulietta, ruolo in cui ha modo di coniugare lo slancio passionale alla pulizia dell’impostazione tecnica. Mirandolina, Bilitis e il fauno, Le nozze di Figaro sono nuovi balletti in cui affianca ancora la Fracci negli anni ’80, ma è anche chiamato a danzare con altre `divine’ della scena, come Marcia Haydée (Stoccarda, Amburgo, Stoccolma). Negli anni ’90 affina le sue potenzialità creative e firma le coreografie di L’ultima scena , rivisitazione dell’immaginario conflitto tra Mozart e Salieri, La regina della notte (musica ancora di Mozart), La mascherata , Danza russa e Riccardo III (1995), prima collaborazione con il compositore Marco Tutino. Seguono le coreografie per la pièce teatrale e danzata La gabbianella (1997), da Sépulveda (protagonista, Oriella Dorella) e per Macbeth e San Sebastiano , entrambe per la regia di Pier Luigi Pizzi e con Carla Fracci.

Ibsen

Quando noi morti ci destiamo fu scritto da Henrik Ibsen tra il 1899 e il 1900. Dopo un lungo vagabondare (soggiornò per parecchi anni anche in Italia), negli anni Novanta I. ritornò in Norvegia per stabilirsi a Cristiania (l’odierna Oslo), dove scrisse i suoi ultimi drammi: Il costruttore Solness (1892), Il piccolo Eyolf (1894), John Gabriel Borkmann (1896) e Quando noi morti ci destiamo, col sottotitolo `epilogo drammatico’, presago, forse, di quel colpo apoplettico che, nel 1900, gli lederà le attività cerebrali e lo farà vivere ancora per sei lunghi anni alquanto drammatici, immobile, nella sua stanza, dove morirà il 23 maggio 1906. Il Novecento si apre con il suo testamento spirituale, affidato allo scultore, Prof. Rubek che, come un vampiro, ha sottratto la linfa vitale alla modella Irene, per creare un’opera immortale; un testamento che porta in scena il rapporto arte-vita, tanto caro al decadentismo europeo. L’attività di drammaturgo era iniziata nel 1848, quando Ibsen pubblicò il suo primo dramma, Catilina, che traeva ispirazione da Schiller, il tragediografo romantico amato da Strindberg. Nel 1851 è scritturato dal teatro di Bergen, con la qualifica di direttore artistico, dove avverrà la sua vera maturazione di autore drammatico e dove vengono rappresentati La notte di San Giovanni (1853), Il tumulo del guerriero (1854), Donna Inger di Olstraat (1855), Olaf Liljekrans (1856), Il festino a Solhaug (1856), tutti ispirati alle tradizioni popolari norvegesi. Tra il 1858 e il 1864 scrive I guerrieri a Helgoland, La commedia dell’amore, I pretendenti al trono. Durante un soggiorno in Italia, e sotto l’impulso di uno slancio di indignazione per gli avvenimenti politici, scrive Brand, a cui seguirà uno dei suoi capolavori, Peer Gynt (1867), composto durante un soggiorno trascorso in Campania, tra Ischia e Sorrento.

Nel 1869 scrive La lega dei giovani, che rappresenta un primo passo verso le sue nuove teorie. L’ultimo suo dramma in versi, Cesare e Galilei , è del 1873. Nel 1877 scrive Le colonne della società , un dramma d’accusa contro l’ipocrisia sociale e il primo testo in cui si evidenzia il suo nuovo stile e anche la sua grande riforma. Dal 1878 in poi usciranno i suoi capolavori: Casa di bambola (1879), Spettri (1881), Un nemico del popolo (1882); L’anitra selvatica (1884); Rosmersholm (1886); La donna del mare (1888), Hedda Gabler (1890). La sua fortuna in Italia inizia negli anni ’90 dell’Ottocento: la Duse ottiene un personale successo con Casa di bambola (1891), Zacconi fa molto discutere con la sua interpretazione di Spettri (1898), mentre spetterà alla compagnia di A. De Sanctis aprire il Novecento con Quando noi morti ci destiamo. Uno dei primi profili critici dedicati a Ibsen in Italia lo dobbiamo a Bruno Brunelli (1928), ma il primo punto di riferimento rimane lo studio approfondito di Sergio Slataper (1944). Una prima lettura più attenta al palcoscenico è quella di Ruggero Jacobbi (1972), mentre una sequela di divagazioni la troviamo in Vita di Henrik Ibsen di Alberto Savinio.

Oggi tra gli studiosi più accreditati dobbiamo ricordare Paolo Puppa (La figlia di Ibsen , 1982) e Roberto Alonge (Epopea borghese nel teatro di Ibsen , 1983); epopea borghese o postborghese portata in scena soprattutto da Massimo Castri, a cui dobbiamo due realizzazioni straordinarie di Rosmersholm e di Hedda Gabler tra il marzo e l’ottobre del 1980, de Il piccolo Eyolf (1985) e di John Gabriel Borkmann (1988). Ma forse il testo che ha offerto più spunti per un rapporto spazio-scena del teatro di Ibsen è Peer Gynt, di cui si ricordano una bellissima regia di Aldo Trionfo (1973) e quelle più recenti di Patrice Chéreau (1981), di Marco Baliani (1994) e di Luca Ronconi (1995), dopo il grande spettacolo di V. Gassman nel 1952 con E. Albertini, V. Gioi e E. Zareschi. Considerato un caposcuola, insieme a Strindberg, Ibsen ha creato un teatro in piena corrispondenza con gli ideali della classe borghese del suo tempo, ma con tensioni che oscillano tra mondo simbolico e mondo onirico, tra lotta dei sessi e torbidi rapporti familiari, tra vita sociale e vita politica. Non c’è tema in Ibsen che non assurga a dimensioni metafisiche e universali, che lo rendono sempre di straordinaria attualità. Ma ciò che soprattutto conta è l’aver svincolato il dramma dalle sabbie mobili del naturalismo.

