G.R.C.O.P.

Fondato nel 1980 per volontà di Jacques Garnier, è nato dal desiderio e dalla necessità di formare all’interno del massimo teatro francese un nucleo di danzatori e coreografi pronti a stringere legami con le nuove tecniche, così anche da produrre lavori esteticamente più moderni e adatti alle giovani generazioni. Ad essere coinvolti nell’ambizioso progetto, esauritosi all’inizio degli anni ’90, sono stati artisti francesi ma anche stranieri di diversa scuola ed estrazione: dai nomi più affermati del post-modern americano (Childs, Armitage, Dunn, Gordon, Degroat e altri ancora) a quelli di Taylor e della Carlson; e, ancora, provenienti dal vasto serbatoio della `nouvelle danse’, capaci di una teatralità originale e aggressiva (Marin, Verret, Chopinot, Saporta, Découflé). Nel paesaggio coreografico di fine secolo il G.R.C.O.P. ha rappresentato il trait d’union tra l’Opéra vista e intesa come istituzione e la giovane danza proiettata nell’avvenire.

Gabel

Gabellini (Rimini 1938), attrice. Dopo un esordio teatrale Zerbina, in Capitan Fracassa (sceneggiato per la tv) l’ha fatta conoscere al grande pubblico nel 1958. La sua attività prosegue con, tra le altre, l’interpretazione di Elena nell’ Odissea (1968) e una partecipazione nel ruolo di Laura Millington nel celebre sceneggiato di A.G. Majano E le stelle stanno a guardare . Nel 1973 è diretta dal marito Piero Schivazappa nella versione televisiva di Vino e pane di I. Silone, nella parte della protagonista Annina; ma la possibilità di mostrarsi come valida interprete drammatica l’otterrà nel 1976 nei panni di Zobeide, nel Garofano rosso , e in seguito nel ruolo di Virginia in Un eroe del nostro tempo . Lo sceneggiato tv Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1983) le fa conquistare il riconoscimento come miglior attrice al Festival del giallo di Cattolica.

Gabel

Gabellini; Rimini 1938), attrice. Dopo un esordio teatrale Zerbina, in Capitan Fracassa (sceneggiato per la tv) l’ha fatta conoscere al grande pubblico nel 1958. La sua attività prosegue con, tra le altre, l’interpretazione di Elena nell’ Odissea (1968) e una partecipazione nel ruolo di Laura Millington nel celebre sceneggiato di A.G. Majano E le stelle stanno a guardare . Nel 1973 è diretta dal marito Piero Schivazappa nella versione televisiva di Vino e pane di I. Silone, nella parte della protagonista Annina; ma la possibilità di mostrarsi come valida interprete drammatica l’otterrà nel 1976 nei panni di Zobeide, nel Garofano rosso , e in seguito nel ruolo di Virginia in Un eroe del nostro tempo . Lo sceneggiato tv Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1983) le fa conquistare il riconoscimento come miglior attrice al Festival del giallo di Cattolica.

Gaber

Giorgio Gaber (Gaberscik) inizia a esercitarsi con la chitarra a quindici anni per curare il braccio sinistro colpito da una paralisi. Studia economia e commercio alla Università Bocconi, pagandosi gli studi con le esibizioni al Santa Tecla di Milano, locale in cui nascono le sue prime canzoni e dove incontra amici e complici come Jannacci. In questo locale viene notato da Mogol che gli procura un’audizione per la Ricordi, a cui farà seguito un primo disco. Nello stesso periodo (fine anni ’50) intraprende la carriera nel gruppo rock’n roll dei Rocky Mountains; in seguito si esibisce in coppia con Maria Monti al Teatro Gerolamo di Milano con lo spettacolo Il Giorgio e la Maria . Dopo queste prime esperienze, negli anni ’60 si afferma con una vena più delicata e nostalgica, recuperando brani del repertorio popolare milanese. Passa poi a una dimensione decisamente più umoristica impegnandosi (dalla fine degli anni ’60) in un repertorio maggiormente attento all’attualità sociale e politica del Paese (forte è l’influenza di J. Brel). Appare in tv come conduttore in Canzoniere minimo (1963), Milano cantata (1964) e Le nostre serate (1965) oltre a numerosi altri spettacoli di varietà.

