cabaret

ha una genesi diretta nel c. francese e nel Kabarett tedesco, fenomeni teatrali minoritari e assai particolari che si sono evoluti in forme affatto diverse fin dagli ultimi decenni dell’Ottocento. In entrambi i casi il nome, almeno in origine, definiva strettamente i luoghi, piccoli ed esclusivi, nei quali avevano luogo spettacoli trasgressivi o comunque anticonformisti. Il c. francese più celebre fu lo `Chat noir’ di Parigi, un piccolo locale che ebbe molto successo fino alla fine del secolo scorso e nel quale si esibivano artisti d’avanguardia, comici e chansonnier. La fortuna così ampia e inattesa di questo locale ne snaturò alla fine la portata alternativa, fino a trasformarlo in un luogo di rappresentazioni comiche e musicali piuttosto commerciali. Stessa sorte toccò a tutti quei locali che, a imitazione dello `Chat noir’, erano nati a Parigi a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. In Francia l’antica tradizione corrosiva e minoritaria del c. riprese vigore dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando il circolo degli intellettuali impegnati, variamente legati a Jean-Paul Sartre e all’esistenzialismo, cominciò a frequentare nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés i locali nei quali si esibivano artisti come Edith Piaf, Juliette Gréco, Yves Montand. Il ruolo artistico e sociale del Kabarett in Germania fu affatto diverso. Minoritario e trasgressivo, questo genere di spettacolo fu al tempo stesso palestra di grandi talenti teatrali (da Max Reinhardt a Bertolt Brecht) e luogo di grande attivismo politico. Il Kabarett, infatti, rappresentò il più rilevante luogo di sviluppo di attività antinaziste, almeno fino ai tempi immediatamente successivi alla presa del potere da parte di Hitler che, una volta al vertice del Reich, vietò tale genere di rappresentazioni. D’altra parte, gli intellettuali ebrei, comunisti e omosessuali furono i più assidui frequentatori dei Kabarett di Monaco e Berlino: quei locali piccoli e fumosi venivano considerati come territori liberi, nei quali esprimere disagi sociali e dissensi politici. Karl Valentin e Kurt Tucholsky furono i due artisti di maggior rilievo di quel mondo, a cavallo tra l’inizio del Novecento e il nazismo. Comico puro dalla vena assurda, Valentin viene considerato sovente il Petrolini tedesco, anche per la sua spiccata vena parodistica e per quel suo dialetto bavarese che ne rendeva inconfondibili le caratterizzazioni: nella sua orchestrina, sul finire degli anni ’10, suonava il clarinetto il giovane Brecht. Il caso di Tucholsky, invece, è più complesso da mettere in relazione con altri fenomeni simili dell’epoca: artista corrivo, sempre al limite della volgarità, egli era un anarchico non solo politicamente ma anche in termini strettamente teatrali; così finì per mescolare generi e suggestioni, prediligendo ogni sorta di travestitismo scenico. In Italia non è mai esistita una forma di spettacolo apertamente e consapevolmente antifascista, e il cosiddetto `teatro politico’ del dopoguerra ha seguito altre strade rispetto a quelle deliberatamente minoritarie del c. francese e del Kabarett tedesco. Solo a partire dagli anni ’50, specie in alcuni piccoli locali milanesi, ha preso corpo una piccola tradizione cabarettistica esteticamente trasgressiva e politicamente impegnata. Nella prefazione al volume La patria che ci è data (1974), che raccoglie testi stravaganti scritti apposta per il c., Umberto Simonetta nota: «Pur non vantando le tradizioni del grande Kabarett mitteleuropeo o delle `caves’ parigine, il c. italiano, saldati i debiti con l’Espressionismo, può godere di dignitoso credito». Pressoché archiviati gli spettacoli di rivista e varietà negli anni ’60, soppiantati dalle commedie musicali di Garinei e Giovannini o da rassegne di strip-tease, o dal teatro dialettale (non a caso i grandi comici tornano alle radici paesane: Nino Taranto rappresenta commedie napoletane di Viviani, Dapporto ripropone i classici in genovese di Gilberto Govi, Macario si fa scrivere da Amendola e Corbucci intrecci piemontesi con titolo in rima), la comicità fatta di critica e satira social-politica imbocca la strada di scantinati o localini con pedana, due-quattro riflettori, pianoforte in un angolo, e maccheroncini fumanti (e gratis) a mezzanotte, spesso serviti dagli stessi attori, per un pubblico che Simonetta descrive forse con eccessiva cattiveria: «Mezzecalzette con il bicchiere di whisky stretto nella destra e chiavi della macchina sinistramente tintinnanti nella sinistra, con ridicolo sbandieramento del relativo portachiavi tutto d’oro: mercanti di provincia, fallofore, attori sparlanti, belle signore, bande di architetti e di funzionari Rai». Comunque, anticipato da alcuni spettacoli teatrali `da camera’ di successo ( Dito nell’occhio e Sani da legare di e con Parenti-Fo-Durano; Carnet de notes dei Gobbi, cioè Caprioli-Bonucci-Salce e poi Franca Valeri), il c. nasce a Milano, nel 1963, al Derby club, locale di viale Monte Rosa (sulla strada per l’ippodromo di San Siro, ed ereditandone nel tempo i frequentatori, nel bene e nel male: ecco spiegato il nome sull’insegna) grazie al ristoratore Bongiovanni e al jazzista Intra, cui si affianca subito Franco Nebbia, straordinario pianista-entertainer: un `classico’ il suo tango con versi di corrive citazioni latine, da `alea iacta est’ a `mutatis mutandis’. Con Intra e Nebbia, un primo manipolo di talenti: il musicista Gino Negri e le attrici Liliana Zoboli e