Ichikawa

Appartenente a una dinastia di artisti (per questo nel 1963 ha aggiunto III al suo nome), dopo la laurea in letteratura giapponese si impone all’attenzione generale per la sua originale e personalissima interpretazione del canone kabuki. Dagli anni ’60 lavora per riformare il teatro nipponico attraverso la rivisitazione di classici della tradizione nazionale, nella prospettiva di un’ampia e profonda ricerca innovativa. Molteplici i livelli del suo intervento: dall’uso delle immagini video all’inserimento di spettacolari numeri acrobatici, dalla utilizzazione di una sofisticata attrezzatura scenica alla complessa tessitura della trama cromatica, dai funambolismi equestri di matrice circense alla studiata raffinatezza nella confezione dei costumi, dalla cura nella definizione della partitura vocale e gestuale ai virtuosismi di natura trasformistica. Aperto e coraggioso nella scelta dei collaboratori, spesso estranei alla tradizione kabuki, recentemente ha costituito il gruppo Nijuisseiki Kabuki Gumi (Kabuki troupe del XXI secolo), importante laboratorio di creazione artistica e formazione pedagogica. Tra gli spettacoli che hanno fatto di I. uno dei registi più interessanti e seguiti nel panorama internazionale si ricordano: Yoshitsune senbon zakura (1968), Kagamiyama gonichi no Iwafuji (1973), Oshu adachi gahara (1979), Nimayezoshi chushingura yotsuya kaidan (1980), Ryu-o (1989, in coproduzione con la Cina). Di particolare rilievo le sue regie di opere liriche: Il gallo d’oro di Rimskij-Korsakov (Parigi, Châtelet 1984) e Die Frau ohne Schatten di R. Strauss (1992).

Idzikowski

Dopo il debutto col London Empire Theatre Ballet di Londra, ha danzato con le compagnie della Pavlova e di Diaghilev (1914-29), in alcuni dei ruoli principali ( La boutique fantasque , 1919; Pulcinella , 1920; Jack in the box , 1926), distinguendosi per la tecnica e la leggerezza nell’esecuzione (famosa la sua interpretazione dell’Uccello blu nella Bella addormentata , Londra 1921). Dal 1922 fu anche insegnante presso il London Opera Ballet.

Ignatov

Proveniente da una famiglia di tradizione circense, frequenta la Scuola del Circo di Mosca dove viene chiamato nella classe di Violetta Kiss (1925), una delle più valide istruttrici di giocoleria dell’istituto. Grazie anche alle sue doti innate, diviene presto un fenomeno nel suo genere, capace sia di realizzare nuovi primati mondiali nella quantità di oggetti giocolati, sia di esprimere la propria tecnica in una fusione armonica e precisa di musica, movimenti e lancio di oggetti. È inevitabile vedere un filo di continuità fra le tecniche di Rastelli e quelle di I. (il padre di Violetta era stato allievo del grande giocoliere italiano). Inventa lo stile del `giocoliere-poeta’ creando dei passaggi con tre, quattro e cinque clave eseguiti sulle note di Bach; altro esercizio spettacolare, la piroetta eseguita con sette cerchi sospesi in aria. Nel 1974 raggiunge il record di giocoleria con undici cerchi. È uno degli artisti più rappresentativi dell’ex Urss. Nel 1976 ha ottenuto il Clown d’argento al Festival internazionale del circo di Montecarlo.

Ikeda

Carlotta Ikeda è tra le prime donne a diventare protagonista di un’arte, quella del butoh, fondata e diffusa da uomini; ma i suoi approcci con la danza hanno radici europee e americane: studia infatti negli anni ’60 all’Università di Tokyo con un’allieva di Mary Wigman e poi si perfeziona nella tecnica Graham. Sotto l’egida di Murobushi crea la compagnia Ariadone nel 1974 e diviene interprete privilegiata delle coreografie di quel maestro. Bellezza imperfetta, dotata di una straordinaria carica drammatica, la I. si trasfigura sul palcoscenico in creatura metamorfica e carismatica. Memorabili i suoi assoli, mentre nel tempo ha maturato anche uno stile coreografico personalissimo: una danza che, senza rinnegare le proprie origini dal butoh, sa evolversi in un percorso emozionale che tende verso la sublimazione delle passioni. Tra i suoi lavori Hime (1985), inquietante rilettura dell’ Alice di Lewis Carroll, e il suggestivo viaggio iniziatico di Le langage du Sphinx (1991). Attualmente sta lavorando a Bordeaux – dove risiede con la sua compagnia Ariadone – a un’originale versione di La s agra della primavera .