Nel 1965 sposa O. Colli. A Canzonissima (1969) presenta “Come è bella la città”, una tra le prime canzoni in cui traspare la sua sensibilità sociale. Nel 1970 il Piccolo Teatro di Milano gli offre la possibilità di allestire uno spettacolo: nasce così Il Signor G. (che resterà il suo soprannome), in cui le canzoni sfumano in monologhi dal gusto amaro e ironico, che trasportano lo spettatore in un’atmosfera vagamente surreale, in cui si mescolano sociale e politica, amore e speranza. A partire dagli anni ’70 l’unico riferimento artistico di G. è il teatro; egli si avvale della collaborazione di S. Luporini, pittore di Viareggio e suo grande amico, con il quale firma tutti i suoi spettacoli. G. diventa così cantante-attore-autore, o `cantattore’, con gli spettacoli Dialogo fra un impiegato e un non so (1972), Far finta di essere sani (1973), Anche per oggi non si vola (1974), Libertà obbligatoria (1976), Polli d’allevamento (1978), tutti prodotti con il Piccolo Teatro di Milano. Le sue storie sono quelle di un uomo qualunque, di un uomo del nostro tempo, con le speranze, le delusioni, i drammi e i problemi tipici dell’esistenza quotidiana. Tutti i suoi recital vengono ripresi in incisioni dal vivo. Nel 1980 scrive Io, se fossi Dio , atto d’accusa ispirato ai tragici avvenimenti del rapimento Moro. L’anno seguente, sulla scorta del successo degli americani Blues Brothers, forma con E. Jannacci il duo Ja-Ga Brothers rinnovando l’antica collaborazione degli esordi.

Nel 1981 ripropone in tv i suoi spettacoli teatrali più importanti nella trasmissione Retrospettiva ed è in teatro con lo spettacolo Anni affollati . Negli anni ’80 Gaber si sposta in direzione della prosa con gli spettacoli Il caso di Alessandro e Maria (1982) con M. Melato, sul rapporto uomo-donna, Parlami d’amore Mariù (1986), in cui G. descrive quella strana invenzione che è l’amore e Il grigio (1988), metafora di una spietata analisi introspettiva. Con gli anni ’90 Gaber riprende la forma di teatro musicale che gli è congeniale con Il Teatro Canzone (1991), spettacolo retrospettivo; Il Dio bambino , sull’incapacità dell’uomo di uscire dall’infanzia e di evolversi; E pensare che c’era il pensiero (1994), sull’assenza di senso collettivo e sull’isolamento umano; Gaber 96/97 , in cui sostanzialmente riprende il precedente spettacolo; Un’idiozia conquistata a fatica (1997-98), spettacolo di intervento sul contingente, legato all’isteria dei fanatismi politici e del mercato.

 

Gabrielli

Diplomato attore alla scuola ‘Paolo Grassi’ di Milano, Renato Gabrielli esordisce come autore nel 1989 con Lettere alla fidanzata, una rivisitazione dell’epistolario amoroso di Fernando Pessoa. Per alcuni anni, con l’appoggio produttivo del C.R.T. di Milano, lavora assieme al regista Mauricio Paroni de Castro a un tentativo di conciliazione tra una scrittura scenica e una drammaturgia fortemente strutturata, di taglio neo-epico. Ne risultano, oltre a Lettere alla fidanzata, i testi Oltremare (1990), Oplà, siamo vivi! (riscrittura di un dramma di Toller, 1993) e Moro e il suo boia (1994). Dall’anno successivo realizza la regia delle sue commedie con l’apporto di Luigi Mattiazzi per la concezione dello spazio. Del 1995 è Marta e Maria; del 1996 Zitto, Menocchio!, lavoro a tecnica mista per un attore e un pupazzo ispirato a Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg. Nello stesso anno, la sua commedia Amore eterno è segnalata al Premio Idi Autori Nuovi. A partire dal 1997 ricopre l’incarico di drammaturgo presso il Centro Teatrale Bresciano. Per il C.T.B. è autore e regista di Una donna romantica (1998).