Velia Mantegazza, la giovane `cantante della mala’ Ornella Vanoni e Enzo Jannacci. Nel settembre 1964 si trasloca e si apre il Nebbia club, con una compagnia `stabile’ composta da Duilio Del Prete, Liù Bosisio, Sandro Massimini, Lino Robi attore comico dalla statura ridotta. Ospiti del Nebbia club, che chiuse nel ’68 e che aveva privilegiato un taglio più politico ed esclusivo rispetto al Derby, furono Carmelo Bene, Maria Monti, Piera Degli Esposti, Giorgio Gaber, Mariangela Melato. Il Derby continua, e in pedana sfilano il veneziano Lino Toffolo, il piemontese Felice Andreasi e il pugliese Toni Santagata, Cochi e Renato (“La vita l’è bela”), Giorgio Porcaro (inventore del dialetto pugliese-meneghino «milanès a cient pe’ cient», che sarebbe stato ereditato e più ampiamente divulgato da Diego Abatantuono). Nel 1970-71, nel centro storico della città, si apre il Refettorio, gestito da Roberto Brivio, uno dei Gufi, che cerca di contrapporsi, a volte con programmazioni notevoli ( I quattro moschettieri con Nunzio Filogamo) all’ormai lanciatissimo locale di viale Monte Rosa. Dopo Milano, Roma. Nel 1965 Maurizio Costanzo, fecondo autore di commedie e monologhi comici, apre nella capitale, in via della Vite, il Cab 37; scopre e lancia Paolo Villaggio, Gianfranco D’Angelo, Pippo Franco, il cantastorie Silvano Spadaccino. Costanzo con il suo gruppo si trasferì poi al Sette per otto, in via dei Panieri al 56, appunto. E qui Costanzo fece debuttare un suo coinquilino di via de’ Giubbonari, «un giovanotto alto e magro che recitava e cantava accompagnandosi alla chitarra, con un talento di showman di cui molti poi vanteranno la scoperta: era Proietti Luigi detto Gigi» (testimonianza di Enrico Vaime, da Il varietà è morto , 1998). A Roma, nel 1965, nasce con fortuna Il Bagaglino, guidato da Mario Castellacci e Pierfrancesco Pingitore, con Pippo Franco, Leo Gullotta e Oreste Lionello (la voce italiana di Woody Allen). La compagnia si è trasferita dal 1974 al salone Margherita. Spettacoli di vena qualunquista e reazionaria, sempre ben accolti dal cosiddetto `generone’ romano; da anni vengono poi trasposti in tv, con contorno di sosia di uomini politici da sbeffeggiare. In questi anni fu proprio dalla differenza di contenuti tra i locali milanesi e quelli romani che nacque la distinzione, abbastanza vicina al vero, che porterà a parlare di cabaret di sinistra a Milano e cabaret di destra a Roma. Protagonisti di spettacoli di c. negli anni 1964-69 furono i Gufi, quartetto milanese in calzamaglia nera composto da Roberto Brivio, Gianni Magni, Lino Patruno, Nanni Svampa. Esordio in marzo-aprile 1964 al Captain Kidd di Milano, stagioni al Derby di Milano e al Los Amigos di Torino, poi il Teatrino dei Gufi si sposta in palcoscenico con alcuni spettacoli di successo: Non spingete scappiamo anche noi e Non so, non ho visto, se c’ero dormivo di Gigi Lunari. Tra gli autori di testi per c., Silvano Ambrogi, Sandro Bajini, Roberto Mazzucco, Enrico Vaime, Saverio Vollaro. Autori-interpreti: Maurizio Micheli, Enzo Robutti, Walter Valdi (ex avvocato di giorno e cabarettista di notte; piccolo, e rotondetto, con occhiali spessi un dito, canta e recita storie del milieu milanese: Il palo della banda dell’Ortiga ; tra i suoi aforismi: «La torre di Pisa… E se avesse ragione lei?»). A Milano ribalta affermata del c. è, dal 1986, lo Zelig di viale Monza, che sotto la guida artistica di Gino e Michele e organizzativa di Giancarlo Bozzo ha rivelato Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio, Gene Gnocchi, Francesco Salvi, Sabina Guzzanti, Elio e le storie tese, Caterina Sylos Labini e decine di altri comici, avviandone o accelerandone il successo multimediale (tv, cinema, musica e teatro). Ma da Zelig sono passati in questi anni centinaia di comici, favoriti dal fatto che, a differenza di altri c. che lo hanno preceduto, il locale ha una programmazione che viene cambiata ogni settimana. A Zelig hanno lavorato anche comici già affermati come Zuzzurro e Gaspare, Giorgio Faletti, Enzo Iacchetti, Carlo Pistarino, Sergio Vastano, Massimo Boldi, Teo Teocoli, Gianni Cajafa, Nanni Svampa, Enzo Jannacci (che a sua volta aprirà per pochi anni, sempre a Milano, il Bolgia umana) e attori o musicisti apparentemente lontani dal c. come Marco Paolini, il duo Robledo-Delbono, Roberto Vecchioni, Rossana Casale e il suo gruppo jazz. Interprete poi di testi in stile c., Beppe Grillo, che però ha svolto la sua carriera prima sui teleschermi e, quando la satira è diventata rovente, nei palasport e nelle piazze. Anche Roberto Benigni esordì nel c., con Cioni Mario di Gaspare fu Giulia (1976). Da ricordare poi due spettacoli di c. rappresentati in teatro: Come siam bravi quaggiù (1960) e Resta così o sistema solare (1961) di Vittorio Franceschi e Sandro Bajini, con Franceschi e Massimo De Vita. E, a proposito di c. ospitato su un palcoscenico teatrale, va menzionato il Ciak di Milano, un cinema di periferia che, con geniale intuizione, il grande impresario Leo W&aulm;chter (portò per primo in Italia i Beatles e Sinatra, Armstrong e Moiseev, il Circo di Pechino e il coro dell’Armata rossa) trasformò nel 1977 in teatro `di cabaret’, ospitando, davanti a platee affollate di giovani, tutti i `nuovi comici’ accanto a Franca Rame e al Circo immaginario di Victoria Chaplin. Dalla stagione 1997-98 il locale ha come direttore artistico Maurizio Costanzo. Il c. ha ottenuto il riconoscimento ministeriale alla pari di altre forme teatrali soltanto nel 1975.