Gadda

Marginale e globalmente di scarso rilievo risulta l’impegno teatrale di Carlo Emilio Gadda, circoscritto alle tre pièce Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale di Ugo Foscolo (messo in scena a Roma, Teatro di via Belsiana, nel 1967), Un radiodramma per modo di dire e Gonnella buffone (ripreso da Bandello, allestito nel 1952) , in cui sono evidenti le sue tradizionali propensioni all’irriverente e demistificante satira, perseguita attraverso un rocambolesco rimpasto del linguaggio. D’altro canto, la teatralità è, a ben vedere, una delle componenti forti della sua narrativa. In tale direzione ha creato non pochi consensi l’operazione di adattamento al palcoscenico di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana effettuata da Ronconi e rappresentata a Roma, presso il Teatro Argentina nel 1996. Tra le altre opere ridotte per il teatro, ricordiamo Eros e Priapo e La cognizione del dolore e L’Adalgisa .

Gades

Di famiglia operaia e antifranchista, Antonio Gades abbandona gli studi a undici anni per dedicarsi a umili mansioni. Da persecuzione politica e miseria nasce quell’impegno sociale destinato a diventare il filo conduttore della sua vita pubblica e privata. Altra predestinazione è l’incontro con una edizione clandestina del Romancero gitano di Federico García Lorca, che fa scattare nel giovane Antonio un processo di identificazione poetica e civile. Spinto a frequentare l’Accademia della maestra Palitos, Antonio Gades viene notato da Pilar Lopéz: che lo prende in compagnia e gli affida il nome Gades, da Cadice, la città già lodata da Marziale per la leggiadria delle danzatrici destinate alla Roma dei Cesari. Antonio Gades impara la danza e il modo di costruirla direttamente dalla pratica del palcoscenico. La severa e intelligente scuola di Pilar spazia dal folclore regionale a quello andaluso e segnatamente flamenco, alla `escuela bolera’ che è frutto della contaminazione culturale ispanica e franco-italiana. Nel 1960 Antonio Gades sceglie la libertà. Lo troviamo a Roma, dove monta con Anton Dolin il Bolero di Ravel e dove, soprattutto, si sottopone a un rigoroso studio del classico. Conosce Beppe Menegatti, cui deve l’affermazione nel nostro Paese. Suo tramite entra nel gruppo che già riunisce Carla Fracci, Ferruccio Soleri, Oscar Ghiglia e altri. Il teatrino di Don Cristóbal (tanto per cominciare un García Lorca) montato da Menegatti per Fiesole trionfa, e fa trionfare G., a Spoleto (1962). Qui Menotti non esita ad affidargli la regia della Carmen che lancerà Shirley Verrett. Subito dopo Antonio Gades è alla Scala come ballerino e maître. Nel 1963 torna in Spagna, dove mette assieme un piccolo gruppo. In un night di Barcellona frequentato da intellettuali Antonio Gades colpisce Miró, che lo segnala alla New York World’s Fair del ’64. È l’affermazione internazionale. Durante la stagione teatrale 1968-69 Parigi assegna a Antonio Gades il Premio della critica. Nel 1970 avviene il debutto a Londra. Poi il mondo è suo e la cronologia si confonde. Antonio Gades, che nasce Antonio Gades baciato da quello che noi chiamiamo carisma, possiede anche il carattere che gli spagnoli definiscono `duende’. Uno, il `duende’, lo `tiene’ o non lo `tiene’. `Duende’ è estro, passione, anarchia, imprevedibilità. Così Antonio Gades fa e disfa le sue compagnie. Arriva e riparte. Balla e si ferma. Crea e gli si inaridisce la vena. Scompare, anche per anni, senza lasciare traccia, fagocitato da un qualche suo affanno ideologico o sentimentale. O più semplicemente perché gli va di andare in barca. Se infatti Antonio Gades va fiero per un buon numero (pare che le sposi tutte) di mogli e figli, è anche vero che nel 1975 interrompe dall’oggi al domani una tournée perché in Spagna hanno fucilato degli innocenti. C’è la questione dei separatisti baschi, c’è di mezzo un suo fratello. Si rifugia a Cuba dove Alicia Alonso, regina di tutte le rivoluzioni, lo convince che il teatro è il suo `mezzo’ e che anche con il `baile’ è possibile protestare. Nel 1978 la Spagna del dopo-Franco gli offre la direzione del Balletto nazionale. Lui tentenna ma accetta. Solo per poco. Preferisce i suoi, con i quali gira l’orbe in torpedone, con jeans e scarpe da tennis per tutto bagaglio.