Cabaret Voltaire

Le radici di Cabaret Voltaire si possono ricondurre alla poetica del dadaismo, movimento di rottura e rinnovamento delle logiche artistiche tradizionali che elesse nel 1916 a Zurigo, ad opera del regista teatrale H. Ball, uno spazio che si chiamava appunto Cabaret Voltaire – in cui si tenevano mostre d’arte russa e francese, danze, letture poetiche, esecuzioni di musiche africane – a quartier generale del gruppo. Fin dalla scelta di un nome così significativo è dichiarato l’atteggiamento di Cabaret Voltaire, che si sostanzia nel rifiuto della cultura e della morale corrente a vantaggio di un gioco dissacratorio espresso nel teatro, nel cinema, nella danza e nella musica. Fondato nel 1975 da Edoardo Fadini e dai componenti della sua famiglia (moglie, figli e nipoti), il gruppo si arricchisce successivamente della collaborazione di Gianni Varalli, Ruggero Bianchi, Roberto Alonge, Gigi Livia e numerosi altri studiosi e storici del teatro, comunemente legati dalla passione per la ricerca e operanti all’interno dell’università di Torino. È da sottolineare infatti la costante collaborazione di Cabaret Voltaire con l’istituzione universitaria che, nel corso degli anni, in occasione dell’arrivo in Italia di spettacoli e artisti stranieri su invito del gruppo torinese, ha organizzato conferenze e dibattiti sempre seguiti con grande interesse. Nato quasi fisiologicamente dal vecchio gruppo ‘Unione culturale’ (fondato sempre da Fadini nel 1962), che ha fatto conoscere al nord Carmelo Bene ( Pinocchio ; Torino, Teatro Alfieri 1963), Falso Movimento, I Magazzini Criminali e altri outsider della scena italiana, oltre ad aver portato per la prima volta fuori dagli Usa l’American Cinema.

La caratteristica fondamentale di Cabaret Voltaire si configura, in ambito produttivo, nel lavoro interattivo di artisti provenienti da differenti aree multidisciplinari, che firmano la realizzazione di messe in scena collettive. La ricerca e la sperimentazione di nuovi linguaggi porta Cabaret Voltaire a concepire lo spazio scenico come oggetto di scrittura e la recitazione come mera comunicazione di suoni. L’anarchia linguistica, la musicalità delle parole, il suono come elemento naturale costituiscono quindi le componenti significanti della poetica del gruppo. La prima messa in scena, L’inferno di Dante (1976), nata da un laboratorio con gli ospiti dell’ospedale psichiatrico di Napoli, fu allestita sotto un immenso tendone da circo. Con Ecce Homo Machina del 1981 (stroncato dalla critica come «una delle battaglie teatrali» e «un’altra pugnalata di Cabaret Voltaire»), in cui la negazione di parola e musica si risolve a favore di una recitazione incomprensibile e di una sonorità archetipa, ha inizio una lunga serie di scandali, che spesso culminarono con la sospensione temporanea degli spettacoli. Dopo l’irruzione della polizia alla Fenice di Venezia durante la rappresentazione di Ecce Homo Machina, lo spettacolo fu interrotto (poi ripreso) con l’accusa di «attentare all’udito degli astanti e agli stucchi del teatro». In quella occasione Maurizio Scaparro e il sovrintendente Trezzini convocarono Fadini e gli `consigliarono’ di far abbassare il livello del suono.

Ancora scandalo, ma anche ovazioni per la performance di John Cage (recitava Joyce) al teatro Alfieri di Torino, durante la quale il pubblico si divise: metà cantava l’ Inno alla gioia di Beethoven e l’altra invece non finiva più di applaudire. Dopo quaranta giorni di una lunga serie di concerti e letture sceniche, che toccarono luoghi storici come il Big Club, la tournée di Cage si concluse decretando il successo italiano dell’artista. Una delle ultime grandi operazioni di Cabaret Voltaire è stata (1987-92) la riedizione del festival di Chieri, durante il quale vennero ribadite le dieci tesi dell’avanguardia italiana promosse dal convegno di Ivrea del 1967. Di quella occasione è significativo ricordare una frase pronunciata dal regista napoletano Mario Martone: «siamo soldati in una notte di nebbia con i fucili carichi, senza sapere a chi sparare». Utopia americana (1992) è l’ultimo titolo di una lunga stagione (gennaio-giugno) di manifestazioni organizzate da Cabaret Voltaire; alla serata inaugurale, al Regio di Torino, erano presenti duemilaquattrocento spettatori che applaudivano Philip Glass al pianoforte e Allen Ginsberg che recitava l’originalissimo Smoke. Ancora una volta, il lavoro di Cabaret Voltaire suscitò grande scandalo alla prima di Peter Schumann di Cristoforo Colombo e il nuovo ordine mondiale , spettacolo itinerante diviso in due parti: una (la conquista dell’America da parte di un Colombo nano, che distribuiva cibo agli spettatori) sulla riva del Po; l’altra su un fronte unico sull’acqua, dove si simulava l’impiccagione di uomini e animali, simbolo della distruzione ambientale ed economica operata dai conquistatori. La polizia intervenne ancora una volta, avvertita che sulle sponde del Po si stava officiando una messa nera. Dopo lo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 1993, tutto il lavoro di Cabaret Voltaire, oggi rinchiuso in centoquaranta casse, sarà ricostruito e documentato dal Centro studi teatrali di Torino.

Cabella

Giancarlo Cabella debutta come drammaturgo con la commedia Ratatatà… sinfonia in nero, parodia degli stereotipi della violenza nei fumetti, che viene allestita dal Teatro del sole nel 1972 e presentata al festival internazionale del teatro-ragazzi di Berlino Ovest. Tra le sue tante pièce teatrali ricordiamo Ologos (1984), La stanza dei fiori di china (1986) e Zoe, interpretata nel 1990 da A. Finocchiaro e R. Cara. Fra il 1991 e il ’94 è responsabile dei programmi culturali di Telepiù: dedica ampio spazio al teatro, ideando fra l’altro la prima rassegna teatrale sperimentale `Solisti in scena’.