Antonio Gades è uomo di intensa sensibilità culturale. Come conciliarla con quella formazione tanto frettolosa? Perché Antonio ha imparato gli uomini e le cose vivendo, così come ha imparato il ballo ballando. Perché `tiene duende’, è intelligente e umile. Sa scaldarsi al sole dei grandi che illumina con le sue intuizioni. Rafael Alberti gli dedica versi indimenticabili: “Antonio Gades, te digo:/ lo que yo,/ te lo diria mejor/ Federico./ Que tienes pena en tu baile/ que los fuegos que levantan/ tus brazos son amarillos”. Lui impara da Matisse e Miró la spazialità, la luce, la geometria, il modernismo surreale che ne segna il teatro. Un teatro spagnolo assolutamente rivoluzionario. La sua è una Spagna di sangue ma non di elezione. Nulla egli sembra amare di quella terra tronfia e barocca, retorica e sgargiante se non le leve dell’avanguardia che cercano l’affrancamento dall’hispanidad e l’adorato García Lorca, onnipresente con i simboli scarnificati dell’infanzia trascorsa nella campagna granadina. Sole e luna, morte e figlio, giglio e cristallo, chitarra e Guadalquivir delle stelle. Molto teatro di G. è sussurrato, suggerito, disseccato. Tra i vari stili appresi da Pilar c’è anche il flamenco, cui sono affidati i momenti di maggiore tensione drammatica. Allora i `cantaores’ dalla voce roca levano i desolati `gipidi’, e i bastoni gitani percuotono inesorabili la terra, come campane a morto. Intanto gli uomini consumano `en ralenti’ il loro duello fatale (Bodas de sangre, 1974), le sigaraie si affrontano come eserciti nemici nella `bodega’ arredata di povertà (Carmen, 1983), Frondoso contagia con il `taconeo’ la necessità di rivolta (Fuente Ovejuna, 1994). Le danze regionali servono invece per le distensioni liriche. E il silenzio, grande protagonista delle cose vere, magari commentato dal flash che coglie il volo di due amanti a cavallo verso la luna (Chagall) per i sentimenti estremi. Antonio da Elda che ha conosciuto il sudore dei poveri ne sa anche le feste. Che esplodono sgangherate e improvvise con la parodia della corrida (Carmen e Fuente Ovejuna ). La produzione di G. non è copiosa, perché dopo l’atto creativo lui «si sente vuoto come un animale e non ha più niente da dire». La trilogia costituita da Bodas de sangre, Carmen e Fuego, tutti titoli mutuati dalla cinematografia di Carlos Saura, è seguita da Fuente Ovejuna sull’omonima commedia di Lope de Vega. Il tiranno che oltraggia la sposa di Frondoso è sinonimo di tutti i tiranni, dunque l’antagonista esistenziale di Antonio. Quando infatti, alla fine, qualcuno domanda chi abbia ammazzato il governatore, la coralità, meritevole di perdono, del celebre “todos a una, Fuente Ovejuna” è sostituita dal fiero “yo” ripetuto dai singoli campesiños. E Fuente diventa tragedia. Da tempo la partner storica di Antonio, Cristina Hoyos, è stata sostituita da Stella Arauzo. E adesso anche lui, Antonio che accenna la straziante `farruca’, che leva le braccia come ali di gabbiano, che dardeggia lo sguardo fiero dal legno antico del volto scavato, che t’affronta con la camicia bianca, le anche guizzanti e il fremito delle gambe nervose, ha annunciato il ritiro dalle scene. Il coreografo promette un trittico lorchiano per il 1999. Ci saranno altre Bodas e altre Bernarda Alba . Forse anche il Lamento per Ignazio. Ma chi, al suo posto, potrà parlare di “tori celesti, mandriani di pallida nebbia”? Chi troverà quel `duende’ che, diceva Federico, «non arriva se non vedi una possibilità di morte, se non sai che dovrai corteggiarla, se non hai la sicurezza che dovrai cullare quei rami che tutti portiamo con noi, e che non hanno, non avranno mai, consolazione»?