Cabukiani

Dopo gli studi a Tbilisi con M. Pierini, nel 1926 Vachtang Michailovic Cabukiani è entrato all’Istituto coreografico di Leningrado; durante gli anni di studio ha coreografato per sé l’assolo La danza del fuoco. Dal 1929 al ’41 ballerino del Kirov, dal 1941 al ’73 è stato direttore artistico del corpo di ballo del Teatro Paliašvili di Tbilisi. Come ballerino ha interpretato i principali ruoli del repertorio classico e sovietico (La bayadère, Le fiamme di Parigi, Giorni partigiani, Esmeralda, Taras Bul’ba). Ha firmato, fra l’altro, le coreografie di Il cuore delle montagne (1938), Laurencia (1939), Otello (1957). Dotato di un corpo statuario, nella sua danza il virtuosismo si univa a una forte presenza scenica, in coreografie in cui la base classica si mescolava a influenze del folclore, soprattutto georgiano.

Caccialanza

Allieva di Enrico Cecchetti alla scuola dell’American Ballet, Gisella Caccialanza danza con il Ballet Caravan di Lincoln Kirstein e con la Ballet Society di George Balanchine; con lui interpreta ruoli principali in Le baiser de la fée (1937), Ballet Imperial (1941), I quattro temperamenti (1946). Ritiratasi dalle scene, si è dedicata all’insegnamento, operando tra l’altro come direttrice e maître de ballet del San Francisco Ballet in collaborazione con il marito, il ballerino Lew Christensen.

Caciuleanu

Gheorge Caciuleanu ha studiato all’Opera della sua città natale e, dopo una prima scrittura al Folkwang Ballet di Essen, si è trasferito in Francia. Qui ha lavorato presso il Ballet de Nancy, dove è stato anche direttore artistico (1974-78); successivamente è diventato direttore del Théâtre Chorégraphique di Rennes. Agli inizi degli anni ’70 risalgono le sue prime coreografie (Voices, Shadow of Candles). Artista dallo stile molto personale, ancorché legato a una base classica, la sua produzione appare quanto mai eclettica, anche se in essa spiccano i lavori a carattere spiritoso. Tra i titoli, Paradigme, Interfèrences, Mess Around, Mademoiselle Pagany, Pinocchio le rebelle, Un train pour en cacher un autre. Ha firmato anche un curioso Trovatore , che mette `sulle punte’ la famosa opera verdiana.

Café La Mama

Nell’autunno del 1961 Ellen Stewart, una talentosa nera della Louisiana, allora disegnatrice di moda, prese in affitto uno scantinato nel Lower East Side di New York. Il suo tentativo era di sottrarre il lavoro di alcuni giovani drammaturghi americani (primo fra tutti il fratello) ai condizionamenti economici dello show-business. Ristrutturato, il locale aprì nel 1962, allestendo One arm di Tennessee Williams. La necessità di ottenere la licenza suggerì di affiancare agli spettacoli un servizio di cafeteria; di qui il nome di Café La Mama, aggiornato in La Mama Etc. (Experimental Theatre Club) quando nel 1969 l’attività si trasferì nella Quarta Strada. Oltre cento erano stati intanto gli autori rappresentati per un pubblico che non pagava biglietto ma versava degli oboli, raccolti personalmente dalla Stewart e sufficienti a coprire a malapena le spese di produzione. Per quasi quattro decenni C.L.M. è stato uno dei principali punti di riferimento dell’Off-Off-Broadway, ha aperto sale collaterali, ha prodotto diverse filiazioni (Repertory Troupe, La Mama Plexus) anche fuori degli Usa, e ha dato spazio e notorietà a un’intera generazione di artisti, promuovendo in particolare il `black theatre’. Tra gli oltre 1400 nuovi lavori patrocinati dalla Stewart si contano quelli di Sam Shepard, Lanford Wilson, Harvey Fierstein, Adrienne Kennedy; grazie al suo fiuto, New York ha conosciuto eventi come il leggendario debutto di Hair , ha incontrato registi come Brook, Grotowski, Barba, Kantor, e ne ha visti nascere altrettanti, come Andrej Serban che proprio al C.L.M. ha cominciato a preparare la sua trilogia classica ( Medea , Elettra , Troiane : 1971-74). Per la sua attività Ellen Stewart ha ottenuto due Obies (gli `Oscar teatrali’ Off-Off-Broadway). La fondatrice è scomparsa il 13 gennaio del 2011.